Nella specialità di utilità e difesa abbiamo una sequenza che, per difficoltà e spettacolarità, rimane sicuramente la più amata dai cinofili, soprattutto da quelli italiani: stiamo parlando della sequenza d’attacco.
Anche se non tutti lo ammettono è indiscutibilmente la più praticata, forse per motivi legati al carattere focoso di noi latini!
Gli addestratori del nostro Paese, infatti, sono statisticamente più impegnati negli attacchi che nelle sezioni di pista o obbedienza, anche come logica conseguenza delle richieste specifiche che spesso vengono effettuate dagli stessi appassionati.
E’ assolutamente vero che gli agonisti seri affrontano le tre sezioni con lo stesso identico impegno, ma è altrettanto vero che chi si avvicina a questo sport solo per divertimento, senza sogni di gloria, tende a preferire la sezione di attacco.

Appurato ciò è bene chiedersi:
COME SI PREPARA UN CANE PER LA SEQUENZA DI ATTACCO?
Domanda da un milione di dollari: infatti le tecniche addestrative si sprecano. Centinaia di correnti di pensiero appoggiano teorie opposte tra loro, creando sicuramente tanto interesse ma anche molta confusione. Di tanto in tanto vi è anche qualche “delirante” personaggio che afferma di aver trovato la tecnica risolutiva, adattabile ad ogni tipo di cane!
Dopo poco tempo, immancabilmente, la realtà ci riporta tutti sul pianeta Terra, confrontandoci così ogni giorno con i soliti problemi.
Per i cani con scarse attitudini al lavoro non vi sono formule miracolose e trasformarli in superdog è impossibile in quanto la base genetica risulta troppo importante.
Negli ultimi tempi nel nostro Paese si è speso molto tempo nella sperimentazione di tecniche addestrative innovative.
In realtà ogni addestratore di cani d’agonistica, dopo anni di esperienza, fa suo un metodo che suo avviso gli garantisce il maggior numero di risultati rapportati al numero di cani presi in considerazione.
In questo non vi è nulla di sbagliato, poiché ogni buon risultato rappresenta il successo della tecnica stessa.
Successi ed insuccessi sono la linfa vitale del nostro settore, che nella sezione attacchi trova la sua massima espressione egocentrica.
Se riflettiamo attentamente capiremo subito che quando un addestratore crede fortemente in una tecnica…sarà il cane a doversi adattare ad essa.
Negli anni ho conosciuto molti colleghi e mi sono reso conto che in linea di massima chiedono ai cani di adattarsi a loro.
Con ciò non sto dicendo che i professionisti operino in modo standardizzato, ma che un tecnico difficilmente userà un metodo differente da quello in cui crede.
Anni addietro facevo parte anche io di questa corrente di pensiero, poiché uscivo da una scuola che mi aveva insegnato sì ad analizzare il cane, ma tenendo sempre maggiormente in considerazione la tecnica.
Ho abbandonato molto tempo fa questo modo di pensare e mi sono convinto del contrario.
L’esperienza e una profonda analisi sono le cause di questo abbandono.

La genetica, a mio avviso, è di importanza fondamentale e solo analizzandola e rispettandola possiamo trarne i massimi risultati addestrativi; in sostanza, io oggi tratto ogni soggetto in modo diverso basandomi proprio sulle sue capacità.
Partendo da quello che il cane è in grado di fare da solo si può capirne pregi e difetti. Solo una volta tracciato il profilo caratteriale io elaboro un programma di addestramento adatto al soggetto, sempre col fine quello di enfatizzare le doti migliori per mascherare quelle di cui è carente.
Per costruire un programma nella sequenza di attacco occorre cercare di sfruttare al massimo l’aggressività del cane.
Tutto ciò va fatto nel migliore dei modi per poterla così gestire al 100%, infatti buona parte dei regolamenti nelle discipline di IPO ed SCH prevedono che i cani nella fase di attacco siano sempre sotto controllo.
L’aggressività del cane può essere di tipo predatorio, combattivo, possessivo, conflittuale, territoriale, di difesa del branco o di autodifesa.
Ora seguitemi bene.
Immaginiamo una montagna da scalare: in cima troviamo la dote naturale del cane che noi abbiamo bisogno di sfruttare.
Per affrontare la montagna possiamo scegliere diversi sentieri, ognuno dei quali avrà le sue difficoltà (i sentieri rappresentano le leve come la predazione, la possessività, ecc. con cui possiamo attivare la dote naturale).
E’ importante sapere che non basta arrivare in cima per raggiungere lo scopo: infatti è molto importante il modo in cui ci siamo arrivati!
La tecnica scelta per attivare l’aggressività ci darà successivamente risposte di lavoro differenti.
Ad esempio la predazione, la possessività e la combattività accendono l’aggressività in modo ludico e sereno dando l’impressione al cane di potersi esprimere senza timore.
Il nervosismo è limitato in quanto, non sentendosi minacciato, il cane non teme per la sua incolumità.
Viceversa tutti i processi di conflittualità e di autodifesa attivano l’aggressività in modo più energico e nervoso, dando vita a risvolti molto diversi rispetto alle forme più ludiche.
Qui il cane, sentendosi minacciato, affronta tutti gli allenamenti in uno stato di altissimo stress.
Ogni modalità di lavorazione proietta il cane verso stati emotivi diversi anche dal punto di vista interpretativo.

Fino ad ora abbiamo dato per scontato che il cane sia in possesso di tutte le doti naturali per poter lavorare, e che quindi la scelta del metodo addestrativo sia determinato unicamente dalle nostre preferenze “filosofiche”.
In realtà ogni soggetto risulta più o meno carente in qualche istinto: quindi, per lavorarlo ottenendo dei buoni risultati, dobbiamo soffermarci sugli istinti che invece si presentano in modo almeno sufficiente.
Secondo me utilizzare a spada tratta una tipologia di lavoro anche con soggetti non idonei è un grosso sbaglio.
Se un cane non possiede istinto predatorio non deve essere per forza lavorato con metodi che stimolino la sua aggressività predatoria, poiché difficilmente si otterranno risultati soddisfacenti.
Altrettanto negativo sarebbe lavorare in conflittualità un soggetto socievole, in quanto i risultati non pagherebbero gli sforzi fatti sia dall’addestratore che dal cane.
Tutto ciò è apparentemente semplice come concetto, ma non rispecchia quello che avviene nei campi di addestramento italiani.
Secondo me un bravo addestratore deve sapersi adattare tecnicamente a seconda dei casi, in modo da poter ottenere il 100% dal cane in questione.
Ma un buon tecnico deve anche sapersi accontentare, poiché non tutti i cani hanno le stesse potenzialità.

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