venerdì , 17 novembre 2017
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Razza pura, pedigree, standard e amore di mamma

Il bello della multimedialità e della discussione aperta è che talvolta si litiga, questo sì: ma anche dai litigi (a meno che non si tratti di pure e semplici “trollate”, ovvero di provocazioni senza altro scopo che quello di mettere zizzania) possono saltar fuori considerazioni interessanti e meritevoli di approfondimento.
Ieri, domenica o non domenica che fosse, l’occasione di “scanno” su Ti presento il cane non è mancata: ed è stata fornita da una mia precisazione sul tema “Collie americano”.

Riassumo brevemente qui per chi non avesse seguito i commenti: avevo scritto un articolo in cui sostenevo che il Rough Collie stesse prendendo una brutta piega, tendendo a diventare una sorta di “peluche” in cui si perdevano struttura, taglia e soprattutto carattere. Ho fatto quindi l’esempio del Collie di tipo americano per dire che quello Standard (diverso dal nostro FCI) è forse più aderente al tipo originario, comunemente identificato col cane-attore Lassie in cui molti (cinofili compresi) ravvisano il “vero” Collie.
A questo punto mi hanno segnalato – da più parti – che alcuni possessori di Collie definiti “americani” dai loro proprietari, ma in realtà decisamente lontani dal tipo (inteso in senso zootecnico), portavano ad esempio il mio articolo per dimostrare che i loro soggetti (alcuni dei quali senza neppure un pedigree) erano “i veri Collie”, i Collie “giusti”.
Ovviamente io non avevo affatto intenzione di sostenere che questi cani, molti dei quali sono altissimi sugli arti, con teste scorrette, pelo insufficiente, orecchie esageratamente grandi ed erette e così via, fossero da preferire agli ipertricotici bassotti, talora con assi cranio-facciali convergenti, che avevo criticato nel primo articolo. Non mi sta bene nè un eccesso, né l’altro!
E poi qui non si parla neppure di “ipertipo vs ipotipo”, ma di “tipo” (quello descritto dallo Standard) contro “non-tipo” (sia quello dei bassotti ipertricotici che quello dei cani venduti come “collie americani” quando in realtà sono, semplicemente, simil-collie).
Quindi ho scritto un secondo articolo per chiarire meglio il mio pensiero…e qui è scattata l’insurrezione, perché sono stata presa a simboliche e metaforiche (per fortuna!) sassate dai proprietari di cani senza pedigree e – ahimé – senza razza.
Una di queste persone, proprietaria di uno dei cani che avevo utilizzato per illustrare l’articolo, mi ha anche imposto di togliere la foto, come se avessi voluto metterla sua foto per schernirlo o sminuirlo. Addirittura questa signora ha sostenuto che per me la VITA di un cane senza pedigree non avrebbe nessun valore!
Di fronte a questa accusa (e ad un’altra, di altra persona, che ventilava chissà quali misteriori “interessi” dietro a ciò che scrivevo),  mi sono sinceramente  irritata e probabilmente, nelle risposte ai commenti, ho sbroccato anche un po’.
Adesso, a mente fredda, riprovo ad esprimere qualche concetto che temo non sia stato compreso, forse perché “addetti ai lavori” e cinofili “comuni” parlano due lingue diverse.
E allora, proviamo a spiegarci meglio…e magari a tradurre i concetti della cinofilia ufficiale a chi “addetto ai lavori” non è, e che solo per questo, forse, rischia di fraintendere scambiando per chissà quale “insulto” una semplice constatazione zootecnica.

A – il cane  senza pedigree non può essere definito “cane di razza pura”.
Purtroppo queste sono le regole, che ci piaccia o meno. Non c’è nulla di personale (e neanche di…”can-ale”).
Per definire un cane come “di razza pura” occorre la certificazione ufficiale che almeno i suoi genitori, nonni e bisnonni fossero soggetti di razza. TUTTI, non qualcuno qua e là.
Il motivo è molto semplice: il figlio di un cane di razza e di altro cane lontanissimo da essa spesso “sembra” un esemplare tipicissimo. Però, immancabilmente, i geni “estranei” salteranno fuori nelle generazioni successive.
Ho già raccontato altre volte della scappatella che il mio primo pastore tedesco, Fritz, fece con la cocker della lavanderia sotto casa (era stato affidato per due giorni a mia madre, buonanima: un nome, una garanzia): uno dei “pastori cockereschi” che nacquero era, apparentemente, quasi più bello del padre. Era solo un filino più piccolo della media.  Una femmina era una quasi-perfettamente cocker, all’apparenza, mentre gli altri tre erano… miscugli inenarrabili.
Pensate un po’ a quel che sarebbe successo se uno dei due cani che sembravano di razza pura, anche se ovviamente senza pedigree, fosse stato usato in riproduzione: i geni cockereschi o pastoreschi sarebbero immancabilmente saltati fuori e avrebbero fatto venire un sicuro coccolone al proprietario del partner prescelto!
Ma come si possono evitare simili “sorprese”?
Solo certificando che la razza è presente e costante da almeno tre generazioni: e purtroppo da qui non si scappa.
Ufficialmente, un cane senza pedigree è un cane senza razza.
Non un “bastardo”, termine che non utilizzo mai perché ha una connotazione negativa che mi infastidisce, ma un cane NON di razza pura e quindi, tecnicamente, un meticcio.
Così come una persona senza documenti, anche se somiglia moltissimo – che so – a Raul Bova o a Michael Schumacher, non diventa né l’uno né l’altro, a meno che non tiri fuori una carta d’identità che lo dimostra (e il fatto che una Sciuramaria passi di lì e gridi “Ohhhhh!!! Ma quello non è Raul Bova?” non viene assolutamente considerato attendibile).

B – Lo Standard non è un optional
La signora proprietaria del simil-collie ha scritto in uno dei suoi commenti che aveva “decine di persone disposte a dichiarare che il suo cane era purissimo” e che “i nonni del suo cane avevano il pedigree“.
Inoltre specificava che per lei i giudizi tecnici non contavano nulla, mentre si fidava del fatto che per strada tutti dicessero “oh, che bel Collie!” e “oh, guarda Lassie!”.
Le ho risposto – e purtroppo è la verità – che a me hanno detto “oh che bel dogo argentino!” quando avevo al guinzaglio il mio staffordshire bull terrier NERO.
Tutto questo, ovviamente, non smuove assolutamente la convinzione della signora di avere un “collie purissimo”: ed io sono contenta, ma DAVVERO contenta, che questa signora ami il suo cane al punto di scagliarsi a testa bassa anche contro l’evidenza. Sono SEMPRE contenta quando incontro qualcuno innamorato del proprio cane: solo che – purtroppo o per fortuna, non sta a me dirlo – la razza di un cane si stabilisce attraverso criteri cinotecnici e non attraverso gli occhi dell’amore.
I criteri cinotecnici sono contenuti in una cosa che si chiama “Standard” e che dà indicazioni precise (a volte molto precise, a volte un po’ meno: dipende dalle nazioni) sulla morfologia del cane.
Non sto qui a spiegare cosa sia uno Standard, come sia nato e a che cosa serva, perché sono lietissima di potervi informare che ho appena ritrovato un amico di cui avevo perso ogni traccia e contatto, che in passato aveva scritto alcuni articoli molto interessanti e molto chiari sulla funzione dello Standard e delle razze canine per “Ti presento il cane”, quando era una rivista su carta.
Non è un amico qualsiasi, ma è l’autore di molti testi tra i quali c’è la vera e propria “Bibbia” della cinotecnia moderna (“Cani e razze canine”): il suo nome è Mario Canton e, subito dopo questo articolo, inizierò a ri-pubblicare i suoi, visto che è riuscito a ripescarli e a rimandarmeli in formato digitale.

Sta di fatto, comunque, che se l'”appartenenza” di un cane ad una certa razza è data dal pedigree,  la “bellezza” di un cane (sempre e solo cinotecnica, ovvero intesa come bellezza funzionale)  è data invece dalla sua aderenza allo Standard.
Ovvero, tanto per restare al nostro esempio (ma ovviamente la cosa vale per tutte le razze), non solo ci sono i “veri Collie” (quelli col pedigree) e quelli che “magari sembrano Collie, ma non si sa se lo siano davvero” (quelli senza pedigree)… ma ci sono anche i “bei” Collie  e i “brutti” Collie: laddove i primi sono quelli che si avvicinano il più possibile allo Standard di razza, mentre i secondi sono quelli che se ne allontanano.
Per chi ci si avvicina esistono, in esposizione, le qualifiche: Buono, Molto Buono, Eccellente.
Chi si allontana dallo Standard viene giudicato in un solo modo: Abbastanza Buono, che in linguaggio cinotecnico significa “al limite dell’atipico” (perché se è proprio atipico del tutto, viene cortesemente allontanato dal ring).
L’ENCI, sia chiaro, è buonista: e non volendo offendere nessuno non ha contemplato qualifiche come “Insufficiente”, “Gravemente insufficiente” o  magari “Cesso pauroso” …ma a sentire tutta la gente che esalta le inesistenti qualità inesistenti nei propri cani, vien quasi da rimpiangere che non siano state inserite.
Non che sarebbe cambiato nulla, probabilmente…perché chi sostiene che gli basti sentire il parere delle Sciuremarie per giudicare la bellezza del proprio cane può appartenere a due categorie:
a) quelli che proprio non hanno gli occhi (o li hanno talmente foderati dal prosciutto dell’amore, che negano anche l’evidenza);
b) quelli che gli occhi li hanno e li sanno usare, quindi non ignorano (anche perché è davvero difficile ignorarle!)  le differenze tra il loro cane e un rappresentante davvero “bello” (sempre e solo in senso cinotecnico) della razza: però, per partito preso o ancora per amore (volendo appositamente ignorare chi ha degli interessi economici in ballo)  “non vogliono passare di lì”: di solito, ma non sempre, perché quel cane l’hanno pagato: e così, invece di essere i primi a denunciare una truffa, diventano incomprensibilmente i migliori complici di chi li ha truffati, dichiarandosi felici di aver pagato fior di quattrini per un cane che, sempre  zootecnicamente, non aveva alcun valore.

I signori di categoria b), in esposizione, non ci mettono proprio piede: sanno benissimo che il loro cane è morfologicamente scorretto e quindi se ne guardano bene dall’affrontare il giudizio di un esperto.
Quelli di categoria a), a meno che non vivano in un mondo fatto solo di “vieni dalla mamma” e di “ecco il biscottino per il mio tesorino”, a volte fanno il  Grande Salto e appaiono su qualche ring: dopodiché, però, accecati come sono dai sentimenti, se ricevono un giudizio negativo sono prontissimi a dare del cretino al  Giudice.
Confesso: a volte (per non dire “sempre”…) lo facciamo anche noi cinofili. Però lo facciamo più che convenzione che per convinzione, visto che i difetti dei nostri cani noi li conosciamo benissimo (e le Sciuramarie no).

Qualcuno mi ha detto: “Però non puoi negare che in esposizione vincano spesso cani ipertipici, o comunque cani che seguono più i dettami della moda del momento che non quelli dello Standard: è una delle tua battaglie, non vorrai mica rimangiartela!”
Certo che no. Il caso dei Collie “peluchoni” ne è un esempio eclatante, così come lo è stato in passato quello della mia razza (siberian husky), nella quale a un certo punto la funzionalità si è persa a tutto vantaggio dell’estetica. E purtroppo di esempi potrei riempire un libro.
Ma se questo è da condannare – e lo è,  lo ribadirò con sempre maggior forza, anche perché questo problema sta anche alla base della dicotomia tra cani “da lavoro” e cani “da bellezza”, che in pratica significa rovina delle razze – non è che automaticamente si debba pensare che un cane clamorosamente fuori Standard debba essere tenuto in considerazione dal punto di vista cinotecnico.
In expo vincono i cani sbagliati?
Bene: prendiamo in mano lo Standard, analizziamolo per benino e imponiamo ai Giudici di farlo rispettare…ma non cerchiamo di contrabbandare per “cani di pura razza” quelli che stanno all’estremo opposto, perché sono altrettanto sbagliati!

Purtroppo bisogna dire (e gli articoli di Canton lo chiariranno meglio) che gli Standard non sono tutti ugualmente precisi: infatti, in alcune nazioni, essi vengono spesso redatti in modo da dare solo le indicazioni proprio “imprescindibili” (in pratica, quelle che se non vengono rispettate comportano la squalifica): per questo si leggono Standard in cui manca poco che ci sia scritto che il cane ha quattro zampe, una coda e due orecchie…e basta.
Li scrivono così perché  tutto il resto è lasciato all’interpretazione del Giudice, dando per scontato che quel signore lì sia un esperto, un allevatore competentissimo, uno studioso della razza e così via…e che quindi non abbia certo bisogno del “disegnino” per capire come dev’essere fatto un cane di quella razza.
In realtà, molto spesso, è esattamente così: altre volte un po’ meno, forse.
Ma più che altro bisognerebbe andare a cercare – e ad eliminare – problemi collaterali come conflitti di interesse, amicizie e inimicizie, corruzioni e concussioni… insomma, tutto ciò che rende l’essere umano fallace e che, di conseguenza, può rendere altrettanto fallaci i risultati di qualsiasi sport o attività in cui le classifiche siano soggette al parere di uno o più umani.
Però, attenzione: nove  virgola nove giudici su dieci sanno benissimo quello che stanno vedendo, e sono assolutamente capaci di distinguere un bel cane da una ciofeca.
E, ri-attenzione: i giochetti di potere, le amicizie particolari e tutto il cucuzzaro potranno sicuramente modificare e a volte rendere ingiusta una CLASSIFICA, ma quasi mai una QUALIFICA.
Personalmente non ho mai visto in vita mia un Giudice, neppure il più sporco-imbecille-corrotto-incapace e chi più ne ha più ne metta, dare un “Eccellente” a un cane da “Abbastanza Buono”, o viceversa.
Ho visto dare, magari, un ECC a un cane da MB  (e viceversa)… e per carità, è già grave che succeda questo: ma non esageriamo.
Nessun cane “palesemente ciofeca” (e non tale soltanto agli occhi del rivale, magari perché ha la punta della coda un po’ meno perfetta del suo)  diventerà mai campione di bellezza, così come nessun cane timido, aggressivo o incapace diventerà mai campione di lavoro.
Anche agli inciuci c’è un limite, ed è un limite che non vedrà mai trionfare in esposizione un cane che non sia almeno un decoroso rappresentante della sua razza.
E comunque, per eliminare ogni possibilità di errore “voluto”, basterebbe che tutti gli Stardard fossero come quelli italiani, che esaminano e misurano il cane praticamente “pelo per pelo”.
In questo caso il giudizio “cosmetico” (che si traduce nel gusto personale del Giudice) passerebbe in millesimo piano.
Un po’ la stessa differenza che passa tra una gara di tuffi, in cui sono gli umani a votare con le palette – e che quindi risultano a volte fallaci –  e una gara di nuoto, in cui conta esclusivamente il cronometro e quindi gli errori umani stanno a zero.
Però una cosa è certa: un cane che non somigli neppure alla propria razza non vincerà mai in expo.

C – I presunti “insulti” al cane (e per conoscenza, al proprietario) non sono tali: ovvero, amore e cinotecnia sono due cose diverse
Non è stata certo una novità, per me, sentirmi dire che “ho insultato il cane” della signora di cui sopra quando l’ho definito “cane non di razza”…come se si potesse definire “insulto” la semplice constatazione di un fatto.
La signora si è sentita anche in dovere di precisare che a lei “non importava, perché non era razzista” (e meno male! Pensate a cosa mi avrebbe detto se lo fosse stata!).
Comunque…non è una novità, dicevo, perché mi è capitato molte volte di giudicare le famigerate “rassegne cinofile” (ovvero, manifestazioni “amatoriali”  in cui i giudici non sono Esperti Giudici ENCI, ma quasi sempre allevatori) a cui possono accedere tutti i cani: di razza, non di razza, con pedigree, senza pedigree.
Lo scopo di queste rassegne, oltre a quello di passare una giornata tra appassionati, sarebbe quello di aiutare le persone a capire se il loro cane è tipico, e quindi se può accedere alla cinofilia ufficiale (e soprattutto alla riproduzione…) o se è meglio continuare a fargli tante coccole e lasciar perdere il lato cinotecnico.
Nel caso dei cani senza pedigree, invece, si cerca solo di far capire ai loro proprietari se possono continuare a dire “ho un XXX (razza a vostra scelta)” o se è meglio che dicano “ho un simpatico e adorabile meticcio”: ancora una volta, anche in vista di un’eventuale destinazione alla riproduzione, cercando di sconsigliare quella ad alto rischio.

C’è qualcosa di male? A me sembra di no, sulla carta: ma in pratica mi è capitato fin troppe volte di contenere a fatica le ire funeste della Sciuramaria con indescrivibile botolino (tanto carino e tanto simpatico, ma tutt’altro che di razza!) che avevo avuto l’ardire di definire “meticcio”.
E lì non eravamo su FB, quindi i cazzotti li ho rischiati per davvero… per aver detto, ahimé,  né più né meno che la verità: anche perché , se il cane aveva almeno una vaga parvenza della razza con cui era stato iscritto, per evitare le risse avevo imparato a dire cose come “Testa al limite della tipicità, rapporti cranio-facciali convergenti, dentatura incompleta, in movimento stringe il posteriore,  BELLISSIMA CODA”… così la Sciuramaria usciva contenta per la bellissima coda, ignorando il fatto che le avessi stroncato tutto il resto: ed io avevo la coscienza pulita, ma anche la faccia tutta intera.
Però, vivaddio: quando un cane è un meticcio, è un meticcio! E non si può non dirlo.
Che poi la Sciuramaria l’abbia pagato 2000 euro come purissimo “yorkshire toy” o rarissimo “maltese a pelo corto” (o collie americano…) è un problema suo, non mio.

Sta di fatto che bisogna imparare a distinguere tra AMORE (dove è giusto che viga la regola secondo cui “ogni scarrafone è bello a mamma sua”: anzi, mi incavolerei a morte se non fosse così!) e CINOTECNIA… laddove uno scarrafone è uno scarrafone, punto e basta.
E resta scarrafone anche se gli vogliamo un bene dell’anima: ma “scarrafone” in senso cinotecnico non significa certo “cane che non vale niente”, o “cane che non ha diritto di vivere e di essere amato”!
Per carità del cielo, un’idea di questo tipo è lontanissima dai miei pensieri e da quelli di qualsiasi vero cinofilo.
“Scarrafone” (o termine equivalente)  significa solo “cane che non somiglia allo Standard”…ovvero “cane che sarebbe meglio evitare di riprodurre, se amiamo davvero la razza”, nonché “cane che è meglio non portare in expo per evitare delusioni e incavolature”.

Dove starebbe l'”insulto”?
Perché una persona che si definisce “non razzista” poi si incazza come una iena se gli dici che il suo cane non è di razza (non avendo pedigree) e che non sembra neppure di razza (non essendo tipico)?
Di sicuro il cane non si sente “insultato”: la cosa proprio non lo tocca.
Al più grande campione di bellezza come al più grande “scarrafone” del mondo interessa solo di essere amato, curato, coccolato.
Ai cani  SI’, che non ne frega assolutamente nulla di essere belli o brutti, “griffati” o allegri  meticcioni.
Invece i presunti-sedicenti “non razzisti” umani, quando hanno per le mani un cane morfologicamente scorretto, sono pronti a spararti se glielo dici.
Invece di pensare “chissenefrega, io lo amo per quello che è”, devono tirare in ballo i nonni col pedigree o le sciuremarie che li fermano per strada dicendo “ma che bel Lassie”.
Ma dove sta la coerenza?

La cinotecnia è una scienza: non propriamente “esatta”, perché quando si tratta di esseri viventi non c’è mai nulla di “esatto”…ma scienza sì.
I sentimenti non c’entrano una beatissima cippa.
Io ho amato nello stesso identico modo i miei campioni, i miei meticci (che ho sempre avuto contemporaneamente ai cani di razza) e le mie “ciofeche”, perché ne sono nate anche a me come ne sono nate a tutti gli allevatori del mondo: anzi, io mi vanto di averle sempre tenute in bella vista in allevamento (c’è molta gente che, se non riesce a piazzarle, le tiene imboscatissime…per non parlare di chi li sopprime: personaggi che manderei in galera a calci nel sedere). Io li temevo insieme agli altri e dicevo in tutta franchezza:  “Questo non l’ho venduto e  l’ho tenuto per me perché mi è riuscito malissimo: è bruttarello, però lo amo esattamente come tutti gli altri”.
Mi sembrava anche questo un modo per fare cultura “cinofila”,  intesa come cultura dell’amore per il cane.
Ma la cinotecnia è un’altra cosa, e per questo le mie ciofeche  sono state “amori di mamma” quanto e talvolta più di altri (una in particolare è stata una delle cagne più intelligenti, simpatiche e divertenti che abbia mai avuto!): ma non le ho mai portate in expo – perché il giudizio potevo darlo tranquillamente da sola – e neppure le ho usate in riproduzione, perché lo scopo dell’allevamento deve essere quello di migliorare la razza sotto ogni profilo: sanitario, caratteriale e morfologico (per me, in quest’ordine: per altri, forse, in ordine diverso. Ma i tre punti chiave sono quelli, e non si scappa).

Concludendo: io non “insulto” nessun cane e nessun proprietario deve sentirsi insultato se gli dico che il suo non è un “bel” cane dal punto di vista cinotecnico.
Semplicemente prendo atto di  un fatto oggettivo, perché la bellezza del cane andrebbe sempre e SOLO intesa in senso zootecnico e quindi va valutata attraverso parametri precisi, che sono quelli dettati dallo Standard.
Mi dispiace che per qualcuno il termine “meticcio” equivalga a un insulto: per me non lo è.
Per me è come dire, di una persona, “biondo” o “bruno”: lo guardo e dico quello che vedo, stop.
Non è che, se mi piacciono i biondi, stia “insultando” chi ha i capelli scuri. Gli dico “bruno” perché un signore con i capelli scuri si definisce “bruno”… così come un cane senza pedigree si definisce “non di razza pura”, e un cane che non somiglia allo standard si definisce “atipico”, o “morfologicamente scorretto”… o, in modo meno elegante, “brutto”.
Ma non è certo “brutto” in assoluto (anzi! Ci sono meticci meravigliosi…come lo sono stati ovviamente tutti i miei, ai miei occhi!), nè “vale meno” dal punto di vista affettivo.  Vale  meno (anzi, NON ha proprio valore alcuno) solo dal punto di vista commerciale…che però è un altro parametro dettato da criteri ben precisi.
Il valore economico di un cane è dato da una serie di fattori che non sto a ripetere qui perché li ho già elencati mille volte in altri articoli, ma che ci devono essere (e tra questi, i documenti ufficiali sono una conditio sine qua non).
Se non esistono questi parametri, non esiste neppure un valore commerciale: altro dato di fatto, che non deve essere inteso come “insulto” da nessuno e verso nessuno.
Ogni altra considerazione sui concetti di Standard, Razza e così via la lascio a Mario Canton e agli articoli che pubblicherò in parte oggi stesso e in parte nei prossimi giorni.
Per ora io mi fermo qui, sperando di aver chiarito un po’ meglio il mio pensiero e restando aperta a qualsiasi discussione…però basata sui fatti reali e sulle norme che regolano la cinofilia, non sui “se”e sui “ma”.
E neppure sull’amore di mamma, che è una cosa meravigliosa e che sono la prima a provare per i miei cani: ma che non c’entra nulla con lo Standard, il pedigree, i giudizi zotecnici.
Amore e cinotecnia sono due cose che possono – anzi, DEVONO! –  camminare fianco a fianco: ma non si possono mescolare, né confondere l’uno con l’altra.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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