Introduzione

Nelle precedenti due parti abbiamo analizzato l’origine e il significato del termine «standard», come si è evoluto tale concetto e fornito una breve classificazione delle varie tipologie di standard, la terminologia impiegata negli standard e le nozioni propedeutiche all’analisi dei suoi contenuti. In questa ultima parte, prenderemo in considerazione l’utilizzazione che viene fatta degli standard e la prassi seguita nella redazione e nelle revisioni degli standard stessi.

L’utilizzo degli standard

Lo standard viene utilizzato sia in allevamento che in gara e il rapporto dell’allevatore o del giudice con lo standard presenta aspetti interessanti; inoltre l’utilizzo dello standard stesso presenta vantaggi e limiti.
Lo standard di una razza canina, inteso come riferimento ideale, ne rappresenta l’interpretazione più ortodossa, descrive cioè nei dettagli il tipo (o meglio il prototipo) ideale.
Questo vuol dire che nel corso del tempo vari esperti hanno provveduto a registrare, per una codificazione ufficiale, le qualità massime di razze storicamente consolidate (p. es. il mastino napoletano) oppure di razze ottenute in epoca più recente attraverso incroci predeterminati (p. es. il dogo argentino e il pastore tedesco).
L’insieme di queste qualità, appunto lo standard ufficiale della razza, viene a rappresentare di conseguenza un modello di perfezione a cui si deve fare rigoroso riferimento nell’Allevamento.

Lo standard indica anche i gradi di scostamento dalle condizioni ideali, cioè i difetti opportunamente graduati (es. nello standard del PT: difetti, difetti gravi, difetti da squalifica).
Nel  “Disciplinare del Corpo degli Esperti” dell’ENCI (D.M. n. 20894 del 18 aprile 2000) viene ribadito all’art. 19 (Obblighi e doveri dei Giudici) che “Gli esperti giudici devono giudicare rispettando scrupolosamente le norme regolamentari emanate dall’ENCI e dall’Ufficio Culturale del Libro Genealogico, nei limiti della sua competenza, nonché gli standard morfologici e di lavoro delle varie razze canine adottati dalla FCI e dall’ENCI …”.
In esposizione il giudice è obbligato a seguire lo standard scritto della razza senza tenere conto, per esempio, del fatto che l’eventuale modo di muoversi descritto sia o meno efficiente.
Anche se la biomeccanica può descrivere se il modo di muoversi sia funzionalmente efficiente per una determinata razza, si ribadisce il concetto che «in esposizione» ciò che conta è l’eventuale descrizione dello standard.
In teoria, si crede che alle esposizioni la selezione sia basata sul giudizio di quale struttura o tipo di movimento indichi la perfezione del soggetto rispetto alla funzione della razza.
In pratica, bisogna riconoscere che spesso la selezione del miglior soggetto alle esposizioni è basata su ciò che l’osservatore ritiene esteticamente pregevole.

Per prima cosa dovrebbe essere chiaro che vi è differenza tra il tipo di struttura e locomozione che viene preferita nella esposizioni ed il tipo di struttura e locomozione che viene provato sia funzionalmente corretta.
Che piaccia o meno, un giudice è tenuto ad osservare quanto dice lo standard e lo standard potrebbe anche non riflettere quello che ai nostri giorni è conosciuto sull’efficienza della struttura e della locomozione in una razza per l’espletamento di determinate funzioni.
Anche se il giudice sa che i concetti espressi dallo standard sono scorretti è comunque obbligato ad attenervisi: questo ha indotto i cinofili a pensare che ciò che viene premiato in esposizione costituisca la perfezione.
È opportuno evidenziare che solo ciò che può essere provato e dimostrarsi funzionalmente corretto per la locomozione, ma non è detto che quello che è funzionalmente corretto sia ciò che vince in esposizione o è contenuto nello standard.
Spesso l’estremo viene preferito rispetto al moderato perché alle esposizioni la consuetudine è pensare che «se poco è bene di più è meglio».
Questo è dovuto anche alle generiche affermazioni e richieste degli standard che precisano come ma non precisano quanto.
Il concetto «di più è meglio» dovrebbe essere sostituito da «l’ottimale è meglio».

Nel susseguirsi, talvolta tumultuoso (in senso biologico), delle modificazioni evolutive morfo-funzionali, i soggetti che più si avvicinano allo standard vengono favorevolmente certificati mediante riconoscimenti cinotecnici (da parte dei Giudici) e/o attraverso il loro uso privilegiato come riproduttori (da parte degli Allevatori).
Si può presumere che tutto ciò avvenga in attesa di “andare a regime”, cioè di concludere la lunga marcia di avvicinamento al prototipo ideale per poi conservare il risultato.
Nell’ambito di questa linea interpretativa, è palese in misura significativa una evidente dissociazione tra i requisiti morfologici realizzati in termini estetici e le caratteristiche strutturali ondulanti, come prevalenza, tra il border-line e l’eccesso vero e proprio.
Una linea interpretativa forse più realistica è quella di considerare lo standard come un modello appoggiato su di un insieme di requisiti di base. E i modelli, come è stato ben detto, non sono altro che «protesi per l’immaginazione».
Insomma, nella realtà delle cose lo standard sta ad indicare sostanzialmente le specifiche di un progetto: nel nostro caso un progetto dinamico per una determinata razza canina.
Cioè, lo standard stabilisce i parametri fondamentali che costituiscono i limiti entro cui può esprimersi la variabilità genetica o ereditaria di quella razza nel suo progredire.

La difficoltà è dunque nel concretizzare la creatività costringendola nello spazio stabilito dalle regole. [E. Righi, “Il comune senso del pudore ovvero i difetti dello standard” – I nostri Cani, n. 11, 1997].
Questa interpretazione alternativa dello standard trova un autorevole riscontro storico in quanto afferma Solaro sullo specifico tema.
Dice il Solaro: “Mentre lo standard è cosa fissa e inderogabile, la valutazione delle singole parti è cosa che si può modificare considerando lo stato della razza in un dato momento. E queste modifiche di valutazione verranno stabilite di epoca in epoca, a seconda del bisogno, dagli enti incaricati a sorvegliare lo sviluppo e la conservazione di una data razza”.
Molti dei primi standard erano corredati da una scala dei punti sulla cui base effettuare la valutazione delle diverse regioni anatomiche ed ottenere una somma dei punteggi che complessivamente determinasse la valutazione del soggetto singolo, oppure consentisse il confronto tra le valutazioni attribuite ai soggetti in gara.
Alcuni enti cinofili ancora conservano questo metodo, anche se va ormai scomparendo; la «scala dei punteggi» è ancora molto utilizzata, ad esempio, negli standard felini.

Schema di scala dei punteggi (di Dechambre)

– Tête, crâne, front, oreilles, yeux, museau, mâchoires, stop, nez, denture: 25
– Encolure, Epaule, Membre antérieur: 15
– Poitrine, Rein, Lignes du dessus et du dessous: 15
– Croupe, Membre postérieur: 15
– Pieds: 5
– Queue (forme, port, attache): 5
– Poil (texture, couleur): 5
– Caractères de race, Harmonicité, Allures, Pigmentation, Taille: 15

– Total: 100

Fare e disfare

La titolarità a redigere standard è della Società specializzata (c.d. Club) che tutela la razza nel paese di origine della razza medesima.
I principi che regolamentano le procedure di approvazione sono contenuti nell’art. 5 del Regolamento generale della Fédération Cynologique Internationale (F.C.I.).
E’ interessante rilevare che il Comitato Consultivo degli Esperti (ENCI), costituito ai sensi dell’art. 7 dell’apposito “Disciplinare”, ha tra l’altro il compito di riferire alla Commissione Tecnica Centrale valutazioni sulle condizioni delle varie razze in riferimento ai rispettivi standard.

Conclusioni

Gli standard sono modelli in parole, spesso vaghe e comunque sempre elastiche. Molte derivano da termini che provengono dal mondo dell’allevamento dei cavalli. Al meglio, uno standard può essere considerato solo una dettagliata descrizione scritta.
Il modello reale che arriva invece davanti agli occhi dell’allevatore è il cane vincente. Questo crea un’immagine mentale del modello, la proiezione in carne e ossa della descrizione dettagliata.
Piero Scanziani sosteneva: “Lo Standard è nello stesso tempo un vangelo, un codice, un miraggio“.
Un vangelo perché davanti alla sua autorità tutti si inchinano. Un codice, perché sulla base dello standard i giudici di ogni paese esprimono i loro verdetti, denunciano le imperfezioni e i difetti, segnalano le virtù e i pregi. Un miraggio, perché l’ideale contenuto nello standard, e che gli allevatori di tutto il mondo inseguono, è praticamente irraggiungibile, giacché non esiste cane perfetto.