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Quando non ci si capisce

Del cane noi diciamo: “E’ così intelligente! Gli manca solo la parola”.
Ma il cane, di noi, potrebbe pensare: “Sembrerebbe così intelligente! Peccato che cerchi di esprimersi solo con quegli strani vocalizzi che non riesco a capire”.
Perché noi umani siamo troppo abituati a utilizzare la parola come mezzo di comunicazione; e ne facciamo uso (e abuso) anche con chi, per ovvi motivi, non è in grado di comprenderci.
Il cane non parla italiano: sembrerebbe un’ovvietà, ma…

Quando allevavo pastori tedeschi, come fanno tutti gli allevatori, mi capitava di acquistare qualche soggetto nella sua terra d’origine: spesso erano cuccioli, ma in qualche (costosa!) occasione comprai anche cani adulti.
Bene; quando mi capitava di parlarne a persone non strettamente addette ai lavori, la domanda più frequente era sempre questa: “Ma lei sa il tedesco?
Perché ritenevano che non potessi comunicare col cane, se non parlandogli nella sua lingua!

In realtà l’obiezione non era del tutto campata in aria.
Un cane cresciuto in un determinato Paese conosce, ovviamente, alcuni ordini in quella lingua; e per qualche giorno, se vogliamo chiamare a noi un cane tedesco, sarà meglio dirgli “komm” piuttosto che “vieni qui”, perché il “vieni qui” non potrebbe capirlo.
Una volta instaurato un minimo di rapporto, però, la lingua diventa del tutto superflua, perché il cane comincia a leggere il nostro linguaggio del corpo molto più di quanto non ascolti le parole.
Il cane riesce a riconoscere alcuni vocaboli se noi li ripetiamo costantemente in abbinamento a determinate nostre azioni (andiamo? Pappa! Spostati!) o se glieli facciamo abbinare ad azioni sue (seduto, terra, vieni, abbaia!): ma non è mai veramente sicuro di ciò che sta ascoltando e si fida molto di più di quello che vede.
Per chiarire questo concetto ai miei allievi, quando tenevo corsi cinofili, usavo mettermi di fronte al mio cane e dargli una serie di ordini più o meno così: “Crauti! Iiiiiiinsalata…wurstel! Alka seltzer!”
E il cane, in sequenza, si metteva seduto, a terra, di nuovo seduto e mi dava la zampa. Poi, per dimostrare che il cane non era stato addestrato ad obbedire a questi “ordini”, chiedevo agli stessi allievi di dirmi loro stessi alcune parole: uno mi chiese di far sedere il cane dicendogli “ornitorinco”!
Ripetei questo giochetto per molti anni, anche con cani diversi… e in totale credo che non ci furono più di cinque o sei errori.
Se avete un buon rapporto con il vostro cane, provate anche voi: basta che pensiate l’ordine giusto mentre pronunciate parole inventate e vedrete che la cosa funzionerà, perché il cane, quando sente una parola sconosciuta, la ignora e cerca ugualmente di intuire ugualmente i nostri desideri basandosi su ciò che trasmettono la posizione del nostro corpo, i gesti, perfino gli sguardi.

Il cane ci “legge” dalla testa ai piedi e questo gli permette di capire ciò che gli chiediamo… ma solo se stiamo parlando di un singolo ordine, come un “seduto”.
Purtroppo a noi capita spesso di sopravvalutare questa sua intelligenza intuitiva e di cominciare a pensare che il cane sia in grado di seguire una conversazione, o che possieda un dizionario dei sinonimi e contrari.
L’allieva di un mio corso, un giorno, se ne uscì urlacchiando al proprio dobermann: “Ma vuoi smetterla di sederti storto? Lo vuoi capire che così ci tolgono punti?”
Da fuori campo io commentai, scuotendo la testa e sospirando: “Macché, mi sa che non lo voglia proprio capire. Forse non ha letto bene il regolamento di gara: stasera glielo metta sul comodino nella cuccia”.
La signora si voltò a guardarmi sorpresa: restò a bocca aperta per un secondo… e poi, realizzando quello che aveva detto, fu presa da un attacco di ridarella così esplosivo e incontenibile che dovetti sospendere la lezione per ko tecnico.

Perché in fondo noi lo sappiamo, che il cane non conosce la nostra lingua: ma ce ne dimentichiamo continuamente e incappiamo in grossolani errori di comunicazione.
Attenzione: confesso di essere la prima a cascarci!
Un giorno ho detto, testualmente, alla mia Snow sdraiata in mezzo al corridoio: “Non puoi andare sul tuo divano, invece di stare in mezzo ai piedi?”
Il che, per lei, è stato comprensibile come se qualcuno avesse detto a me: “Thsjakahsk yaèakdal fjshakm, gdjsjalkn buojjh hab?”
Solo che io, se qualcuno mi avesse rivolto una frase simile, avrei risposto: “EEEEH?”
Invece lei si è spostata.
E’ questo che ci frega, molto spesso: il fatto che il cane, “leggendoci”, sembri capire anche quello che non è oggettivamente in grado di capire.
In realtà, quello che lei ha percepito è stato solo il mio disappunto: che non ha certo dedotto dalle mie parole, ma dal linguaggio del mio corpo.
A differenza di quando facevo i miei piccoli show al campo di addestramento, stavolta io non so “come” ho usato questo linguaggio; anzi, non sono neppure cosciente di averlo usato, perché la cosa non era “pensata” ed è stata assolutamente spontanea.
Ma lei mi ha “letto” , ha capito che non ero contenta di “qualcosa” (senza ovviamente sapere cosa)… dopodiché, giusto per evitare possibili conseguenze sgradevoli della mia scontentezza, ha fatto la cosa più logica: si è allontanata, ovvero si è tolta dai piedi proprio come volevo io.
Solo che questo è un classico esempio di risultato corretto ottenuto in modo scorretto.
Quello che ho fatto in realtà è stato solo di inquietare la mia cagna, facendole pensare che ce l’avevo con lei e inducendola ad allontanarsi da me; in tutto questo non c’è niente di buono.
Per carità, la Snow non ha certamente subito un drammatico trauma psichico (siamo state insieme per quasi diciotto anni e sapeva benissimo che di me c’è poco da aver paura…): però si è spostata perché pensava di aver fatto qualcosa di sbagliato, quindi si è sentita in colpa senza neppure sapere perché.
Se invece di blaterare una frase incomprensibile in tono seccato io le avessi detto in tono neutro “vai a cuccia” (ordine che conosceva e che capiva benissimo), avrei ottenuto lo stesso risultato; ma lei si sarebbe spostata con l’aria soddisfatta di chi sa di fare una cosa gradita al suo umano, e non con l’aria mogia di chi è stato beccato in fallo.
C’è un abisso di differenza, non vi pare?
A me, sicuramente, pare: però di questi errori ne commetto (spesso) anch’io, L’ho voluto confessare solo perché sappiate che vi capisco benissimo.

Anche se cinofila fino all’osso, sono umana: e come umana tendo a comunicare blaterando, perché noi bipedi siamo troppo abituati a farlo.
Però, con i miei cani, io blatero solo quando non penso a quello che faccio: mentre la stragrande maggioranza dei proprietari di cani tende ad usare la parola sempre e comunque, mettendola al di sopra di qualsiasi altra forma espressiva. E questo non funziona, perché il cane invece capisce “solo” le altre forme espressive: quelle che noi usiamo senza sapere di usarle.
In compenso, quando le usiamo consapevolmente, lo facciamo spesso a sproposito.
Esempio classico, quello del cane aggressivo verso gli altri cani (o verso le persone).
Nel corso della mia vita cinofila ho incontrato centinaia di cani che presentavano questo problema e che erano stati trattati TUTTI nello stesso identico modo.

 

Conversazione-tipo con il proprietario:

D: Quando ha cominciato a fare così?
R: Be’, è ormai da qualche mese… (e a volte: “ormai sarà un annetto…”. Perché non si va mai a chiedere consiglio la prima volta che il cane manifesta un problema: si aspetta sempre che sia ben radicato, altrimenti non c’è gusto! Ndr).
D: Lei come ha reagito, quando il cane ha manifestato per la prima volta ostilità verso un suo simile?
R: Ho cercato di calmarlo, accarezzandolo e dicendogli “buono, sta’ buono”.
D: E ha funzionato?
R: (faccina triste): “No”.
D: E allora cos’ha fatto?
R: Allora ho cominciato a sgridarlo, a urlargli “piantala!”, “basta!”…cose così.
D: E ha funzionato?
R: (faccina disperata): “No! Non funziona niente… non so più cosa fare! Ultimamente l’ho anche picchiato, ma non c’è niente da fare: va sempre peggio!

Qualcuno di voi, per caso, si riconosce?
Rispondete pure tranquilli, tanto non vi sento… ma dopo aver risposto provate un po’ a mettervi nei panni del cane, in un caso come questo.
Perché, dal punto di vista umano, tutto il meccanismo sembra avere una sua logica: il mio cane dimostra ostilità verso un altro essere vivente (cane o persona che sia) ed io cerco di tenerlo calmo accarezzandolo.
Siccome non sortisco il risultato sperato, mi incavolo e mi preoccupo – specialmente se l’aggressività è rivolta alle persone e ancor più se è rivolta ai bambini – quindi urlo per manifestargli il mio disappunto; siccome la situazione non cambia ancora, perdo le staffe e alzo le mani.

Ma adesso facciamoci crescere quattro zampe e una coda immaginari, e cerchiamo di entrare per un attimo nella sua mente.
Tradotta dal canese, la sequenza dei suoi pensieri sarebbe più o meno questa:
a) “Quello là (persona, cane, gatto o bambino che sia, non ha importanza) ha una faccia che non mi piace; mi sorge il dubbio che possa rappresentare un pericolo per me o per il mio umano. Ora lo avverto che non deve avvicinarsi”.
A questo punto, di solito, il cane ringhia, oppure si limita ad assumere una posizione di sfida; ma l’”avversario” continua ad avanzare. O perché è un umano che non ha capito l’avvertimento, o perché è un cane che l’avrebbe pure capito… ma siccome è tenuto al guinzaglio da un umano che continua a trainarlo, non ha molta scelta.
Il nostro cane, non avendo ottenuto risultati con il primo avvertimento, decide di farsi sentire meglio: quindi abbaia aggressivamente.
Allora il padrone lo accarezza “per calmarlo”… e lui pensa:
b) “Ah, visto che facevo bene a far casino? Il mio umano è contento, mi premia accarezzandomi, sto facendo proprio la cosa giusta! Bene, facciamola più forte”.
Il cane si scalda sempre di più, il padrone va in panico e comincia a strepitare.
E il cane pensa:
c) “Mannaggia, il nemico non desiste e continua a venire avanti. Per fortuna il mio umano mi aiuta: sta abbaiando anche lui! Dai, facciamo più rumore che possiamo: in due forse lo mettiamo in fuga. E se non ci riusciamo, prepariamoci a lottare!”
Il cane, a questo punto, sembra una belva scatenata: ha l’adrenalina a mille e in questo stato, ovviamente, non è nelle condizioni migliori per ascoltare qualsivoglia comando.
Il padrone, beatamente ignaro di averlo portato a questi livelli di eccitazione con il proprio comportamento, passa alle misure drastiche e gli molla una sberla. Ma il cane, a cui non passa neppure per la mente di essere stato picchiato dal suo umano (convinto com’è che stiano combattendo uniti contro il nemico), pensa:
d) “Ahio! Ho sentito una botta! Lo sapevo che quello lì era pericoloso: se mi arriva vicino, sento dolore. Per fortuna sembra che adesso si sta allontanando… ma la prossima volta sarà meglio che cominciamo molto prima a far casino, l’umano ed io; così, forse, lo spaventiamo da lontano. E se ci arriva a tiro, meglio morderlo prima che riesca a farmi di nuovo male!”

Ovviamente l’esempio è un po’ semplicistico; ma all’incirca le cose funzionano così, anche se spesso occorrono settimane perché si compia tutto il ciclo che io ho descritto consecutivamente.
Spesso il proprietario insiste molto a lungo con quelle carezze che rappresentano la molla scatenante del problema, perché dal punto di vista canino significano piena approvazione del comportamento sgradito.
Perché l’umano fa una cosa così sciocca, rinforzando (e cioè premiando) l’atteggiamento che vorrebbe spegnere?
Semplice: perché è umano. E quindi tende ad antropomorfizzare tutto ciò che lo circonda.
Un bambino furioso, se lo accarezzi, si calma.
Lui stesso, quand’era bambino, veniva calmato così. Quindi trova assolutamente naturale agire in base ai suoi retaggi emotivi e culturali, anziché soffermarsi un attimo a pensare che il cane non è un uomo e che i suoi processi mentali sono diversi dai nostri.
I bambini maltrattati spesso diventano a loro volta maltrattatori; i bambini accarezzati a scopo calmante spesso diventano accarezzatori e, in questo modo, inconsapevoli scatenatori di aggressività canina.

Attenzione: non è una barzelletta, anche se ho cercato di usare un tono scherzoso. E’ una tragedia.
E lo è perché alcuni di questi cani, a lungo andare, diventano morsicatori e mandano gente all’ospedale. Oppure vengono soppressi.
E tutto questo solo perché non c‘eravamo capiti.
Ovviamente non tutti i problemi di comunicazione con i nostri cani finiscono in tragedia: ci mancherebbe.
Però il non capirsi è alla base del 99,9% delle tragedie e anche dei semplici episodi sgradevoli, anche se non gravi.
Il non capirsi è alla base di tutto ciò che di sbagliato, assurdo e ridicolo è stato fatto in materia di “cani pericolosi”.
Il non capirsi, insomma, comporta sempre un disagio, che può andare dalla semplice (si fa per dire) disobbedienza alla compilation completa dei problemi di leadership con tutti i loro effetti secondari, nessuno dei quali è mai piacevole.
Infine, per chi col cane lavora o fa sport, la differenza tra capirsi e non capirsi può equivalere a quella tra divertirsi un sacco, vincere e/o sentirsi gratificati e la depressione totale, con voglia di mollare tutto incorporata.

E allora…cerchiamo di capirci!

Brano tratto da “Guarda cosa ti dico – Il novissimo dizionario italiano-canerse e canese-italiano” , di Vittoria Peyrani e Valeria Rossi, di prossima ri-pubblicazione.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto e tiene diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI). Da settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) è tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO).