sabato , 18 novembre 2017
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Educatori e addestratori: litigano tra loro, ma per qualcuno sono tutti ugualmente “cattivi”

Dopo la pubblicazione dell’articolo (scherzoso) “Quelli che…fanno UD”, ho letto un commento su FB che mi ha rattristato un po’. Diceva così: “spero che i centri cinofili aprano le loro menti e smettano di continuare a presentare corsi di utilità e difesa, il mondo dei cani è fatto di ben altro“.
Be’…che sia fatto ANCHE di altro, per carità,  è poco ma sicuro: ma perché non può essere fatto “anche” da una disciplina che rappresenta una delle più antiche e naturali applicazioni delle doti canine?
Sicuramente, su questo atteggiamento mentale (molto diffuso), hanno influito pesantemente i politici e di conseguenza  i media, dalla famigerata ordinanza Sirchia in poi.
Sono stati loro i primi a criminalizzare l’addestramento alla difesa, paragonandolo  – di fatto, se non nelle intenzioni – a quello dei cani di combattimento e utilizzando frasi sibilline e di difficile interpretazione (oltre che inesatte) come “addestramento teso ad aumentare l’aggressività”.
Ma finché lo diceva Sirchia, non mi stupivo più di tanto, visto che la sua ordinanza (che, se ricordate, considerava “pericolosi” tutti i cani del gruppo 1 e 2, compresi quindi zwergschnauner, pinscher nani e via ridicoleggiando) aveva messo pienamente in luce la profondità della cultura cinofila dei nostri governanti.
In seguito, però, ho dovuto constatare che il ministro aveva fatto sua un’opinione assai più diffusa di quanto non credessi: quella secondo cui l’addestramento (soprattutto, ma non solo, quello alla difesa) non solo incattivirebbe i cani e li renderebbe “pericolosi”…ma rappresenterebbe anche una forzatura, al limite della crudeltà, sui nostri poveri quattrozampe.

Una prima avvisaglia la ebbi qualche annetto fa, partecipando a due puntate successive di “Uno mattina”, nello spazio dedicato agli animali. La prima puntata riguardava il Cane di San Bernardo ed io me ne stavo lì a commentare un bel gruppo di paciosi cagnoloni quando, pronunciando la frase “questa razza non ha bisogno di addestramento” (e intendendo dire che il  San Bernardo ha un istinto spontaneo per il soccorso) mi sentii caldamente appoggiare da Irene, la conduttrice, la quale però intendeva tutt’altra cosa: ovvero, ce l’aveva con l’addestramento in assoluto!
Il giorno dopo si sarebbe dovuto parlare di “cani pericolosi” (era il 2004, se non erro, quindi si era ancora sull’onda del casino mediatico cinofobo dell’anno precedente) ed io mi ero preparata un po’ di argomenti interessanti, da sciorinare a velocità supersonica nei sei minuti disponibili…ma mi ritrovai nuovamente a discutere con la conduttrice che, quando nominava l’ “addestramento alla difesa”, sembrava parlasse di infernali gironi danteschi. Ma anche se si parlava di semplice “educazione” partiva in tromba con frasi come “poooovero cane! Perché costringerlo a fare quello che vogliamo noi e non lasciargli vivere la sua vita?”
La discussione proseguì  dietro le quinte, e ascoltando le motivazioni di Irene (animaliste al cento per cento, ma anche disinformate al trecentodue per cento) decisi di fare una mini-inchiesta su un gruppo di persone, cinofile e non, a cui buttai  lì con nonchalance la domanda da un milione di euro: “Che ne pensate, in generale, dell’addestramento del cane?”
Le risposte mi fecero capire che chiunque ami gli animali in generale, e i cani in particolare, si stava indirizzando verso due canali uno più pericoloso dell’altro.
Il primo era quello “anti-cane di razza”, che purtroppo non era certo una novità; mentre il secondo, e cioè il canale “anti-addestramento”,  rappresentava il nuovo tipo di impatto animalista sulla gente comune.
A distanza di sette anni, cos’è cambiato?
Niente.

L’equazione “cane addestrato=cane “incattivito” è ancora comunissima, così come è piuttosto diffusa l’identificazione dell’attacco sulla manica con l’addestramento dei cani combattimento (!!!).
Ma non è tutto qui.
Diversa gente comincia a condannare “qualsiasi” tipo di addestramento, esclusa forse la condotta al guinzaglio e l’educazione e non sporcare in casa (quelli son troppo comodi per non andare bene a tutti!).
L’agility è una brutta cosaccia che “costringe” i cani a comportarsi come  cavalli da concorso ippico (altra categoria di maltrattati, secondo gli animalisti), saltando ostacoli quando preferirebbero stare svaccati sul divano (i cani, non i cavalli). Evidentemente gli animalisti ignorano le urla di gioia che lancia il cane svaccato sul divano quando vede che i suoi umani prendono la borsa e si accingono a portarli al campo da agility, così come ignorano gli ululati entusiastici dei cani da slitta quando vedono un’imbragatura…e così via.
Ma ai teorici del cane “felice solo quand’è svaccato” (o quando si accoppia liberamente con qualsiasi cagna di passaggio, altra teoria diffusissima, andando così ad alimentare la popolazione dei rifugi), non va bene nessuno sport.

Il disc dog sembra un gioco divertente, col cane che salta per prendere il frisbee, ma in realtà è una disciplina creata appositamente per demolire i legamenti dei cani che la praticano
L’obedience e il free style sono sport “per cani da circo”.
Perfino i cani guida per non vedenti sono “ignobilmente sfruttati per il comodo degli umani”.
Si sta diffondendo, insomma, l’idea che il cane non dovrebbe mai essere “forzato” ad obbedire a ordini o a svolgere esercizi, ma lasciato libero di fare quello che preferisce.
Si condannano le gerarchie, si condanna il condizionamento, si guarda storto tutto ciò che non è “cane libero di farsi gli affari suoi”… con tanti saluti all’etologia e alle esigenze stesse del cane.

A chi dobbiamo dire grazie, se le cose stanno prendendo questa (bruttissima) piega?
Una buona parte di responsabilità, sicuramente, ce l’hanno i politici, come dicevo all’inizio:  anche dopo che l’ordinanza Sirchia è rientrata (a suon di pernacchie) ed è stata sostituita da altre che diventavano via via meno demenziali sul concetto di “cane pericoloso”, è rimasta sempre in vigore, in una forma o nell’altra, la storiella dell’ “addestramento=aumento dell’aggressività”. Questo ha sicuramente fatto grossi danni alla disciplina dell’UD… ma non c’è soltanto questo.
Purtroppo dobbiamo “ringraziare” anche le associazioni protezionistiche, che dovrebbero stare dalla nostra parte (un cane educato è un cane che non viene quasi mai abbandonato),  mentre ci remano contro alla grande,  “allargando” le proprie personali campagne a tutto ciò che ruota intorno al cane di razza, addestramento compreso.
Ma una bella fetta di responsabilità ce l’ha anche lo “scanno interno” tra i diversi tipi di addestratori.

Prima di addentrarmi in questo argomento, anche per spiegare meglio ciò che intendo dire, devo fare un passo indietro e tornare ai tempi in cui io gestivo la mia scuola di addestramento.
A quei tempi (che non sono poi così preistorici: parlo “solo” di una trentina d’anni fa) le alternative possibili per il proprietario di un qualsiasi cane erano solo due: o lo addestravi, oppure no.
Se la scelta ricadeva sul sì, allora si andava “al campo”, che (esclusi quelli per i cani da caccia, che non fanno parte di questo discorso) era di un solo tipo: era “il campo”, punto e basta.
Prima ancora, proprio quando io iniziai ad addestrare cani, non si andava da nessuna parte: o meglio, si andava al campo a mollare lì il cane, che si tornava a prendere dopo un mese o due.
Dipendeva dalla recettività del cane e soprattutto dalla bravura dell’addestratore. Siccome io non ero brava per niente, visto che ero appunto agli inizi, di mesi ce ne mettevo quasi sempre due, a volte anche tre.
A forza di dar nasate, procedendo per prove ed errori (soprattutto errori),  pian pianino migliorai pure io: però mi resi conto che lo stesso cane che con me lavorava decentemente, una volta restituito al suo umano – che a quei tempi si chiamava sempre e solo padrone – non è che proprio brillasse per velocità e correttezza di esecuzione.
Anzi, spesso non  eseguiva un beato tubo, tanto che ero quasi sempre costretta ad invitare il padrone a una settimanuzza (a volte due) di lezioni supplementari, per riuscire a spiegare a lui cosa doveva fare per farsi obbedire dal cane.
Dopo un po’ cominciai a chiedermi “ma perché devo addestrare prima il cane e poi il padrone? Non sarebbe meglio fare entrambe le cose insieme?”.
Però, da brava pirla, non ebbi mai il coraggio di proporre la cosa…almeno  fino a quando inglesi e americani, quasi in contemporanea, non lanciarono la grandissima innovazione dei corsi cane-padrone.
A quel punto li adottai di corsa anch’io (credo di essere stata una delle primissime persone in Italia a tenere corsi di questo genere): con risultati disastrosi.
I proprietari di cani arrivavano lì già porgendomi il guinzaglio, e io gli dicevo: “No, no… il guinzaglio deve tenerlo lei. Qui lavoriamo con cane e padrone insieme”.
Risposta: “EHHHHHHHHHHHHHHHHH?!??!”
“Sì sì, perché vede, il cane deve riconoscere il padrone come leader, guida e blablabla…, quindi…”
“Ma no, non esiste, io non ho tempo, ma cos’è sta storia, il cane io glielo lascio qua e ci pensa lei!”…
Per un bel po’ scapparono tutti, insomma: tanto che cominciai a chiedermi se non fosse il caso di lasciar perdere.

Però tenni duro, conscia che quello era l’unico modo sensato di lavorare…e pian pianino (MOLTO pianino: il mio primo “corso collettivo” comprendeva lo strepitoso numero di due allievi) la cosa cominciò a funzionare: all’inizio solo con gente che voleva fare gare, poi anche con padroni “normali” di cani normali.
Però il mio era sempre un  “campo punto e basta”, nel quale si seguiva normalmente un corso di obbedienza di base (comprensivo di alcune basi teoriche di etologia, psicologia, comportamento eccetera) e cui seguiva il cosiddetto “corso avanzato”, che avanzava in una direzione sola: quella dell’UD (a quei tempi solo “U”).
Infatti, al termine del corso di obbedienza (uguale per tutti) si poteva decidere se affrontare o meno gli esercizi di difesa (a scopo sportivo o per uso personale) e gli eventuali esercizi di pista (sempre e SOLO a scopo sportivo, anche se ho avuto una cliente il cui scopo primario era quello di insegnare al cane a ritrovare il figlio, undicenne con la spiccata tendenza a mettersi nei guai e soprattutto a perdersi).
Dipendeva ovviamente dal cane: col volpino ci si fermava al primo corso, col  pastore tedesco o il dobermann proponevo il secondo.
L’ultima scelta era tra l’accontentarsi di un cane ben educato o il proseguire con la carriera sportiva: ovvero con le prove di utilità, perché solo questo passava il convento (o meglio, c’erano anche le prove di caccia: ma Valeria Rossi e caccia non sono mai potuti stare nella stessa frase).

Stando così le cose, sul mio campo (e su quasi tutti gli altri, esclusi quelli che si dedicavano esclusivamente al settore agonistico) trovavi una popolazione estremamente eterogenea: dall’anziana signora con Pucci che tirava al guinzaglio al prestante giovanotto pastore-munito che sperava di arrivare al terzo brevetto; dalla famigliola col meticcetto che abbaiava al postino al signore che voleva far diventare “un po’ più da guardia” il suo rottweiler fermamente intenzionato a coprire tutti di baci, ladri compresi. Se fosse arrivato anche un cavallo, come nella foto (anche se qui viene usato come elemento di distrazione), avrei accettato pure quello.
Ovviamente si cercava di dividere gli allievi in gruppi con interessi comuni, e con lo stesso livello di preparazione: ma almeno all’inizio, per le prime lezioni, c’era un clima da “siamo tutti qui per divertirci e imparare qualcosa con i nostri cani” che a mio avviso faceva un gran bene a cani e padroni…e che dava anche un’impressione allegra e giocosa a chi veniva a dare un’occhiata giusto per farsi un’idea di cosa fosse questo “addestramento”.
Cani e umani, bene o male, erano costretti a socializzare con soggetti diversissimi l’uno dall’altro per taglia, sesso, età, temperamento.
Chi veniva solo per risolvere un problema di abbaio o di guinzaglio spesso finiva per appassionarsi al lato sportivo, mentre chi arrivava solo “con il brevetto in testa” si ritrovava magari a chiacchierare con la padrona di Pucci , scopriva (volente o nolente) che c’erano molti modi diversi di “vivere un cane”…e a volte si rendeva anche conto che le coppe non sono tutto nella vita.
Infine, chi arrivava dall’esterno si trovava di fronte a un ambiente fatto di adulti e ragazzi, dobermann e volpini, anziane signore e pastori tedeschi, salsicciotti e palline, maniche e (giuro!) riportelli custoditi nella borsa fatta all’uncinetto.
Nessuno si sentiva mai “fuori posto”, perché in realtà c’era davvero posto per tutti.
C’era perfino la signora-con-volpino (più o meno: non ho mai visto sul campo un volpino di razza pura, ma tutti i meticci di tipo spitz venivano indicati così) che voleva provare a farlo andare sulla manica, perché “così magari mi difende, se capita qualcosa”.

E confesso che qualche volpino & affini, sulla manica (vabbe’: sul manicotto), ce l’ho lasciato andare davvero: anche perché molti di loro ci andavano entusiasticamente, sentendosi grandi cani da difesa… più o meno.
Però la sciura Maria era contenta (anche se le avevo spiegato per filo e per segno la differenza tra un security dog e un volpino che gioca con una manica). E per quanto facessimo SOLO difesa di tipo sportivo, e utilizzassimo SOLO il predatorio, devo raccontare un aneddoto che mi riempì di soddisfazione.  La pastora tedesca Tata (prego notare il nome), di proprietà della sciura Carmen, arrivò al campo perché la sciura Carmen aveva un’oreficeria e aveva recentemente subito una rapina. In quell’occasione la cagna “da difesa” (appunto la Tata) aveva disturbato, sì, il ladro: ma saltandogli addosso per fargli le feste, leccandogli tutta la faccia. Da qui il suo arrivo al campo.
La prima cosa che notai (oltre al tailleur e alle scarpe con tacchetti, non a spillo ma quasi, della sciura Carmen) fu l’innegabile bellezza della cagna: quindi le consigliai di portarla in expo. Il consiglio venne entusiasticamente seguito e la sciura Carmen, alla richiesta di vedere i denti, profferì la storica frase: “amore della mamma, fai un bel sorriso al giudice”, per la quale la sottoscritta (che aveva accompagnato il debuttante binomio) venne perculata per una dozzina d’anni a venire.
Ebbene: nonostante tutto questo (e molto altro che non sto a raccontarvi per pietà), quando il negozio della sciura Carmen venne nuovamente visitata da un ladro (perché evidentemente i malintenzionati della zona si erano passati parola), la Tata inchiodò il ladro contro al muro, dove rimase in attesa dei carabinieri  (maledicendo probabilmente quelli che gli avevano detto che nell’oreficeria c’era una cagna cretina).
La sciura Carmen, a quel punto, mi fece una propaganda mostruosa e del tutto immeritata (la Tata, molto probabilmente, era soltanto maturata: all’epoca della prima rapina aveva nove mesi, mentre quando sventò la seconda aveva ormai un anno e mezzo): però mi illudo ancora oggi che, tutto sommato, anche il mio addestramento abbia contribuito a far sì che la cagna capisse la differenza tra “estraneo inoffensivo” e “malintenzionato”.

Chiusa la parentesi storica, torniamo ai tempi moderni: dove chi decide di educare/addestrare il cane, tanto per cominciare, può scegliere tra duemila discipline diverse. Oltre all’UD ci sono obedience, agility, mondioring, fly ball, freestyle, pistage…e chi più ne ha più ne metta.
Inoltre si può scegliere tra tipi diversi di addestramento: gentile, tradizionale, “via di mezzo”, privato, sportivo…eccetera eccetera.
Tutto questo dovrebbe rappresentare un miglioramento, un grandissimo passo avanti rispetto ai “miei tempi”: ma non sono sicura che sia proprio così.
No, giuro: non sono una reazionaria, né una nostalgica, né una per cui “i bei tempi” sono sempre e solo quelli passati.
Sono ben felice che la cinofilia si sia allargata a nuove frontiere, tanto che cerco di tenermi aggiornata, anche se non allevo né addestro più, e  che mi piace gran parte di quel che leggo sulle nuove scoperte e sulle nuove metodologie.
Però NON mi piace affatto che il privato/neofita:
a) venga messo di fronte a una scelta così ampia senza che nessuno gli abbia mai dato le basi per capire e distinguere;
b) invece di trovarsi di fronte persone che tessono le lodi della propria disciplina e/o del proprio metodo, spesso (per non dire “quasi sempre”) si trovi di fronte persone che sparano a zero sulle discipline e (soprattutto) sui metodi altrui.

Il punto a) non è – o è solo in parte – imputabile a chi opera nel settore dell’addestramento: la cultura cinofila, in un Paese in cui ormai c’è un cane ogni tre famiglie, dovrebbe essere impartita seriamente dalle scuole, appoggiata dai media e magari regolamentata pure dall’ENCI… ma non può essere certamente delegata solo all’iniziativa privata.
Ma il punto b), accipicchia, è proprio figlio dell’iniziativa privata!
Sembra infatti che l’iniziativa privata cinofila abbia imparato benissimo dalla politica: non si presentano più programmi elettorali, ma si sputa su quelli degli avversari.
Chi arriva campo di addestramento “gentilista”, per prima cosa, sente attaccare i campi “tradizionalisti” (e viceversa); chi chiede lumi sull’agility sente parlar male dell’utilità (e viceversa). E così via.
Ci si divide perfino sui termini: ormai “addestratore” è solo quello che opera sul campo di utilità, additato dagli “avversari” (autodefinitisi “educatori cinofili”), come una sorta di domatore di leoni costantemente armato di sedia e frusta.
Dal canto loro, gli “addestratori” prendono in giro gli “educatori” considerandoli cinofili di serie B che scelgono di usare il clicker solo perché non sanno dire “bravo” al momento giusto…e potremmo andare avanti per secoli, ma il punto è sempre quello.
Il punto è che si sono create  fazioni anziché gruppi di persone che magari hanno scopi e metodi diversi, ma che “dovrebbero” avere in comune l’amore per il cane.
Si sono creati campi e operatori etichettati e schierati peggio di interisti e milanisti, che non cercano più il confronto e il dialogo per il bene del cane, ma pensano solo a chiudersi sempre più nella loro torre d’avorio privata (da cui gettare calderoni d’olio bollente sugli avversari).
Ormai ci sono campi su cui si possono vedere “solo” golden, Labrador e border collies, e altri frequentati “solo” da rottweiler e pastori tedeschi.
Ci sono campi “per vecchiette col bastardino” e campi “per truzzi col molossone ringhioso”: tutti l’un contro l’altro armati, pronti a sparlare, a svergognare, a sparare addosso a chi non la pensa come loro, non lavora come loro o non ha lo stesso loro tipo di cane.

Così, quanto arriva l’ordinanza idiota di turno…chi dovrebbe stare unito si divide; chi dovrebbe far fronte comune approfitta dell’occasione per tirar l’acqua al proprio mulino.
E chi paga lo scotto di tutto questo?
Innanzitutto il cane, ovviamente (e come sempre).
Ma qualcosa mi dice che lo stanno pagando anche gli stessi operatori del settore…perché mi sembra che si stia verificando un po’ la stessa cosa accaduta nel periodo post-Sirchia, quando la gente per strada non aveva più paura del pit bull o del rottweiler, ma strillava istericamente all’apparire di qualsiasi cane, anche se pesava mezzo chilo.
Oggi questo stesso effetto “macchia d’olio” si sta trasferendo all’addestramento: non è più “cattivo” solo l’addestramento violento, non è più “cattivo” solo l’addestramento alla difesa.
Si comincia a guardare con sfiducia e sospetto all’addestramento in genere, anche a quello più dolce e rispettoso del cane: perché alla fin fine, quando si lancia letame, è inevitabile che un po’ ne resti attaccato anche a chi lo tira.
Attenzione, quindi: perché questo stato di cose finisce per danneggiare tutti, “addestratori” ed “educatori”.
Ma va invece a favore di chi (forte di una bella ignoranza cinofila accompagnata da brillanti appoggi politici) caldeggia il cane libero di fare quello che gli pare e piace: il cane da divano, il cane straviziato, il cane ignorato, tutti i cani, insomma, tranne quelli addestrati (specie se con l’aggravante di essere di razza pura).
Peccato solo che il cane sia un animale sociale e gerarchico: peccato che abbia un bisogno vitale di essere guidato, indirizzato, educato e addestrato, perché altrimenti si stressa e si squilibra psichicamente.
Peccato che i cani stressati e squilibrati (anche se non sono di razza) prima o poi finiscano per mordere qualcuno (o per diventare insopportabili isterici, abbaioni, rissosi eccetera eccetera), perché sono cani snaturati: e in questo modo danno il “via libera” ai  cinofobi.
Forse vale la pena di rifletterci un po’ su e di smettere di litigare tra noi, cominciando a guardare fuori dal nostro orticello privato e rendendoci conto del rischio a cui stiamo andando incontro: quello di essere guardati (in massa) non più come persone a cui affidarsi con fiducia, ma come domatori da circo, impegnati solo a speculare su cani e padroni.
E qualcuno, purtroppo, lo è davvero: ma dovrebbero essere questi ad essere additati con ignominia, messi alla berlina e – se è il caso – anche denunciati. Non “tutti” quelli che si dedicano a una disciplina che non ci piace:  perché questo equivale a confondere, che so, il terrorista con “tutti” i musulmani. O l’extracomunitario delinquente con “tutti” gli extracomunitari.
Il che, fino a prova contraria, non mi pare che abbia mai portato niente di buono alla nostra civiltà: e non vedo perché in cinofilia le cose dovrebbero andare diversamente.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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