venerdì , 17 novembre 2017
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Il richiamo

Un cane che ama il suo umano, e che non lo teme, dovrebbe essere sempre felicissimo di correre da lui.
Ma allora come mai ci sono tanti cani che, richiamati, continuano a farsi gli affari propri? E tanti altri che impegnano il padrone in estenuanti gare di rincorsa che spesso si concludono solo con un placcaggio da perfetto giocatore di rugby?
La risposta è molto semplice: i loro umani hanno commesso errori di educazione e/o di addestramento.
Tanto per cominciare, cerchiamo di ricordare sempre  che il nome non è un comando!
Il nome è un nome. Punto. Se viene pronunciato in tono deciso, attiverà l’attenzione del cane, esattamente come succede a noi umani. Ma non sortirà  nessun altro effetto.
Se io sento dire “Valeria!”, non mi precipito pancia a terra da chi mi ha chiamato: però gli dedico la mia attenzione, questo sì.
Se mi stavo facendo gli affari miei sospendo la mia azione, mi volto verso chi mi ha chiamato, rispondo: “Sì? Cosa vuoi?”.
Dopodiché aspetto di scoprire se l’altra persona intendeva chiedermi di andargli, o magari solo di passargli il sale.
Il cane, quando viene chiamato per nome, reagisce nello stesso modo: manca solo che il “sì? Cosa vuoi?”, ma tutto il resto è identico.
Smette di fare quello che sta facendo, alza la testa (e anche le orecchie, cosa che a noi invece non riesce molto bene) e si volta nella nostra direzione.

A questo punto, se vogliamo chiamarlo presso di noi, ci sono due cose importantissime da fare:

a)    Chiamarlo realmente, ovvero utilizzare il comando specifico che abbiamo scelto per il richiamo (Vieni! Qui! Komm! – se ci piace il tedesco – o qualsiasi altro termine equivalente);

b)    Assumere l’atteggiamento corporeo corretto.

Noi umani, grandi “parolai”, spesso dimentichiamo che il cane non si esprime come noi. Lui non parla, e non parlando non dà neppure più di tanto peso ai suoni quando deve comunicare.
Le cose a cui bada davvero sono gli atteggiamenti, la mimica corporea e quella facciale, insomma tutto ciò che rappresenta il vero e proprio “linguaggio” utilizzato dalla sua specie.
Un cane che ci conosce bene, dopo aver sentito il suo nome e prima ancora che noi abbiamo pronunciato la parola di richiamo, sa già se siamo allegri o arrabbiati; se abbiamo intenzione di premiarlo o sgridarlo; se crediamo che ci sia un’emergenza o se siamo rilassati e tranquilli.
E tutto questo lo capisce solo osservandoci per un breve istante.
Se vogliamo che il cane corra da noi, quindi, tutta la nostra mimica dovrà letteralmente trasudare allegria e desiderio di ricongiungerci a lui.
Ovviamente, meno ci conosciamo e più eclatante, perfino esagerata, dovrà essere la stessa mimica: un cucciolo, o un cane che vive con noi da pochi giorni, non hanno ancora imparato a “leggerci” perfettamente e quindi avranno bisogno di segnali più forti.

Il premio

Non appena il cane ci avrà raggiunto, obbedendo al comando “nome-vieni!” (o parola equivalente), dovrà essere premiato.
Sempre e comunque.
Nel primo periodo di educazione/addestramento si può premiare con un bocconcino, ma carezze e segni di approvazione sono altrettanto graditi… purché siano davvero premi e non imposizioni della nostra volontà.
Il classico premio “sbagliato” è la carezza (o peggio ancora i colpetti) sulla testa. Infatti, se le carezze sul petto e sotto la gola rappresentano segnali di apprezzamento, le pacche sulla testa sono un segnale di dominanza.
C’è la stessa differenza che passa tra il premiare il buon lavoro di una persona allungandogli un biglietto da centomila euro oppure dicendogli “Io sono il tuo capo e tu hai obbedito, hai fatto il tuo dovere, bene, puoi andare”.
Quale dei due atteggiamenti vi motiverebbe di più?
Per il cane una carezza sul petto equivale ai centomila euro: quella sulla testa equivale al secondo atteggiamento.

Gli errori più comuni

Se ci sono cani che non obbediscono prontamente al richiamo, o che addirittura tendono a scappare via quando vengono chiamati, quasi sempre è perché gli umani hanno commesso uno dei due errori più comuni:

1 – Sgridare e/o picchiare il cane quando arriva in ritardo

La mente del cane non è capace di astrazioni complesse: per lui causa ed effetto sono sempre direttamente successivi.
Se il cane tarda a rispondere al richiamo e al suo arrivo il proprietario lo sgrida severamente (o peggio ancora, lo picchia), il cane NON penserà di essere punito per l’azione compiuta in precedenza (non arrivare), ma per quella che sta compiendo in quel preciso momento (arrivare dal suo amico a due zampe).
Quindi il cane si convince che noi lo chiamiamo solo perché vogliamo sgridarlo e/o picchiarlo: e d’ora in poi,farà il possibile per ritardare sempre più il brutto momento che lo aspetta.
Non viene quando lo chiamate, oppure viene ma camminando al rallentatore, con l’aria intimidita, le orecchie basse e la coda tra le gambe.
Voi vi irritate, anche perché magari non capite neppure perché stia facendo così (mentre a lui basta essere stato accolto male una volta: se ne ricorderà per mesi).
Alla fine perdete la pazienza, magari lo sgridate di nuovo…e questo gli conferma che aveva proprio ragione: meglio fare il possibile per non venire da voi, o per venire più tardi possibile.

2 – Far sempre coincidere il richiamo con la fine di un momento piacevole

Se ogni volta che uscite lasciate il cane libero di correre, giocare e svagarsi, e ogni volta che lo chiamate gli mettete il guinzaglio e lo portate a casa, il cane non ci metterà molto a capire che “richiamo” equivale a “fine del divertimento”.
E’ un po’ come il primo caso, con l’unica differenza che il cane non avrà paura di voi…ma ugualmente cercherà di farsi “catturare” più tardi possibile.
Questo spesso esaspera il padrone che, una volta acchiappato il cane, sfoga su di lui il suo nervosismo ricadendo così nel caso 1. E la frittata è completa.
Questi due errori sono capaci di rovinare un buon richiamo nel giro di una o due volte, quindi bisogna stare molto attenti a non commetterli MAI.
Altri errori meno gravi, ma altrettanto comuni, sono per esempio quello di inseguire il cane che non torna al richiamo (ma è lui che deve venire da noi, non viceversa!) o quello di non associare il richiamo a un ordine preciso, ma al semplice nome del cane.

Come insegnare il richiamo

Se il cane è un cucciolo, per prima cosa deve “capire” cosa significa il comando “nome-vieni!”.
Quindi, per le prime volte:

a)     lo chiameremo quando sta già venendo verso di noi;

b)     assumeremo un atteggiamento corporeo di “invito” e mai di “blocco”.

L’atteggiamento più invitante in assoluto è quello di correre all’indietro: il movimento stimola il cane a venire verso di noi. Se vogliamo (o dobbiamo) restare fermi, quella più corretta è la posizione accucciata, o in alternativa una posizione di “inchino”, che potremo rafforzare battendoci leggermente le mani sulle cosce e non fissandolo mai negli occhi, ma guardando più o meno verso la sua spalla.
Aspettare il cane stando dritti in piedi (posizione “di blocco”) e guardandolo dritto negli occhi (atteggiamento di sfida) significa mandare due segnali contrastanti: mentre con la voce gli diciamo “vieni”, con la mimica corporea gli stiamo dicendo “resta dove sei”!
Il cucciolo, a questo punto, si sentirà ovviamente confuso e comincerà a mandare i cosiddetti “segnali di calma”: si fermerà, si gratterà, sbadiglierà, annuserà per terra e distoglierà lo sguardo dal nostro.
Cercherà anche di “farsi piccolo” ingobbendosi o abbassandosi sugli arti (è il tipico caso del cane che “arriva strisciando”).
Questo comportamento, spesso, irrita il proprietario del cucciolo, che sbotta: “Allora, vieni o no? Perché fai così? Sei scemo? Non ti mangio mica!”, mandando così segnali di minaccia – rafforzati dal tono aspro della voce – che gli faranno venire sempre meno voglia di raggiungerci.
Se, al contrario, noi invieremo segnali di “invito” (abbassandoci, sorridendo, usando un tono di voce allegro e suadente, mostrandogli un bocconcino o un giocattolo), il cucciolo ci raggiungerà rapidamente e senza traccia di timore: a quel punto dovrà essere gratificato con lodi e coccole addirittura esagerate, come se fossimo STRAfelici di vederlo, come se l’essere stati raggiunti da lui fosse la cosa ci rende più felici al mondo.
Festeggiamolo, accarezziamolo, giochiamo con lui per qualche secondo: poi lasciamolo subito libero.
Quando saremo sicuri che il cucciolo ha capito l’ordine cominceremo a darglielo in condizioni diverse; inizialmente in luoghi tranquilli e privi di distrazioni (e sempre recintati), poi in presenza di distrazioni.
Occorre andare per gradi, senza pretendere troppo subito.
Se siamo in luogo tranquillo e il cucciolo tarda ad accorrere, non inseguiamolo mai, ma al contrario scappiamo via a gambe levate: lui ci inseguirà quasi sicuramente (in generale, per invitare il cane a seguirci, anche quando sta già venendo verso di noi, è buona norma arretrare a piccoli passi rapidi: questo aumenterà la sua velocità di reazione).
Quando il cane corre verso di noi fermiamoci, attendiamolo in posizione accucciata e a braccia sollevate verso il petto e appena arriva copriamolo di lodi (e/o facciamolo giocare).
Attenzione: NON ci si deve mai rialzare dalla posizione accucciata quando il cucciolo sta per arrivare da noi: assumere una posizione dominante mentre lui sta accorrendo da noi significa fargli pensare che intendiamo “schiacciarlo” con la nostra autorità… e lui, rispettosamente, si fermerà, perché è quello che gli ha espressamente chiesto la nostra mimica corporea.

Insegnare il richiamo a un adulto

Se l’adulto è un cane che ancora non conosce il richiamo (per esempio un adulto adottato al canile) seguiremo lo stesso identico programma visto col cucciolo:  ma non potremo aspettarci che lui ci segua se, alla mancata risposta al richiamo, scapperemo via.
Qualche cane potrebbe farlo (spesso quelli che sono stati abbandonati una volta diventano veri e propri “francobolli” con il secondo proprietario, perché hanno il sacro terrore di perdere anche lui), ma nella maggioranza dei casi un adulto con un minimo di autostima non si scompone più di tanto se il suo umano si allontana: a differenza del cucciolo, sa di poterlo ritrovare quando vuole semplicemente mettendo il naso per terra. Quindi, se al momento ritiene di avere cose più importanti da fare, ignorerà il richiamo e anche la fuga del proprietario.
Per evitare ogni problema, con un cane adulto che ancora non ci conosce e non ci ama, la cosa migliore da fare è ricorrere a una cordicella lunga (o a un guinzaglio di tipo “flexi”) e di tirare delicatamente il cane verso di noi qualora non rispondesse con prontezza.
Tutto il resto dev’essere identico a quanto abbiamo visto per il cucciolo: posizione invitante, voce suadente, premi corretti eccetera.
Però dobbiamo anche far pensare al cane che non possa permettersi di ignorare il nostro richiamo, perché intanto, se lo fa, una “forza divina” lo trainerà comunque verso di noi.
Un altro punto importante è la direzione del corpo: per quanto le prove di lavoro prevedano che il richiamo si effettui stando rivolti frontalmente nella direzione del cane, questo non è un messaggio molto comprensibile per lui (i regolamenti degli sport cinofili sono nati in tempi in cui non si aveva ancora una gran conoscenza della psicologia canina e dell’etologia).
Abbiamo detto, parlando del cucciolo, che una posizione frontale “incombente” trasmette dominanza, e non invito.
In realtà, quando un cane vuole invitarne un altro a raggiungerlo, quello che fa è orientare muso e zampe nella direzione in cui vuole andare insieme al compagno.
Per questo, quando vogliamo invogliare un cane adulto a raggiungerci, sarà utile disporsi con il naso e i piedi nella direzione che vogliamo prendere insieme, anche mimando una corsetta sul posto.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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