In questi ultimi tempi è successo abbastanza spesso che nei commenti ai vari articoli apparissero (nel bene e nel male) riferimenti alla scelta del “cane unico”, rapportata a quella del piccolo “branco” composto da due o più soggetti.
Per esempio, nel “vero Standard” umoristico del Cane Lupo Cecoslovacco, io consigliavo di prendere più di un cane perché le razze così fortemente “lupine” (e più lupino del CLC si muore…lui è proprio lupo per metà!) difficilmente riescono ad esprimersi in pieno “dialogando” con esseri imbranati come noi, che anche quando crediamo di parlare un perfetto canese riusciamo, al massimo, a balbettare qualcosa in canese maccheronico.
Immediate le risposte allarmatissime: “Noooo!!! Due lupi noooo! Se se ne prendono due, fanno branco tra di loro e non ci filano più neanche di striscio!”.
Eh, ma appunto… era proprio per questo che consigliavo la coppia o il gruppetto: perché avendo a che fare solo con gli umani, i cani (tutti i cani, ovviamente: non solo i mezzi lupi o i moltolupi) sono costretti a vivere in modo limitato.

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E’ un po’ come se un uomo adulto, con una cultura universitaria, venisse relegato su un’isola insieme a un gruppo di bambini di sei anni: che succederebbe, dopo un certo periodo di tempo?
Poiché i bambini non hanno alcuna possibilità di elevarsi fino al suo livello culturale, mancando loro lo sviluppo cerebrale necessario, io credo che alla fine sarebbe lui a “regredire” per adattarsi al tipo di società in cui deve vivere: e magari, dopo alcuni mesi, lo troveremmo impegnato a litigare per il possesso di un giocattolo, gridando cose come “non mi hai fatto nienteee, faccia di serpenteeee!”.
E adesso torniamo ai cani.
Io so bene che i cognitivisti ritengono che il cane sia in grado di elevarsi (quasi) allo stesso livello comunicativo dell’uomo, e che quindi un cane cresciuto in una famiglia umana (possibilmente in una famiglia guidata e seguita da un educatore cinofilo) possa diventare (quasi) un ometto a quattro zampe.
Può essere. Sinceramente ho ancora molti dubbi sull’effettivo significato di questi “quasi”, ma può essere.
Solo che non mi interessa più di tanto approfondire la mia conoscenza del tema, perché io vedo la cosa esattamente dal lato opposto.

Cane umanizzato? No, grazie!

Ovvero, per me il cane va rispettato in quanto cane e gli si fa un grosso torto cercando di trasformarlo in una specie di umanoide.
Quindi, quando penso a una famiglia con cane in relazione all’esempio che ho fatto poc’anzi, per me è la famiglia a rappresentare il gruppo di bambini di sei anni, mentre è il cane quello con la cultura universitaria.
In altre parole: a me piace che il rapporto cane-umano sia costituito da persone che si sforzano di caninizzarsi, e non da cani che dovrebbero umanizzarsi. Un po’ perché, se davvero fossimo noi gli “esseri superiori”, dovrebbe essere molto più facile per NOI capire loro, piuttosto che il contrario; un po’ perché il cane parzialmente “umanizzato”, anche con le migliori intenzioni del mondo, mi sembra – perdonatemi – una cosa profondamente innaturale.
D’altronde io sono sempre quella che ritiene di dover usare premi e punizioni, perché in natura funziona così. E sono sempre quella che ha passato dieci anni della sua vita seduta in un prato ad annotare tutto quello che facevano i suoi cani, senza (quasi) metterci mai becco.

Insomma, io sono una che preferisce cercare di caninizzarsi il più possibile anziché aspettarmi che si umanizzi il mio cane: quindi mi sento quasi costretta a dire che i cani, per sentirsi realizzati e non snaturati, devono vivere “anche” con altri cani,  oltre che con noi.
Perché gli altri cani parlano la loro lingua in modo forbito e disinvolto, anziché balbettarla.
Perché con gli altri cani possono creare rapporti di simpatia, antipatia, affetto, amore, che nella nostra società sono negati: se due cani si stanno caldamente sulle scatole, si fanno una bella litigata e si rifilano due morsi, al massimo uno dei due dovrà essere portato dal veterinario per essere ricucito, ma la cosa finirà lì.
Se al nostro cane sta antipatico il postino,  litiga con lui e lo manda al pronto soccorso, il giorno dopo riceveremo la lettera di un avvocato, il cane sarà portato via e messo in osservazione sanitaria e dal giorno dopo ancora nessuno vorrà più avere a che fare con noi, ormai etichettati come “proprietari di cane killer”.
Ovviamente nun se po’ fa’, e quindi noi inibiamo nel cane aggressività e mordacità… che però fanno parte della sua natura!
Estremo opposto: se due cani si amano, staranno sempre vicinivicini e – se gliene lasciamo la possibilità – si accoppieranno. Se un cane si innamora della proprietaria umana sarà un eterno frustrato che spera in qualcosa che non otterrà mai. Di nuovo contronatura a tutto spiano.
E di esempi ne potrei fare mille altri, ma ci arriverete sicuramente anche da soli.

Ora qualcuno sicuramente dirà: “AH! Ma hai detto tu stessa, qualche riga fa, che i cani si accoppieranno “se gliene lasciamo la possibilità”: e non solo, ma hai scritto più volte di essere favorevole alla sterilizzazione: e dove sta la naturalità in tutto questo?”
Ovviamente non c’è.
Però, un momento: io non ho mica detto che per “caninizzarmi” intendo mettermi una pelliccia sulla schiena e andare a vivere in un branco camminando a quattro zampe!
C’è stato, millenni fa e non certo oggi, una sorta di “patto” tra cane e uomo: un mutuo, reciproco scambio di favori che però non si è limitato a “tu dai una cosa a me (cibo, riparo) e io dò una cosa a te (ti difendo, ti aiuto nella caccia ecc.)”.
C’è stato anche il contraltare:  “io rinuncio a qualcosa per te e tu rinunci a qualcosa per me”.
Però il cane ha dovuto rinunciare ad essere un canide a 360°, adattandosi alla società umana.
L’uomo ha dovuto rinunciare solo a cose come starsene svaccato in poltrona quando fuori piove, o avere i sedili della macchina senza peli sopra.
Tra i due, quello ci ha rimesso di più è stato sicuramente il cane.
Per questo a me sembra che “abbia già dato” a sufficienza, e che dopo le privazioni “obbligatorie” (e legate al buon senso) imposte dalla nostra società non sia giusto infliggergli anche quelle che obbligatorie non sono: come, appunto, vivere sempre e solo con gente che parla una lingua aliena, ma che nella sua è – nella migliore delle ipotesi – poco più che analfabeta.
Il cane è un animale talmente adattabile che la lingua aliena prova pure a capirla: e noi siamo così deficienti che diciamo pure “Gli manca solo la parola”, considerandola – anche se teneramente e con tanto affetto – una lacuna.
Ma che faccia di tolla abbiamo?!?
Il cane è un animale a orientamento olfattivo: spesso di dice che  “vede col naso”, giusto per far capire che l’olfatto per lui è importante come la nostra vista. Noi, l’olfatto, ci ricordiamo di averlo solo quando sentiamo puzze o profumi violentissimi.
Il cane si esprime al 99% con la mimica facciale e corporea. Noi emettiamo suoni.
Il cane parla moltissimo con la coda: noi non ce l’abbiamo (e non solo: a volte la tagliamo via pure a lui).
Nonostante tutto questo, il cane CAPISCE quello che gli diciamo: e invece di considerarlo un genio, noi diciamo “eh, peccato che gli manchi la parola”.
E meno male, perché se parlasse un “ma vaff…” non ce lo leverebbe nessuno.

Tutto questo, però, significa che il cane è davvero un quasi-uomo? No, purtroppo no.
Nonostante il cognitivismo e la zooantropologia e tutte le nuove teorie (che comunque mi piacciono sempre più del behaviourismo, che considerava il cane come una specie di deficiente preda dei propri istinti), la “genialità” del cane nel capire il nostro linguaggio è soprattutto una questione di condizionamento. Se non ottenesse risposte positive o negative ai suoi comportamenti in risposta alle nostre parole o frasi, il cane non saprebbe mai cosa significa “vieni”, “palla” o “pappa”. Non è possibile prendere un libro illustrato, mostrare al cane il disegno di una palla e dirgli “palla”. Non è così che funziona la sua mente.
Il cane “capisce” e “risponde”, è vero: e non risponde solo al condizionamento classico, ma anche a quello operante. Ma qui si fermano i collegamenti con la psiche umana (anche se giù su questo si può lavorare, e tanto, per creare un rapporto).
Per tutto il resto, il cane è un cane: parla il “canese” e si rapporta in modo molto più naturale con i suoi simili che con noi.
Ecco, io non vedo perché dovremmo negargli questa possibilità: possibilità che, ovviamente, non si può esprimere al massimo con i “colleghi” del parchetto o del campo, perché quelli NON sono membri del suo branco. Sempre antropomorfizzando un po’, possiamo dire che c’è la stessa differenza che c’è, per noi, tra il confidarci con il nostro migliore amico e scambiare due parole in ascensore con un semplice conoscente.

Per questo, ovviamente quando e se ce n’è la possibilità, io consiglio sempre almeno una coppia di cani. E se si può anche più di due, ovviamente badando a mettere insieme soggetti compatibili per sesso, età e così via.
C’è il rischio che “facciano branco”?
Certo che sì: e il rischio è tanto più alto quanto più la razza è “lupina”.
Solo che non dovremmo vederlo come un rischio, bensì come un’opportunità che offriamo ai nostri cani, proprio per rispetto a quella loro natura che tanto spesso, per un motivo o per l’altro, siamo costretti a castrare o a limitare.

I miei cani vivevano così…

C’è il rischio che, facendo branco, ignorino gli umani?
Se gli umani se ne stanno arroccati sulla torre d’avorio degli “esseri superiori”, probabilmente sì: però la mia esperienza personale è assai diversa. I cani del mio allevamento hanno sempre vissuto in branco (o meglio, in diversi “branchetti” compatibili), ma hanno sempre lavorato anche con me, e (modestia a parte) con risultati che non erano proprio malaccio.

E se è vero che i pastori tedeschi, pur di lavorare e rapportarsi con gli umani, sono disposti a mettere da parte tutta la loro caninità, perché la loro selezione li ha resi iper-docili e iper-servili… è anche vero che gli husky stanno all’estremo opposto: se non sono lupini come il CLC, poco ci manca.
Eppure, nove volte su dieci, quando chiamavo il branco per metterlo nei box a fine giornata arrivavano tutti di corsa al primo richiamo, senza che avessi neppure bisogno di uscire di casa (e se non ci credete, vi mostro pure le foto. Sono vecchie e sbiadite, ma il concetto spero che si capisca!).
Se chiamavo un singolo cane per farlo lavorare un po’, lui mollava il branco e arrivava tutto scodinzolante.

..ma bastava chiamarli perché facessero così (il famoso “Richiamo della finestra”: Jack London mi fa un baffo)

Ma non perché io fossi chissà quale mitica figura di “capobranco”: semplicemente perché sapevano tutti che, quando li chiamavo, c’era da fare qualcosa di divertente con cui avrebbero conquistato bocconcini o gioco.
Condizionamento pure questo, ovviamente.
Però ho la presunzione che lavorassero così volentieri ANCHE perché, per tutto il resto del tempo, si erano fatti gli affaracci loro, come veri lupastri in libertà, parlandosi e dialogando e rapportandosi con qualcuno che li capiva.
Più che il capobranco, forse, io ero il giocattolo:  il passatempo un po’ diverso.
Poi ci sarebbe anche da dire che i miei cani mi hanno sempre voluto un sacco di bene… e magari anche questo c’entrava qualcosa: però è troppo retorico e quindi non lo dico.

NOTA: questa era soltanto una disquisizione “filosofica” sull’opportunità di avere più di un cane in casa. Immagino che molti lettori avranno pensato “sì, ma chissenefrega! Io volevo sapere se diventa più difficile gestirli, se devo cambiare macchina, insomma tutte le cose pratiche a cui non si è neppure accennato!”.
Ma l’omissione è stata voluta: e lo è stata perché ho appena scovato un altro articolo, di Francesca Capodagli, che affronta proprio il tema del “figlio unico o branco” visto dal lato pratico.
Dire le stesse cose in due sarebbe stato inutile… quindi io, per stavolta, mi sono limitata a filosofeggiare un po’: per  le applicazioni nella vita di tutti i giorni passo parola a Francesca!

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30 Commenti

  1. Già che ci sei, c’é il link a quell’articolo “pratico”? 🙂

    Tornando invece al filosofeggiare… sono assolutamente d’accordo con te sul fatto che i cani abbiano il sacrosanto DIRITTO di poter vivere con almeno un proprio simile, perché la relazione che possono instaurare con noi, per quanto meravigliosa, non sarà mai completa e profonda, a livello comunicativo, come quella con un altro cane. Però c’è sempre un però (e che palle sti però): mi è capitato di osservare (e a volte di lavorare) con numerosi cani che vivevano in due o più sotto lo stesso tetto, e non sempre le cose erano tutte rose e fiori. Senza arrivare a farsi del male fisico tra loro, ci sono una MAREA di cani che (generalmente per problemi di socializzazione, gestione, e simili) spaccano letteralmente i cosiddetti al fratello o alla sorella… la convivenza c’è ma uno dei due subisce pesantemente la presenza di un altro individuo che magari é prepotente, possessivo, vessatorio, ansioso, insicuro/aggressivo… una vita quasi d’inferno che più volte ho sentito descrivere dai proprietari “Eh, sì, loro giocano così” …peccato davvero che manchi la parola al cane che subisce certe cose perché altro che un vaffa si prenderebbero quei proprietari (certo che i cani ce ne tirerebbero parecchi di vaffa).
    Ben vengano i gruppi sociali equilibrati e solidi (non solo “compatibili” nel senso che non si sbranano!) ma bisognerebbe suggerire a tutti quelli che vogliono tenere più di un cane di moltiplicare per 10 e più il loro sforzo nello studio del Canese (e specificare che NON BASTA osservare, occorre proprio STUDIARE: munirsi di libri con basi scinetifiche, frequentare corsi seri, altrimenti si rischia di fraintendere e interpretare in maniera distorta il tutto, e pensare che i cani giochino sempre) perché se un singolo cane finisce per dover “parlare” solo con noi, con due o più cani devi sul serio riuscire almeno vagamente a capire cosa si dicono fra di loro per poter essere una guida credibile.

    • @Elena: l’articolo pratico l’ho messo online contemporaneamente a quello “filosofeggiante” 🙂
      Per quanto riguarda la compatibilità…una cosa che bisognerebbe ricordare, per esempio, è che i fratelli in media si detestano mooolto più di due cani estranei (probabilmente perché si sentono sempre in competizione, da cuccioli in poi). Le sorelle sono meno a rischio, ma pure loro, quando entrano in conflitto, ci vanno giù molto più dure che due cagne estranee.

      • Adesso come adesso mi vengono in mente, come fratelli di sangue, solo due pastori maremmati tenuti in casa+giardino, e loro andavano benissimo, invece ho in mente almeno 3 casi di “fratellastri” (clienti di colleghi ma che ho potuto vedere per più di una sessione in campo) di cui uno dei due (anche di sesso diverso) era assolutamente oppressivo sull’altro… ma non sto parlando di “litigate”, eh, sto parlando ad esempio di un cane che non permette all’altro di fare nulla, a momenti nemeno di respirare, perché (il primo) ha dei problemi comportamentali che i proprietari magari nemmeno rilevano (e magari ti chiamano per l’altro cane, che dopo un po’ di questi trattamenti giustamente sta per dare di matto).
        Comunque non capisco bene com’é che pure trovandomi sostanzialmente d’accordo con quasi tutto quello che dici, quando abbiamo degli esempi sono spesso molto discordanti… è buffo, mi domando se c’é una ragione di qualche tipo… magari che io mi occupo prevalentemente di meticci e di cani adottati (ma non è nemmeno vero al 100%…) mentre tu hai più esperienza con i cani di razza… boh!

  2. in casa mia in questo momento il rapporto è di 1 umano per ogni 9 cani… sì, siamo in due e viviamo con DICIOTTO meravigliosi pelosauri, quindici dei quali, essendo adulti, passano con noi anche la notte (gli altri, i piccolini, hanno comunque una ‘nursery’ in casa a una parete di distanza dalla camera da letto). Come tutte le sere scrivo con un cane in grembo e un altro dietro di me, sulla poltroncina (ok… quasi tutti sono cocker americani, per fortuna non extra large)… i miei cani fanno branco: hanno le loro piccole lotte rituali, le gerarchie, i momenti di gioco tra simili; ma questo non impedisce a nessuno di loro di adorarmi, di cercare ogni occasione per starmi vicini, di essere palesemente felici della mia presenza. Io penso di essere fortunata: dalla vita ‘in branco’ si imparano tante cose ogni giorno. Alcuni dei miei cani purtroppo sono arrivati qui con problemi comportamentali, ma con l’aiuto mio e degli altri siamo sempre riusciti ad aiutarli, perfino in un caso in cui un sedicente addestratore aveva consigliato di ‘far addormentare’ il cane in questione (una meravigliosa femmina che mi ha dato due cucciolate stupende, il cui unico ‘difetto’ è stato di nascere nel posto sbagliato e di essere maltrattata quando era molto piccola). Certo, non è un’esperienza che consiglio a chi lavora spesso fuori casa, però posso garantire che il fatto di ‘fare branco’ non toglie proprio nulla al rapporto con gli umani, anzi… è un mondo tutto da scoprire!

    • ah, dimenticavo: MAI, MAI MAI ho dovuto portare un cane dal veterinario perché ferito da altri membri del branco, a volte tra loro hanno atteggiamenti che ai nostri miopi occhi umani possono sembrare ‘violenti’ ma non è assolutamente così. L’unica precauzione che prendo è tenere rigorosamente separate le femmine in calore, per il resto la convivenza è veramente bella 🙂

      • Anzi, quando si ha un gruppo sociale solido ed equilibrato é molto frequente che inserendo un individuo con dei problemi comportamentali, questi vengano risolti perché dopo un po’ si “allinea” all’armonia del gruppo! Il “problema” è che purtroppo non ci sono molti gruppi sociali ben formati in giro! Complimenti per la tua super-famiglia!

  3. menomale che avevo pregato di non andarci pesante a far venire sensi di colpa ai proprietari di figli unici 😀
    ogni tanto ci lascio il cuore su qualche adottino, ma ora non è il momento adatto.. poi penso che quando lo sarà vorrei far scegliere alla mia pelosa il suo compagno di vita, lei tollera tutti ma è raro che trovi qualche quadrupede che le faccia proprio simpatia tanto da invitarlo al gioco 🙂

  4. Ma l’istinto di “far branco” non è per lo meno attenuato nelle razze da compagnia, fatte per stare con gli umani? Non vorrei dire cavolate ma sono estremamente curiosa e non mi piace avere dubbi su queste cose 😛

    • Secondo me no, però attenzione che per dei cani fare parte di un branco non significa affatto non riconoscere più il ruolo di guida del loro umano… questo succede solo se l’umano come guida fa un po’ pena!
      …nel quale caso il problema non é nel cane ma nell’umano! 😉
      Se sei un buon leader lo sarai per un cane come per due, o tre…

  5. io adoro il mio branco… e il mio branco adora me. non è vero che fanno branco e non ti ascoltano più, anzi se ti accrediti i primi arrivati tutti quelli che arrivano dopo si accodano adorandoti anche loro… chiaro se uno si fa mettere i piedi in testa dal proprio cane, diventa un disastro da gestire ma se uno ci sa fare un minimo a parte i costi e lo spazio…alla fine non è che sia così più impegnativo, poi mi perdo ore a guardarli… e quando ci sono cuccioli in giro non può che farbene sia ai cuccioli che ai grandi, la convinvenza.unico accorgimento, meglio prendere un nuovo cane solo quando il più giovane ha almeno un annetto, per evitare conflitti fra i coccioli, e per finire il “grosso” dell’educazione dell’ultimo prima di dedicarsi ad un altro.non che sia infattibile ma ci servono accorgimenti che insomma, meglio così secondo me.
    se il più grande ha almeno un annetto in più aiterànell’educazione del nuono arrivato sennò può succedere che sia geloso che i litighino che vadano in conflitto o che “metta sotto” troppo il nuovo arrivato specie se dello stesso sesso.

  6. Oddio, ora sono combattuta sul fatto di prendere o meno un’altro cane. Il punto è che, essendo proprio alle prime armi, già nei momenti di sconforto sento di non essere all’altezza del compito di gestire un cane, figuriamoci se si tratta di due cani… però questo articolo mi ha davvero aperto gli occhi su un’aspetto che non avevo mai preso in considerazione… non so cosa fare 🙁

    • Suggerimento: prenditi ancora un po’ di tempo per approfondire e migliorare il tuo rapporto con il primo cane e per imparare il più possibile (leggi libri, frequenta qualche seminario interessante, facendo attenzione al fatto che i docenti siano di quelli che rispettano il cane e lo considerano un individuo con un cervello che funziona)… e poi “lanciati” che averne due é sì un po’ più impegnativo, ma é anche immensamente gratificante! Ed é tanto più gratificante quanto più tu riesci a comprenderli a fondo, anche nelle loro interazioni, e quindi ad essere per loro una guida coerente a cui si rivolgeranno con fiducia.

  7. Perdonami Valeria ma da quando “i cognitivisti ritengono che il cane sia in grado di elevarsi (quasi) allo stesso livello comunicativo dell’uomo, e che quindi un cane cresciuto in una famiglia umana (possibilmente in una famiglia guidata e seguita da un educatore cinofilo) possa diventare (quasi) un ometto a quattro zampe”?
    Ovvero da quando cognitivismo e zooantropologia sostengono che il cane vada umanizzato? A dirla tutta è esattamente tutto, tutto, tutto il contrario, la zooantropologia rivendica invece proprio la necessità di recuperare un dialogo con il non-umano (con il cane nel caso specifico) proprio assumendo in prima persona la capacità di riconoscerne le puculiarità, le caratteristiche, le *diversità*, facendole proprie e ponendosi su un piano comunicativo comune che NON E’ quello umano.
    Non è un caso che la zooantropologia ponga un’accento ENORME sull’importanza della comunicazione non verbale con il cane…

    • @Sonia: in realtà il discorso è un po’ più complesso di così, e forse posso aver dato adito a fraintendimenti sintetizzandolo in una frase (uffa, però… quando sbrodolo mi dicono tutti che scrivo troppo, quando provo a sintetizzare non si capisce quello che voglio dire! Avrò mica sbagliato mestiere? 🙂 ).
      Provo a spiegarmi meglio qui: non intendevo dire che la zooantropologia antropomorfizza il cane nel senso più tradizionale del termine (vedi “cani bambinizzati” e affini), ma che usando – anche correttamente – il linguaggio non verbale, la mimica, la prossemica e tutto quanto fa parte della comunicazione canina, tende ad ottenere comunque che il cane si “umanizzi”, ovvero che si carichi di responsabilità, che ragioni sui problemi, che assuma decisioni, che affronti situazioni tipiche della società umana.
      Per questo dico che ci sforziamo tanto di parlare il suo lnguaggio…ma che alla fine lo usiamo per chiedergli di diventare un “ometto”, ovvero un essere che fa cose prettamente umane.
      E quando ne fa qualcuna che invece è molto canina (per esempio ringhiare a un umano) lo definiamo subito “problematico” e ci precipitiamo a “correggerlo”.
      Ecco, questo intendevo dire… spero di essere riuscita a chiarire, anche se in realtà questo sarebbe un discorso luuungo!

      • Per capirci, mi fai un esempio di responsabilità che verrebbero caricate sul cane o di decisioni che dovrebbe assumere?
        Ti premetto che io ho una formazione di questo tipo (o meglio, vengo da diverse scuole, da diverse “contaminazioni”, anche se l’approccio CZ è sicuramente quello che mi appartiene di più e che rappresenta meglio il modo di vivere il cane) quindi l’idea di confrontarmi mi stuzzica 😀
        Avrei anche da ridire sul discorso di definire “problematico” un cane che ringhia ad un umano e di correre a correggerlo: potrebbe essere un atteggiamento di un educatore (CZ o meno) poco esperto, magari alle prime armi. Di sicuro non è una direttiva della zooantropologia o del cognitivismo, anzi.

        • @Sonia: lo stesso ruolo “referenziale” che si attribuisce al cane, il concetto di “partner attivo” e così via sono carichi di responsabilità che vengono (più o meno consciamente) riversati sull’animale. Non lo si vuole usare come “oggetto”, e questo mi sta benissimo: ma non lo si vuole neppure guardare come “cane”.
          Lo si guarda come si guarderebbe un partner semi-umano (magari un po’ più debole di intelletto) a cui si chiede comunque di partecipare attivamente a una relazione, senza porsi il problema di come vorrebbe vivere lui: siccome, per quella che è la mia esperienza, nove cani su dieci vorrebbero vivere semplicemente con qualcuno che gli dice cosa devono fare, trovo che in questo tipo di approccio si carichi troppo il cane di responsabilità che lui non cerca e non vuole (e che infatti, in alcuni casi, vive con difficoltà).
          Esempi pratici? Non è facile farne, perché la zooantropologia “non” è pratica.
          E’ una teoria, sono tante belle parole (e anche belle incasinate: la prima volta che ho letto il “manifesto” di Marchesini ho dovuo rileggerlo daccapo perché non avevo capito un accidenti: e non mi sembra di essere precisamente analfabeta)… ma fino ad oggi non ho mai visto un vero “metodo zooantropologico” applicato a qualcosa di pratico (educazione, lavoro o altro): ne sento parlare da molti, ma poi vedo cani che continuano a fare le stesse cose di sempre (esercizi qua, sport là, pet therapy su, protezione civile giù).
          In compenso molti di quelli che fanno queste cose dicono di essere zooantropologi/cognitivisti.
          Buon per loro.
          Però, in pratica, cosa fanno di diverso dagli altri?
          Forse, dopo la teoria, qualcuno dovrebbe spiegargli meglio la pratica.
          Cosa ne facciamo di questo cane “referenziale”? Cosa ci aspettiamo da lui?
          Io vedo gente che si aspetta che sia il cane ad “offrire qualcosa” al loro rapporto (ma non sembrano sapere esattamente cosa: né loro, né il cane).
          Vedo, sento e leggo persone che si riempiono la bocca di termini roboanti e/o che parlano di studi di psicologia umana applicati al cane… ma alla fine, ai cani, continuano a far fare le stesse cose di prima: esercizi qua, sport là eccetera.
          Se devo proprio dirla tutta fuori dai denti…la zooantropologia mi sembra la descrizione di questa frase: “Il rapporto uomo-cane non dev’essere di sopraffazione, ma di collaborazione”… però spiegata in duemila pagine, e facendo credere agli umani che il cane sia un partner alla pari. Il che lo carica, eccome, di responsabilità: che di solito il cane non vuole affatto.

          • Mamma mia, quante cose, vediamo se riesco ad essere stringata 🙂
            Innanzitutto è verissimo che c’è un mare di gente che sostiene di lavorare in maniera zooantropologica/cognitivista e poi in realtà non lo fa affatto. Questo succede perchè in molti ritengono di sapere cosa sia l’approccio cognitivo-zooantropologico senza averci mai messo dentro le scarpe, né per formazione né per in-formazione :): i più (e sono tantissimi) sono convinti che per essere zooantropologici e cognitivi sia sufficiente mettere una pettorina, usare i bocconcini e far fare giochi di attivazione mentale al cane. Nulla di più lontano dalla realtà. Conosco un sacco di educatori che fanno tutte queste cose e usano un mero approccio behaviorista nel modo in cui conducono il processo educativo del cane. Ma son convinti di essere CZ per i motivi di cui sopra 🙂
            In secondo luogo, mi sorprende molto questo tuo passaggio: “Lo si guarda come si guarderebbe un partner semi-umano (magari un po’ più debole di intelletto) a cui si chiede comunque di partecipare attivamente a una relazione, senza porsi il problema di come vorrebbe vivere lui:”. No, non direi. Innanzitutto, per lo zooantropologo il cane non è un partner più debole di intelletto ma, come dicevo nel mio primo intervento, è diverso dall’umano ed è per questo che uno dei prerequisiti alla relazione è conoscere le caratteristiche etografiche, comportamentali, linguistiche, etologiche del cane, farle proprie e rapportarcisi con lo stesso rispetto che si avrebbe per un altro umano. Non ti considero mio pari in quanto “semi-umano”, ti considero mio pari in quanto portatore dello stesso diritto di essere ascoltato, protetto e messo nelle condizioni di avere una vita dignitosa e…… in linea con quelle che sono le TUE motivazioni.
            Quindi non mi torna nemmeno il discorso del non chiedere al cane cosa vuole dalla vita perché uno dei principi cardini della zooantropologia è proprio conoscere il cane nella sua soggettività, oltre che come membro di una specie molto precisa, e rispettare questa soggettività (cioè la tua storia come specie e come individuo).
            Nessuno ha mai detto di caricare il cane di responsabilità, anzi! Nell’approccio CZ tutto lo sforzo del proprietario deve essere rivolto per diventare un punto di riferimento FONDAMENTALE per il cane, colui che media tra il cane e il resto del mondo, quel qualcuno che gli dice cosa fare (chiamala leadership, accreditamento, come vuoi… ma conquistatelo! ;)). Lasciandogli comunque anche la libertà di esprimersi, garantendogli cioè il rispetto delle sue esigenze specie-specifiche. Un esempio è la passeggiata al guinzaglio: non esiste che sia condotta senza dare modo al cane di annusare in giro. Da una parte sono io che ti conduco, sono io che decido la direzione e richiamo la tua attenzione se è il caso; dall’altra, però, se mi cammini accanto tranquillo, hai tutto il tempo di esplorare e fare le tue pisciatine senza che ti tenga il capo teso in aria perchè “guai se ti fermi”.

            Mi dici che non vedi fare nulla di diverso dagli altri. Non è la forma, è la sostanza a cambiare. La zooantropologia non rifiuta a prescindere il fatto che il cane faccia obedience, che faccia agility, che faccia protezione civile o quant’altro, anzi, anche se tutte queste cose devono, in maniera prescrittiva, essere successiva ad una buona educazione e, dunque, alla costruzione di una relazione solida con il proprietario. Quello che rifiuta è il coinvolgimento del cane in queste attività al solo scopo performativo, dimenticandosi di chi sia e cosa voglia il cane. Ma se tu hai costruito la tua relazione con il cane, avete raggiunto un livello di sintonia eccellente, il tuo cane è felice ed entusiasta di fare delle cose con te, perché non farlo partecipare a delle attività un pò più impegnative? La cosa importante è il COME. E’ farlo sempre se e solo è motivato a farlo, è felice di farlo. E solo se è portato.
            Ti faccio un esempio: la pet therapy. Non tutti i cani, nemmeno quelli più educati e con il rapporto migliore con i loro conduttori sono portati per questo tipo di attività. Tu sei realmente zooantropologico solo se di fronte al tuo cane che tu hai tirato su con l’idea di coinvolgerlo in pet therapy e lui arriva a tre anni e ti rendi conto che non fa per lui, che non ama, per esempio, il contatto fisico invasivo…. decidi di rinunciare al tuo progetto lavorativo. Questo è rispetto, questo è coinvolgere il cane solo dietro il suo consenso.

            Quanti cani ci sono, invece, che fanno pet therapy *sopportando* le sedute perché l’umano ha deciso che *devono* fare pet therapy, anziché godendosele?

            Quindi, in definitiva, essere alla pari sì ma solo in termini di diritti (il che ha più a che fare con l’etica, semmai): dopo di ciò, però, il ruolo di guida, di mediatore, deve essere chiarissimo per il proprietario, il cane deve potersi affidare al 100% al proprietario, ma non dovrà mai diventare un burattino o uno strumento nelle sue mani. Gli sarà riconosciuta la sua soggettività e sarà messo nelle condizioni di esprimerla, anche a costo di rinunciare a dei progetti di parternship (cioè di coinvolgimento del cane nelle attività umane – vedi pet therapy o protezione civile o sport, ecc.) che il proprietario potrà aver immaginato in qualche tempo e in qualche luogo.

            Infine, certo che anche l’educazione secondo l’approccio cognitivo-zooantropologico si basa su “esercizi”: il punto è come vengono presentati al cane, QUANDO e PERCHè. Non si tratta semplicemente di attività in cui si insegnano dei comandi, ma ci sono dentro giochi, esperienze da fare insieme, attività di gruppo e tanto, tanto altro ancora. Si cerca di andare al di là del paradigma seduto-resta-terra-condotta-richiamo: si cerca di costruire una relazione.

            Infinissima (miii, è un argomento enorme..) c’è una cosa che tutti snobbano ma che secondo me, invece, è importantissima ed è il motivo per cui ad un certo punto io ho deciso di avvicinarmi a questa disciplina: il portato culturale della zooantropologia. Chi si forma in queste scuole (non tutti, purtroppo) fa anche una scelta culturale, prende con se stesso l’impegno di portare nella società odierna un diverso modo di vivere il cane, più rispettoso dell’animale e cerca di portare questo messaggio per le strade, nelle piazze, attraverso eventi ludici, coinvolgendo bambini e famiglie, nonché l’arte, la musica, la scultura, tutto ciò che mette in connessione l’uomo con l’animale. Perché uno degli obiettivi principali della zooantropologia è la valorizzazione dell’animale (non solo del cane), per superarne lo sfruttamento, il maltrattamento, l’estinzione e promuovere, invece, un mondo in cui l’animale e più in generale il *diverso* (leggi il gay, il disabile, l’extracomunitario, ecc. ecc.) siano visti come opportunità di crescita, non come nemici da abbattere. Il disegno della zooantropologia è quello di una società più tollerante, più aperta, multiculturale, ecologica. Non è un caso che la stragrande maggioranza degli eventi cinofili che cercano di avvicinare la gente comune all’educazione del cane, oggi, vengano condotti da persone che si sono formate in certe scuole e che ci siano spesso contaminazioni con l’ecologia. Non è che siano migliori o peggiori, sono persone che hanno fatto una scelta etica e culturale che va un pochino al di là della “semplice” vita con il cane. Io, almeno, sento moltissimo questo lato “filosofico” della mia scelta e so di non essere l’unica.

            Condivisibile o meno, certo. Ma zooantropologia è ANCHE questo.

          • Scusate l’intromissione, ma questo in questo commento (di Redazione) ci vedo dei preconcetti veramente forti… sia riguardo al fatto che al cane manchino certe parti di “cervello” (che invece attraverso l’osservazione ragionata dei comportamenti sociali complessi dimostra benissimo di avere) sia riaguardo l’approccio CZ, che, nonostante Marchesini sia un teorico (e secondo me un PESSIMO comunicatore, in quanto non si fa capire dal 99,9% della gente), ha anche molte applicazioni pratiche, che non si usano per fare questa o quella attività semplicemente perché vanno molto più in profondità e riguardano aspetti molto più sottili e allo stesso tempo più “totali” della vita del cane e della relazione col suo proprietario.
            Rigiro la domanda sul cane referenziale: che cosa ce ne facciamo di un *amico* referenziale? Mah, per esempio ci dialoghiamo stando ad ascoltare le risposte senza dare per scontato che a lui piaccia solo farsi dire da noi cosa deve fare!
            Lasciamo stare le “parolone roboanti” in bocca a mille persone che si definiscono “CZ”, perché é molto di moda e suona molto bene… il tuo riassunto “no spaffazione, sì collaborazione” è esattissimo… solo che anche pretendere che il cane non abbia alcuna volontà tranne che compiacere e fare quello che gli viene detto, per quello che mi riguarda è alla radice della sopraffazione, di una sopraffazione mascherata da qualcos’altro, ma pur sempre sopraffazione. “Io ti dico cosa fare e tu lo fai. Punto”. Quando invece i cani ci comunicano tutto il tempo, ci dicono il loro punto di vista, le loro idee, le loro sensazioni, ed é questo quello che loro offrono (oltre alla collaborazione) al nostro rapporto, e che viene perso per strada da quelli che ritengono che il cane non debba avere delle idee sue ma solo fare quello che gli viene detto.
            Bisognerebbe conoscersi dal vivo per spiegare bene e far capire in cosa consistono i lavori “pratici” che sono sostanzialmente diversi dagli esercizi tipici che si fanno col condizionamento operante… e la “sostanza” (la parte in cui sono sostanzialmente diversi) NON sono i bocconcini (che infatti si possono usare), ma gli scopi, le dinamiche, la motivazione… che purtroppo non sono cose che si riconoscono con i 5 sensi come una pallina o un boccone, e quindi la gente non si accorge nemmeno di quali sono (e poi pensa che in fin dei conti CZ e gentilismo siano quasi la stessa roba… argh).
            p.s. scusami Sonia se questo commento dice più o meno le stesse cose che hai scritto tu, ma molto meno bene, ma si tratta di una di quelle cose che esce “di pancia” e non ho resistito a scriverla.

  8. Ma figurati Elena, secondo me il tuo intervento ha focalizzato l’attenzione su un aspetto su cui io, invece, sono passata un pò in volata.
    In effetti, quel “dare per scontato che a lui piaccia solo farsi dire da noi cosa deve fare” è uno dei maggiori fraintendimenti che girano sull’approccio CZ, una delle critiche più comuni che vengono sollevate all’approccio… tipicamente da chi non lo conosce (ecco perché parlo di fraintendimenti). Mi sono sentita dire che, tutto sommato, chi lavora con l’approccio CZ fa fare al cane quel che gli pare (ed è quello che ho avuto l’impressione di leggere fra le righe della redazione, in effetti, quando parlava di carico di responsabilità… o sbaglio? ;)).
    Il punto è che… non è così :).”Dire al cane quello che deve fare” ha tanti livelli di contesto: sicuramente, come dice Elena, la zooantropologia rifiuta l’assunzione “tu sei il mio cane, quindi deve piacerti compiacermi, qualunque cosa io ti chieda, tu la fai senza troppe discussioni”. Il cane viene ascoltato (da qui il mio esempio sulla pet therapy), nelle sue motivazioni, nelle sue proposte, nelle sue curiosità e viene supportate nell’esprimersi in quel che A LUI interessa. Il che non vuol dire né assenza di disciplina, né assenza di ruolo da parte del proprietario, tanto che nelle decisioni critiche (es. come affrontare una situazione problematica in strada tipo un cane che minaccia dall’altra parte del marciapiede, un ambiente caotico e ansiogeno, qualunque cosa..) ma anche sul lavoro, il cane si lascia guidare dal proprietario concedendogli una fiducia che l’umano si è conquistato all’interno della relazione e, soprattutto, giorno per giorno.
    Quindi collaborazione sì, nel senso che fai leva su quelle interne motivazioni del cane in linea con le tue proposte ma questo non significa assenza di limiti, assenza di ruolo, assenza di disciplina. La disciplina rende liberi per la zooantropologia perché conferisce la capacità di esprimersi in maniera competente. Ma anche la ricchezza della conoscenza, dell’esperienza rende liberi, rende flessibili ed è per questo che si dà la possibilità al cane di sperimentare, di esprimersi, di proporre, di sollevare dubbi e di entrare in dialogo con noi.
    Questo, come si può immaginare, è altamente antitetico con chi sostiene ancora che non sia il caso di far fare una palizzata “in libertà” al cane, altrimenti gli si “rovina” la palizzata del circuito di agility (e faccio un esempio su tanti che ho sentito negli anni) 😉

  9. Scusate, rispondo qui perché la mia risposta vale sia per Elena che per Sonia: sono d’accordo nel rifiutare l’idea che “tu sei il mio cane, quindi devi obbedire perché io sono il tuo padrone” (ovvero perché ti ho comprato/adottato, punto). Ritengo, invece, che l’UNICO rapporto possibile tra cane e umano sia “Tu sei il mio cane, quindi devi essere felice di obbedirmi perché hai fiducia in me, perché ho conquistato la tua stima, perché ti ho dimostrato di essere un valido superiore gerarchico”.
    Senza questo tipo di rapporto, col cane non lavori e non vivi neanche bene, perché lui ti mette le zampe in testa (e poi tu magari chiami Cesar Millan!).
    Il dialogo con il cane io l’ho sempre visto (e sempre lo vedrò, temo)come una lettura dei segnali che lui ti manda per dirti se è felice, se è stressato, se si sta rompendo le scatole, se pensa che tu non valga una cicca come “capo” e così via: se arrivano segnali negativi tu devi modificare il tuo comportamento per far sì che diventino positivi…e questo è tutto.
    Se cominciamo a parlare di “dare la possibilità al cane di sperimentare, proporre e sollevare dubbi”, ecco che lo carichiamo di quelle famose responsabilità che mandano in confusione la stragrande maggioranza dei cani (ad eccezione delle menti davvero eccelse, che ci sono…e che però, di solito, a quel punto prendono il sopravvento sull’umano).
    Se parliamo di collaborare, di non prevaricare, di “dialogare” per capire i segnali del cane (e magari anche per mandargli segnali comprensibili) mi trovate pienamente d’accordo…ma questo è il modo in cui ho sempre lavorato, prima ancora che Marchesini vedesse il suo primo cane (mica per altro: solo per mia personale vecchiaia!).
    Se mi dite che devo mettermi al tavolo delle trattative con il mio cane e lasciar stabilire a lui cosa dobbiamo fare insieme, vi dico che questo è un approccio assolutamente innaturale e che 9 cani su 10 ne usciranno confusi. Io non dico che i CZ facciano fare SEMPRE al cane quello che gli pare: dico che basta farglielo fare *una* sola volta per perdere credibilità ai suoi occhi, cosa che non ci possiamo e non ci dobbiamo permettere. E non perché noi dobbiamo “sopraffare” il cane in qualche maniera, ma perché il cane è un animale sociale e gerarchico: quindi, o comanda o obbedisce. Punto.
    Le vie di mezzo non le conosce, il tavolo delle trattative non lo concepisce. Lo so che adesso si tende a negare le gerarchie pur di avallare il concetto del “dialogo” inteso appunto come “trattativa”…ma questa per me è una cavolata pazzesca.
    Certo, se poi si arriva ad estremi come quello della palizzata che si “rovina”…siamo a cavolate ancora maggiori: è un cane, non un robot! Però il cane “è” gerarchico e può affermare il contrario solo chi i cani li ha studiati solo in laboratorio.

    • Uhm, tanto per cambiare mi sembra che facciamo fatica a capirci e a farci capire…

      Prima di tutto, per quanto mi riguarda, la faccenda della gerarchia è ampiamente sopravvalutata. I “branchi” naturali, ormai è dimostratissimo, nel caso dei lupi sono vere e proprie famiglie (mamma e papà alfa, con figli, nipoti, zii, zie, ecc.); i branchi di cani randagi anche se non legati da rapporti di parentela sono gruppi collaborativi dove i leader sono i più abili e i più “carismatici”. I legami che tengono unito un branco si possono descrivere come affettivi E funzionali. Ossia: ci vogliamo bene, e ci dividiamo i ruoli per migliorare l’efficienza del gruppo e quindi aumentare la qualità della vita.
      Se facessimo un paragone “umano”, una delle immagini che secondo me rappresentano meglio la cosa é quella della fattoria di una volta, dove vive una famiglia allargata che lavora insieme per vivere.
      Se mi domando quale sia il valore dei rapporti gerarchici nella fattoria di una volta e in un branco, più o meno posso rispondermi la stessa cosa: è *ovvio* che ci siano, all’interno dei rapporti sociali del gruppo, delle differenze di status, ma sono mooooolto più flessibili della “gerarchia lineare” che ancora oggi è stampata nella testa di tanti “cinofili”. E soprattutto, così come nella fattoria, non è che la gerarchia nel gruppo sia in cima ai pensieri di tutti il 99% del tempo, questo non ha senso, anche perché se fosse così il gruppo morirebbe di fame e di stenti prima di aver finito di risolvere tutte le sue questioni, dato che sia i cani che gli esseri umani *crescono* e cambiano nel tempo, modificando di conseguenza anche i propri ruoli.
      Le gerarchie sottendono tutti i rapporti ma non sono quasi mai (quel quasi riguarda i famosi “scontri ritualizzati” e ben poco altro) oggetto della discussione.
      C’è qualcuno che pensa che un adolescente umano di 15 anni che si ribella a qualsiasi cosa nella sua mente pensi “Voglio proprio rovesciare i ruoli e diventare superiore a mia mamma e a mio padre!” Ma dai!! Ma quando mai?! E’ una cosa estremamente più viscerale e meno ragionata per le persone, figuriamoci per i cani!
      Non gliene frega nulla (all’adolescente) di diventare superiore alla mamma e al papà, gli interessa solo provare a violare le regole che altri gli hanno imposto ma non ragiona mica in termini di gerarchie. (E idem per il cane).

      Se un adolescente sta affrontando un periodo problematico dal punto di vista emotivo (sempre per fare un esempio), e per questo va male a scuola, è aggressivo, violento e sviluppa determinati problemi socio-comportamentali, la soluzione sta nello schiacciare la sua “ribellione” imponendogli delle regole e obbligandolo con la forza (o con i ricatti psicologici) a rispettarle, oppure può essere che oltre a impostare un set di regole sia il caso di andare a capire quale può essere la causa del problema per eliminarla o quantomeno per aiutare il ragazzo a superare i suoi problemi alla radice e cercare di superarli piuttosto che soffocarli dentro di sé?
      Ancora una volta, visto che gli umani dovrebbero essere (in teoria) in grado di razionalizzare un po’ di più dei cani e capire cosa gli sta succedendo, ma é piuttosto evidente a chi conosce degli adolescenti che non é che razionalizzino così a fondo, figuriamoci i cani!

      Il metodo gentilista, se un cane é – per esempio – aggressivo verso gli altri cani, lavora principalmente su abituazione e controcondizionamento, ossia cerca di fare in modo che il comportamento aggressivo venga modificato a livello “epidermico”, indipendentemente da qual’é la ragione che lo causa.
      L’approccio CZ (SE, e sottolineo SE l’educatore sa quello che sta facendo) andrà prima di tutto a scoprire come mai c’é quel comportamento, e lavorerà per risolvere il problema alla base.
      Sempre a titolo di esempio, metti che ci sia un maschio adulto che aggredisce gli altri cani maschi…. oooohhhh, sarà SICURO un problema di gerarchia…. magari invece manco per niente, magari il cane in questione ha un’autostima sotto le scarpe e NON SA come si comunica perché é sempre cresciuto in casa da solo e siccome lo han sempre portato in giro col collare a strangolo, e siccome i cani della via in cui abitava sono dei nani da giardino, lui s’é preso strattoni e strangolamenti ogni santa volta che un cane saltava ringhiando contro la rete del giardino mentre lui passava, così che ora ogni volta che vede un cane non sa cosa dirgli, non sa come dirglielo, e si ricorda solo la sensazione del cappio al collo. Olè. E noi? Che facciamo? Lo ricondizioniamo?! Oh wow, così il cane dovrà fare degli sforzi immani per soffocare le sue emozioni, che rimarranno inascoltate, per compiacere noi umani che gli diciamo “nonostante tu ti senta in pericolo ogni volta che vedi un altro cane, io pretendo da te che tu per compiacermi ti fermi e rimani sereno e impassibile”.
      Seeeee, come no? Se funziona, é SOLO perché i cani sono veramente, ma veramente dei santi (a volte… infatti nella maggior parte dei casi NON funziona, o funziona in maniera limitatissima, e basta).
      E che tipo di stima, di rispetto e di fiducia può avere uno che quando si trova in una situazione assolutamente di cacca, si sente dire “Tu devi solo stare calmo”. Prova a pensare a cosa ti direbbe un umano che può parlare, se durante un attacco di panico tu come consiglio risolutore gli dicessi “Ehi, stai calmo”… ma quanti vaffa ci dovrebbe tirare un cane? Ma soprattutto: nel momento del bisogno, che leader abbiamo dismostrato di essere?!

      Un educatore CZ, sempre SE sa quello che sta succedendo e quello che fa (e son la prima a dire che purtroppo non sempre è così), probabilmente imposterebbe un percorso basato su:
      – “ristrutturare” la relazione con il proprietario in modo che fiducia e rispetto nascano da qualcosa di valido anche per il cane.
      – lavorare sull’autostima del cane che deve imparare che non deve necessariamente subire i soprusi e quindi difendersi, ma che può anche rapportarsi positivamente col resto del mondo, che non ce l’ha per forza con lui.
      – lavorare sulle sue competenze sociali per fare in modo che impari quali sono i comportamenti corretti per dialogare con un altro cane (qui serve un cane tutor adeguato con dei buoni attributi e un educatore e/o un conduttore che sappiano sul serio cosa combinano)
      – modificare gli “strumenti” inserendo l’uso della pettorina per eliminare gli stimoli negativi che altrimenti il cane subisce ogni volta che incontra un altro cane
      – insegnare al cane alcune parole (o gesti, è indifferente) chiave che lo aiutino nel capirsi col proprietario.

      Non a caso, l’apprendimento di parole (intese come segnali o “comandi”) l’ho messo per ultimo, perché una volta che hanno iniziato ad ascoltarsi e a comunicare decentemente il cane e l’umano finiscono per capirsi e fare le cose giuste anche senza bisogno di imporsi l’uno sull’altro.

      Vorrei aggiungere ancora solo una cosa su questo argomento:
      “l’UNICO rapporto possibile tra cane e umano sia “Tu sei il mio cane, quindi devi essere felice di obbedirmi perché hai fiducia in me, perché ho conquistato la tua stima, perché ti ho dimostrato di essere un valido superiore gerarchico”.”
      Qui potrei portare ad esempio un sacco di cani non miei, ma ho sotto il naso due esempi che conosco meglio degli altri: i miei cani.
      In particolare la seconda, che é arrivata quando ero già in pieno “approccio CZ” (col primo avevo fatto corsi più tipicamente “gentilisti”), che peraltro è una husky con un carattere non forte, di più (non a detta mia – anche se me ne ero pure accorta – ma di colleghi, amici, nonché docenti di alcuni seminari che ho seguito).
      E viene pure dal canile, l’ho presa che aveva un anno e mezzo, quindi non é nemmeno cresciuta “come volevo io” (e infatti nonostante sia solidissima a livello sociale, è sicuramente stata deprivata da cucciola, tanto che ho la sensazione che non venisse mai portata a passeggio.
      Comunque sia… con lei non ho fatto niente di quello che si dice di fare per la “leadership” (le regolette del mangiare prima, dell’uscire per primo, ecc.), mentre ho messo in pratica le tecniche dell’approccio CZ per impostare i ruoli nella relazione, lavorare sugli autocontrolli del cane, ecc.
      Io dico solo che é un’husky che quando sta galoppando a perdifiato (per es. nel bosco) se la chiamo si volta di 180° e riparte assolutamente a tutta birra per venire da me. Che ha imparato (senza costrizioni, solo attraverso la costruizione di situazioni ad hoc nelle quali abbiamo “dialogato”) a mollare un gregge di pecore (credo che sia in assoluto la cosa più attraente al mondo per lei) per tornare da me pur essendo fuori vista e a 2-300m da me. Che è collaborativa da far paura e per qualsiasi cosa che cerchi di fare con lei, ci mette tutta l’anima e cerca di capire, se non capisce subito ti propone delle idee, la sua volontà di collaborare e di fare le cose al meglio é altissima.
      E io sono la sua umana, la sua guida sì, ma non ho mai fatto niente per farmi considerare da lei il suo “superiore gerarchico”. Se anche lei mi dovesse considerare tale, posso *garantire* che é possibilissimo diventarlo (anzi, ha funzionato in una maniera che ha stupito perfino me che lo stavo facendo) senza imporsi né fisicamente né psicologicamente (se devo essere sincera le volte che, inizialmente, ho perso la pazienza – per mie incomprensioni dei suoi problemi – e mi sono irrigidita, l’unico effetto che ho ottenuto é stato il contrario di quello che volevo), offrendo e cercando dialogo e partecipazione attiva.

      • @Elena: ma guarda che secondo me ci capiamo benissimo, anzi, diciamo le stesse identiche cose. Solo che tu devi attaccarle per forza all'”ideologia” CZ, e per me invece sono il normalissimo rapporto cane-umano così come dovrebbe essere. Ma chi ti ha detto che un cane aggressivo con gli altri cani, se non sei CZ, lo vuoi solo controllare? Quello semmai è l’approccio Millan… non certo il mio, né quello di moltissimi altri. Un comportamento sgradito (non dico “scorretto”, perché dal punto di vista del cane probabilmente è correttissimo! E’ a noi che non piace) ha sempre una motivazione che va cercata e, se possibile, risolta. Solo se non ci si riesce – perché non è sempre facile, specie se lavori con adulti di cui non conosci il passato – si cerca di tenere il cane sotto controllo, ma non certo impiccandolo all’albero più vicino, bensì cercando di tenere la sua attenzione su di te.
        Per quanto riguarda le gerarchie, il fatto che un branco sia familiare non significa mica che sia una famiglia di tipo umano, dove tutti si vogliono bene (almeno in teoria: poi, nella realtà, si prendono a pugni e si ammazzano tra loro anche i familiari più stretti…): anzi. Tra i miei cani ho riscontrato che proprio dove c’era un legame familiare più stretto, c’erano anche i maggiori conflitti gerarchici. I branchi di cani randagi NON sono branchi: e quelli non sono nemmeno “cani” normali. I cosiddetti cani “rinselvatichiti” (che in realtà non sono rinselvatichiti neanche di striscio), ovvero i cani ferali su cui tanto si va “studiando”, sono dei bordline. Non sono né carne né pesce. Sono cani traumatizzati, che hanno ricostruito una sorta di società fittizia che non è né naturale (infatti non sono parenti), né costruita dall’uomo. Sono dei disadattati su cui non si può basare la minima osservazione che abbia un qualche valore per i cani familiari (né per i veri canidi selvatici). In un branco di cani-cani, ovvero di cani inseriti nella società umana, che non hanno bisogno di procurarsi il cibo, che non devono affrontare pericoli… insomma, i CANI come li viviamo ogni giorno, i rapporti gerarchici sono una cosa di importanza basilare. E certo che cambiano! Altrimenti non ci sarebbe alcun motivo di starci a pensare troppo sopra: una volta fatti, sarebbero fatti per sempre. Invece no: sono dinamici, sono elastici, ma ogni modifica comporta lunghi periodi in cui i cani interessati pensano veramente solo a quello. Non “sempre”, è ovvio: quando hanno altro da fare, fanno altro e pensano ad altro. Ma appena si ritrovano liberi nel loro spazio, ricominciano a meditare sul modo migliore di “passare di grado” (o su come non farsi scavalcare). Ogni volta che la situazione si chiarisce, poi passa del tempo in cui tutti conoscono il proprio ruolo e tutto fila liscio… almeno finché un altro cucciolone non diventa adulto e non comincia a preoccuparsi della sua posizione.
        Forse i lupi hanno più spesso “altro da fare”: ma i cani (se vivono in branco, ovviamente) no, perché non devono né cacciare, né difendersi, né altro. Io penso che forse i cani-cani (sempre intesi come cani di famiglia) perdano molto più tempo dei lupi a pensare alle gerarchie. Altro che “sopravvalutate”!
        Ed è altrettanto evidente che il cane singolo, che vive in un branco di umani e non di altri cani, ha gli stessi pensieri per la testa: solo rapportati alle persone e non ai cani.
        Il paragone con l’adolescente umano non lo commento, perché è del tutto fuorviante. Per carità, anch’io spesso faccio esempi “umani” per cercare di spiegare un comportamento, ma tu mi paragoni proprio i processi mentali dell’adolescente con quelli del cane…e qui non posso seguirti. Questa è antropomorfizzazione bella e buona! 🙂

        • Ora faccio una cosa che critico sempre (i commenti a ripetizione)… mi scuso in partenza, ma ci ho pensato sopra questa notte e l’argomento mi preme parecchio.
          x Redazione: tu se non sbaglio hai scritto in vari commenti (e per lo meno uno in questa pagina) qualcosa sul fatto che i cuccioloni che stanno diventando adulti sono soliti ribellarsi all’autorità degli adulti e provare a fare “a modo loro”, il che se ho ben capito nella tua visione corrisponde a “voler salire nella scala gerarchica” mentre nella mia visione corrisponde semplicemente a “voler avere maggiore libertà e fare quello che si vuole”: questo può significare “avere il diritto di fare quello che prima non era permesso, o di appropriarsi di risorse che non sono tue” …e cose di questo genere.
          Fino a qui, penso che ci possa stare un leggero disallineamento dei termini, dove però si può capire che più o meno stiamo dicendo le stesse cose, al limite con sfumature leggermente diverse.
          Quello che proprio non riesco a capire é la critica sull’antropomorfizzazione. Fermo restando quello che ho scritto ieri sera, tu scrivi dei cuccioloni (e quindi parli sempre di individui che da cuccioli stanno diventando adulti, come gli adolescenti umani) che si ribellano alle regole imposte dal branco e provano a fare di testa loro e a scavalcare i “genitori” (o comunque, quelle che sono le figure di guida del gruppo). A me pare che sia esattamente quello che ho scritto io…
          è ovvio (spero!) che tra adolescenti umani e canini ci siano delle differenze nelle cose specifiche che vengono fatte per mettere in atto questa ribellione… per es. nessun cane orienterà inconsciamente i proprio gusti cinematografici per opporsi a quelli dei propri genitori, né rientrerà a casa alle 2 di notte per vedere se il coprifuoco a mezzanotte é poi così tassativo, né si comprerà dei vestiti che i genitori troveranno inguardabili.
          Probabilmente un cane farà cose come provare a mangiare nella ciotola di suo “papà” (che sia il padre biologico o semplicemente il “capo-famiglia”), o come non tornare al richiamo (dell’umano!), o come prendere il gioco preferito di un altro, o l’angolo più fresco del giardino… le priorità e quindi le azioni dipendono dalla specie (canina VS umana) ma sul serio, il paragone delle dinamiche é talmente buffo tanto é palese (d’altronde ribadisco che mi ci ha fatto riflettere sopra proprio il fatto che tu stessa parli di cuccioloni che si ribellano ai “grandi”) che non é possibile vederci dell’antropomorfizzazione a meno di avere una visione iper-antropo-centrica.
          Tornando al mio esempio iniziale, scrivevo che se un adolescente umano mostra dei comportamenti di ribellione che vanno “oltre” un certo livello, e diventano pericolosi e antisociali, in genere chi si occupa di queste cose va a cercare di capire quale sia la causa di questi comportamenti e cerca ove possibile un sistema per eliminarne la causa oppure per mettere il soggetto in grado di gestire il suo disagio e superarlo riportando il comportamento nei limiti della “normalità”. Fin qui, presumo che ci siamo, giusto?
          Quando un cane adolescente mostra dei comportamenti che vanno “oltre” e diventano pericolosi e antisociali, perché diamine la soluzione, visto che le dinamiche di base sono uguali, dovrebbe essere diversa? Chi siamo noi umani per negare che un animale (a cui peraltro riconosciamo un bel livello di “cervello”) abbia qualcosa (delle dinamiche sociali e psicologiche) solo perché ce le abbiamo anche noi, quando NON c’é nessuna evidenza del fatto che i cani NON le abbiano, mentre abbiamo una bella quantità di indizi che portano a pensare che queste dinamiche esistano e funzionino proprio (con i dovuti rapporti!) come le nostre?!
          Pertanto, l’approccio zooantropologico, che ha tra le sue basi il fatto di de-antropo-centrizzare la visione del mondo (ossia far notare agli uomini che forse non sono poi così diversi dagli altri animali come gli piace pensare), tiene in considerazione, nel trattare i rapporti tra animali di specie differenti (in questo caso, cani e uomini), il fatto che i cani hanno dei livelli di profondità interiore (le famose dinamiche psicologiche e sociali di cui sopra) che i metodi tradizionale e gentilista nemmeno riconoscono (e questo nonostante vedano pure loro alcuni comportamenti che, se compresi, metterebbero in evidenza queste analogie, come per es. l’analogia tra l’adolescenza umana e quella canina) e pertanto un approccio cz va a ricercare le motivazioni profonde di certi comportamenti (in particolar modo quelli problematici) e non si ferma a una lettura superficiale come invece accade, per forza, a chi non pensa che ci sia quasi niente al di sotto della superficie.
          Purtroppo, e qui devo ribadirlo, questo sarebbe l’ideale… poi ho conosciuto diverse persone che si definiscono “educatori” o “riabilitatori” CZ, che non vedono a un palmo dal loro naso e fraintendono grossolanamente i messaggi dei cani e le cause di certi comportamenti, creando con il loro “lavoro” degli ulteriori problemi a cani e proprietari, oltre a quelli di partenza… e ho conosciuto anche delle persone di formazione “gentilista” che hanno una sensibilità e un’empatia tale per cui superano di larga misura i limiti del proprio metodo, e riescono a intuire correttamente e quindi a suggerire dei comportamenti corretti anche se nessun (umano) glielo ha mai insegnato. E’ per questo che se una persona deve valutare un educatore (almeno in Italia) penso che sia assolutamente indispensabile prendersi il tempo per andare a vederlo lavorare dal vivo almeno alcune volte, e non solo basarsi sul metodo che dice di usare.

          • @Elena: vedi che cominciamo a capirci meglio? 🙂
            Il motivo per cui ho detto che antropomorfizzavi di brutto il discorso cucciolone-adolescente, però, è quello che probabilmente continua a separare le nostre linee di pensiero: ovvero, io non credo affatto che dietro ai due comportamenti, per quanto simili, ci siano motivazioni equiparabili.
            L’adolescente può agire d’impulso, è vero…ma fino a un certo punto: sotto alla ribellione “istintiva” ci sono radici culturali, c’è un “ragionamento”, c’è – in alcuni casi – persino un vero e proprio “odio” per l’autorità, che sia costituita dai genitori, dagli insegnanti o altro. L’adolescente ribelle non è un imbecille che agisce SOLO istintivamente: forse ho sbagliato a dire che antropomorfizzavi il cane… forse dovevo dire che “caninizzavi” il ragazzo umano!
            Sta di fatto che il cane non ha motivazioni culturali e che non si ribella a uno “status” autoritario: anzi! Lui vuole verificare che quello status sia rivestito dalla figura giusta: e infatti, se trova conferme, smette subito (almeno per un po’: perché se poi quella figura si comporta nuovamente in modo da fargli sorgere dubbi, lui la sfida di nuovo): ma il motivo di questo desiderio di verifica non è la “voglia di anarchia” che pervade il ragazzo umano, il desiderio di fare quello che gli pare eccetera. Al cane interessa solo sapere che il branco sia guidato da una figura affidabile: cioè, l’autorità (anche se qui siamo costretti a usare un termine umano) non la mette affatto in discussione. La vuole, la cerca perché “sa” (e anche qui, “sapere” è forse un termine tirato per i capelli) che è indispensabile alla conservazione del branco e quindi della specie.
            Se c’è un momento della vita canina in cui sono (quasi) d’accordo con i behaviouristi è proprio quello dell’ordinamento gerarchico, che è mosso da impulsi naturali molto più che dal “ragionamento” vero e proprio. Sempre per quella che è la mia esperienza, eh…che non pretendo che sia presa come oro colato, ma che mi ha convinto di ciò che dico… finché il cane non ha chiari i rapporti gerarchici all’interno di un branco, umano o canino che sia, “non penserà ad altro”, nel senso che li ritirerà in ballo ogni volta che gli capita – perché senza quelli “sente” istintivamente di non poter sopravvivere. Una volta che questi gli sono chiari, può dedicare tutta la sua attenzione ad altre cose e far funzionare al meglio quel bellissimo cervello che ha…e che comunque è un cervello canino e non umano :-).

          • Uffi sono arrivata al “livello” di commenti dove non posso più rispondere direttamente, quindi scrivo qui ma sto rispondendo al commento di Redazione del 1/8/11 delle 10.36
            Allora sì, se mi dici che “caninizzo” l’uomo, sì, esattamente, è proprio quello che faccio e sono assolutamente convinta della cosa! 🙂
            L’odio per l’autorità, l’anarchia e la ribellione adolescenziale umana per conto mio non sono che il frutto della stessa identica spinta che muove anche il cucciolone di cane, con l’aggiunta delle “sovrastrutture” mentali (e culturali) dell’uomo. Altrimenti come mai questo tipo di comportamento si troverebbe, in dosi variabili, praticamente in tutti gli adolescenti umani, e non si riscontra che in mimima parte al di fuori di questa fase? Io mi rispondo che é una questione di crescita, di ormoni, di “chimica” del cervello… una cosa che condividiamo con gli animali, che ci piaccia o meno.
            Anche gli adolescenti, se vengono guidati da figure di riferimento solide e capaci, non fanno danni, non “esagerano”, insomma fanno come i cani che si rimettono in riga di fronte all’adulto autorevole (occorre però sempre ricordarsi che gli adolescenti umani ci mettono quasi 10 anni a diventare adulti, mentre per i cani – beati loro – ci vuol meno!), mentre se la figura di riferimento del ragazzo è carente (o perché troppo morbida, o perché troppo dura, o perché assente… al giorno d’oggi c’é una casistica veramente devastante in questo senso e temo che questo sia il motivo del sovrannumero di adolescenti disastrati) allora gli atteggiamenti di sfida possono degenerare, perché non vengono messi dei “paletti” che creano da un lato dei limiti, e dall’altro, un senso di stabilità.
            E non é un caso che gli educatori (per umani!) dicano che dare delle regole certe e coerenti a bambini e ragazzi li fa crescere molto più sereni e solidi del lasciarli liberi di fare qualunque cosa.
            Tolte le sovrastrutture mentali e culturali umane (di cui assolutamente non voglio negare né la presenza, né il peso), sono sempre più convinta che sotto ci sia lo stesso terreno per tutti…

          • @Elena: allora abbiamo trovato sicuramente un punto di incontro: che noi siamo animali e che ce ne dovremmo ricordare lo ripeto ad ogni pie’ sospinto 🙂

            P.S.: la struttura “ad albero che si restringe” di questi dannati commenti la odio e la detesto caldissimamente: ma il web-figlio dice che non ci si può far nulla 🙁

  10. Boh, io ogni santa volta che ho sentito un gentilista proporre una soluzione per un cane che mostrasse aggressività, l’ho sentito cercare delle soluzioni basate su abituazione e controcondizionamento, per cui attraverso il rinforzo positivo si dovevano “creare nuove associazioni positive” oppure (o tutte e due le cose) con l’allenamento si doveva fare in modo che il cane obbedisse a comandi come seduto o terra o condotta, in modo che non potesse esprimere gli atteggiamenti aggressivi. Tutte le volte. Invece chi ha un approccio CZ tende a dire non tanto che il cane deve essere libero di fare quello che gli pare, ma che per modificare questo atteggiamento occorre riconoscere al cane il fatto che ha delle motivazioni sue, che determinano il suo modo di agire, e che pertanto il modo più efficace per modificare un atteggiamento in maniera profonda e durevole é andare a modificare le motivazioni che portano all’atteggiamento stesso.
    Forse la differenza sta nel fatto che per me anche “tenere l’attenzione del cane” o insegnargli un atteggiamento col rinforzo positivo ma senza andare a lavorare sulle motivazioni, è comunque una forma di imposizione, che lavora sulla superficie ma non tocca il cuore del problema e rende il cane strettamente dipendente dalle capacità e dalle competenze del proprietario (intendo dire ancor di più di quanto non sia già vero per qualsiasi cane senza problemi!).
    Con alcuni cani questo è sufficiente perché dopo un po’ di esperienze in cui non tutto é nero come prima, il cane riprende un po’ di fiducia e di serenità comunque, e si tira fuori da solo dal problema, mentre per tante altre situazioni non basta, occorre andare a “ravanare” più in profondità.
    Tolto il rapporto con i miei cani, il mio principale campo di interesse sono i cani di canile e quelli adottati dal canile, per cui sono particolarmente sensibile all’esigenza di andare il più possibile alla radice dei problemi per aiutare un cane non solo a recuperare un rapporto col proprietario, ma a risolvere i suoi conflitti interiori in maniera che poi sia più facile per un futuro proprietario gestirlo.

    E’ anche vero che c’é chi è un gentilista ma “contaminato” da un approccio cz, e ci sono molti sedicenti cz che in effetti non fanno altro che applicare i metodi più ottusi del sistema gentilista.

    Io mi riferivo a studi sui randagi, non sui ferali… però ammetto che ne ho sentito disquisire ma non dagli autori, tranne in un caso… dovrei andare a risentire un ragazzo dell’università di Bari (mi pare) che avevo conosciuto ad un seminario e che si stava occupando proprio di quello, e lui lavorava con i randagi (che non necessariamente sono animali traumatizzati, anzi: un branco di randagi funziona proprio perché i membri ammessi sono equilibrati e hanno capacità comunicative e sociali da buone in sù, altrimenti non potrebbero nemmeno far parte del branco).

    Purtroppo l’antropomorfizzazione secondo me non c’é affatto: io dico sempre una cosa, e cioè che sarebbe ora che l’uomo scendesse dal suo piedistallo (su cui è salito da solo) e si rendesse conto una buona volta che le sue dinamiche sono assolutamente animali e non hanno che in minima parte a che fare con la tanto sbandierata capacità di raziocinio… l’adolescente umano si comporta, a livello di dinamiche, esattamente come qualsiasi altro animale di questo tipo (sociale predatore opportunista) che passi dall’età dell’infanzia a quella adulta… e infatti non razionalizza una cippa (al limite chi studia il comportamento di una specie, che sia umana, o canina, o lupina, o quello che vuoi, ragiona sulle dinamiche che determinano i comportamenti e li può “razionalizzare”, ma chi li vive non lo fa, perché le emozioni che sottendono a quelle dinamiche NON lavorano in base a scelte razionali e qualsiasi ragionamento è una “sovrastruttura” che viene applicata appunto al di “sopra” della motivazione di base che crea una certa dinamica).
    Antropo-centrizzare il discorso non funziona, noi siamo animali e come gli animali (sempre parlando di animali sociali predatori e opportunisti) funzioniamo, per cui il paragone a livello di emotività e di dinamiche, regge eccome.

    [p.s. servirebbe disperatamente una funzione per vedere i propri commenti in anteprima, prima di pubblicarli, oppure almeno per avere la possibilità di modificarli una volta scritti almeno finché qualcuno non risponde, perché la finestrella per inserire il testo é abbastanza piccola e sono sempre nel delirio quando cerco di rileggere, non riesco ad avere una visione d’insieme di quello che scrivo… sarebbe possibile, magari chiedendo l’aiuto del web-figlio? ^^]

  11. Urka come siete andate avanti nella discussione! Faccio fatica a starvi dietro! 😀
    Volevo solo riprendere un attimo il discorso di Valeria quando dice “Se mi dite che devo mettermi al tavolo delle trattative con il mio cane e lasciar stabilire a lui cosa dobbiamo fare insieme..”. No, intendevo assolutamente questo. Anzi, sia i miei interventi che quelli di Elena hanno sottolineato molto spesso che il ruolo di guida, di referente, di coordinatore, di leader (chiamalo come vuoi) sul piano “gerarchico” del proprietario non è MAI messo in discussione.
    Quando parlavo di “dare la possibilità al cane di sperimentare, proporre e sollevare dubbi”, non mi riferivo né alla gestione delle risorse, né alle iniziative, né agli spazi, a nulla che possa mettere in discussione il suo ruolo o quello del proprietario. Dare la possibilità al cane di sperimentare vuol dire, per esempio, non inscatolare e/o limitare le sue esperienze al solo lavoro o al solo sport ma dargli una ricchezza di vita e di esperienze accanto al suo umano (è l’esempio della palizzata di cui sopra… tu dici che è insulso ma io l’ho sentito dire spesso e da più istruttori); proporre vuol dire leggere le sue preferenze, le sue attitudini e cercare di fargli fare delle attività che siano in linea con queste attitudini, rinunciando magari a cose che divertono/interessano di più me ma molto meno lui; “sollevare dubbi” significa leggere i suoi stati d’animo, le sue emozioni, cogliere i suoi “non me la sento” e non insistere per farlo stare in una situazione che detesta (e qui mi vengono in mente certi cani costretti a fare expo su expo, che passano il tempo a segnalare, a evitare, a chiudersi, a rendersi invisibili in attesa che la giornata passi… ma è un esempio su tanti).

    Onestamente penso anche io che non si dicano cose molto diverse: è proprio per questo che mi spiace così tanto quando leggo cose inesatte o pregiudiziali su quanto affermerebbe la zooantropologia. Sono convinta che ci siano persone in linea con quanto afferma la zooantropologia, almeno sul piano teorico e almeno su certi aspetti della relazione con il cane, molto più di quanto non immaginino esse stesse (magari osteggiandola pure, perché anche questo va tanto di moda..). Nel contempo, ce ne sono tante convintissime di sapere tutto sulla zooantropologia (che, ripeto, non è un “metodo” di lavoro sul cane, è una disciplina scientifica a tutti gli effetti che necessita di studio e approfondimento per essere compresa a pieno) e convinte di applicarla, che si rivelano meri behavioristi nei metodi che utilizzano. Anche quando indossano la pettorina e distribuiscono bocconcini.

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.