Poteva essere una bella favola, quella del lupo italiano: è stata, per molti versi, una storia triste.
Ora l’epilogo più triste in assoluto: Mario Messi, che per tutta la vita aveva lottato per il suo mix lupo-cane, si è spento a un’età (avanzata) che non diciamo, anche se la troverete su altri giornali, perché lui si definiva “uomo senza età” e non voleva che si sapesse quanti anni aveva.
Ho conosciuto Mario nei primi anni ’70, quando la sua avventura era appena agli inizi: ci sentimmo più volte per telefono e la sua era la voce entusiasta di chi era riuscito a dar vita a un sogno.
A quei tempi non si sapeva nulla del cane lupo cecoslovacco (anche se esisteva già), mentre il primo tentativo olandese di creare il cane lupo di Saalors era fallito: quindi la nascita di Zorro, il primo lupo italiano, figlio di una lupa abruzzese allevata dall’uomo fin da cucciola e di un pastore tedesco, era vista come una vittoria rivoluzionaria.
Visitai il suo centro, a Cumiana, rimanendo inizialmente un po’ perplessa perché il Lupo italiano mi sembrava un cane decisamente bruttarello: “raccontandomelo”, descrivendomene il carattere e le potenzialità, Messi riuscì a farmelo amare.
Lui sognava una stirpe di super-cani gestiti da un Ente specializzato, che lavorasse senza scopo di lucro, solo per fornire soggetti alla Protezione civile e alle forze armate, allo scopo di salvare delle vite. Un progetto ambizioso ma soprattutto costoso, nel quale impiegò tutto il patrimonio di famiglia (estremamente cospicuo) illudendosi che la politica italiana l’avrebbe sostenuto e aiutato.
Pia illusione, appunto: ebbe, sì, qualche finanziamento (peraltro già pesantemente contestato dai suoi detrattori), ma insufficiente a reggere i costi di un’impresa troppo ardua.
L’ultima volta che gli parlai, Messi era un uomo amareggiato e costretto a giocare sull’equivoco quando chiedeva contributi volontari per continuare a tenere in piedi il suo centro. Qualcuno gli mandava soldi pensando di aiutare il “vero” lupo appenninico: poi scopriva che si trattava di un progetto diverso e gli dava addirittura del truffatore. I giornalisti che lo intervistavano lo trattavano come un originale personaggio su cui fare dell’ironia.
E pensare che Mario Messi sperava di poter essere l’unico allevatore “non a scopo di lucro” – così si definiva – che non aveva mai voluto mescolarsi con l’ENCI perché lo riteneva (e non a torto…) un Ente politico-finanziario interessato solo al business: in effetti aveva provato a chiedere il riconoscimento, ma l’Ente non aveva accettato la clausola (ferrea) dell’impossibilità di commercializzare i cuccioli. Da qui la necessità di crearsi un Ente per conto suo…ma da qui, anche, le difficoltà.
I lupi italiani non sono mai stati venduti: almeno, non ufficialmente, perché nel momento di massimo interesse per la razza ci fu qualche furbetto che cercò  di accoppiare esemplari affidati e di vendere i cuccioli. In altri casi vennero spacciati per lupi italiani cani che erano semplicemente incroci di pastore tedesco.
Il progetto originale, però, avrebbe voluto che i cani fossero tutelati solo dall’ETLI (Ente per la Tutela del Lupo Italiano) e affidati esclusivamente a persone che li usavano per scopi di utilità sociale. E Messi contava sull’aiuto dello Stato ricordando, per esempio, che il Giappone aveva addirittura proclamato “tesori nazionali” le sue razze più importanti: forse non aveva ben chiaro come funzionano le cose in questo Paese.

Mario Messi è morto dopo quattro anni di malattia, iniziata con la scomparsa della moglie, a cui era legatissimo: pian piano se ne è andato senza troppo clamore e purtroppo non da eroe della cinofilia, come forse aveva sperato.
Il suo lavoro non è stato apprezzato a sufficienza, forse non è stato capito o forse, semplicemente, era stato impostato fin dall’inizio su basi troppo presuntuose.
Non era un uomo simpatico, Mario: di modi bruschi, guardava un po’ tutti dall’alto in basso, si definiva il Lorenz italiano (ma più “duro e puro”, visto che a Lorenz – diceva – interessava solo il business) e riteneva che i suoi cani fossero superiori a tutti gli altri.
A me ha sempre fatto molta tenerezza: ad altri ha fatto rabbia.
Sicuramente è stato “un personaggio”: coraggioso, caparbio, capace di lottare strenuamente contro tutto e contro tutti, almeno finché la morte della moglie non ha spento quella luce battagliera che l’aveva accompagnato per tanti anni.
Adesso lui se ne è andato, ma i suoi cani rimangono.
Forse non sono i “supercani” che aveva in mente lui, forse sono cagnolotti non troppo appariscenti e neppure al “top” del carattere, ma sono comunque buoni lavoratori, resistenti e tenaci come è stato il loro creatore.
Non so se Mario se ne sia andato soddisfatto, dopo tutto, o soltanto deluso.
Resta il fatto che la frase che amava ripetere: “Ho creato un animale che prima di me non esisteva, e che continuerà ad esistere dopo di me” è assolutamente vera.
E questo nessuno glielo potrà mai togliere.

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