Una semplice “storia di tutti i giorni”: ma l’anno è il 1951, in paese circolano sei automobili contate e la Vespa è una vera conquista sociale. Un piccolo, tenero e disincantato sguardo agli anni del dopoguerra, quando i cani si chiamavano ancora “Fido”…e “Bobi”.

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Volgeva l’anno 1951 ed eravamo finalmente approdati a Cassino, dopo lungo peregrinare.
Mio padre, assunto nella FS come operaio poco prima della guerra, era riuscito in un concorso interno a far valere il suo diploma di Perito Industriale, ed era stato promosso Capo Tecnico nelle officine che riparavano le locomotive.
Promozione, a quei tempi, significava trasferimento, ed io avevo fatto la seconda elementare in tre scuole di tre località diverse.
Non tutto il male vien per nuocere: per cavarmela con tanti cambi di scuola ero diventato un alunno modello e nella permanenza a Senigallia avevamo abitato vicino ad una famiglia, madre e figlia entrambe professoresse, dove c’era Lea.

Lea era una deliziosa maltesina di tre anni, ed il nostro era stato un grande amore; quando mi sentiva tornare da scuola raspava sulla porta per venirmi a festeggiare.
I miei rimasero in contatto con loro anche dopo il trasferimento a Cassino; dopo la prima pagella della terza elementare, una monotona quanto impressionante sfilza di dieci, e poiché ormai, come Catone il Censore, terminavo qualunque discorso con “voglio un cane”, quando la professoressa scrisse che Lea aveva partorito dei cuccioli, i miei decisero di chiedergliene uno, prontamente ed entusiasticamente concesso.
Per la consegna fu stabilito che un loro collega avrebbe portato il cucciolo a Roma, dove mio padre lo avrebbe atteso alla stazione per prenderlo …in carico.
Stabilito il giorno, mio padre partì col direttissimo del mattino per Roma.
Feci fuoco e fiamme per accompagnarlo, ma di perdere un giorno di scuola non se ne parlava. Mio padre si appostò sulla testata del 1° binario, dove arrivava il rapido da Ancona, e con orrore vide il professore sbarcare con solo una smilza cartella portadocumenti in mano.
A mio padre tremarono le ginocchia al pensiero di tornare a casa a mani vuote; mia madre dice che non ero un bambino piagnone, ma quando, raramente, attaccavo la solfa era roba da scuotere i nervi a Rambo.
Credo che per qualche attimo mio padre abbia pensato di raccattare alla disperata il primo randagio fuori della stazione.
I due si avvicinarono, si salutarono con una stretta di mano e poi…miracolo: il professore scostò la patta del cappottone invernale e dalla tasca interna fece capolino una vispa testolina nera.
Il professore spiegò che gli era stato consegnato in una scatolina di cartone foderata di ovatta, ma il tutto poco dopo era inzuppato di pipì e il piccolo demonio piangeva a più non posso. L’idea di metterlo in tasca gli era venuta pensando che al caldo, sentendo i battiti del suo cuore, si sarebbe quietato…eh, i professori di una volta!
Mio padre lo imitò senza pensarci due volte e riprese la via di casa.
Lo sbarco fu epico: credo che la pensilina della stazione di Cassino risuoni ancora dei miei strilli di gioia.
Un piccolo inciso a proposito della razza: Lea era senz’altro una maltese, ne ho ancora due foto, ma che il padre fosse un volpino…bè, i dubbi sono legittimi.
Bobi, cresciuto, aveva il pelo lungo, liscio e lucido dei maltesi, ma era nero come il carbone, per quanto Lea fosse bianca; il musetto, pur munito della classica frangia del maltese, era più allungato e anche la taglia era decisamente maggiore.
Un collega di mio padre, cacciatore cinofilo, vide il cucciolo in stazione e disse che sarebbero stati guai, il topino era troppo piccolo e non ancora svezzato.
Difatti, posto di fronte al classico piattino da caffè pieno di latte tiepido (latte d’asina, era stata una mia idea luminosa perché avevo sentito che si dava ai neonati) il microbo si dimostrò incapace di lappare…disperazione!
Mio padre non si perse d’animo e mi dette curiose istruzioni: dovevo correre in farmacia a comprare una piccola “peretta” da clistere e, dal cartolaio, alcuni serbatoi di ricambio per stilografica.
Solo i più anziani ricorderanno che a quei tempi il serbatoio delle stilografiche era costituito da un tubicino di gomma morbida chiuso ad una estremità.
I due oggetti vennero bolliti, il tubicino venne montato sulla canna della peretta, forato dalla parte chiusa con un grosso ago rovente…et voilà, il poppatoio era fatto!
Mia madre lo accostò con trepidazione alla boccuccia frignante…e quello sia attaccò alla disperata, ciucciando come un demonio!
La battaglia era vinta, il latte d’asina perfetto, e venne integrato dopo un po’ col biscottino Mellin; il piccolo diavolo, con un numero incredibile di poppate (di giorno e di notte, e salvo le ore di scuola ero sempre io a dargliele) crebbe come un fiorellino, con la consueta sequela di pisce, cacche e ciabatte e mobili rosicchiati.
Dopo qualche tempo passò ad una pappa di carne lessa tritata finemente e impastata col brodo e col riso ridotto in pappa (non c’erano i frullatori!) ed ebbe persino una vaccinazione, frutto delle conoscenze hi-tec del figlio di un collega di mio padre, studente di veterinaria a Roma.

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Con Bobi ebbi le prime conoscenze dell’etologia canina; per quanto fossi sempre io a nutrirlo, a portarlo a spasso (non era un problema, a quei tempi: in tutta Cassino c’erano sei, dico sei automobili, e una decina di moto, compresa la Vespa di mio padre) e a spazzolarlo, per lui rimasi sempre e solo un amico, con un rapporto paritario di scarsa obbedienza.
Il padrone, colui a cui si obbediva sempre e prontamente, era solo mio padre.
Verso i due anni accadde però un fatto che sconvolse la sua vita, e lo costrinse a dimostrare con i fatti che per un amico si è pronti ad uccidere ed essere uccisi.
Era estate, Bobi aveva due anni, eravamo inseparabili.
Inseparabili nel senso che mia madre ci perdeva di vista la mattina per ricomparire all’ora di pranzo.
Io giocavo con i ragazzini miei coetanei, lui pure, quando non trovava di meglio da fare; altrimenti erano inutili i miei urli, faceva ciò che più gli piaceva senza curarsi di me.
Uno dei suoi divertimenti preferiti era quello di andare a giocare con una femmina di PT (pressappoco) che faceva la guardia in un deposito di laterizi al di là della strada.
Niente di male, ma un giorno, dopo l’ennesima partita a pallone, entrai nel deposito per richiamarlo: avevamo deciso di lasciare il prato per una sana partita a palline di vetro.
Il PT era legato ad una lunga catena, che ad una estremità scorreva su un filo di ferro teso da una estremità all’altra del deposito; l’unico addetto stava in una capannetta all’altra estremità dello spiazzo e spesso si assentava, vuoi per lavoro, vuoi per…fatti suoi.
Quel giorno, dopo una serie di inutili richiami, mi avvicinai ai due cani che giocavano per agguantare Bobi per la collottola e indurlo a venire con me.
Arrivai a portata, allungai la mano… e si scatenò l’inferno.
La PT, vistasi portare via il suo amichetto, s’infuriò e mi saltò addosso.

Mi buttò a terra, non riuscì a venirmi addosso, trattenuta dalla catena, ma arrivava tuttavia a mordermi una mano e un braccio che tenevo davanti a me per proteggermi.
I miei personali ricordi sono appunto il ringhio furibondo dell’animale e i morsi sulla mano sinistra e sul braccio: tutto il resto viene dai racconti altrui.
Nella stradetta passava in quel momento un vicino di casa con la moglie; accorsero alle mie grida di aiuto e videro la terribile scena.
I macchinisti delle ferrovie sono persone dalle reazioni rapide; l’uomo raccolse un pezzo di travetto da carpentiere e mollò una terribile bastonata sul collo della povera PT, che andò giù di schianto mollando la presa.
Quando tacque il ringhio del cane più grosso ci si rese conto che ce n’era un altro, molto più acuto e furibondo: una piccola palla di pelo nero era incollata alla gola del PT e cercava disperatamente di squarciargliela con i suoi dentini.
Per staccarlo, pur essendo ben conosciuto, il ferroviere rischiò un morso anche da lui: e quando i due, con me in braccio, corsero verso casa, Bobi li seguì guaendo disperatamente.
In fondo alle scale si riunirono tutti, mia madre e le vicine, con asciugamani e garze per fermare il sangue; io me ne stavo seduto sul primo gradino, semisvenuto, con Bobi che, col muso tutto impiastrato di sangue, cercava di leccarmi in viso.
Venne cacciato in malo modo, e corse a rifugiarsi disperato sotto il mio letto.
Intanto (lo ricordo come un film al rallentatore) succedevano altre cose; arrivò di corsa mio padre, pochi minuti dopo il furgoncino 1100 (adesso si direbbe pick up) delle ferrovie, e fui portato al pronto soccorso.
Lì fui visitato ma me la cavai con disinfezione, fasciatura e antitetanica: il cane era riuscito a farmi un bel po’ di buchi, ma niente strappi.
Poi il medico disse che bisognava che il veterinario accertasse se il cane aveva o no la rabbia (a quei tempi era frequente!) per decidere la terapia.
Tornati a casa trovammo il proprietario del magazzino, preoccupatissimo.
Mio padre gli riferì quanto detto dal medico, e lui corse a prendere il cane.
Per fortuna, a poche centinaia di metri c’era il nuovissimo macello comunale, dove prestava servizio l’unico veterinario della zona; mio padre, visto Bobi tutto impiastrato di sangue, pensandolo ferito portò a visitare anche lui.
La PT era conciata male, traballava sulle gambe per la bastonata e perdeva sangue dalla gola; al vet bastò un’occhiata per stabilire che non aveva certamente la rabbia, e dovette darle un congruo numero di punti per chiudere la lacerazione sulla gola; se il piccoletto avesse insistito ancora un po’, disse, sarebbe arrivato alla giugulare, e addio….
Portarono dentro Bobi, in braccio a mio padre: appena vide la PT, ridette fuori da matto e fu trattenuto a viva forza dallo scagliarsi ancora contro la povera cagnona che aveva osato aggredire il suo protetto.
Il veterinario gli guardò il muso, tutto sangue e pelo nero, e ridendo gli cacciò la testa sotto il rubinetto; la piccola belva non aveva neanche un graffio, il sangue era quello della povera PT. Non me la cavai con così poco: visto il certificato del vet, il medico decise che facessi solo la terapia preventiva contro la rabbia, che consisteva in “appena” dieci iniezioni sulla pancia, invece della cura completa (40 iniezioni!).
Dopo un po’ la mia pancia sembrava una miniatura del Sahara, tutta dune.
Comunque da quel giorno l’atteggiamento di Bobi nei miei confronti cambiò radicalmente: avendo evidentemente deciso che il suo amico era un povero scemo e andava guardato a vista, non mi mollava più di un passo: e se un qualsivoglia cane si avvicinava a meno di cinque metri erano ringhi e abbaiate furibonde.
Venne l’inverno tornai a scuola, e Bobi decise inoltre che doveva venirmi a prendere quando uscivo; con precisione cronometrica, all’udire la sirena di fine turno dell’Officina delle locomotive, si metteva a guaire davanti alla porta e, uscito, percorreva a razzo i trecento metri che lo separavano dalla scuola per scortarmi a casa.

Tornò l’estate, e per la prima volta nella nostra vita andammo in villeggiatura.
Si era in primavera e si cominciava a uscire dal malessere economico del dopoguerra; chi aveva uno stipendio fisso, almeno in quella zona, era un benestante.
Con un solo figlio, con la casa delle FS praticamente gratis, circolava qualche soldino in più: mio padre aveva potuto permettersi la Vespa e quindi la mobilità era assicurata.
Inoltre, essendo tutti di estrazione marittima, sentivamo molto la mancanza del mare.
Uno dei più cari amici di mio padre “romano de Roma” (quasi un gemello, aveva una moglie, un figlio, Giorgio, mio coetaneo e compagno di scuola, una Vespa) propose di affittare una casa al mare.
La località più vicina era la spiaggia di Scauri, un piccolo borgo sulla spiaggia nei pressi di Formia, a circa trenta Km. da Cassino.
Presa la decisione, affidati i ragazzini alla vicina, le due coppie partirono trionfalmente in Vespa un sabato pomeriggio e al loro ritorno era cosa fatta, casa per Luglio e Agosto, anche con giardino.
Chi adesso ha visualizzato una graziosa villetta in riva al mare, con palmizio e prato all’inglese, cancelli tutto: qui parliamo di ferrovieri e del 1952.
La casa era, si, lungo la strada che fiancheggiava il mare: ma era una sorta di fabbricato rettangolare monolocale, con gabinetto esterno.
Con il sapiente uso di tendoni, l’interno era stato diviso in due “camere da letto”, ognuna con un letto matrimoniale e un lettino, e un “soggiorno-cucina” con lavabo e fornello a bombola, tavolo, sedie e credenza.
Il giardino, su cui dava l’unica porta, era uno spazio incolto abitato da moltissime lucertole e una tartaruga, subito battezzata Poldo, recintato da un alto muro di sassi, su cui si apriva il cancello di uscita.
C’era anche una vasca per lavaggio panni, figli e cani sozzi.
Devo dire subito che il povero Poldo divenne la vittima della malignità di Bobi; per tutta l’estate il suo massimo divertimento fu di rovesciare la povera bestia infilandole una zampa sotto, per poi farla dondolare sempre a zampate.
Di solito festeggiava la sua carognaggine abbaiando, per cui qualcuno accorreva, raddrizzava il povero Poldo e gli mollava una sculacciata.
Gli andò bene fino alla fine di Agosto: un giorno rientrò precipitosamente in casa guaendo a più non posso e perdendo sangue da una zampa, da cui mancavano, come tranciati da una rasoiata, un ciuffo di pelo e un po’ di pelle; alla fine Poldo aveva fatto giustizia.
Sistemati in questa splendida magione, restammo naturalmente con le mamme, visto che i padri dovevano lavorare e avrebbero preso le ferie intorno a Ferragosto.
Infatti i due lavoratori partivano la mattina presto con una delle due Vespe e tornavano la sera verso le sei, di solito per subire il racconto e punire le malefatte mie e di Giorgio.
Si stava al mare fin verso l’una, si tornava a casa per mangiare, si “doveva” andare a letto a riposare (ho sempre odiato il riposino pomeridiano), si giocava in giardino, tornavano i babbi, si veniva strigliati, si cenava e si usciva per la passeggiata serale con Bobi al guinzaglio (si passeggiava lungo la Statale) e promessa di gelatino.
Sulla spiaggia Bobi, con la sua aria da cane di lusso, venne accolto trionfalmente e coccolato da tutti; praticamente ad una certa ora si metteva in giro per rimediare gli avanzi (e neanche tanto avanzi) delle merende di tutti i bambini.
Ne raccoglieva quantità spropositate, per cui veniva legato ad una sdraio per impedire che a pancia piena si ributtasse in acqua.
Si rivelò subito un adoratore dell’acqua salata e compartecipe dei giochi di tutti i bambini sulla spiaggia; il suo sport preferito era salire sulla torre più alta di tutti castelli che costruivamo, franando poi gioiosamente a valle.
Degli effetti deleteri dell’acqua salata sul pelo nessuno sapeva nulla, e quasi a dimostrare che “cosa incognita = cosa inesistente” ebbe sempre il pelo folto e lucidissimo.
La sua tecnica, dopo un bagno, era di correre a rivoltarsi nella sabbia asciutta; per circa venti minuti era un coacervo inavvicinabile di pelo e sabbia bagnata, ma dopo un po’ di sgrulloni riemergeva pulito e lucido più che pria.
E’ pur vero che le mamme ogni tanto lo cacciavano nella citata vasca del giardino, ma dopo una sommaria asciugata con un telo lui correva di nuovo fra terra e sassi, quindi…
Che comunque fosse di indole malignetta è dimostrato dal giochino con cui divenne famoso sulla spiaggia. Si piazzava con aria pacifica e indolente vicino alla gamba posteriore di una sdraio e con aria indifferente cominciava a scavare: dopo qualche minuto la gamba sprofondava e l’occupante della sdraio rischiava di andare a gambe all’aria.
Comunque si riteneva il protettore del suo branco e, tra l’altro, della virtù delle mamme.
Eh, si, perché le mammine erano poco meno che trentenni, bellocce e senza marito… e quindi soggette all’interesse dei vitelloni spiaggiaroli.
Noi ragazzini ci allontanavamo, magari allettati da un gelato offerto di straforo, ma Bobi restava impavido sul posto.
Per quanto la mamma di Giorgio, trasteverina puro sangue, avesse una lingua più affilata e letale di una falce da fieno, i farfalloni non mancavano: ma venivano accolti con abbaiate furiose e, nel caso di uno particolarmente insistente, da un bel morso su un tallone.
Se ne andò incazzatissimo, col piede sanguinante e accompagnato da un “…ma se nun te vonno manco i cani!”.
Comunque Bobi dimostrò in un’altra e più clamorosa occasione la sua vocazione per le situazioni a luci rosse.
Devo premettere, per chi non c’è mai stato, che la spiaggia di Scauri è delimitata da due piccoli promontori rocciosi.
Quello a nord era abbastanza vicino, circa 500 mt., ed era una meta ambitissima per noi ragazzini, raggiungibile solo col moscone o pattino che dir si voglia, per via delle placche rocciose semi-affioranti e coperte di una mirabilia di animaletti marini.
Di solito la navigata in pattino si faceva con i babbi, ma in qualche occasione si riusciva a convincere le mamme a portarci là.
In una di queste occasioni, mentre circumnavigavamo il promontorio, notammo distrattamente una bambina, poco più grande di noi, che se ne stava sola su uno scoglio.
Fra le incessanti chiacchiere nostre e delle mamme non sentivamo niente, ma Bobi sì: puntò le orecchie verso la bambina e, visto il nostro disinteresse, si lanciò in acqua e con il suo stile natatorio “pantegana pelosa” raggiunse rapidamente la roccia, cominciò a saltellare intorno alla bambina e a leccarla disperato, abbaiando poi furiosamente nella nostra direzione.
L’invito era inequivocabile, e così ci accostammo.
La bambina, per quanto un po’ consolata dalle feste di Bobi, piangeva a gran lucciconi, e venne subito sottoposta a terzo grado dalle mamme preoccupate.
Spiegò che era in barca con la sorella e il fidanzato, che l’avevano sbarcata sullo scoglio per poi allontanarsi senza più rispondere ai suoi richiami.

In effetti, a circa duecento metri al largo c’era una barchetta apparentemente vuota, che si dondolava alla deriva. In un amen ragazzini e cane furono sbarcati sullo scoglio con la bambina, e le due virago partirono a gran colpi di remo in direzione della barchetta.
Più che una accostata fu uno speronamento; come da una scatola a sorpresa saltarono fuori due personaggi che a quella distanza ci apparvero assai poco vestiti anche per essere al mare.
Seguirono urla belluine, rapidi rivestimenti e la barchetta, manovrata da un giovanotto rosso come un gambero (ma non per il sole) seguì il pattino fino allo scoglio, dove, sotto l’occhio furibondo delle due mamme, reimbarcò la ragazzina e partì a tutto remo in direzione opposta, verso Formia.
Non ci fu verso di avere spiegazioni; la sera, tornati i babbi, la cosa fu riferita con lunghi e incomprensibili bisbigli, da cui riuscimmo solo a cogliere il curioso verbo “scopare” che a parer nostro mal si adattava ad una situazione marittima, ma non riuscimmo proprio a carpire altro….
Le cose belle, purtroppo, prima o poi finiscono.
Passammo da soli l’ultima settimana di Agosto, giacché il mio amico Giorgio era andato con i genitori a trovare i nonni a Roma; io ero stanchissimo dopo due mesi di attività frenetica, e dormivo sonni di piombo.
Evidentemente i miei ne approfittarono, perché dopo un paio di mesi ricevetti l’annuncio dell’arrivo di un fratellino/sorellina.
La cosa mi lasciò abbastanza indifferente, ero piuttosto indipendente e cresciutello per non provare gelosia; la nonna paterna (titolare di un paio di buone pensioni e quindi assai munifica) si installò in pianta stabile a casa nostra e io ricevetti dosi supplementari di regali e coccole.
Purtroppo l’umana imbecillità e ignoranza dettero un’altra prova della loro valenza.
Accompagnai madre e nonna alla visita dal ginecologo, e attesi in sala di aspetto con Bobi al guinzaglio che la visita finisse.
Le due donne uscirono sorridenti; dalla porta il medico vide il cane e le richiamò dentro.
Ne uscirono senza più sorriso, e la strada fino a casa fu insolitamente silenziosa e mesta.
Mio padre venne a pranzo, ascoltò il bisbiglio delle due donne e se ne tornò al lavoro abbacchiatissimo, lanciandomi curiosi sguardi.
Nel pomeriggio mia nonna disse che dovevamo uscire, che non sapeva se sarebbe stata ancora lì a Natale (mancava poco meno di un mese) e che quindi mi avrebbe comprato subito il regalo di Natale, la sospiratissima bici nuova.
Nel negozio, l’unico del paese, indicò tranquilla una spettacolosa Bianchi supersport col cambio a 6 marce e pagò senza battere ciglio una cifra che equivaleva allo stipendio mensile di mio padre.
Uscii dal negozio assolutamente fuori di testa, conducendo a mano il mio gioiello mentre nonna cominciava un discorso che lì per lì non ascoltai nemmeno.
Un urlaccio mi ricondusse alla ragione e nonna mi spiegò che avremmo dovuto separarci da Bobi: il ginecologo aveva detto che non si poteva tenere un cane con un neonato, per via delle tante malattie che poteva attaccargli.
Non so quanto piansi e mi disperai; non so come non sviluppai un odio sviscerato verso il fratellino in arrivo. Forse ero anche troppo maturo per la mia età.
La sera discutemmo tutti la sorte di Bobi, che ci guardava perplesso e non riusciva a spiegarsi l’enormità di coccole che riceveva da tutti.
Per fortuna la soluzione c’era, e subito.

Il capo di mio padre, un ingegnere di Roma, era lì in ispezione, e quando mio padre gli spiegò il problema si offrì di prenderlo lui: aveva un giardino, una barboncina, Bobi lo conosceva e quindi… Bobi se ne andò pochi giorni dopo, senza che io vedessi, e per fortuna ebbe una vita felice, una marea di cuccioli e morì fra le braccia dei suoi nuovi padroni alla non modesta età di quindici anni.
Nacque mia sorella, ma il dolore in fondo al cuore di tutti c’era ancora; un giorno di passeggiata domenicale incontrammo il veterinario, che vide la bimba di pochi mesi, ci fece i suoi complimenti e chiese di Bobi.
Mio padre gli spiegò le ragioni per cui avevamo dovuto liberarcene, e lì ci fu il colpo di scena: il vet sparò un paio di succose bestemmie e partì con una furibonda filippica sull’ignoranza dei suoi colleghi medici.
Ci spiegò quello che ora tutti sanno, ma che l’ignoranza dei medici di allora non conosceva: i cani non portano alcuna malattia ed è assurdo liberarsene solo c’è un neonato in arrivo. Il risultato di quell’incontro, con decisione unanime, fu uno solo: tre giorni dopo Billo fece il suo trionfale ingresso a casa nostra.

Mi rendo conto che quanto ho narrato non ha nulla di mirabolante; sono solo piccole storie di vita quotidiana.
Caso mai, di particolare, c’è il fatto che sono storie di quasi cinquanta anni fa.
Molte cose sono cambiate; alcune situazioni, senza certe premesse, sarebbero incomprensibili ai giorni nostri.
Chi ha visto lo splendido film di Pupi Avati, “Gita scolastica” ricorderà l’idea di base: i fatti restano finché ne resta la memoria.
I miei genitori sono morti, mia sorella non era ancora nata, di Giorgio non so più nulla da trent’anni, ed io sono contento di aver affidato questi ricordi ai chip del mio computer: forse così il ricordo di Bobi non svanirà con me.

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7 Commenti

  1. Bellissimo! Adoro le storie un po’ datate perchè hanno un fascino davvero tutto particolare, inoltre i 9 cani avuti dal 1965 in poi, dei quali io no ho vissuti 4, (3 maschi ed una femmina), tutti cani lupo o simil pastore tedesco avendo mio nonno fissato con questo nome erano TUTTI Bobi, maschi o femmine che fossero (nel periodo di transizione nel quale ci capitava di avere per un annetto o più, 2 cani perchè uno piuttosto vecchio o malato e l’altro cucciolo, chiamando Bobi si presentavano tutti e due). Ora mio nonno ha 73 anni ed il nuovo cane arrivato da noi l’anno scorso porta indovinate un po’ quale nome? Se avete risposto Bobi avete indovinato.
    E c’è da dire comunque che di Bobi non ce ne sono quasi più, conosco qualche “Asia”, molti “Ice” e altrettante “Laika”, ma il bello di questo nome è proprio che è quello di una volta…

  2. Bellissima e toccante storia!!!Mi ricorda le storie di mia madre nata nel 1950 e dei suoi cani e gatti che hanno accompagnato la sua crescita

  3. la cosa triste è che purtroppo ancora oggi molta gente, spesso su consiglio di parenti, amici, cuggggini, ma anche di medici/ginecologi e perfino veterinari ed educatori o comportamentalisti, si sente in dovere di dare via il cane quando aspetta un bambino, soprattutto se il cane è di taglia grande e/o di razze che la gente considera “pericolose” (in primis i pitbulls e altri terrier di tipo bull, che normalmente sono dolcissimi con i bambini e molto + sicuri anche di molte razze da compagnia e meticci in tale frangente); e ancor + di frequente medici di base e ginecologi e parenti-amici convincono le future mamme a dare via il gatto di casa anche quando non può essere assolutamente fonte di contagio e quando i modi x proteggersi efficacemente sono una banale pulizia di base quotidiana della lettiera e delle proprie mani…
    Io ad es conosco un paio di famiglie che hanno dato via i loro cani (negli ultimi 5 anni, non 20 anni fa o +) all’arrivo di un bambino, e sempre su consiglio di veterinari o educatori cinofili che hanno gestito la cosa in modo pedissequo (oltre che di amici e parenti)!!!

    trovo obbrobrioso che nel 2013 ci siano ancora non solo medici e ginecologi, ma soprattutto veterinari, educatori e comportamentalisti (che quindi dovrebbero essere esperti di cani e sena pregiudizi), che provocano l’abbandono di un cane (cosa che spesso devasta la famiglia oltre al cane stesso, e molte volte si tratta di cani non + giovani che è difficile piazzare adeguatamente e che soffriranno molto di + x l’abbandono dovendo vivere i loro ultimi anni lontano da chi li ha tenuti x tutta la vita con amore, perchè molte volte sono famiglie che amano il loro cane, magari un po’ vizziatello, e che non vorrebbero darlo via ma vengono convinte a suon di aneddoti inventati terrificanti e ciance varie) x motivi futili o talvolta INESISTENTI, dovuti ad ignoranza e pregiudizio o incapacità di consigliare come risolvere la situazione.

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