Quattro email in due giorni con la stessa richiesta (“Come posso diventare educatore cinofilo?“) sono tantine*.
Anche perché, ovviamente, non sono state le uniche: di richieste simili ne ricevo da sempre (alcune molto carine, da cui trapela una vera passione per i cani; altre che fin dalle prime righe appaiono più interessate al lato economico che a quello cinofilo).
Però, in questo periodo, la frequenza sta diventando davvero impressionante.

A questo punto ho pensato di scrivere qualcosa sull’argomento: un po’ per evitare di ribadire sempre le stesse cose a mille persone diverse (d’ora in poi potrò rispondere con un link a questo articolo!) e un po’ perché mi sembra che l’argomento sia diventato davvero “di interesse generale”. Anche troppo generale.
Sono decisamente passati i tempi in cui, presentandomi alla Camera di Commercio per iscrivere la mia attività, dissi “Io addestro cani” e quelli mi risposero: “COS’E’ CHE FA?”, con due occhi così.
E quando glielo ri-spiegai impiegarono una settimana a dirmi che forse potevano inquadrarmi nella sezione “artigianato”, perché “fornivo un servizio”:  ma nel frattempo continuavano a guardarmi come se fossi appena scappata dal manicomio, non so per il tipo di attività o perché, con quel tipo di attività, avevo avuto l’ idea peregrina di mettermi in regola e pagare le tasse.
I tempi sono cambiati, oggi allevatori (un tempo anch’essi allo sbaraglio) e istruttori di vario tipo hanno una collocazione fiscale abbastanza chiara (sempre se decidono di pagare le tasse): in molti – troppi – continuano a fare i furbi, o almeno a provarci, ma molti altri sono cittadini per bene. Ma soprattutto, nessuno si stranizza più quando sente parlare di lavori legati al mondo cinofilo.
Anzi, ormai credo che si sorprenderanno se qualcuno NON chiederà di aprire una partita IVA come educatore cinofilo, perché ce n’è uno sproposito…e a giudicare dalle richieste, l’ondata di piena non accenna affatto a fermarsi. Non so se davvero ci siano già più educatori cinofili che cani, in Italia: ma di sicuro ci stiamo picchiando vicino.
Quindi, ecco qualche considerazione sparsa (da prendere ognuno come crede: io NON sono un Guru e non lo voglio essere.
Dico la mia, ma si è liberissimi di considerarla valida tanto quanto di sputacchiarcisi sopra). Mettetevi comodi, perché prevedo che NON sarò breve (e quando mai lo sono? Ma prevedo qualcosa di peggio del solito).

1)  NOMI, TITOLI E CONVENZIONI
Punto primo: personalmente continuo ad essere convinta che “educatore” sia chi si occupa della socializzazione e dell’integrazione di un cucciolo nella società umana: in pratica dovrebbe essere il proprietario del cane, se ne è capace. Se non ne è capace, dovrebbe andare da un istruttore che gli spiega cosa deve fare.
L'”istruttore” io l’ho sempre visto come quello che insegna agli umani imbranati come comportarsi con i cani, e anche quello che insegna agli umani meno imbranati come addestrare i cani a una certa disciplina… ma in realtà il termine può adattarsi a chiunque “istruisca” cani, umani, cavalli o cavallette. Se istruisci qualcuno,sei un istruttore: c’è poco da girarci intorno.
L’ “addestratore”, etimologicamente, sarebbe quello che “rende destro” il cane: ma destro a far che? Il cane sa già fare tutto quello che vorremmo da lui: quindi il vero ruolo dell’addestratore non è tanto quello di renderlo “destro” (perché lo è già), ma di far sì che metta le proprie abilità/capacità al servizio dell’umano che lavora al suo fianco. L’unico che potrebbe davvero rendere un cane “più destro” è il preparatore atletico, figura semisconosciuta in Italia e di cui ci sarebbe un bisogno vitale, visto anche il numero di cani che si scatafasciano facendo sport. Ma siccome questo è un lavoro che presume tanto studio e tanto smazzo, non sembra interessare a nessuno.

Comunque, per praticità, io parlo di educatori quando mi riferisco a persone che lavorano con i cuccioli (o con adulti a cui nessuno ha mai insegnato nulla), e di addestratori quando parlo di sport, di lavoro o di servizi sociali. Insomma, l’addestratore per me è colui che insegna al cane una disciplina specifica: che sia UD, Agility, Disc dog o ricerca in superficie, poco cambia.
Purtroppo, già sui nomi, si fa una gran confusione. C’è ancora chi crede che l'”educatore cinofilo” sia quello gentile  e che l’addestratore sia “quello che picchia i cani” o comunque che si impone a loro con la forza. C’è chi confonde l’educatore con il rieducatore (ovvero colui che cerca di recuperare cani rovinati da errori umani). C’è anche chi crede ancora che il più famoso macellaio coercitivo degli ultimi tempi sia (anche perché così si fa chiamare) uno “psicologo canino”.
Però, accidenti, a tutto c’è un limite.
Pazienza che si incasinino concetti come educazione, rieducazione, addestramento eccetera: ma almeno psicologi e comportamentalisti (che dovrebbero essere sinonimi) dovrebbero essere SOLO veterinari con una specializzazione particolare.
Non è che il primo pirla che ti dà due consigli su come lavorare o rapportarsi col cane possa autodefinirsi psicologo: altrimenti dovremmo definire psicologa (umana) anche la Sciuramaria che ha dato buoni consigli alla nipotina su come  riacchiappare il fidanzato che le faceva le corna.
Purtroppo, in campo umano, esistono i corsi di laurea, le specializzazioni, i master e soprattutto le leggi che li regolamentano: se non hai mai preso una laurea in medicina e ti metti a fare il chirurgo, vai in galera.
In campo cinofilo esiste un solo corso di laurea (almeno in Italia), quello di “Tecniche di allevamento del Cane di Razza ed Educazione Cinofila”, triennale, che si tiene (almeno che io sappia) solo all’Università di Pisa.
Non esistono, però, ordini professionali, né tantomeno leggi che regolamentino questo tipo di lavoro (anzi, c’è una gran confusione tra corsi, patentini, regolamenti ENCI – secondo i quali esistono solo i figuranti – e così via): il risultato finale è che chiunque può alzarsi una mattina,  decidere di essere un “educatore cinofilo” e aprirsi un campo.
Esattamente come feci io una quarantina d’anni fa.

E chi segue il corso X o Y, tenuto da Tizio o da Caio e organizzato dall’associazione Sempronia?
Ai termini di legge (anzi, di non-legge, visto che la legge non esiste) vale tanto quanto il pirla che si alza una mattina e si apre il campo.
I cosiddetti “riconoscimenti” delle varie associazioni  – tutte rigorosamente private e nessuna delle quali riconosciuta da una qualsiasi figura istituzionale –   valgono quanto il titolo di “cavaliere dei Gardens of time” preso su FB.
Si spera sia ben chiaro, perché mi par di capire che ci siano molti dubbi in proposito: al momento NON ESISTE ALCUN  TITOLO “UFFICIALE” di educatore cinofilo, istruttore, addestratore e chi più ne ha più ne metta.
E’ ufficiale SOLO  il titolo di “figurante ENCI”, perché l’ENCI, che ci piaccia o meno, è l’unico Ente riconosciuto da un ministero che si occupa di cinofilia (anche se non è il tipo di cinofilia che attira la maggior parte degli aspiranti educatori).

2) I CORSI SONO UTILI?
Dipende. Se non hai mai visto un cane, ovviamente sì: però non è che dopo una dozzina di lezioni tu sappia tutto sui cani.
Hai imparato l’ABC. Hai fatto la prima elementare.
Se pensi che un umano, dopo la prima elementare, possa entrare in sala operatoria e fare il chirurgo, allora puoi anche aprirti un campo e metterti a lavorare sui cani: altrimenti dovrai ammettere che dopo il primo passo devono venire anche il secondo, il terzo, il quarto e così via.
E’ vero che lavorare con un cane non è propriamente un’operazione a cuore aperto: ma hai  ugualmente a che fare con un essere vivente, senziente, raziocinante (anzi, con due: perché devi lavorare col cane E col proprietario… e se il problema fossero solo i cani, la vita sarebbe molto più facile). E hai lo stesso delle grosse responsabilità, perché se fai casino e il cane che è venuto “a scuola” da te manda qualcuno all’ospedale, ce l’ha tu sulla coscienza.
Ovviamente ci sono corsi e corsi: ci sono quelli da due o tre week end, quelli che ne durano dieci o dodici, quelli che durano un anno intero. Ed è chiaro che più ore di lezione fai, più cose impari: però, quando esci da lì, sarai sempre un pivello alle prime armi.
Continuando con il solito esempio, NESSUNO si sognerebbe di mettere un bisturi in mano al pivello appena laureato in medicina: ci vogliono anni di praticantato, bisogna farsi le ossa sul campo accanto a chi ne sa più di te. In realtà, se al neolaureato venissero davvero spalancate le porte della camera operatoria, nonostante i sei anni di studi e di esami e di smazzo, la sua reazione più normale sarebbe quella di mettersi a piangere e di gridare AIUTOOOOOO!
Perché, spero di non dovervelo spiegare io, un conto è la teoria e un altro è la pratica.

Quindi: SI, i corsi per educatore cinofilo sono utilissimi per informarsi sul “pianeta cane”. Anche il mini-corso può essere utilissimo a chi non sa un accidenti di cani, mentre il corso più completo, lungo ed approfondito può migliorare le conoscenze di chi ha già una buona infarinatura di base.
Al termine di qualsiasi corso al mondo, però, SOLO UN PAZZO può pensare di aprire un campo e di mettersi a lavorare senza essersi fatto la sua bella gavetta pratica… e a questo punto sorge il dubbio: “Ma se devo fare  la gavetta pratica, sul campo di qualcuno che davvero ne sa di cani, non potrebbe insegnarmi lui le stesse cose che vengono insegnate al corso?”
La risposta, ovviamente, è SI.  Potrebbe, eccome: e qualcuno lo fa.
Ma siccome i corsi sono a pagamento e la gavetta pratica no, indovinate un po’ quale strada preferiscono percorrere i vari Guru della cinofilia?
Sia chiara una cosa: tutti noi “vecchiacci” abbiamo imparato esattamente così. Si andava sul campo di chi ne sapeva più di noi e si cercava di  “rubare” tutto il rubabile, anche perché i corsi ai nostri tempi non esistevano proprio. Nel frattempo ci si faceva le ossa sulla pelle dei nostri cani e di quelli degli amici…e questo succede anche oggi, anche dopo aver fatto tutti i corsi e gli stage di questo mondo.
Corsi e stage, però, aiutano sicuramente a fare meno danni: invece di andare sempre e solo per prove ed errori, si dà già per scontato che certe cose sono sbagliate, che altre non funzioneranno mai, che altre ancora funzionano spesso (“sempre” è una parola che in cinofilia non esiste).
Quindi, sì, i corsi sono utili. Possono essere anche MOLTO utili,  purché li si prenda per quello che sono, e cioè come una “parte” della cultura cinofila che ci stiamo facendo. Se pensiamo che siano “tutta” la cultura cinofila di cui abbiamo bisogno, daremo delle grandi musate e soprattutto faremo molti più danni di quelli che si facevano ai miei tempi: perché almeno, allora, “sapevamo di non sapere”. Non davamo niente per scontato. Procedevamo con moooolta cautela.
Oggi vedo ragazzotti che hanno fatto dieci ore di corso e che pontificano dall’alto della loro Illuminata Conoscenza di Tutto lo Scibile Canino come se il resto del mondo fosse costituito esclusivamente da imbecilli.  Penso di interpretare anche il pensiero di molti dei cani che finiranno sotto le loro grinfie, quando dico che gli imbecilli (nonché arroganti) sono loro).

3) COSA SI IMPARA, ESATTAMENTE, AD UN CORSO?
Dipende, ovviamente, dal corso!
Normalmente i docenti sono più di uno, ma “fatti con lo stampino”, a seconda della figura di riferimento che illumina la scena (ovvero il Guru della situazione). Credo che NESSUNO abbia mai organizzato l’unico corso cinofilo che potrebbe essere davvero utile, e cioè quello in cui si sentissero presentare e spiegare tutti i possibili metodi, approcci, strumenti, filosofie eccetera, con relativi pro e contro.
Al momento, per quanto mi è dato di vedere/sapere/sentire/leggere, i corsi cinofili sono improntati su una figura-guida (il leader, insomma: il capobranco. Quello su cui magari sputacchiano quando si parla di cani, ma che vogliono assolutamente impersonare quando si parla di umani) e su una serie di suoi accoliti “minori”, meno conosciuti e meno carismatici, ma rigorosamente impostati sulla linea del Guru. E qui i casi sono due: o il leader è bravo, e quindi si imparano cose utili… o il leader è un pirla (“pirla” e “famoso” non si escludono affatto a vicenda: basti guardare il successo di Cesar Millan) e si imparano pirlate.

A questo punto, purtroppo, diventa indispensabile chiarire un paio di concetti che faranno sicuramente incazzare a morte qualcuno (tanto ci sono abituata).
Il concetto principale è questo: ci sono corsi per educatori (in cui si insegna, attraverso l’uno o l’altro metodo, strumento eccetera, a far sì che il cane si comporti bene, non sia un pericolo per umani e altri animali, obbedisca ai vostri comandi e/o renda al massimo in una disciplina qualsiasi – dal riporto di ciabatte all’IPO3 –  possibilmente senza stressarsi troppo) e ci sono corsi di cinofilosofia, CHE SONO UNA COSA DIVERSA.
Sia chiaro anche questo: non lo sto dicendo in tono sarcastico né critico.
La cinofilosofia mi sta benissimo, purché sia vista come quello che è: una filosofia, appunto, e NON un metodo di educazione/addestramento.
La cinofilosofia può essere interessante, intrigante, stuzzicante, aprire la mente a punti di vista diversi da quelli troppo scontati di “io Tarzan, tu Jane” che troppo spesso sono stati (e sono ancora) alla base del rapporto umano-cane.
Però, applicazioni pratiche, ZERO.
O meglio, da zero a mille: perché se approcciamo il cane con una mentalità diversa, più aperta e più collaborativa di quella alla “Tarzan-Jane” potremo ottenere risultati migliori in tutto quello che facciamo insieme. Prima, però (o “a fianco”, se preferite) dovremo sapere cosa cavolo vogliamo fare, e come ottenerlo: e queste sono cose che NON si imparano al corso di cinofilosofia.
Basterebbe saperlo e tutto diventerebbe più semplice: invece no, perché molti corsi di filosofia pura vengono spacciati come  “corsi  per educatore cinofilo”… al termine del quale uno non sa neppure come far fare un “seduto” al cane, ma spesso si sente in dovere di aprire un campo. I risultati sono, ovviamente, devastanti: tanto che molti proprietari finiscono poi in mano ai “sussurratori” di turno, sperando che gli “rieduchino” il cane scatafasciato dai cinofilosofi tutta teoria e zero pratica.

Ma non finisce mica qui! Perché anche i corsi più “pratici” si basano, a loro volta, su cinofilosofie diversissime l’una dall’altra. E fin qui non ci sarebbe nulla di male… se non fosse per un piccolo problema collaterale, che è quello delle fazioni e degli schieramenti.
A questo punto bisogna capire due verità fondamentali: primo,  TUTTI INSEGNANO LA STESSA COSA (o almeno ci provano).
Tutti vi spiegheranno come raggiungere quella che è effettivamente l'”educazione”  (ovvero, gli elementi di base della corretta convivenza con l’uomo, che si riducono poi ai comandi più semplici: vieni, siedi, resta, stai zitto, cammina al mio fianco senza tirare al guinzaglio).
Poi ci sarà chi rifiuterà di  chiamarli “comandi” perché il comando implica il concetto di “padre-padrone”, o di “padrone di schiavo”: e magari il corso comprenderà anche un po’ di ore di cinofilosofia, tutte tese a non farvi sentire “padroni” ma “partner” del vostro cane.
Però, alla fine, tutti vi diranno come insegnare al cane a fare cose come vieni, siedi, resta, stai zitto, cammina al mio fianco senza tirare al guinzaglio.

Seconda verità: NESSUNO AMMETTERA’ MAI DI INSEGNARE LE STESSE COSE DEGLI ALTRI, e non solo. Cercherà anche di sputtanare tutti gli altri e di dimostrare (anche attraverso pregevoli esercizi di mirror climbing) di avere inventato qualcosa di rivoluzionario.
Il gentilista sputtanerà il tradizionalista; il cognitivista zooantropologo sputtanerà il gentilista; l’olistico sputtanerà il zooantropologo… e così via. L’ultima frontiera del mirror climbing l’ho scoperta qualche giorno fa, quando un signore che non conoscevo è venuto su questo sito a fare le pulci (in modo piuttosto antipatico ed arrogante) ad un articolo da noi pubblicato sulle origini del cane.
Non avendolo mai sentito nominare, sono andata a curiosare sul suo sito (che si chiama “Sussurra al tuo cane”: ARGH), scoprendo che il suddetto signore aveva inventato nientepopodimeno che l’ ETOPSICOCINOLOGIA.
E sticazzi, se mi passate il francesismo.
Ovviamente questo signore non è diverso da quelli che hanno inventato mille altre cinofilosofie, ovvero mille altri NOMI da affibbiare all’approccio e alla relazione cane-uomo.
Però, più roboante è il nome, più allocchi si pescano e più famosi si diventa  (dopodiché si dicono le stesse cose che dicono da sempre tutti gli altri).
Io che sono più pirla di tutti, e che la relazione cane-uomo l’ho sempre chiamata “relazione cane-uomo”, non sono diventata nessuno: al massimo una che scrive un po’ di libri sui cani, ma niente de che.
Se mi fossi inventata un metodo o una filosofia, e mi fossi fatta pagare cinquemila euro per dire le stesse cose che scrivo gratis su questo sito, a quest’ora forse potrei fare il Guru anch’io.

Comunque, a conclusione di tutta questa blaterata, ricordate una cosa fontamentale: ai “miei tempi”, preistorici, c’erano solo due modi per educare/addestrare/creare un rapporto col cane: o con le buone, o con le cattive.
Oggi, quarant’anni dopo, ci sono invece due modi per educare/addestrare/creare un rapporto col cane: o con le buone, o con le cattive.
E mo’ vi svelo  un’inquietante realtà: che le buone fossero non soltanto il metodo più etico, ma anche quello che dava i migliori risultati, si era scoperto ancora prima che io avessi il mio primo cane.
Quando andai per la prima volta sul campo di quello che potremmo chiamare un Guru dell’epoca preistorica (ovvero quello che allora veniva definito “uno capace”) e gli vidi usare metodi che non condividevo neanche un po’, decisi di comprarmi un po’ di libri sull’addestramento per capire se “si doveva proprio fare così” o se c’erano alternative. Ho già riportato in un altro articolo brani da alcuni di quei libri, quindi non li ripeto qui: mi limito a dire che i grandi addestratori dell’epoca (alcuni dei quali avevano scritto i loro libri negli anni TRENTA) parlavano già della grande efficacia del “premio”, dell’inutilità delle botte, del disgusto verso metodi come i collari a punte (quelli elettrici non erano ancora stati inventati) e così via.
Purtroppo l’approccio “io Tarzan, tu Jane” – che può andare dalla semplice durezza alla violenza vera e propria – è sempre stato il preferito da un sacco di persone che lavoravano coi cani, anche perché non c’era troppo da studiare e da capire: bastava usare la “legge del più forte” e il cane, terrorizzato, obbediva.
Il resto del mondo, invece, si sforzava di creare un rapporto di collaborazione che rendesse felici e soddisfatti entrambi, cane e umano: anche a costo di incontrare maggiori difficoltà e di metterci più tempo a raggiungere un traguardo.
Io ho scelto questa seconda strada quarant’anni fa ed è la stessa identica che seguo oggi: con l’unica differenza che, nel frattempo, nuovi studi ci hanno regalato una maggiore comprensione della mente del cane, nuovi strumenti, nuove metodologie di lavoro  e quindi una maggiore facilità di approccio.
Personalmente ho molti, anzi moltissimi dubbi sull’applicazione della psicologia umana al cane, con tutto ciò che ne consegue per quanto riguarda la metolodogia: ma questo è un campo ancora tutto da esplorare e non escludo di potere, un domani, cambiare idea. Per adesso mi informo, leggo e quando capita provo, anche perché sono d’accordo con Einstein quando diceva che la mente è come il paracadute, funziona solo se si apre.
Purtroppo tutto quello che gli studi scientifici (quelli seri) ci hanno regalato, e che ci permetterebbe di migliorare moltissimo il rapporto cane-uomo, viene spesso vanificato dagli stupidi scanni inter-filosofali, dalla voglia di sputtanare chi segue filosofie diverse (o pseudo-tali) o chi utilizza lo strumento X anziché lo strumento Y.
Si perde, litigando e scannandosi, un sacco di tempo che se venisse impiegato per aiutare uno o più cani potrebbe risultare prezioso.  Ma perché succede tutto questo?
Semplice: perché la cinofilia viene messa in secondo piano rispetto al business. Il che ci porta all’ultimo punto:

4) MA QUANTO SI GUADAGNA FACENDO L’EDUCATORE CINOFILO?
Domanda da cento milioni di euro, con risposta altamente variabile.
Intanto, chiariamo subito che nessuno guadagnerà  mai cento milioni di euro: neppure se diventasse il Millan italiano, perché siamo appunto in Italia e non in America. Quindi scordatevi di farvi la villa con la piscina e lo yacht lavorando con i cani.
Scendendo a livelli più umani, si può guadagnare molto se si hanno le conoscenze e gli appigli giusti: leggi “appigli politici”, non soltanto riferiti all’ENCI.
I Guru che tengono corsi da 5-6000 euro (trovando pure qualcuno che glieli dà) si sono fatti strada attraverso le conoscenze giuste, in un modo o nell’altro, in un campo o nell’altro: chi è davvero bravo ma “non conosce nessuno” di utile, fa poca strada… e questo sempre perché siamo in Italia.
Che tutto questo faccia schifo (e lo fa) purtroppo non cambia le cose.
Il “normale” educatore/addestratore che sa fare il suo mestiere, che si è smazzato per anni facendo gavetta, che si è letto davvero tutto lo scibile cinofilo eccetera eccetera, dopo un altro po’ di annetti passati a tirare le cinghia, può vivere decorosamente del proprio lavoro.
L’improvvisatore che si è aperto il campo dopo due week end, non potendo essere bravo, solitamente vive un breve periodo di illusione e poi scompare nel nulla (ovviamente, l’improvvisatore con le conoscenze giuste invece rimane: a far danni, ma rimane. E potrei farvi pacchi di esempi, che evito solo perché non amo particolarmente le querele nè i pugni nel muso, a scelta).
Un altro fattore importantissimo è quello geografico: al Nord educatori e addestratori campano più o meno tutti, mentre al centro-Sud si suicidano.
La cosa vale anche per gli allevatori: al Nord pagare un cucciolo duemila euro è considerato normale, al Sud ti ridono in faccia se gliene chiedi più di duecento.
Non è questione di razzismo, sia chiaro (anche perché, essendo di discendenza terronissima, mi darei clamorose zappate sui piedi): è solo la realtà dei fatti. Conosco persone veramente GRANDI, preparatissime, che darebbero quintalate di punti a tutti i Guru italiani e stranieri, ma che non sono MAI riuscite neppure a sbarcare un decoroso lunario lavorando con i cani, solo perché stavano a Roma o a Napoli anziché a Milano o Torino.

CONCLUDENDO… (ed era ora, vero?)
Boh, non saprei neppure trarre una vera e propria “conclusione” da tutto quello che ho scritto fin qui: anche perché, se avessi avuto una conclusione, avrei potuto evitare tutta la blaterata e avrei scritto solo quella.
Personalmente penso che i corsi per educatore siano utili  SE sono tenuti da persone preparate; SE si è in grado di distinguere la teoria dalla pratica e la filosofia dal lavoro; SE non ci si illude di uscirne “laureati in cinofilia”, ma semplicemente un po’ più informati di prima (sul cane in generale o su particolari aspetti del rapporto col cane); SE non ci si lascia irretire dal carisma del Guru (anche quando è bravo) e si mantiene sufficiente spirito critico e capacità di analisi; SE non ci si lascia coinvolgere nelle risse e nelle crociate basate sulla lana caprina; SE ci si ricorda che il cane è soprattutto un cane, e che a lui non interessa una beata cippa del fatto che noi sappiamo o meno che rispettare le sue distanze di sicurezza si chiami “conoscere la prossemica” o che il nonno contadino ci abbia insegnato a “non toccar il can che mangia e lasciare in pace il can che dorme”: a lui basta che le rispettiamo.
A volte penso che corsi, stage, seminari e  libri (ampiamente compresi i miei) siano composti al 90% da fumo negli occhi, e che chiunque avesse la pazienza di sedersi per una decina di giorni in mezzo a un branco di cani (come ho avuto la fortuna di poter fare io) potrebbe imparare dieci volte di più, spendendo pure mille volte di meno.
Altre volte mi dico che in fondo seminari, stage e libri servono proprio a diffondere ciò che si è imparato passando magari anni, e non solo giorni, ad osservare i cani e a lavorare con i cani, e che la cultura serve proprio ad evitare che ogni uomo debba ricominciare ogni volta tutto da zero, riscoprendo il fuoco e ripercorrendo tutta la storia dell’umanità dall’inizio: quindi un’utilità, i maestri, ce l’hanno… purché siano persone che veramente hanno a cuore la diffusione della cultura, e non soltanto la diffusione di banconote da cento euro nel proprio portafogli.

In realtà, poi, è difficile distinguere: anche perché, dopotutto, è anche giusto che il lavoro e l’impegno del signor X vengano retribuiti. Nessuno campa d’aria (neanch’io, che è vero che scrivo gratis quel poco che so, ma è anche vero che vado cercando pubblicità per questo sito, perché altrimenti non potrei continuare a farlo).
Il fatto che i corsi abbiano un costo e che gli insegnanti vengano pagati, dunque, è assolutamente normale.
Il punto è che un conto è pagare per qualcosa di utile, e un conto è pagare per ascoltare un misto di aria fritta e cinofilosofia riciclata: ma se non sei GIA’ un cinofilo abbastanza esperto, è quasi impossibile capire a priori se valga la pena o meno di frequentare il corso X.
Personalmente, se fossi una neocinofila alle prime armi, mi regolerei così:
a) seguirei i corsi di persone che lavorano DAVVERO con i cani, e non che si limitano a raccontarne le gesta senza aver mai preso in mano un guinzaglio;
b) scarterei a priori i corsi tenuti da eventuali  “sussurratori”-macellai (che però in Italia non mi sembrano poi così diffusi), ma seguirei – se me lo potessi permettere – almeno tre-quattro corsi diversi, tenuti da persone diverse… compresi uno o due cinofilosofi, dai quali non mi aspetterei che mi insegnassero a lavorare con i cani, ma che mi aprissero orizzonti diversi dai quali guardare il cane;
c) non mi limiterei a seguire i corsi, ma andrei anche a ravanare su due o tre campi, diversissimi l’uno dall’altro, in cui si pratichino discipline diverse e si seguano metodi diversi: e cercherei di carpire il massimo da ognuno di loro;
d) tra questi campi, una volta capito un po’ l’andazzo, ne sceglierei uno sul quale fermarmi per qualche mese (o anno) ad approfondire e migliorare ciò che ho imparato fino a quel momento.
Alla fine di tutto questo percorso, forse mi sentirei anche in grado di aprire un campo mio e di non fare troppi danni (pur mettendo in conto che qualcuno lo farò comunque).
Per fortuna il mio, di campo, l’ho aperto quarant’anni fa e chiuso vent’anni fa… perché se cominciassi adesso, alla fine di questo percorso, avrei un’ottantina d’anni e forse sarebbe un po’ troppo tardi.
Però chi è più giovane di me, questo percorso, può farlo: e magari, alla fine, non sarà ricco nè famoso.
Ma probabilmente sarà bravo.

*Cinque! La quinta è arrivata mentre stavo scrivendo questo articolo

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.

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