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Perché ho scelto proprio il… Jack Russell Terrier

Dopo aver pubblicato il primo articolo della serie “Perché ho scelto proprio…” avevamo invitato tutti i lettori a raccontare le loro storie, spiegandoci come e perché era avvenuto l’incontro con la loro razza del cuore.
La prima  lettrice ad accogliere l’invito è stata Laura Buccino, un’allevatrice-pittrice che ha mostrato di avere, oltre al pennello, anche una penna particolarmente felice, regalandoci questa piccola perla letteraria che siamo davvero lieti di proporvi (e intanto aspettiamo anche i vostri  racconti!)

Ho tante scuse per giustificarmi, vivo sola, sono handicappata, sono mezza pazza (dicono che sono lisergica nata).
Nessuna di queste regge.
Avevo 4 anni la prima volta che chiesi un cane e la mia astuta madre me ne regalò uno di peluche.
Pensai subito alla fregatura, gli altri bambini ricevevano per Natale un caldo, peloso, sbavante cucciolo, ovviamente malato, che sarebbe morto da lì ad una settimana, perchè a me un fetente peluche??
Inutile piangere, mia madre non si sarebbe mai lasciata convincere.
“Quando sarai grande e lavorerai…” era la sua frase preferita, solitamente condita dai sacrifici che faceva per me, da quanto lavorava per assicurarmi un fururo….mia madre ha fatto trent’anni di sacrifici, in effetti, ma ho sempre sospettato che mi mettesse in mezzo per lamentarsi. In realtà mia madre lavorava solo per se’, per essere la migliore in tutto ciò che faceva, sperando che anch’io seguissi le sue orme e gareggiassi con lei a “vinca il migliore” (convinta di essere lei, alla fine).
Un cane vero, potevo dimenticarmelo.
Era fuori discussione e davvero non me ne ha mai regalato uno, nemmeno uno raccolto per la strada, uno preso al canile municipale di Napoli, solo per non farlo ammazzare, uno vecchietto che sarebbe morto subito e lei avrebbe potuto dire: “Vedi? se avessi aspettato di essere grande e lavorare, te ne saresti preso uno di tuo gradimento”.
Invece troncò la mia protesta con un ” O mangi questa minestra o salti dalla finestra”.
Non c’era nessuna minestra da mangiare e dalla finestra come avrei potuto saltare se era anche vietato affacciarmi?
A Forcella si moriva anche a causa delle pallottole vaganti.

Mi accontentai quindi del pelouche, che chiamai Lillo, col quale giocai, lo pettinai, gli feci il bagnetto e mi ci feci fotografare anche quando perse un orecchio. Non ricordo di aver avuto altri giocattoli, per quanti me ne regalassero Gesù Bambino e la Befana, che nelle notti canoniche mi sforzavo di aspettare alzata fin quasi alle 22!
Però ricordo i fumetti ed i libri che mia madre acquistava praticamente ogni volta che le sue economie, tirate all’osso, le consentivano di avere qualche decina di lire da investire nella mia cultura.
Fumetti, libri, enciclopedie, divoravo le parole a velocità folle e non mi bastavano mai.
Inutile rileggere, ricordavo tutto.
Lillo fu un ottimo surrogato di cane, almeno dal punto di vista degli adulti di casa, mia madre ed i signori De Robertis, che mi nutrivano di pollo lesso mentre la signora Buccino era al lavoro.
Lillo non abbaiava, non sporcava, non mangiava e non doveva essere portato a fare i bisognini e questo, dal punto di vista di chi ha affittato una stanza ad una madre lavoratrice, non è poco.
Non si accorgevano così del mio attaccamento morboso ad un pelouche.

In realtà io avevo due mire, da piccola: un CANE ed un CAVALLO.
Insieme, ovviamente. E pur rendendomi conto che un cavallo andava al di là delle mie mire più ambiziose, continuai a chiederlo per anni, a Natale.
A Milano mi innamorai dei gatti, c’era una colonia di gatti variopinti nei sotterranei del collegio.
E che Gatti! C’erano Siamesi, Birmani, Persiani (una rarità, all’epoca), un Angora, europei comuni e tutti gli incroci ottenibili da queste razze.
Gatti bianchi, neri, blu, marroni, maculati, con tigrature verticali ed orizzontali, con gli occhi verdi, gialli, azzurri, arancioni, ambrati e blu. Code lunghe, corte o ritorte, alcuni senza coda.
Ogni bravo cittadino desideroso di disfarsi del regalo sgradito, lo spingeva di mattina presto tra le sbarre della cancellata e se ne andava a lavorare con la coscienza tranquilla.
Niente cani, però, mentre trovai i cavalli poco oltre la recinzione del campo di calcio riservato ai ragazzi e prestato e tenuto perfetto per gli allenamenti di non mi ricordo quale delle due squadre cittadine.
L’Ippodromo di San Siro fu una vera scoperta, una grande pista sulla quale vedere gli allenamenti ed un dedalo di scuderie, fienili e rimessaggi di sulkies e sellerie.
Naturalmente, tanti cavalli; mezzosangue da trotto, purosangue inglesi, che non mi piacevano perchè troppo nevrili, ponies dalle capigliature foltissime e dalle pance quasi a terra.
Mi innamorai dei cavalli, conobbi un artiere cortese che mi spiegò perchè non dovevo avvicinarmi mai ai cavalli col fiocco rosso sulla coda ed il suo gatto Piero, che faceva dei giochi da circo.

Poi c'è anche chi nella libreria ci tiene i libri...

A Salice Terme niente cani, niente gatti, niente pesci rossi, ma una stanza piena di libri dal pavimento al soffitto. Lessi per tre anni e sognai, all’ombra di un gigantesco cedro del Libano…e disegnavo cavalli. Disegnavo, disegnavo, disegnavo.
Disegnavo già in fasce, proseguii semplicemente con quella che avrebbe dovuto diventare la mia unica professione.
Invece, tre anni dopo, finite le scuole medie, estranei ci avrebbero messo lo zampino un’altra volta.
Ma come! Fior di psicologi avevano consigliato mia madre di farmi frequentare una scuola d’Arte, sto per andare a studiare a Firenze ed un prete, che non mi conosce nemmeno, le dice che le scuole d’Arte sono piene di droga?!?
AAAH!
A 500 metri dall’Istituto Magistrale Pier Capponi, c’erano l’agognato Liceo Artistico, l’accademia di Belle Arti, tutti i negozi di Articoli per Belle Arti, le scuole migliori d’Italia ed io chiusa in un’aula piccola, con un’insegnante di Latino che detestavo, a disegnar cavalli per un altro anno, fino alla bocciatura.

“Avrà capito” pensavo, illudendomi che mia madre possedesse una mente elastica.
Mi accolse a casa con la sua migliore faccia da  “Dopo tutti i sacrifici che ho fatto per te…” e mi annunciò che mi aveva iscritta ad un corso per tecnici di Laboratorio di Analisi: la Professione del Futuro. Sentii chiaramente le maiuscole e seppi che tutto il discorso che mi ero preparata per convincerla era svanito.
Aveva pagato la retta, assoldato ben due insegnanti privati e non mi aveva neanche promesso un cane.

Studiai mentre tutti gli altri ragazzini erano al mare, o per strada fino a sera. Studiai come una che non aveva voglia di studiare (secondo lei) non avrebbe mai studiato al liceo Artistico o all’Istituto d’Arte.
Passai l’esame di ammissione decima su quindici, quasi tutti diplomati ITIS ed un paio di laureandi in medicina, nessuno sotto i diciassette anni. Non male per una quattordicenne senza voglia di studiare.
Tornavo alle origini. La scuola si trovava all’interno dell’ospedale in cui sono nata e nel quale la mamma diventava “Sorella Buccino” vigilatrice d’infanzia, futura caposala di ben  due reparti, anzi Divisioni scientifiche, dalle 08 alle 17.
Odiai tutto subito.
Odio ancor oggi il sangue, le analisi, le attrezzature di laboratorio, tranne la vetreria, che ormai in disuso, negli ultimi anni ho dipinto ed inciso.
Ero troppo giovane, mi sarei diplomata a 17 anni, quindi mi bocciarono e dovetti sorbirmi quattro odiosi anni di corso.

Mi diplomai nel 79, a giugno,con 65% (indovinate cosa disse mia madre?..”Dopo tutti i sacrifici che ho fatto”….), cominciai a fare sostituzioni ad ottobre presso l’INAM.
Tra una sostituzione e l’altra, lavoretti saltuari, giusto per pagarmi il vizietto del fumo, preso al corso.Intanto il cane l’avevo trovato. Un cosetto biondo che avevo chiamato Lasse, in onore di un ladro svedese: Lars (Lasse) Svenson.
Ci siamo divertiti un sacco per 15 anni, finchè la morte non l’ha reclamato.
Tra l’81 e l’85 sperimentai il dolce, beato far niente e scoprii che non faceva per me. Allora equitazione ed Istituto d’Arte, l’esame di ammissione al corso libero del nudo all’Accademia di Belle Arti di Napoli (10 su 200, per 15 posti), fino a che non arrivò la condanna definitiva: il contratto a tempo indeterminato in ospedale.
So che non dovrei dirlo, la gente fa di tutto per un lavoro a tempo indeterminato, ma capitemi, il Laboratorio NON era per me.
Non sono mai stata professionale, litigavo col primario, ero insofferente alla disciplina ed agli orari. Ogni volta che potevo mi nascondevo per disegnare.
Il sangue, la sola vista di una provetta rotta sul pavimento mi dava la nausea.
Lo ripetevo ad ogni piè sospinto: “Io so fare solo due cose: dipingere e parlare con gli animali”.
Ora faccio questo: dipingo e parlo con gli animali ed a parte qualche disagio economico, non mi trovo male.

Ho lavorato in toelettature, assistito veterinari, viaggiato per portare cani qua e là.  Se vado in expo a vedere indico sempre gli eccellenti (a volte azzeccando pure la classifica).. poi, un giorno di dodici anni fa, mi misero una Jack Russell terrier in braccio. E mi sono innamorata.
Oggi  li allevo con amore e metodo Montessori, seleziono le famiglie a cui vendo i cuccioli, a volte prendo cantonate terribili (due in dodici anni), come tutti.
Lotto con malattie, pulci e parassiti vari, ma tutti amano il Jack Russell terrier e l’Irish è splendido.
Ho prodotto cani da pet therapy, una campionessa italiana di Agility, tanti cagnetti da compagnia, qualche cane da expo… e se li avessi tutti con me sarei troppo felice, ma il troppo stroppia.
Ho scelto un Jack difficile, che in expo non piace, fa pochi cuccioli e credo si estinguerà presto. E’  l’Irlandese allevato nelle case, quello delle Sciuremarie delle campagne dell’isola verde, che scovano ratti e volpi e conigli e leccano le mani ai figli del padrone, dormono nel letto e vanno a sentir messa.
I miei cani fanno compagnia alle nonne, ammazzano calzini sotto i letti o topi nei giardini e nelle scuderie: alcuni sono proprietà di persone che loro aiutano in un modo che ancora non riesco a capire.
Un ragazzo al quale i coetanei tiravano pietre, grazie a Gioia, adesso ha amici; la sorella dipingeva usando solo nero e marrone, ora pare si stia schiarendo.
Un’adolescente paralizzata dopo un incidente d’auto, grazie a Fiocco, ha ricominciato a parlare con la madre (colpevole di essere uscita indenne dall’auto, nella strana filosofia dei bambini).
Il fatto è che io dello standard, dei pesi e delle misure me ne infischio altamente: do i miei cani a determinate persone, altre le mando a comprar cani griffati (altrove).
Non mi scollerò mai dall’ RSR di IV generazione? Ma chissenefrega.