Il percorso è quello vissuto quasi tutti i giorni “senza cane” intrapreso, per una volta, con il quattro zampe al seguito.
L’occasione è la presenza a Milano di alcuni amici cinofili romani, impossibile presentarsi senza setter e, soprattutto, perché lasciarsi scappare l’occasione di studiare il rapporto tra animali e mezzi pubblici?
Presto detto: abbonamento FS e Metro alla mano si parte con Socks che, per quanto cosmopolita, ignora l’esistenza di treni e metropolitane.

Il primo tratto è in macchina: il cane si infila nel trasportino senza fare storie e via verso la stazione.
In verità nostro punto d’approdo è un po’ distante dai binari, troviamo parcheggio circa un chilometro ma arriviamo alla biglietteria con largo anticipo.
I treni, al solito, sono in ritardo: Trenitalia non si lascia certo intimidire da un cane!
Siamo in coda alla biglietteria ed ecco le prime avvisaglie di quello che sarà un viaggio diverso: Socks inizia ad attirare sguardi, coccole e sorrisi.
Siamo in tempi di paranoie cinofobe, quindi cerco di tenere vicino il cane per evitare equivoci e disagi, ma non c’è nulla da fare: il setter e la gente sembrano attrarsi inesorabilmente l’un l’altro. Arriva il nostro turno, chiedo un biglietto per il cane specificando “supplemento Intercity per il ritorno”e… sorpresa: i cani non pagano il supplemento!
Ritiro i biglietti e, soffermandomi a leggerli, seconda sorpresa: credevo di vedere scritto “tariffa ragazzi” e, invece, sul biglietto in alto a destra lampeggia in arancione la scritta “piccoli animali”.
Bene, le FS personalizzano i biglietti per gli animali!
Ottimo anche se, scritta così la cosa, si è portati a pensare che esista anche una tariffa “grandi animali” e che, pertanto, mucche e cavalli possano viaggiare nei nostri stessi scompartimenti (non si capisce bene come potrebbero salire sul treno, ma questo è un dettaglio).
La gente, in attesa del treno in ritardo, affolla la banchina: spuntiamo dal sotto passaggio e Socks è subito “in ferma”!
E’ l’ora di pranzo e tra le mani dei passeggeri oscillano panini e altre leccornie.
Il naso lo trascina prepotentemente verso un cartoccio di caldarroste: niente da fare, l’attenzione è ricambiata e, prima di riuscire a spingersi più in là, Socks si è sbafato circa metà del contenuto sotto gli sguardi compiaciuti dell’acquirente.
Vergognandomi come un verme per il danno mangereccio lo trascino via verso la fine del binario, luogo solitamente poco affollato.
Certo, non incontriamo la stessa ressa presente all’uscita del sottopassaggio… ma lo sparuto gruppo di personaggi si organizza subito in un Socks Fan Club.
E’ proprio vero… viaggi da sola e non ti si fila nessuno, ci vuole il cane per farsi notare!
Finalmente l’Intercity si accosta alla banchina, saliamo sull’ultimo vagone che, al solito, vede una scarsa presenza di passeggeri.
Con mio sommo rammarico realizzo di trovarmi nella sezione “fumatori”, ma decido di scendere a un compromesso: io accetto il fumo loro e loro… accettano il cane mio!
Lo scompartimento è condiviso con una signora molto ben disposta nei confronti del cane e con un tizio che… tutto rannicchiato contro il finestrino ci guarda a metà tra lo sconvolto e lo schifato trincerandosi dietro i paginoni del Corriere della Sera.
Il treno si mette in moto e Socks è un po’ spiazzato da questa mossa a sorpresa: cosa si muove?
In che senso si muove?
Perché si muove?
Aiuto!
Fa un paio di giri su se stesso, tenta una scalata al sedile e poi un’accostata al tizio cinofobo che, com’era prevedibile, arriccia labbra e sopracciglia e si rannicchia ulteriormente.
La signora sorride ed esco in corridoio per “farlo guardare dal finestrino”: pur sapendo che non ci capirà molto è un tentativo per mettermi la coscienza a posto.
I tre secondi di permanenza in corridoio bastano per far uscire altri setter fan dai rispettivi scompartimenti, “uh che bello!”, “che bravo” e via dicendo: questo cane sarebbe capace di svegliare un orso in letargo, penso tra me.
Sentendomi alla stregua del manager di Brad Pitt, riporto Socks nello scompartimento lontano da fans e paparazzi. Finalmente si addormenta distendendosi comodo al suolo, non senza aver prima gironzolato, sadicamente, intorno al cinofobo!
Giunti alla stazione centrale ci incamminiamo verso la metropolitana, la linea gialla per l’esattezza.
Il mio percorso si svolge normalmente sulla verde e non mi ero mai accorta che ci fossero così tanti gradini per arrivare alla gialla: è forse colpa del cane? “Sooooockssssss non tirareeee, la mamma non è una slitta, si scivola!”
Giunti in maniera rocambolesco a livello della linea gialla non resta che entrare, timbro il biglietto e “Socksino, su dai, passa in mezzo”, esortato: lui passa tra i cancelli della metropolitana e dopo poco siamo sui binari.
Il cane sale senza fare storie: a differenza dei treni la metropolitana non ha gradini alti e l’ingresso è a livello del suolo, il che facilita l’approccio “canino” oltre che quello umano.
Il vagone è affollato, più del solito forse o, per lo meno, più della mia solita Linea Verde: trovo un posticino in disparte e subito Socks si deposita comodamente sul pavimento.
E’ il suo secondo viaggio in metropolitana e, forse, l’esperienza precedente gli insegna che va tutto preso con filosofia: però prende l’idea fin troppo alla lettera, spalmandosi fino ad occupare lo spazio vitale di 3-4 passeggeri in piedi!
Eppure, nonostante le dimensioni fattesi “ingombranti”, continua a mietere simpatia e sorrisi, a far affiorare domande e commenti gradevoli sulle labbra della gente.
Sì, quella stessa gente fredda, asciutta, scostante e sempre di fretta che popola le metropolitane milanesi.
Il cane, una piccola presenza “rurale”, rivela la capacità di riportare tutto ad una dimensione più umana e funziona come catalizzatore di contatti umani: provare per credere!
A viaggio concluso scendiamo affrontando, questa volta in salita, gli innumerevoli gradini: l’effetto slitta, o meglio ski-lift, è adesso molto, molto gradito.
Tornati alla luce ci dirigiamo, tra un’annusata e l’altra, verso il punto di ritrovo che, una volta raggiunto, Socks non mancherà di decorare con “effetti speciali” che richiedono una rapida rimozione.
Rimosso il tutto e incontrati gli amici ci avviamo verso un barattino, noto per la bontà dei panini, in cui ci auguravamo ingenuamente di pranzare con il cane. Niente da fare, sulla porta sta appeso il famigerato cartello “Noi non possiamo entrare” e a nulla valgono pietismi e tentativi di spiegazione.
Nel  terzo millennio negozi e locali si dividono ancora in due categorie: i cinofili (o pet friendly) e i cinofobi.
Nei primi il cane avviene accolto volentieri, finisce subito al centro dell’attenzione, raccatta coccole e spuntini (conosco una pizzeria in cui i camerieri portano ai cani pacchettini di grissini), e viene, insomma, festeggiato come un piccolo lord.
Nell’altro tipo di locale non si entra o, se si entra, si è spiati con una web cam virtuo-mentale dal gestore che, associando l’animale ad una piccola mina vagante, teme il peggio ed è pronto a disinfestare l’ambiente con detergenti capaci di mettere a dura prova il virus della Sars.
Ora, rischiando di ripetermi e andare fuori tema, è oggettivamente vero che in Italia esiste una popolazione di cani ineducati: ma è altrettanto vero che si sono fatti, e si stanno facendo, passi da gigante nell’educazione del cane alla vita di buon cittadino.
Quindi, perché non scrostarsi di dosso un po’ di pregiudizi e dare una chance?
Fosse stato per me avrei cambiato locale, ma c’erano altre persone interessate ad un determinato panino, quindi si decide di mediare: loro entrano, procurano le vivande, io li aspetto fuori cane-munita, poi andremo a mangiare da qualche altra parte.
Solo dopo aver preso in mano i panini ci siamo resi conto di… non sapere dove andare!

Un parchetto con giochi per bambini poco più in là sembra il luogo ideale.
Già, sembra:  sembrerebbe, se non fosse per un altro bel cartellino anticane. Decido di non saper leggere, ci sediamo e pranziamo tranquilli (si fa per dire… non si mangia mai tranquilli con un setter intorno!), sloggiati poi da una fastidiosa e incalzante pioggerellina.
Poco dopo il pranzo riparto, il tragitto è lo stesso, si ricomincia dalla metro gialla: il controllore teme non abbia timbrato il biglietto del cane e si fa piccolo piccolo quando si accorge di aver preso un granchio.
Terminata la serie infinita di scale trainata dalla renna-Socks stiamo aspettando la metro e, in un attimo di distrazione e allentamento di guinzaglio, il folle folletto mette le zampe addosso a una ragazza in attesa del treno.
Mi sono vista scorrere davanti agli occhi la prima pagina del Corriere della Sera con titolone “Setter aggredisce ragazza in metropolitana”… scusi scusi.. mai fatto eh…non voleva… è bravo… non so cosa…
La tizia ride, fortunatamente è cinofila e spiega che in realtà l’assalto era stato motivato da…una caramella!
E il tutto si risolve in coccole, leccatine e bacini.

Il viaggio prosegue tranquillo fino alla Stazione Centrale dove incontriamo una vecchia conoscenza del mio ex gruppo di protezione civile.
Si prende lo stesso treno, l’IC delle 15.10 proveniente dalla Svizzera, molto svizzero, molto pulito e molto bello ma che ha un unico, grosso difetto: è sempre pieno!
Noi siamo in anticipo e troviamo posto in quello che dovrebbe essere, in linea teorica, un vagone tranquillo, con poco via vai di passeggeri.
Lo spazio è scarso e Socksino si tappetizza, a mo’ di pelle di orso, tra i sedili e il corridoio: dove purtroppo si trova a costituire un involontario isolotto nel non ipotizzato flusso di passeggeri.
Con mia grandissima sorpresa nessuno si lamenta dello “scoglio” da superare: non vogliono che lo si faccia spostare, né che lo disturbi, fanno manovre circensi per portare avanti valige e valigione, c’è persino chi si offre di cedere un posto più appartato per il cane, altri (il vagone non è diviso in scompartimenti) si alzano per venirlo a salutare.
Eccettuata l’involontaria calpestatina di un pezzo di orecchio da parte di un tizio un po’ [omissis], il cane viaggia benino e arriva alla stazione di Pavia sano e salvo, pronto per la prossima avventura su rotaie: Transiberiana o Orient Express?

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2 Commenti

  1. è vero, il setter inglese non passa inosservato!Se vuoi “dare nel occhio”vai in giro con un setter.è un po quel” cane da rimorchio” di qui parlava Valeria in un articolo! HIHIHI!!

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