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Scappa, scappa, che ti mangia! (come ti erudisco il pupo cinofobo)

Ci sono soprattutto due tipi di genitori, al mondo: quelli che costruiscono bambini cinofobi e quelli che costruiscono bambini kamikaze.
Il terzo tipo, ovvero il genitore intelligente che insegna al bambino sia ad amare che a rispettare i cani, appartiene ad una minoranza etnica così esigua che non vale quasi la pena di prenderla in considerazione.

Il genitore (quasi sempre mamma) che erudisce il pupo cinofobo è quello del “non toccarlo, che ti mangia” (più raramente, “non toccarlo che ti morde”: di solito ci vanno giù pesantissime, non sia mai che il bambino possa pensare a un leggero morsetto senza conseguenze. La mamma cinofoba va dritta sulle immagini più horror/splatter che riesca ad immaginare).
Risposta standard dell’umano con cane: “Ma no, signora, è buono”.
Risposta che verrebbe spontanea all’umano con cane, se non fosse un essere civile ed educato: “Ma vaffanculo, cretina”.
Risposta MERAVIGLIOSA, da standing ovation, che ho letto tempo fa e che suggerisco caldamente a tutti gli umani con cane: “No, signora,  non gli lascio mangiare schifezze”.

Scherzi a parte: “Non toccarlo che ti mangia” è una frase stupida, che insegna al bambino ad aver paura dei cani, ma se non altro è difficile che faccia danni immediati.
Il bambino, infatti, eviterà semplicemente di toccare il cane (e il cane tirerà quasi sempre un sospiro di sollievo, perché non è quasi mai felice di essere pacioccato, abbracciato e sbaciucchiato da umanini che non conosce).
Molto peggiore è l’altra Frase Classica: “Scappa, scappa, che ti mangia!“, che terrorizza il bambino perché gli fa pensare che il cane sia un mostro in agguato, pronto ad avventarsi su di lui non perché lui l’abbia disturbato, ma per il semplice fatto che  esista.
Quindi lo spinge a partire pancia a terra urlando… stimolando così l’impulso predatorio di almeno 5-6 cani su 10, compresi (a volte) quelli ben socializzati.

Cos’è l’impulso predatorio (spesso definito anche “istinto predatorio”, anche se il termine è meno corretto)?
E’ quella pulsione che invita tutti i predatori ad inseguire attaccare chiunque venga definito (o che si autodefinisca, comportandosi come tale) “preda”.
Ovviamente la prima caratteristica identificativa della preda è il comportamento di fuga, ulteriormente rafforzato dall’emissione di suoni striduli e acuti.

Anche le piccole dimensioni della presunta preda sono un  invito alla caccia, ma ricordiamo che per i cani esse sono sempre molto relative: tutti i cani, dall’alano al chihuahua, si ritengono infatti “di media taglia”, come il lupo e tutti i canidi selvatici.
L’alano non sa di essere una specie di bisonte (e infatti ti si scatafascia in braccio senza rendersi conto di schiacciarti), il chihuahua non sa di essere un topino (e infatti è dispostissimo a litigare anche con l’alano, se ritiene che sia il caso) e così via: l’uomo ha modificato la morfologia di moltissime razze, ma non è mai riuscito a far cambiare proporzionalmente il modo in cui i cani vedono se stessi.
Inoltre non bisogna dimenticare che i cani selvatici cacciano in branco: quindi anche prede di dimensioni ragguardevoli possono scatenare l’impulso alla predazione in un gruppo (ma a volte anche nel singolo).

Un bambino dai due ai sei anni che scappi strillando è, agli occhi del cane, una “preda” fatta e finita, perché racchiude in sé proprio tutte le caratteristiche richieste dal ruolo.
Un bambino che scappi strillando può essere attaccato anche dal cane più pacioso di questa terra, esattamente come il cane più pacioso della terra può scattare alla rincorsa di un gatto in fuga o di uno scoiattolo (ricordate “Up”?).
E’ vero che una buona socializzazione e una consolidata abitudine ad avere a che fare con i bambini spesso riescono ad inibire l’impulso: ma è anche vero, purtroppo, che la stragrande maggioranza dei proprietari di cani NON ha idea di cosa significhi socializzare un cucciolo. E magari non ha bambini per casa.
Urlare “scappa che ti mangia” davanti a un cane sconosciuto, dunque, è la cosa più stupida e pericolosa che possa venire in mente a un genitore: ed è , purtroppo, la causa principale degli attacchi di cani a bambini.

Un’altra causa (meno frequente, ma purtroppo non rara) è l’eccessiva confidenza, ovvero l’estremo opposto.
Anche i genitori che starnazzano “Guarda che bel cagnone, corri a dargli un bacino!” sono degli emeriti deficienti  – mi si perdoni la franchezza, ma quando si tratta di salvare la faccia di un bambino non è il caso di andare troppo per il sottile –  specie se il bel cagnone è al guinzaglio e non può evitare l’impatto.
Il cane, infatti, vedendosi “aggredito” da un umanino sconosciuto (dal suo punto di vista “corrergli incontro e mettergli le mani addosso” è un’aggressione bella e buona), potendo si scanserebbe e se ne andrebbe un po’ più in là: ma se è trattenuto dal guinzaglio non è affatto escluso che vada in autodifesa.
Può ringhiare sonoramente, può dare una zampata al bambino (e già così può fargli parecchio male) e, in casi estremi, può anche mordere: magari solo con l’intenzione di dare una pizzicata di avvertimento…ma siccome il bambino piccolo ha solitamente la faccia all’altezza della testa del cane, se la pizzicata se la prende proprio lì i risultati possono essere devastanti.
Anche questo NON dovrebbe succedere (e infatti, per fortuna, di solito non succede) con i cani socializzati in modo corretto: ma non avendo modo di sapere se un cane sconosciuto è stato ben socializzato o meno, lanciare il figlio kamikaze allo sbaraglio (magari con il desiderio recondito di “non fargli avere paura dei cani”)  è una follia bella e buona.

Un tempo era molto più raro che i cani aggredissero dei bambini: un po’  perché i cani vivevano molto più liberi (e quindi potevano scegliere la fuga), un po’ perché c’erano molti più bambini – anche loro molto più liberi – e quindi i cuccioli socializzavano spontaneamente anche se nessuno dei proprietari di cani aveva mai letto un libro di etologia o di psicologia canina  (che peraltro nessuno aveva ancora scritto).
Ma soprattutto i genitori dell’epoca, tutti, da quello più acculturato (che però era quasi sempre  figlio di contadini) al contadino rimasto in campagna, erano in grado di insegnare ai bambini che “il cane che mangia va lasciato in pace”, che “non si tocca il cane che dorme”, che “non si entra in un cortile dove c’è un cane da guardia” e così via.

Oggi non sono soltanto i cani a vivere prevalentemente la guinzaglio: succede la stessa cosa anche ai bambini, che non possono essere lasciati liberi di circolare per strada (se non li ammazzassero le macchine, ci penserebbero i fumi di scappamento), che non hanno praticamente alcun contatto con la natura (intruppati in vite fatte di scuola-sport-videogame-TV-nanna), che sono spesso del tutto impreparati all’incontro con un animale e hanno perso addirittura quell’istinto che invece era prerogativa dei bambini di campagna, e che quasi sempre gli permetteva di capire i segnali lanciati da un animale.
Allevando cani, io ho avuto la fortuna di avere un figlio che fin da piccolissimo, riusciva a gestire le situazioni più incresciose sfruttando evidentemente il linguaggio del corpo e la mimica che aveva imparato per conto suo. Una volta, in esposizione – aveva circa quattro anni –  lo persi di vista e lo beccai dopo qualche minuto seduto nella gabbia di un rottweiler: i due si dividevano un biscotto – biscotto del cane, non del figlio – come se fossero amiconi da sempre.
Il proprietario del cane, quando vide la scena, per poco non cascò secco, perché – mi disse – il suo cane “non sopportava proprio i bambini”.
Dando pure per scontato che mio figlio odorasse più di cucciolo che di bambino, non credo che questo basti a giustificare il fatto che gli avesse permesso di entrare nella sua gabbia e di fregargli il suo cibo: tanto più che anch’io odoravo di cane, ma quando mi avvicinai alla gabbia per recuperare il figlio il cane mi mostrò quarantadue i denti (ritenendo che anche il bambino fosse ormai roba sua).
Evidentemente il figlio parlava canese molto meglio di me: abilità della quale non mi prendo nessun merito perché di sicuro non gliel’avevo insegnato io: l’aveva imparato direttamente dai nostri cani.

I bambini che NON crescono in un allevamento, però, non hanno la stessa capacità istintiva di rapportarsi con gli animali: quindi tocca ai genitori insegnargli il comportamento giusto.
E il comportamento giusto, ovviamente, NON è né la fuga né “l’attacco”, ma un approccio laterale (e mai frontale), senza guardare il cane dritto negli occhi, seguito da una fermata a debita distanza allungando una mano per farsela annusare e poi, eventualmente, da qualche carezza sul collo e sul petto (MAI sulla testa).
Con un approccio di questo tipo è molto difficile che il cane si senta minacciato, e quindi è difficile che possa mordere: ciononostante è sempre meglio chiedere al proprietario, se presente, quale sia l’indole del cane.

Per quanto riguarda i cani sprovvisti di relativo umano, la cosa migliore da fare è lasciarli in pace: se sono amichevoli saranno loro ad avvicinarsi, annusare, invitare al gioco. In caso contrario non sta scritto da nessuna parte che si debba scoprire a tutti i costi se sono amanti dei bambini o meno.
Infine, NON vanno ovviamente mai toccati i cani alla catena, né bisogna allungare manine attraverso la rete per toccare un cane che sta all’interno del proprio territorio.

Sono proprio quattro regolette in croce, facilissime da imparare anche per un bambino di due anni: sembra davvero impossibile che i genitori del duemila non siano in grado di insegnarle ai propri figli, e che ancora si senta dire “scappa che ti mangia!”.
Ancor più incredibile che il cane venga usato come spauracchio, tipo “uomo nero”: “Se non obbedisci subito quel cane là ti mangia!“.
Questo è addirittura vergognoso, visto soprattutto che il  cane è ormai l’UNICO e ultimo simbolo di una natura che i bambini non hanno più modo di conoscere ed amare: roviniamogli anche quel poco che c’è rimasto…e poi, mi raccomando, lamentiamoci se il ragazzino, un paio d’anni dopo, passerà le sue giornate a rintronarsi davanti ai videogames e non sarà capace di instaurare un minimo di contatto sociale.

PILLOLE PER GENITORI CINOFOBI:

a) la cinofobia è una malattia, non un vezzo. Aver paura dei cani non è normale, non è sensato e non è sano. se proprio non riuscite a superare la vostra paura, ricorrete all’aiuto di uno specialista anziché  “passarla” ai vostri figli, perché un bambino cinofobo è un bambino che corre dei rischi;

b) se proprio non riuscite a liberarvi delle vostre paure, confessatele ai vostri figli come tali, dando la colpa a voi stessi e  NON ai cani. Un bambino può rispettare la volontà di sua madre che non desidera che si avvicini ai cani perché LEI ne ha una paura incoscia e immotivata, senza per questo terrorizzarsi a sua volta.

PILLOLE PER GENITORI KAMIKAZE:

a) i cani, mediamente, NON amano “i bambini”: amano i “loro” bambini, quelli che conoscono, che fanno parte del loro branco. Con rare eccezioni, i bambini sconosciuti li “sopportano”, più che amarli. E qualcuno non li regge proprio ed ha reazioni di insofferenza che possono anche sfociare in un morso. Quindi, dimenticate quello che avete letto su libri e riviste (dove TUTTI i cani sono dipinti come “innamorati pazzi dei bambini”:  è vero,  ma si intendono quelli di casa!) e non lanciate i bambini a testa bassa verso qualsiasi cane incontriate;

b) anche con il cane di casa, che effettivamente adora vostro figlio e morirebbe per lui, un minimo di controllo è doveroso: sul bambino, si intende, non sul cane. Un cane non attaccherà MAI il “suo” bambino senza motivo: ma se questi gli tira coda e orecchie, gli pianta dita negli occhi, gli salta a cavallo e così via, potrebbe succedere che prima o poi il cane si scocci e reagisca. Il proverbiale “cane che si lascia fare di tutto” non dovrebbe esistere, semplicemente perché un genitore intelligente DEVE mettere dei limiti a quel “tutto”, prima di doversene pentire (e anche se il cane fosse davvero un santo, non si capisce per quale motivo debba essere votato a una vita di rotture di scatole);

c) non fate mai l’errore (a volte drammatico) di pensare che un cane che vive in giardino, che non ha contatti sociali con la famiglia, che viene sfamato una volta al giorno e poi mollato lì al suo destino, ami e rispetti il bambino di casa.
Per quale motivo dovrebbe amarlo? Quel cane non ama neppure voi: al massimo vi “conosce”, ma perché mai dovrebbe amarvi?
Non siete il suo branco, perché lui non ha un branco. Non ha rapporti sociali con voi.
Se il bambino gli rompe le scatole, avrà tutte le ragioni del mondo per difendersi: dopodiché i giornali scriveranno “cane impazzito attacca il suo padroncino”. Ma il titolo giusto sarebbe: “Cane normalissimo attacca bambino estraneo e rompipalle, i cui genitori non sono stati capaci di iisegnargli l’educazione e il rispetto per gli animali”.