venerdì , 24 novembre 2017
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Anche Facebook ce l’ha con i lupi?

C’era una volta il lupo cattivo.
Poi arrivarono gli studi, le osservazioni, l’etologia e la figura del lupo venne completamente rivalutata, visto che di “cattivo” non aveva proprio nulla.

C’erano una volta i politici imbecilli. E ci sono ancora.
Non è mai arrivato nessuno a rivalutarli, perché sono imbecilli per davvero. Sono sommamente imbecilli: e più passa il tempo, più si aggravano.
Nei giorni scorsi uno di questi politici, evidentemente choccato da troppe letture di Cappuccetto Rosso, ha dichiarato che i lupi (specie protetta, che è riuscita a sopravvivere per miracolo in Italia dopo essere arrivata sull’orlo dell’estinzione a causa dell’imbecillità umana) vanno abbattuti “per prevenire danni importanti al bestiame”, perché fanno “strage di capre e pecore”.
MA VA’?!?
Un predatore che preda: chi l’avrebbe mai detto?
Che i  lupi caccino il bestiame, è fuor di dubbio: soprattutto perché non c’è rimasto molto altro da cacciare, visto che la fauna nostrana viene decimata regolarmente sia dai cacciatori (che però poi la reintegrano per poterle sparare di nuovo) sia dall’invasione urbanistica e industriale (che invece non reintegra una beata cippa: distrugge e basta). I cacciatori, in realtà, hanno responsabilità doppia,  perché è provato che gli attacchi predatori nei confronti del bestiame domestico sono molto più elevati nei periodi in cui la caccia è aperta: più ancora che nel periodo delle cucciolate. Questo perché? Perché la fauna selvatica non sarà forse ai livelli di quella di Bambi, laddove gli animali si passavano parola dicendosi l’un l’altro  “Scappiamo, che arriva l’uomo”: ma non è neppure cretina. Un paio di fucilate bastano a farle capire l’antifona e a farla disperdere, cosicché i lupi si ritrovano sprovvisti delle risorse naturali dell’habitat in cui vivono. E a quel punto sono costretti a cercare altrove.
In realtà a loro NON piacerebbero granché pecore e capre: preferiscono di gran lunga cacciare gli ungulati selvatici, perché hanno un tenore proteico più elevato. Ma quando manca il caviale, ci si accontenta anche della pasta col pomodoro: ed è quello che i lupi fanno quando attingono alle risorse gestite dall’uomo.
Oltre alla caccia, ovviamente, una responsabilità notevole ce l’ha l’antropizzazione di areali prima abbandonati (e l’abbandono è poi il motivo per cui il lupo NON si è estinto) e adesso “riscoperti” dall’uomo.

Ma gli agricoltori, poverini?
E le povere pecore, capre eccetera?
Be’, in parte questa è un po’ come la storia dei cinghiali intorno a casa mia.
Quando io allevavo cani e vivevo in mezzo a un bosco, i miei tre lontani di casa (non li posso chiamare “vicini”, perché il più vicino stava a 500 metri), tutti “scappati dalla città” che abitavano in mezzo allo stesso bosco, si lamentavano dei danni che i cinghiali facevano ai loro orticelli.
E’ noto: quando si scappa dalla città, la prima cosa che ti fai è un orto.
Anch’io avevo il mio, naturalmente: più o meno coltivato (quando si ricordava) dall’allora marito e per ben due volte innaffiato da mia madre, che alla terza decise che scappare dalla città andava pure bene, ma che innaffiare l’orto era fatica e quindi la verdura si poteva pure comprare al supermercato.
Anche nel mio orticello, ovviamente, vennero a far razzia i cinghiali: che si fecero fuori due interi tentativi di coltivazione di patate.
Quando il marito (sbuffando) le piantò per la terza volta, io gli feci piantare anche una serie di bei paletti a cui venne legata una bella rete alta due metri.
Fine delle incursioni cinghialesche: quelle patate, quell’anno, ce le mangiammo tutte.
“Ma anch’io ho tentato, e i cinghiali mi hanno sfondato la rete!” protestò il lontano di casa, quando glielo dissi.
Già. Solo che la mia rete non serviva a tener fuori i cinghiali: serviva a tener dentro l’Ettore, il mio pastore tedesco, a cui era stato dato l’incarico di fare la guardia all’orto.
E lui  la fece in modo decisamente efficace, visto che i cinghiali da allora si tennero alla larga (tanto potevano sempre andare dal mio lontano di casa, che cani non ne aveva).

Ora, lo so benissimo che non è possibile recintare un gregge: ma il concetto non era tanto quello della rete, bensì quello del CANE.
I pastori sono sempre esistiti, i lupi sono sempre esistiti, i lupi hanno sempre tentato di mangiare le pecore e i cani da pastore (quelli da difesa del gregge, non quelli che lo guidano) hanno sempre messo in fuga i lupi.
Magari non sempre, ma nella maggior parte dei casi sì.
Basterebbe che tutti gli agricoltori/allevatori ecc. d’Italia si munissero di un paio di pastori maremmano-abruzzesi, e il gioco sarebbe fatto: ricordando, però, che il cane da guardiania “non nasce imparato”, ma che va addestrato.
Il lupo è infatti un predatore molto specializzato, sociale, che quindi caccia in branco: difficilmente un unico cane riesce a difendere efficacemente un gregge, perché mentre lui insegue il lupo A, arrivano il lupi B e C a fare man bassa.  Quindi servono più cani, e a questi “più” cani va insegnato il mestiere (sul sito dell’Associazione Cane da Gregge Abruzzese potrete trovare molte informazioni interessanti su questo tema).

Oltretutto, per gli agricoltori/allevatori eccetera moderni, è anche previsto un cospicuo risarcimento in caso di uccisioni di bestiame imputabili ai lupi (cosa che i pastori di un tempo si sognavano): ovviamente devono soggiacere ad alcune regole ben precise, ma SE si mettono in regola vengono risarciti. Quindi, sinceramente, tanto “poverini” a me non lo sembrano: e lo dico con tutta la simpatia che posso provare (e che effettivamente  provo) per persone che hanno scelto di vivere ancora di risorse naturali, senza scatafasciare l’ambiente.
Semmai potrei definirli  “sprovveduti”, quando non pensano di munirsi di valide recinzioni e/o di cani capaci di contrastare il lupo: ma i dati sembrano dimostrare che più che sprovveduti siano dei gran furbetti, visto che la legge sui risarcimenti è già stata modificata una volta… in quanto i capi predati risultavano superiori ai capi censiti!
Si vede che, oltre ai lupi, ci sono in giro anche molte volpi: a due zampe, però.

Queste “volpate” non sono solo italiane: ricordo di aver letto uno dei divertentissimi racconti del veterinario inglese che si firmava con lo pseudonimo di James Herriot e che narrava di un allevatore che l’aveva chiamato a certificare la morte di una vacca abbattuta dal fumine (anche per questo la legge inglese prevedeva un risarcimento).
Il veterinario osservò con attenzione la bruciatura che scendeva lungo il collo della vacca, fino a terra, e poi fece la sua diagnosi: “Sì, sembrerebbe proprio la classica bruciatura da fulmine… se non fosse che ci hai lasciato cadere sopra tutta la cera della candela”.
Herriot racconta che l’allevatore scosse la testa dispiaciuto: ma non per aver tentato di ingannare il veterinario per ottenere il risarcimento, cosa che riteneva parte integrante del mestiere contadino, bensì per aver fatto un lavoro raffazzonato.

Con i lupi è un po’ la stessa cosa: ci sono in ballo qualcosa come un miliardo e duecento milioni di euro, sui quali gli allevatori ritengono di dover mettere le manine a qualsiasi costo. Quindi  non stupisce che ci siano più pecore ammazzate che pecore censite.
Stupisce, invece, che la politica sia tanto ottusa da non mandare gli Herriot della situazione a controllare i possibili imbrogli, ma che si beva la storia di un  numero di predazioni assolutamente sproporzionato al numero di lupi presente sul territorio.

A sentire le associazioni animaliste, molti dei capi vengono uccisi dai cosiddetti “cani rinselvatichiti” (frequentissimi soprattutto nel Sud): ma in realtà non risulta UN solo caso di predazione che possa essere ricondotta a questi branchi di randagi. Risulta, invece, che molti animali vengano uccisi da cani di proprietà (a volte quelli) degli stessi agricoltori…e magari ci sarà anche qualcuno che invece della candela utilizza un cane per fargli azzannare i resti della pecora morta per cause naturali.
Vai a sapere.
Sta di fatto che:
a) le “stragi” di pecore non le fanno i lupi: il lupo ammazza UNA preda e se la porta via per mangiarsela. Se se ne trovano cinquanta morte e lasciate lì, c’è puzza di cane domestico (posso confermare che sarebbe stato esattamente ciò che avrebbero fatto i miei husky, se li avessi lasciati liberi di farlo).
b) nonostante l’evidenza (anche scientifica) limiti moltissimo l’effettiva responsabilità dei lupi, la Commissione Agricoltura della Camera, in modo totalmente bipartisan (perché l’ottusità non ha colore politico, e perché i voti degli agricoltori e dei cacciatori fanno comodo a tutti) ha approvato un documento che, se divenisse legge, darebbe il via libera alla caccia al lupo (e anche al cinghiale);
c) sempre se  il documento dovesse diventare legge, a rimetterci per primi sarebbero proprio i cani (ed è anche per questo che ne parliamo su una rivista cinofila), visto che tutti quelli con un minimo di aspetto lupino sarebbero sicuramente fucilati senza pietà: e non solo cani ferali, cani randagi o presunti cani rinselvatichiti (che in realtà, a differenza dei cani di proprietà, hanno paura dell’uomo e si muovono quasi esclusivamente di notte, “cacciando” più che altro nei cassonetti dell’immondizia), ma anche cani innocentissimi che magari sono andati a farsi un giretto nel bosco con i loro umani.

Ovviamente contro questa porcata di documento sono insorti tutti quelli che hanno un minimo di intelligenza e di rispetto per l’ambiente, a partire dal WWF (“Dietro allo spauracchio del lupo cattivo – ha dichiarato Stefano Leoni, presidente del WWF Italia – si nascondono una maldestra politica agricola e le difficoltà di una attività agro-silvo-pastorale poco competitiva, che solo nell’innovazione, nella valorizzazione della filiera corta e nella qualità può cercare un suo riscatto”) e arrivando all’ENPA (il consigliere nazionale Annamaria Procacci sostiene che “i danneggiamenti  realmente imputabili ai lupi valgono appena cinquantamila euro in tutto il territorio nazionale”) e un po’ a tutte le altre associazioni.

Tra queste Wolf Emergency, che appena saputo dell’ottusa decisione politica, ha aperto un gruppo su Facebook per protestare contro questo documento irrazionale ed ottuso, che però non definiva neppure così, perché non c’era traccia di termini offensivi.
Lo scopo era quello di protestare “con mezzi istituzionali e civili. Inoltre il gruppo di protesta era monitorato costantemente da più attivisti affinché non ci fossero linguaggi  lesivi nei confronti di terze persone e WolfEmergency si era fatta garante della gestione equilibrata della pagina stessa“.
A poche ore dalla sua attivazione, il gruppo contava già migliaia di sostenitori: evidentemente questo ha dato fastidio a qualche politico, o cacciatore, o imbecille comune, che l’ha segnalato alla direzione del social network per pornografia (!!!), causandone la chiusura.
Il fondatore di Wolf Emergency, Claudio Mangini, è profondamente indignato per l’accaduto:   “Le varie associazioni di tutela ambientale che portano avanti la protesta – ha detto –  ritengono che la decisione di chiudere la pagina senza alcun avviso contravvenga le più elementari norme della democrazia e hanno richiesto l’immediata riattivazione alla sede centrale di Facebook Italia.
WolfEmergency  si è sempre distinto negli anni per la grande attività di mediazione con Gruppi, Associazioni, Istituzioni e Sindacati di categoria avversari cercando di evitare lo scontro sterile e preferendo, laddove possibile, un lavoro costruttivo sulle basi che potevano essere comuni”.

A quanto pare, però, lo scontro sterile piace a qualcun altro; così come gli piace giocare sporco ed imporre soluzioni dittatoriali.
Bisogna vedere, però, se la gente normale è disposta a subire (ancora una volta) decisioni che non apprezza e non condivide.
L’immediato successo e il flusso di sostenitori (spontanei, perché in rete non c’è compravendita di voti) ottenuto dal gruppo di protesta sembra indicare che il popolo italiano – quello vero – non ce l’ha affatto con il lupo e che ragiona in modo molto più lineare dei nostri politici: è assurdo portare una specie sull’orlo dell’estinzione per poi permetterle di reintregrarsi e, una volta che questa si è faticosamente stabilizzata, decidere che si può ricominciare a spararle addosso perché rompe le scatole a qualcuno.
La Natura non è un giocattolo, l’ambiente non è un giocattolo: l’uomo normale (non il politico, che appartiene ad una specie diversa) non ne può più di vederlo strapazzato, avvelenato, disintegrato.
Non ne può più di vedere un patrimonio di tutti calpestato dall’interesse di pochi.
L’uomo normale non ha più paura del lupo cattivo: invece si sente molto vicino a lui, perché come lui è vittima degli interessi industriali ed economici che già stanno avvelenando l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e così via.
Anche noi ci sentiamo un po’ lupi: a noi forse non sparano direttamente, ma ci fanno fuori lentamente e subdolamente a forza di tumori, di infarti, di ictus causati dall’inquinamento…solo che  il risultato non cambia, e la gente comincia a capirlo.
Comincia a saperlo.
La rete, il web ha permesso che l’informazione superasse i blocchi del potere ed arrivasse davvero a tutti: e adesso che siamo tutti informati, in giro c’è tanta, ma tanta incazzatura.
Per questo il potere cerca di censurare il web: un po’ come succede in Cina e ovunque ci siano dittature.
Un po’ come succede dovunque i lupi cattivi –  quelli veri –  hanno solo due zampe. E  il pelo ce l’hanno solo sullo stomaco.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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