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Zoonosi: l’echinococcosi

Posted By Lorenzo Grazioli Gauthier On 5 settembre 2011 @ 08:00 In Salute,Salute insieme | No Comments

Sulle malattie trasmissibili dai cani si sprecano i luoghi comuni, così come le possibilità – oggi – di accedere ad informazioni più o meno veritiere, scientifiche o modi di dire.
Su “Ti presento il Cane” hanno pertanto fatto a suo tempo capolino le “Cugginate” ed articoli sul corretto rapporto, anche inteso igienico- sanitario, tra bambini e cani.
A volte può capitare però che il nostro amico a quattro zampe si ammali e che ciò possa rappresentare per alcuni una qualche preoccupazione di passaggio del morbo.
I consigli della nonna e  i rimedi del “vicino – cuggino” non mancano mai: ma sarebbe più opportuna una corretta ed equilibrata informazione (che ponga la giusta via di mezzo tra la giusta preoccupazione, se necessaria, ed il fanatico allarmismo mediatico).
Racconti anamnestici non facili, confondono il medico o spesso indirizzano il paziente cane ed il paziente uomo verso una lunga serie di esami quando basterebbe solo essere un po’ più precisi e attenti …dall’inizio.
Per una corretta convivenza con il nostro amico, su Ti presento il cane proveremo a  portare, nei nostri limiti, qualche aiuto in più alla conoscenza ed alla informazione cinofila sul tema delle zoonosi (malattie trasmissibili dal cane all’uomo).
ATTENZIONE: i contenuti di questa rubrica hanno scopo puramente divulgativo e non possono in alcun modo sostituirsi alle valutazioni di un medico o del veterinario. I contenuti non sono da intendersi come riferimenti, linee guida o come inviti all’esecuzione o all’omissione di atti medici e non medici di qualsiasi tipo e/o all’esecuzione o all’omissione di trattamenti di qualsiasi tipo e/o all’assunzione di comportamenti di qualsiasi tipo.

L’ECHINOCOCCOSI

Tra le zoonosi ancora presenti sul nostro territorio italiano abbiamo l’Echinococcosi.
Vi  sono tre tipi di presentazione clinica nell’uomo,  correlati alle tre diverse specie di echinococchi responsabili della patologia:

-l’echinococcosi uniloculare o malattia cistica idatidea dovuta all’ Echinococco granulosus
-l’echinococcosi multiloculare o malattia idatidea alveolare dovuta all’ Echinococco multilocularis
-la malattia policistica idatidea dovuta all’ Echinococco vogeli  (non presente sul nostro territorio).

Con questo termine si intendono le infestazioni larvali dei cestodi (vermi parassiti a forma lunga e piatta).

L’OMS ha riconosciuto le zoonosi quali causa di malattie professionali (WHO Fact Sheet December 1997) e la lotta alle zoonosi è uno dei compiti storici della medicina preventiva – comunitaria e veterinaria.
Numerosi studi epidemiologici sulla malattia hanno dimostrato come l’echinococcosi sia presente in quelle nazioni, regioni ed aree geografiche dove maggiore è la presenza di aziende zootecniche dedite alla pastorizia.
Questo stretto rapporto tra malattia e pastorizia è in relazione al ciclo biologico del parassita: l’echinococcus è infatti una piccola tenia che trascorre la fase adulta nell’intestino tenue dei cani, mentre la fase larvale si sviluppa nei tessuti degli animali erbivori, uomo compreso.
In Italia le infezioni nell’uomo si manifestano ancora soprattutto in alcune regioni del meridione e dedite alle pastorizia come la Sardegna, le Puglie, l’Abruzzo, il Lazio ma anche più a nord, in Toscana.

Nelle aziende ovicaprine meridionali è ancora facile assistere alla somministrazione ai cani, da parte dei pastori, di visceri (polmoni, fegato, reni ecc.) appartenenti ad animali morti o macellati per uso familiare,  infestati da cisti idatidee;  tali cisti idatidee nell’intestino del cane daranno origine al   parassita adulto.
Soprattutto però la vera piaga è rappresentata dal randagismo o semi-randagismo di alcuni cani in quelle regioni: gli stati di abbandono e la trascuratezza delle norme di igiene veterinaria sono tra le prime cause di formazione di sacche di cani-animali infetti che verranno poi a contatto con l’uomo.
In Italia il bestiame è frequentemente infestato: alcune statistiche effettuate nei mattatoi di grandi città del centro-sud parlano di percentuali di bovini infetti tra il 10% e il 20%, e degli ovini adulti fino al 90%, con punte ancora maggiori in alcune località della Sardegna.
Negli ospiti intermedi le cisti possono svilupparsi senza determinare quadri clinici evidenti, per cui nella maggior parte dei casi le infestazionioni sono rilevabili solo in sede di macellazione.

Il ciclo biologico del parassita

L’idatidosi è una malattia parassitaria che colpisce anche l’uomo, causata dall’impianto nei tessuti della forma larvale della tenia Echinococcus granulosus, il cui ospite definitivo è il cane.
La sua larva si sviluppa in forma cistica, di preferenza nel fegato e nel polmone, dando luogo nel tempo a una sintomatologia dovuta alla azione compressiva locale e a fenomeni generali di tipo allergico.
Il cestode adulto è lungo circa 6 mm,  (il corpo) è generalmente formato da 3 (o 4) proglottidi.
La prima proglottide è immatura, quasi quadrata: ne segue una matura, più lunga (poco più di 1 mm) che larga. L’ultima è la più grande, gravida, di forma ovale allungata (2-3 mm), con circa 600 uova.
Le uova, liberate all’interno dell’intestino del cane oppure dopo l’espulsione della proglottide gravida all’esterno, contaminano l’erba e il terreno e possono sopravvivere nell’ambiente esterno fino a due anni.

Per l’infestazione umana, grande importanza ha il contatto diretto con i cani, i quali possono disseminare le uova in tutti gli ambienti che frequentano. Altra frequente fonte di infezione è il contagio orofecale attraverso verdure, acqua o altri alimenti inquinati.
L’echinococcosi viene tradizionalmente considerata come una malattia professionale delle famiglie di pastori e di contadini (ed ora sta assumendo importanza epidemiologica anche l’infestazione negli allevamenti suini a carattere familiare); tuttavia è presente il dato, di difficile interpretazione, di un forte coinvolgimento delle donne.
Risultano maggiormente colpite categorie lavorative generiche, come casalinghe e pensionati (che non rivelano le attività a rischio), per le quali sono implicati meccanismi di trasmissione mediati da contatto con cani domestici o cattiva igiene alimentare (uso in cucina di verdure e alimenti inquinati).
Tra i cacciatori la malattia idatidea può essere trasmessa attraverso il ciclo silvestre, che coinvolge canidi e ruminanti selvatici, a causa dell’abitudine di nutrire i cani da caccia con i visceri degli animali cacciati.
Le uova ingerite dagli animali che possono fungere da ospiti intermedi (pecore, maiali, cavalli, ecc.) o dall’uomo, schiudono nel duodeno liberando le larve esacante.
Queste penetrano nelle pareti intestinali del tenue e raggiungono il circolo portale trasportate dal sangue venoso, o il circolo linfatico.

Il fegato (per via ematica) ed il polmone (per via linfatica) costituiscono per la migrazione della larva i due principali filtri: ciò spiega la frequenza della localizzazione epatica (55-70% dei casi), seguita dalla sede polmonare (15-34%).Qualora la larva riesca a superare questi organi può raggiungere, attraverso la circolazione sistemica, i muscoli, il rene, la milza, il sistema nervoso centrale, il tessuto osseo ed altri organi (in ordine decrescente di frequenza della localizzazione).
Le localizzazioni a livello del SNC e del tessuto osseo, pur meno comuni, rappresentano dei casi di particolare gravità.
Quando la larva si annida nel tessuto che ha raggiunto, si nutre per osmosi di carboidrati (secondo il ciclo dei pentosi), formando rapidamente una cavità interna che alla fine della prima settimana ha già l’aspetto della cisti idatidea (idatide).
Attorno ad essa si dispongono le cellule reticolo endoteliali dell’ospite, in modo radiale, e si forma un tessuto fibroso che riveste uniformemente la cisti senza soluzione di continuità con il tessuto circostante, che sempre più col trascorrere del tempo ed in relazione allo sviluppo della cisti, mostrerà segni di atrofia per compressione meccanica. Dopo cinque mesi la cisti raggiunge la circonferenza di circa 1 centimetro. La sua membrana esterna è stratificata, cuticolare, di natura polisaccaridica, e si presenta molle, elastica, di colorito bianco-latte.
La cisti aumenta progressivamente di volume fino ad assumere, dopo diversi anni, la grandezza di un’arancia o della testa di un neonato. La cisti potrebbe divenire ancora più grande nel caso di localizzazioni in cui la crescita non sia ostacolata, come ad esempio nella cavità addominale.
Nel suo interno la cisti contiene il liquido idatideo, limpido e incolore, il cui contenuto deriva in parte dall’ospite e in parte dal parassita (sali minerali, creatinina, lecitina, glicogeno, muco-polisaccaridi e numerose proteine). Il sedimento che si osserva all’interno delle cisti fertili viene comunemente chiamato sabbia idatidea, ed è costituito da scolici liberi e capsule proligere.
A volte, all’interno di cisti mature si producono, dalla membrana proligera, delle nuove cisti, identiche nella struttura alla ciste primaria. Nella maggior parte dei casi queste cisti figlie si liberano all’interno, contribuendo all’aumento di volume della cisti primaria, altre volte invece si liberano all’esterno, e si parla allora di cisti esogene.
Il destino degli scolici è quello di impiantarsi nell’intestino tenue dei cani che li ingeriscono, per completare il loro ciclo biologico; se però la cisti si rompe e gli scolici si versano nella cavità peritoneale o nei vasi sanguigni dell’ospite intermedio, si distribuiscono nei più svariati organi e possono determinare una echinococcosi secondaria generalizzata, il più delle volte letale.
Quando un cane si ciba dei visceri o delle carni di un animale parassitato da cisti fertili, i protoscolici si fissano nel suo intestino tenue, dando origine in 1-3 mesi ai cestodi adulti; questi restano tra i villi e solo le due ultime proglottidi sporgono nel lume intestinale.
La diagnosi della parassitosi nel cane è però difficile, poiché le proglottidi sono di dimensioni molto ridotte, e vengono espulse in modo discontinuo. Le proglottidi possono essere identificate in base alle dimensioni (2-3 mm.), alla forma ovoidale e alla presenza del poro genitale unico. Per ottenere una sicura identificazione del parassita, è possibile somministrare antielmintici, come l’idrocloruro di arecolina, che causino l’eliminazione del parassita integro.
Il trattamento dei cani infestati richiede l’uso di antielmintici efficaci, come il praziquantel. Dopo il trattamento è necessario ricoverare i cani in box per 48 ore, al fine di raccogliere ed eliminare le feci che contengono le larve di echinococco.

Profilassi

La prevenzione della malattia umana si basa sulle misure di profilassi veterinaria, e l’attuazione delle comuni regole igieniche nel rapporto dell’uomo con il cane.

1.    Non dare da mangiare organi parassitati crudi ai cani presenti in azienda per interrompere il ciclo biologico del parassita;
2.  Il controllo e la riduzione della popolazione canina randagia dà come risultato la diminuzione della quantità totale del parassita: quindi censimento e controllo della popolazione canina sono fondamentali.
3. Accertamento che il cane non venga a contatto con carogne di animali morti (ovini…) e se ne nutra.
4.    Buone e comuni norme di profilassi igienica quotidiana e di controllo veterinario del nostro amico a quattro zampe.
5.    Controllo ovini da parte del Servizio Veterinario e sulle macellazioni clandestine degli. (cit. dr. Di Mauro – Capriuolo)

Nell’uomo il decorso può essere lungamente asintomatico, a volte risolversi spontaneamente.
Le cisti epatiche si possono manifestare con epatomegalia e senso di peso o dolore in ipocondrio destro.
Le cisti idatidee epatiche possono complicarsi con sindromi ostruttive delle vie biliari con colestasi e ittero epatico e postepatico, ipertensione portale con conseguente possibile formazione di shunt porto-sistemici acquisiti, sindrome di Budd-Chiari, sovrinfezione batterica con suppurazione.
Le cisti polmonari sono più sintomatiche e possono dare tosse, dispnea ed emottisi. La rottura di una cisti può invece determinare un episodio acuto anche  grave di tipo allergico. Se la localizzazione è in sede neurologica centrale può dare segni di deficit focali. Possibile la localizzazione in altri tessuti (cuore, muscolo..).
Gli esami di laboratorio possono essere alterati in modo aspecifico – esempio aumento delle amilasi e degli eosinofili. È possibile effettuare la ricerca di anticorpi specifici contro antigeni larvali.
Di grande importanza oggi l’approccio diagnostico, sia ecografico che con l’ausilio di TC e RM.
La terapia è individuale, secondo localizzazione, stadio clinico e possibili complicanze, si basa sull’uso di terapia medica con antiparassitari di tipo benzimidazolici sino alla risoluzione con escissione chirurgica.
Ciò a cui dobbiamo porre attenzione, seppur nella rarità nelle nostre zone della malattia,  è la corretta azione di prevenzione: non mettere in condizione i nostri cani di contrarre il parassita e fare educazione contribuendo così a diminuire le situazioni di randagismo o macellazione casalinga che tendono a resistere in alcune sacche del nostro paese.

Episodi storici delle infestazioni da Echinococco (fonte: Wikipedia):

• Nel Talmud babilonese è segnalato il rinvenimento di cisti idatidee nelle viscere degli animali sacrificati durante i riti religosi.

• Ippocrate nel IV secolo a.C., nel libro sulle “Affezioni interne”, descrisse cisti idatidee polmonari, che talvolta si rompevano nella cavità pleurica, paragonandole a quelle degli animali, nei quali si producevano “…nel polmone, tumori contenenti acqua”. Non si rese conto della loro natura parassitaria.

• Nel I secolo d.C., Areteo di Cappadocia descrisse l’idatidosi cistica epatica, come una “…particolare specie d’idrope riconoscibile per certe piccole vescicole molto spesse, ripiene d’umore, che si manifestano dove suole comparire l’ascite “. Anch’egli non ne riconobbe la natura parassitaria.

• Nel 1683 Edward Tyson osservò nell’omento e nella pelvi d’una gazzella numerose cisti idatidee (hydatides), membrane piene di liquido trasparente, della grandezza d’un uovo di piccione, dentro alle quali era visibile una specie di corpo bianco con un orifizio all’estremità. Considerò la cisti una specie d’insetto nato nel corpo dell’animale e lo chiamò Lumbricus hydropicus, perché conteneva molta acqua.

• Nel 1687 Giovanni Caldesi, allievo di Francesco Redi, in una lettera al suo maestro, descrisse una grossa cisti idatidea nel fegato di un manzo, dalla quale, aperta, “…uscì fuora una grandissima quantità d’acqua limpidissima, chiara, alquanto salata, senza fetore”. Caldesi descrisse le tre membrane che componevano la parete della cisti, “…una esterna, aderente all’organo, robusta, carnosa, muscolosa, composta di molte tuniche tutte assieme intessute con un ordine intricatissimo di fibre”. Poi osservò una “…tunica di mezzo, che appariva color doré”, con “…tenacemente attaccati alcuni pezzetti di materie ingessate”. Infine descrisse la “…tunica più interna, staccata totalmente dalle altre, floscissima e composta di più tuniche, tutte debolissime e sottili come le tele di ragno”.

• L’ipotesi che le cisti fossero stadi larvali di una specie di tenia fu proposta dal naturalista tedesco Pierre Simon Pallas, nel 1766. • Nel 1853 Karl von Siebold, dando da mangiare fegato di montone infestato da cisti idatidee, a dei cani, vide che nell’intestino tenue di questi si sviluppava una piccola tenia, che chiamò Taenia echinococcus. Scoprì il ciclo dell’echinococco, dalla forma larvale nella cisti alla forma adulta nel cane.

• Nel 1862 Rudolph Leuckardt completò lo studio del ciclo producendo in alcuni suini cisti idatidee epatiche dopo aver loro somministrato delle proglottidi di echinococco. • Nel 1863 Bernhard Naunyn trovò echinococchi adulti in cani nutriti con cisti idatidee


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