Capita spesso, nel corso di una discussione cinofila, di sentire o leggere clamorose contraddizioni di cui, a quanto pare, i protagonisti non si rendono neppure conto.
Per esempio: senti Tizio che si infervora per ore a spiegarti che il cane pensa, che il cane è capace di leggere il tuo corpo e di capire al volo quello che provi, che il cane sa risolvere problemi complessi e che quindi va considerato quasi come un partner umano e mai condizionato a reagire ad uno stimolo, ma fatto ragionare su quello che fa (caspita, ma allora sono tutti Einstein a quattro zampe!).
Poi viene fuori, che so, la tipica discussione sul collare a strangolo, e lo stesso Tizio ti dice che non bisogna assolutamente usarlo perché è uno strumento di morte, perché  se glielo metti il cane tira fino a impiccarsi da solo (ma allora è scemo?).
In realtà un po’ tutti cadiamo in queste contraddizioni, per il semplice fatto che non sappiamo come funzioni esattamente la mente del cane.
Sappiamo che il suo sistema cerebrale è fatto più o meno come il nostro: ha un cervello, un cervelletto, un midollo spinale. Sappiamo che il suo cervello, come il nostro, dispone di un sistema limbico che controlla la memoria e l’interesse. Sappiamo che ha gli stessi nostri cinque sensi, quasi tutti più sviluppati dei nostri ad accezione della vista, che utilizza pochissimo e che non è molto sviluppata (usa meno di noi anche il senso del gusto, ma solo perché inghiottisce il cibo senza masticarlo: in realtà ha molte più papille gustative di noi).
Sappiamo che prova sentimenti e che essi sono regolati dagli stessi ormoni che regolano i nostri (perché possiamo tirarcela finché vogliamo da esseri superiori, ma anche noi siamo in balia della nostra adrenalina, della nostra corticotropina, del nostro testosterone o dei nostri estrogeni.
Sappiamo che tra cervello umano e cervello canino c’è una differenza sostanziale solo nella quantità di materia grigia: ne abbiamo di più noi. Inoltre nel cane non sono attive le aree specifiche preposte alla produzione e alla comprensione del linguaggio,  e cioè quella di Broca e quella di Wernicke.
Il cane “non parla” non soltanto perché il suo apparato buccale è diverso dal nostro ed è incapace di articolare suoni simili alla parola umana, ma anche perché gli manca, proprio a livello fisiologico, la capacità di “descrizione” del mondo circostante.
Per lo stesso motivo al cane manca anche la possibilità di comprendere una “spiegazione”: è in grado di associare una parola ad un’azione, ma non la intende come “parola” con un senso compiuto, bensì come un “suono”, che ovviamente gli riesce tanto più facilmente comprensibile quanto più si ripete in modo identico (da qui il grande successo del clicker al posto del “bravo”: mentre il suono del clicker si ripete sempre identico, la nostra parola di compiacimento può variare di altezza, di profondità, di espressività e quindi diventa più difficile da decifrare per il cane).

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Detto tutto questo, però…non abbiamo detto quasi nulla. Ma attenzione: non avremmo detto quasi nulla neppure se avessi scritto un trattato di anatomia e fisiologia da mille pagine, comprendente tutto ciò che sappiamo effettivamente sul cervello del cane. In realtà non si direbbe quasi nulla anche scrivendo il megatrattato su tutto quello che sappiamo sul cervello dell’uomo, perché pare che conosciamo solo il 20% circa delle sue funzioni e che ne utilizziamo solo il 5%  (e alcuni di noi, a mio avviso, molto meno).
Prima di metterci a blaterare tanto sulle capacità intellettive, cognitive eccetera del cane, dunque, dovremmo ammettere che di come funziona il cervello di un cane NON NE SAPPIAMO UN ACCIDENTI. Di come funziona il nostro sappiamo molto poco, ma di come funziona il suo riusciamo a sapere ancora meno. Per di più mescoliamo le due cose, effettuando sul cane esperimenti basati sulla concezione umana del ragionamento: che quindi danno spesso risultati clamorosamente sbagliati.
In tutti i libri su cui ho studiato agli inizi della mia cosiddetta carriera cinofila si trovava scritto che il cane è incapace di apprendere per imitazione. Perché? Perché si era fatto il seguente esperimento: messe due scimmie in due gabbie contigue, con un pulsante che apriva la gabbia e permetteva di raggiungere del cibo, se una della due premeva (anche casualmente) il pulsante e riusciva a prendere il cibo l’altra faceva subito la stessa cosa. Se ci mettevano due cani, il secondo cane non imitava il comportamento del primo e continuava ad aggirarsi per i fatti suoi nella gabbia finché non capitava anche a lui di premere il pulsante per caso, passandoci sopra.
Conclusione: i cani non hanno comportamento mimetico, bon, finita lì.
Quello che aveva fatto l’esperimentone scriveva ciò che ne aveva dedotto, e tutti gli altri dietro, a copiare pedissequamente quello che “la scienza aveva dimostrato” (poi son le scimmie a imitare, eh…).
Io leggevo ‘ste cose, guardavo i miei cani e mi chiedevo: ma se i cani non sono in grado di imitare un comportamento, per quale stracavolo di motivo, dopo che Mackinaw ha scoperto come si apriva la porta del box, tutti gli altri hanno imparato ad aprirla nel giro di due giorni?
Son passati gli UFO una notte a rendere improvvisamente tutti i miei cani più furbi di prima?
Nonostante questo, mi fidavo anch’io (da brava scimmietta) di quello che stava scritto nei Sacri Testi, e se qualcuno mi chiedeva se il cane avesse capacità mimetiche gli rispondevo di no.
Per lo stesso motivo ho riso platealmente in faccia all’allievo di un mio corso che, non riuscendo a far sedere il cane, gli “faceva vedere come si fa”, mettendosi sul campo a ranocchio.
Forse avrei riso meno se avessi già conosciuto gli esercizi di “do as i do”: che d’accordo, non sono proprio la stessa cosa e non funzionano proprio così…però presuppongono che il cane sia in grado di ripetere un comportamento (e i miei cani evasori sono stati in grado di farlo anche senza shaping e clicker).

Nel corso degli anni, purtroppo, mi sono dovuta rendere conto più volte di una semplicissima verità: i risultati tratti da esperimenti eseguiti in condizioni da laboratorio sono spesso lontanissimi dalla realtà. Questo, forse, proprio per il fatto che un essere vivente capace di ragionamento e di sentimenti non si comporterà MAI in laboratorio come si comporta in natura: perché le condizioni innaturali lo stressano, lo inibiscono, lo sconcertano,, o semplicemente perché la sua mente non è in grado di funzionare con la stessa efficacia.
Tra le poche cose che sappiamo del cane c’è, per esempio, la sua tendenza all'”one track mind”, ovvero a concentrare tutte le sue risorse sull’uso di un singolo senso, mettendo in secondo piano gli altri (ne ho già parlato in altri articoli): il cane che sta annusando una traccia particolarmente interessante può non rispondere al richiamo non perché sia testardo, disobbediente o direttamente stronzo, ma perché non l’ha proprio sentito. E non l’ha sentito non perché il suo umano non abbia urlato abbastanza forte, ma perché il cane ha concentrato tutta la sua attenzione sull’odorato e ha “spento” tutti gli altri sensi, udito compreso.
E’ così strano pensare che un cane chiuso in una gabbia, per esempio, concentri tutte le sue capacità di ragionamento sul modo di USCIRE da quella gabbia e da quella situazione, infischiandosene altamente di pulsanti, labirinti e di tutto il cucuzzaro sperimentale che gli viene presentato dallo scienziato di turno?
Perfino le “cavie” umane volontarie, in condizioni sperimentali, danno reazioni diverse da quelle che mostrerebbero in altre circostanze: e questo nonostante loro sappiano esattamente qual è il loro ruolo e perchè si trovano lì. Anzi, ci sono andati proprio apposta. Eppure, nei risultati che si ottengono,  si considera sempre un certo coefficiente di errore dovuto proprio alle “condizioni sperimentali”
Immaginiamo quanto può essere spontaneo un cane che invece non ha la minima idea del perché e come si trovi in una certa situazione!
Per questo motivo spesso io litigo con chi mi presenta risultati “scientifici” sul comportamento del cane, sulle capacità deduttive e così via, basate su studi di laboratorio.
Perché se i miei cani fanno cose diverse, io credo di più a loro che ai risultati di laboratorio.

Tornando al titolo di questo pezzo, comunque: il cane è un Einstein o un Forrest Gump?
Entrambi gli estremi sono, a mio avviso, errati: o forse sono giusti entrambi, perché la verità è che il cane può andare da un estremo all’altro, comportandosi in modo “geniale” in alcune circostanze e da perfetto cretino in altre.
Il soggetto che ti risolve in un battibaleno il rompicapo di attivazione mentale (dopo che tu stesso, magari,  hai impiegato qualche minuto a capire come cavolo funzionava) può essere lo stesso identico cane che cinque minuti dopo, quando gli metti il collare, comincia a tirare fino a strozzarsi. O che perde la testa perché vede un gatto dall’altra parte della strada e si butta in mezzo al traffico rischiando la vita.
Ma allora, è un genio o un pirla?
La risposta giusta credo sia: entrambe le cose, dal punto di vista umano. Nessuna delle due, dal punto di vista canino.
Il cane è un cane, che si comporta e ragiona come tale e che solo in parte è riuscito – finora – ad “umanizzarsi” al punto di comprendere la complessità – ma forse sarebbe meglio dire l’assurdità – del mondo umano.
La sua mente ha, indubbiamente, dei limiti rispetto alla nostra: per contro, ha anche degli orizzonti infiniti che noi ci sognamo.
Per capire se un umano è sano o malato analizzandone la pipì, noi abbiamo bisogno di attrezzature ipercomplesse e di un’attesa di un paio di giorni per avere il risultato delle analisi…e tutto quello che riusciamo a sapere è se ha o meno la malattia X, perché i suoi dati dobbiamo scriverli sull’etichetta.
Il cane dà una sniffata e sa già TUTTO: se l’autore della pipì è giovane o vecchio, maschio o femmina, sano o malato, amichevole o incazzato.
Non c’è storia: ci battono duemila a zero.
Rovescio della medaglia: il cane non si rende conto che tirando sul guinzaglio fino a strozzarsi non ottiene di arrivare prima alla sua destinazione, ma solo di farsi male al collo. E non è neppure in grado di capire che se rallentasse smetterebbe di farsi del male (da cui l’inutilità dei collari a strozzo per insegnare al cane a non tirare).
Ma è davvero “scemo”, per questo?
No: semplicemente, il cane non è “programmato” per indossare un collare e quindi, nella sua evoluzione, non ha mai avuto bisogno che si agevolasse la riproduzione di coloro che capivano che tirare non serve a un tubo e che rallentare è più redditizio. Se gli diamo ancora qualche millennio di tempo (perché questi sono i tempi naturali di una mutazione), sempre che l’uomo non si autodistrugga prima eliminando il problema, forse si svilupperà una generazione di cani che capiscono i pro e i contro del tirare sul guinzaglio.
Per ora, a pensare che siano “scemi” siamo soltanto noi umani, che ragioniamo da umani in base all’evoluzione umana e non a quella del cane.

Nello stesso modo, le capacità di ragionamento, intuizione eccetera vengono spesso valutate con criteri umani. Non per niente vengono solitamente definiti “più intelligenti” i cani più docili, ovvero quelli che obbediscono più prontamente.
Dal mio punto di vista (sempre umano, ma forse un filino più anarchico della media) i cani più intelligenti sono invece quelli MENO obbedienti, che i problemi se li risolvono da soli (o almeno ci provano) anziché aspettare – magari in eterno – che gli umani li risolvano al posto loro.
Sta di fatto che, tornando all’esempio di cui sopra, i miei “intelligentissimi” pastori tedeschi, una volta messi nei box, ci sono sempre rimasti.
I miei husky, cani primitivi considerati “cretini” da moltissimi umani, sono sempre usciti: e per tenerli dentro, dopo innumerevoli e titanici “scontri di intelligenze”, sono dovuta ricorrere ai lucchetti: insomma, a un colpo basso, visto che i cani sono fisicamente impossibilitati ad usare una chiave. Altrimenti uscivano sempre e comunque: uscivano con i cricchetti (che aprivano con la bocca), uscivano con le maniglie (che aprivano con le zampe), uscivano anche con le maniglie montate al contrario, perché nel giro di qualche settimana capivano di dover spingere anziché tirare.
Ovviamente, quand’è che uscivano (ed entravano anche nel box altrui)?
Quando c’era una femmina in calore.
In ogni altra occasione, visto che i miei cani vivevano liberi (un po’ in casa, un po’ in recinti immani) tutto il santo giorno, e che nel box venivano chiusi solo la notte, non gliene poteva frega’ di meno di uscire. Il mio esperimentino l’ho fatto anch’io (sperando di beccarli e di capire come facevano ad aprirsi le porte), lasciando una ciotola piena davanti alla porta chiusa del box e mettendomi in agguato ad osservare.
E cosa pensate che abbia osservato?
Il beato nulla!
La ciotola è rimasta lì, degnata di uno sguardo interessato per i primi cinque minuti: dopodiché, visto che nessuno la portava dentro, il cane se n’è andato beatamente a dormire e non l’ha più cagata di striscio. Nè la ciotola, né la serratura.
In umanese, posso immaginare che abbia pensato qualcosa come: “Il cibo non entra da solo? E vabbe’, pazienza, tanto domani me lo porta l’umana, come al solito. Chi me lo fa fare di uscire a prenderlo?”
Lo stesso identico cane, ovviamente, era l’houdini capace di scardinare qualsiasi serratura per raggiungere la cagnetta dei suoi sogni: forse perché quella non era detto che l’umana gliela portasse a destinazione… o forse solo perché il sesso è uno stimolo più forte di qualsiasi altro, cibo compreso.
Presumo che Mac avrebbe finito per aprire la porta anche per una ciotola, qualora fosse stato affamato: la necessità aguzza anche l’ingegno umano, e soprattutto aguzza la voglia di muovere il culo pesante. Però io non sono una sperimentrice vera e non mi sarei mai sognata di affamare un cane solo per scoprire come faceva ad aprire le porte (anche perché mi è bastato aspettare il calore della cagna successiva).

Sta di fatto che il cane, per quanto ho potuto osservare io:
a) è tanto più “genio” quanto più è primitivo, ovvero meno condizionato (dalla selezione, oltre che come singolo soggetto) ad aspettarsi che tutte le risposte arrivino dall’uomo;
b) è tanto più “genio” quanto più è interessato a raggiungere un obiettivo, e l’interesse diventa proporzionalmente maggiore quanto più l’obiettivo è legato agli istinti e agli impulsi naturali: sopravvivenza, conservazione della specie e così via;
c) è tanto più Forrest gump quanto più i problemi che gli si pongono di fronte sono lontani dalla sua natura e dal suo corredo genetico. Non oso pensare, però, a come reagiremmo noi umani se la situazione fosse capovolta, e cioè se fossimo NOI a trovarci in balia di una società sconosciuta, tra esseri diversi da noi e più evoluti di noi, e dovessimo imparare a capire le loro regole.
Per finire con una nota umoristica, vi riporto qui sotto la spiegazione che avevo dato secoli fa, su un NG, a un tizio che sosteneva che il suo cane fosse cretino perché rosicchiava cose proibite (nel caso specifico si trattava di una presa elettrica), lui rientrava e lo corcava di botte, EPPURE il suo cane la volta dopo rifaceva la stessa cosa.
E non solo: il tizio era anche certissimo che “lo facesse apposta” e che sapesse benissimo di aver sbagliato, perché al suo rientro tremava e “faceva la faccia di chi si vergogna un sacco”.
Questa è la risposta che gli diedi sul NG nel 2003 (una faticaccia a ripescarla! Ma per fortuna google non “dimentica” nulla!): penso che valga la pena di riproporla non solo perché credo spieghi abbastanza bene il motivo per cui non funzionano le punizioni “postume”, ma anche perché vale la pena di pensare a come ci comporteremmo noi sul pianeta Piripakkix, se i piripacchiesi cercassero di educarci nel modo descritto (e cioè come NOI spesso cerchiamo di educare i cani).

Provo a farti un esempio ricorrendo a un ipotetico mondo alieno: tu, umano, sei finito sul pianeta Piripipakkix, abitato da piripacchiesi di cui non sai assolutamente NULLA.
Sono proprio alieni al cento per cento, verdi con le antennine gialle, alti tre metri, con i tentacoli o gli artigli o quello che ti pare: e soprattutto parlano un linguaggio assolutamente sconosciuto. Ok?
Allora…mettiamo che tu debba imparare le regole del loro mondo, e mettiamo che sul loro mondo ci sia una forma di frutta che tu assolutamente non devi mangiare (tipo mela nell’Eden, per capirci). Diciamo che l’albero proibito è quello della nespagola.
Se tu cogli una nespagola e il piripacchiese ti ammolla uno smaffone, è probabile che tu pensi “ops! Forse non gradiscono che le mangi”.
Ma mettiamo che tu, alle dieci di mattina, abbia mangiato una nespagola: poi sei andato a farti un giro in grunzo, hai dormito sotto un pxxxizzo, hai bevuto un ottimo sgnauz…a questo punto arriva il piripacchiese, si accorge che è stata presa una nespagola dall’albero e ti ammolla uno smaffone.
Tu CHE CAZZO CAPISCI????? Non hai alcun modo di sapere se si è incazzato per la nespagola, per il grunzo, per lo pxxxizzo o per lo sgnauz: quindi ti tieni lo smaffone, cominci a temere i piripacchiesi e CONTINUI ANCHE A MANGIARE NESPAGOLE!
Oppure smetti di fare TUTTO, ti chiudi in te stesso, tremi, te la fai sotto. Probabilmente, se il metodo “educativo” si protrae nel tempo, comincerai a fartela sotto ogni volta che un piripacchiese ti si avvicina con un certo atteggiamento (che avrai imparato a riconoscere, se sei stato minimamente attento al loro linguaggio dei tentacoli e/o delle antenne), pensando “oddio, adesso me le suona perché CHISSA’ COSA HO FATTO”.
Questo è esattamente il motivo per cui i cani, secondo i cuggini, hanno la “faccia colpevole” quando “sanno di aver combinato un guaio”. Ma non è così!
Hanno la faccia colpevole perché il padrone sta avvicinandosi con un linguaggio del corpo che dice “adesso te le suono”.
Ma loro non sanno il perché: e non sapendo il perché hanno solo due possibilità: o vanno per tentativi, sperando di azzeccare ciò che ti fa piacere e ciò che ti fa incazzare…oppure continuano esattamente come prima, accettando il fatto che quel pazzo furioso del loro padrone ogni tanto sbrocchi e si diverta a riempirli di botte.
Ovviamente c’è anche una terza strada: scoprire, a un certo punto, che si è diventati più forti e più coraggiosi del padrone, decidere che è ora di finirla di prenderle e cominciare a darle. Questi sono i cani che poi vengono definiti “impazziti”…e spesso soppressi perché lo smaffone al padrone, ***finalmente***, l’hanno girato loro.

Quando gliel’hai girato, il nespolone alla tua cagna per la presa elettrica? MENTRE la masticava, o quando te ne sei accorto un’ora dopo?
Se l’hai fatto “durante”, la punizione può avere avuto un effetto: non un senso, perché lo stesso risultato si poteva ottenere diversamente, ma un effetto sì. Se gliel’hai ammollato anche solo un minuto dopo, hai inutilmente brutalizzato la tua cagna e non le hai insegnato assolutamente NULLA. Che tu ci creda o meno.

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9 Commenti

  1. Per la risposta al tizio: Valeria for president xD se tutti fossero come te, meno cuggini O_O (beh tu non lo sei nemmeno un po’ in cinofilia 🙂 )

  2. Troppo carino l’articolo 😀 io mi ritrovo a dire che se facessero l’esperimento sulla mimesi in casa mia darebbero un premio alla furbizia alla mia vecchia pit…apre: porte, forni, sportelli, cassetti, riesce a sganciare il blocco a pressione del bidone del cibo…ma il principio è lo stesso per tutto incastro la zampa e tiro anche se il meccanismo viene invertito ci riesce… l’obiettivo, idem è sempre lo stesso…CIBO ;D Appena trasferiti montammo il cancello nuovo con il chiavistello, la vecchia ogni volta che aprivamo si interessava…si metteva seduta e osservava…la maledetta dopo una settimana riusciva ad aprire il chiavistello…e te la ritrovavi dietro quando uscivi!Magari per farle fare l’invio in avanti in campo mi faccio il mazzo, sembra davvero forrest gump, ma per ciò che le interessa davvero si impegna!In realtà adoro il fatto che sia così “autonoma” e ci sono anche dei risvolti utili sia sul lavoro in quanto,ad esempio, in ricerca lavora in piena autonomia e non ha bisogno minimo del mio supporto(ha imparato prima di me a fare la griglia di ricerca, dopo 5 anni io ancora faccio casini, mentre lei fortunatamente porta sempre a termine ottimalmente il suo lavoro), in più quando resti chiuso fuori casa basta bussare e c’è chi ti apre e ti accoglie come il migliore padrone di casa ;D . La figlia ha imparato bene dalla madre, addirittura si accende la luce da sola di notte…così ogni sera devo bloccare tutte i pulsanti con lo scotch XD!

  3. cioè stavo cappottando dalla sedia nella lettura della risposta al tipo con il ceffone facile!!
    mi sembrava di vedere uno sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo nella terra di Knorr figlio di Kmer della dinastia di Knarrr!!! 😉

  4. Un esempio di come i cani sappiano copiare ciò che si fa: Bobi il mio pastore tedesco all’età di 5 mesi mi ha stupito quando un pomeriggio mentre stendevo, mi cade una molletta al piano di sotto, avendole quasi finite scendo a recuperarla, un attimo dopo me ne cade un’altra, Bobi che mi stava guardando dalle scale del terrazzo all’improvviso sentendo il rumore della molletta che cade abbassa lo sguardo parte scendendo le scale andando al piano di sotto, recupera la molletta e sale le scale, io vado alla porta del terrazzo e vedo che mi ha lasciato la molletta davanti alla porta (suo limite dato che in casa non lo lascio entrare) e mi guarda con espressione tipo “dimmi che sono stato bravo”, al che coccole bocconcini e premi. Ora ogni qual volta io stendo lui è lì che mi guarda e attende di sentire una molletta cadere per potere portarmela su. Poi i cani non sanno copiare eh?! 🙂

  5. Se i cani imparano per imitazione?
    La mia Rottweiler non riusciva ad imparare il giochino per acchiappare i bocconcini al volo. Li guardava volare in aria con espressione ebete da “Cibo. Cibo volante. C’è qualcosa che dovrei fare, ma cos’era?” e nel frattempo i bocconcini le arrivavano sul naso, rimbalzavano e finivano sul prato. A quel punto lo guardava con le orecchie attente e il muso corrucciato: “Mh. E’ a terra. Già. Proprio a terra. Ora la prendo. Già, la prendo, sì.” E a quel punto finalmente si buttava sulla preda (erano trascorsi circa 10 secondi). Finchè, depressa, ho deciso di farlo fare al mio meticcio già esperto, che mi guardava già da un po’ con la faccia “Io lo so fare, io lo so fare! Tipregotipregotiprego, lanciala a me! Io! Iooooo!!”. Lui ha eseguito alla perfezione, e la rottweiler, con due occhi illuminatissimi e le orecchie a livelli mai raggiunti: “NO! Ma anvedi questo! Pazzesco! Ma che roba! Ma vuoi vedere che… Vuoi vedere che se lo faccio anch’io…?” Al lancio immediatamente successivo ha preso il bocconcino al volo.

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.