Una bambina cinofoba che fa agility; un ragazzo autistico che si concentra sulla pesatura di un cucciolo.
Una bella favola? No, solo i risultati di un buon programma di Terapia Assistita con gli Animali

SCOPRI IL NOSTRO PET SHOP

Si parla tanto di “pet therapy”, anche se questo termine, impreciso e troppo generico, è stato abbandonato da tempo dagli addetti ai lavori; ma anche se si vuole continuare a chiamarla così – per farsi capire meglio dal grande pubblico – bisogna almeno distinguere tra le semplici
“attività con i cani” (che possono andare dalla visita a una scuola a quella ad istituti per anziani o disabili) e le attività che hanno uno scopo realmente terapeutico e che quindi vengono svolte in collaborazione e con la supervisione di medici, psicologi e di altro personale specializzato.
Questo è il caso del progetto svolto nel 2006 dall’educatore Salvio Annunziato su richiesta di una cooperativa sociale, tramite una psicologa che si accostava al pianeta “pet therapy” credendoci molto, ma non avendo ancora una grande esperienza in merito. Anche questo articolo è stato pubblicato a suo tempo su “Ti presento il cane” cartaceo, ma lo ripropongo perché si è trattato di un’attività di gruppo veramente particolare e dai risultati davvero eclatanti, quindi mi fa piacere che ne venga a conoscenza anche chi si era perso l’articolo originale.

Il progetto coinvolgeva cinque ragazzi con diversi gradi di disabilità, di età compresa tra i sei e gli undici anni (in origine doveva partecipare anche un venticinquenne tetraplegico, che però è riuscito ad essere presente solo a un paio di incontri).
Prima di proseguire, consentitemi di aprire una piccola parentesi per spiegare il motivo per cui mi ostino ad usare termini come “disabilità” e “disabile”, anziché quello di “diversamente abile”.
Il motivo è molto semplice: non amo l’avverbio “diversamente”, così come non amo l’aggettivo “diverso”: li trovo discriminanti, mi danno l’idea di ottenere l’effetto esattamente contrario a quello voluto.
E’ indubbio che una persona con problemi psichici o fisici abbia delle abilità: ci mancherebbe altro!
Ma quel “diversamente” mi dà sui nervi.
Non stiamo parlando di alieni che sanno far levitare gli oggetti o saltellare sulla punta del naso: queste sì, che sarebbero “diverse” abilità. Mentre una persona con un handicap (altro termine caduto in disgrazia) ha intatte tutte le sue altre “normali” (e non “diverse”) abilità.
Purtroppo, non certo per colpa sua e quindi senza che se ne debba vergognare, ha anche un problema a cui si cerca, nei limiti del possibile, di porre rimedio e/o di portare aiuto: e siccome a noi interessa intervenire su quello che manca, non su quello che c’è e che “funziona” perfettamente…allora perché girare intorno alle parole, perché cercare di nascondere l’esistenza di un problema? Non è certo questo a rendere la persona “meno persona”; e non la rende neanche “diversa” dal punto di vista umano.
Ma è indubbio che in una società fatta a misura di “ugualmente abili” questa persona incontrerà delle difficoltà, che a mio avviso si devono chiamare con il loro nome, senza ipocrisia e senza paura: dopodiché si può cominciare ad aiutare.
Finché perderemo tempo a cercare termini politically correct non aiuteremo nessuno e calcheremo sempre più proprio su quel concetto di “diverso” che vorremmo cancellare. Sono sensibilità, educazione e cultura a fare la differenza: non le parole.

Chiusa la parentesi, torniamo al progetto e ascoltiamo il racconto di Salvio, che ci spiega come sono stati identificati il luogo ideale e il programma da seguire.
“La psicologa – racconta l’educatore – aveva proposto una serie di incontri da tenere tutti in una stanza; io pensavo che si sarebbe lavorato molto meglio avendo a disposizione uno spazio aperto.
Così ho cercato una struttura che ci permettesse di usufruire di campi recintati, pur avendo a disposizione anche un salone coperto: l’ideale, nella nostra zona, era la “Tenuta degli Highlanders”, una pensione-allevamento-addestramento.
Ottenuta la piena collaborazione delle titolari, Barbara e Lara, è stato organizzato il primo incontro con genitori e bambini, nella sede della cooperativa; e ho capito subito che il lavoro sarebbe stato molto impegnativo.
La mia “classe” di allievi era infatti composta da ragazzi con problemi completamente diversi tra loro e tutti molto seri.
C’era per esempio Lucas, affetto da una grave forma di autismo (la sindrome di Asperger), che provoca un vero e proprio “sovraccarico” di immagini, parole, suoni a velocità inimmaginabile. Questo bambino, brasiliano, parla diverse lingue e ha una capacità mnemonica incredibile, ma è incapace, per esempio, di stare fermo per due minuti consecutivi. Inoltre ha la mania della pulizia: non vuole neanche sedersi per terra. Il cane, per lui, era uno sporco ammasso di pulci da cui tenersi il più lontano possibile.
Linda, una bambina con un serio ritardo mentale, era un’altra cinofoba, terrorizzata solo dalla visione di un cane: quando le ragazze del centro hanno portato un tenerissimo cucciolo di boxer di poco più di due mesi lei è scappata a nascondersi urlando e non c’è più stato modo di farla uscire, se non portando via il cane. Insomma, non era facile portare i cani all’interno di un gruppo con questo tipo di problemi!”

D: Come hai impostato il lavoro?
R: Inizialmente ho cercato il contatto, chiedendo ai bambini cosa amassero di più, cosa gli piacesse fare…ma le risposte erano svogliate e molto vaghe. Cose come: “dormire”, “mangiare”…
C’era poca collaboratività, alcuni ragazzi volevano solo andarsene! E’ normale in questo tipo di lavoro, ma non è molto incoraggiante!
All’inizio, comunque, abbiamo deciso di affrontare il lavoro gestionale di un allevamento: avevamo la fortuna di poter contare su una cucciolata di pochi giorni e quindi di poter cominciare a sensibilizzare i ragazzi verso questi mini-esseri viventi. Abbiamo cominciato col preparare i nastrini di diverso colore per identificare i cuccioli, preparare il latte, scegliere i nomi… il tutto senza contatto diretto con i cani.

Linda mette il collarino al neonato: un cucciolo così piccolo non la intimorisce

Questo primo incontro ha avuto un grande impatto su Marco, un bambino down che si è interessato subito moltissimo, e su Linda, che ha cominciato a sentirsi più tranquilla perché un cucciolo di pochi giorni non salta, non gioca, non fa nulla di tutto ciò che l’aveva terrorizzata nel boxer, più grandicello e molto interattivo.
Questi esserini animati, sì, ma palesemente indifesi e innocui hanno avuto un potere rassicurante, tanto che, al secondo incontro, Linda si è offerta di legare il nastrino identificativo al collo di uno dei piccoli golden.

Superata la sua fobia, Linda prende un cucciolo in braccio.

D: Quanto duravano gli incontri?
R: Da un’ora e mezza a due ore, a seconda dei casi.

D: E quanto è durato l’intero progetto?
R: Cinque mesi…e devo dire che non penso di affrontare altri lavori così dilazionati nel tempo, perché mi sono legato troppo ai ragazzi e la cosa è stata reciproca. E’ stata un’esperienza stupenda per tutti, ma il distacco alla fine è stato traumatico. Alcuni ragazzi hanno sofferto molto anche all’idea di non incontrare più i cani…quindi credo che progetti così lunghi debbano essere suddivisi tra diversi istruttori, con diversi cani, perché il prezzo emotivo non sia troppo alto. Purtroppo si deve imparare dalle esperienze, visto che nel campo delle attività assistite, in Italia, si è ancora in fase sperimentale.

Lucas e il cane dei suoi sogni, un akita americano, che accetta di accarezzare

D: Il vostro obiettivo finale era molto ambizioso: un’esibizione dei ragazzi con i cani, davanti ai genitori. Come ci siete arrivati?
R: Abbiamo deciso di costruire delle “squadre” e di affidare i diversi compiti in base alle abilità, alle preferenze e anche alle paure di ogni ragazzo. Per esempio, Lucas ama tantissimo disegnare, ha talento e un’incredibile fantasia: quindi a lui ho chiesto di scegliere i nomi delle squadre e di disegnare le bandiere.
Linda, che non andava forzata al rapporto troppo stretto con i cani, ha avuto il ruolo di “giudice” di agility. In base alle loro reazioni ed emozioni cercavo man mano di modificare il percorso di lavoro e di capire fin dove ci si poteva spingere con ogni ragazzo.
Lucas, per esempio, aveva questa pessima immagine dei cani “sporchi”…però sono riuscito a scoprire che gli interessava una razza in particolare: l’Akita. Era ferratissimo, sapeva tutto su questi cani!

Marco, alle prime lezioni di agility, guida un "cane" a due zampe (l'istruttore)...

Così, con l’aiuto di Barbara e Lara, siamo riusciti a far arrivare al campo un cucciolo di akita americano. Lucas, pur restando preoccupato dal lato sanitario (non voleva essere leccato e inizialmente non voleva toccare il cane) è rimasto affascinato nel vedere “dal vivo” il cane che gli piaceva più di ogni altro: e pian piano ha superato le sue remore ed è arrivato a toccarlo e perfino a spazzolarlo. Dopo qualche incontro ha cominciato ad accettare anche di sedersi per terra insieme agli altri durante le mie spiegazioni.
La sua soglia di attenzione cadeva sempre rapidamente, ma per 4-5 minuti riusciva a restare concentrato sul cane e questo, con lui, era un piccolo miracolo!
Linda è stata quella che ha ottenuto il successo maggiore.
All’inizio, oltre ad avere terrore dei cani, parlava pochissimo, era molto chiusa e si esprimeva poco anche con il linguaggio corporeo: un giorno ha rifiutato di scendere dal pullmino perché si era tagliata i capelli e non si piaceva.
Alla fine del corso, invece, si era aperta, parlava con tutti, ha fatto amicizia con un anziano golden…e ora i suoi genitori stanno pensando di prenderle un cane!

…e dopo aver fatto pratica, ecco Marco che guida un vero border nello slalom!

Anche gli altri ragazzi hanno avuto benefici più o meno vistosi: Marco, il dolcissimo bambino down, si è prestato a tutto il lavoro, ha partecipato e si è relazionato con tutti. I suoi genitori gli hanno già preso un cane.

Nicolas prepara il latte per i cuccioli

Nicolas, che ha un problema di iperattività, inizialmente raccontava bugie clamorose per attirare l’attenzione su di sé: per esempio, se non si sentiva abbastanza coinvolto, diceva di avere a casa dieci cani, di cui uno di trent’anni! O che solo guardandolo, il suo cane faceva un intero percorso di agility.
Alla fine aveva quasi completamente smesso di inventare storie incredibili; si è messo completamente a disposizione degli altri (portava l’acqua a tutti, correva a prendere i guinzagli, i fresbee ecc.), indirizzando le sue energie positivamente e al servizio del gruppo.
Dopo le prime due lezioni non abbiamo più riscontrato alcun problema legato all’iperattività.

D: E della festa finale, cosa puoi raccontarci?
R: Che è stata un successone! I ragazzi si sono esibiti in agility, obedience e disc dog: come puoi immaginare, pur avendo a disposizione un cane addestrato e docilissimo, è stato abbastanza impegnativo arrivare a un vero percorso di agility…tanto che all’inizio il “cane” lo facevo io, guidato dai bambini, per far capire loro come dovevano muoversi senza stressare troppo il cane vero!
Ma devo dire che mi sono divertito moltissimo, perché alla fine si diventa davvero un gruppo, una squadra in cui ognuno impara qualcosa, ma insegna anche tantissimo agli altri: educatori compresi.
Alla fine dell’esibizione è stato bellissimo vedere i ragazzi orgogliosi di quanto erano riusciti a fare, con i genitori ovviamente felici…e spesso increduli, perché non si sarebbero mai aspettati un risultato così!

Nicolas impegnato in agility

E’ vero: le attività assistite con gli animali, in tempi relativamente brevi, ottengono spesso risultati quasi incredibili. Certamente non sono la panacea di tutti i mali: anche il progetto di Salvio non ha risolto sicuramente tutti i problemi dei suoi ragazzi. Però, se svolte con cognizione di causa, possono fare molto.
Purtroppo non c’è ancora abbastanza informazione sul tema e forse per questo c’è ancora, in questo campo, un certo scetticismo… accompagnato dall’eccesso opposto, ovvero dal proliferare di “attività di pet therapy” non meglio identificate, ad opera di persone sicuramente ricche di buona volontà ma spesso sprovviste delle basi fondamentali. Questo, in assenza di un protocollo preciso, rischia di causare grossi problemi.
Le AATT non si possono improvvisare: non ci si sveglia un mattino e si decide di “fare pet therapy”, così come non si può definire “pet therapy” tutto ciò che coinvolge cani e bambini (o anziani, o disabili).

Lucas fa obedience

Ci vogliono persone preparate e ci vogliono cani straordinari a livello psicofisico, capaci di essere sempre performanti, in ogni momento: non si possono usare cani che temano il caldo o il freddo, che si stanchino troppo facilmente, che siano troppo delicati e a rischio di farsi male se vengono manipolati senza troppi complimenti, come può accadere quando si ha a che fare con bambini che non sono in grado di controllarsi perfettamente. I cani devono essere perfettamente socializzati (non possono temere rumori, movimenti, grida ecc.) e devono avere abilità straordinarie.
La preparazione è lunga e complessa e sicuramente non si può fare attività con un “cane a caso”.
Infine, il conduttore deve riuscire a fare in modo che il lavoro sia sempre divertente per il cane: sia per rispetto verso l’animale, sia per non rischiare cali di performance nel momento sbagliato, cosa che in alcuni casi potrebbe vanificare mesi di lavoro.

Concludendo: sì alle AATT, ogni volta che sia possibile.
Ma per favore, parafrasando Trumler… che sia “pet therapy presa sul serio”.
Perché questo non è un gioco, ma un lavoro di grande responsabilità, che dobbiamo sentire verso cani e persone.
Non si può e non si deve improvvisare.

Articolo precedenteCome affrontare il freddo…dipende dal mantello!
Articolo successivoTi presento…l’ Hovawart

Potrebbero interessarti anche...

Vuoi aggiungere qualcosa? Dì la tua!

14 Commenti

  1. Bellissimo articolo, vorrei però dare uno spunto di riflessione sul termine DISABILE. Il termine stesso mette a fuoco una mancanza, una carenza di abilità di un soggetto mentre per esempio Ianes suggerisce l’uso del termine DIVERSABILITà che punta l’attenzione sulle abilità di una persona che, ovviamente, differiscono da soggetto a soggetto..Qui viene spiegato benissimo: http://www.darioianes.it/articolo7.htm
    La diversità non deve fare paura anzi.. ci arrichisce.

    • Magari ci arricchisse, Sonia…ma da che mondo (infame) è mondo (infame), il termine “diverso” è sempre stato sinonimo di “disprezzabile”. I gay, per decenni, sono stati chiamati “diversi” in senso dispregiativo. Per giustificare l’esterofobia si dice che gli extracomunitari, o chi per essi, sono “diversi da noi”. E così via.
      Mi piacerebbe tanto NON usare il termine “disabile”, che effettivamente mette a fuoco il problema dimenticando tutto ciò che di buono c’è in quella stessa persona: però, finché nelle alternative troverò la parola “diverso”, io non le userò.

    • Mah, ho letto il link ma l’ho sempre pensata come Valeria e continuo così, diversamente abile in che? A salire le scale con il montascale? perché, i normalmente abili non lo saprebbero fare?
      E’ vero che alcuni sviluppano, migliorano e acutizzano quello che gli rimane come i non vedenti, ma se vogliamo fare un mucchio che comprende tutte le patologie.. Mi piace il termine disabile. Se però si vuole usare diversabile mi sembra un po un “no… non è grasso… ha le ossa grosse…” si usi quello.
      Aandicappato no, perché, in un serio sondaggio è tra i primi posti come offesa semigrave (semigrave o quel grado che l’era).

  2. Sarà che anche a me piace differenziarmi dalla massa ritengo sia sempre una ricchezza la diversità. Anche per creare programmi strutturati è utile riuscire ad individuare, per esempio, le modalità diverse di comunicazione di un soggetto che non predilige l’utilizzo della comunicazione verbale, e renderli punti di forza per il lavoro da programmare. Secondo me riconoscere la diversità è il primo passo per rispettarla, usare il termine DISABILE pone l’accento su quelle che sono le abilità mancanti in confronto ad una situazione di NORMALITà essendo che la normalità per me è del tutto relavita ritengo che riconoscere la diversità di tutti noi sia un gran valore. Allo stesso modo se riconoscessimo che tutti noi siamo diversi l’uno dall’altro e che non può esistere una metodologia UNIVERSALE (sia in ambito educativo,didattico, cinofilo ecc) applicabile indifferenziatamente a tutti si farebbe un gra passo avanti. Poi rimane solo un mio punto di vista.. buona giornata

    • Tutto giusto tutto bello, bello lo svago di interagire con uno diverso di noi come tutti noi lo siamo d altronde, ma chiediti perché in alcuni casi si può abortire

      • Ma cosa significa Giampi? una persona diversamente abile è anche uno che ha subito un trauma o incidente durante il proprio percorso di vita.. L’aborto è una scelta individuale e sinceramente trovo molto più offensivo sostenere velatamente che sarebbe meglio abortire al posto che far nascere certe persone che utilizzare un termine come diversamente abile perchè significa che ha le stesse tue potenzialità semplicemente non usa due gambe per camminare ma magari una sedia a rotelle che magari non utilizza una comunicazione verbale ma si sa far capire a gesti o immagini o utilizzando la scrittura, significa che SI PUò FAR TUTTO con gli strumenti giusti. L’handicap invece non è una caratteristica della persona l’handicap è una situazione imposta, tutti ci troveremmo in situazioni di handicap se non avessimo gli strumenti per effettuare qualcosa. Se tu lavorassi a 50km da casa non avessi un auto e mezzi per spostarti saresti pure tu in una situazione di handicap. E tanto per concludere, l’aborto è una scelta applicabile ad ogni circostanza/situazione e non è giustificabile incitarne l’uso in alcune situazioni piuttosto che in altre, la libertà di una decisione tanto personale dove sta?. Ciao

    • mah! non saprei…”diversamente abile” mi suona come “non vedente”. Mi sembra sia un termine che non proceda a vantaggio della persona con minore abilità; piuttosto, ci vedo tanta voglia di applauso da parte di chi pronuncia questa espressione. Tanta voglia di distinguersi con poca spesa-tanta resa. “Oh! come sono bravo, ché non ti chiamo disabile o handicappato!” Guarda caso, però, esiste l’Unione Italiana Ciechi e non l’Unione Italiana Non Vedenti; esiste l’Associazione Nazionale Disabili Italiani e non quella dei “diversamente abili”…a dire il vero esiste anche l’Unione Famiglie Handicappati;
      l’Associazione Coordinamento dei Genitori di portatori di Handicap
      e tante altre. Se chi non vede si definisce cieco, vogliamo chiamarlo non-vendente? Se chi si muove usando una carrozzina si definisce disabile, vogliamo chiamarlo “diversamente abile”?
      A questo punto potremmo riunire coloro che vogliono distinguersi a tutti i costi, sulla pelle degli altri, nell'”Associazione Esercenti Carità Pelosa”…

      • Non è una questione di “chiamare” è una questione di “concepire” una persona per quel che è e non per quello che non è.
        E sinceramente non mi sento di volermi DISTINGUERE sulla pelle di nessuno in quanto educatrice certe realtà le tocco con mano(aggiungo fortunatamente).

        • …e pensa tu quanto la tocchi con mano la realtà chi si trovi su una sedia a rotelle…e si definisce e concepisce come disabile. Cosa vorresti dire? che i disabili non hanno rispetto per se stessi?!

          “Diversamente abile” mi sembra una presa in giro da parte di una persona “Diversamente Intelligente”…

          • No, non ci siamo capiti.. Tu hai sostenuto che a modo mio volessi distinguermi e quindi volessi fare della pietà e non è così. E nemmeno ho detto che chi usa il termine di disabile non ha rispetto per le persone in questione ho spiegato perchè secondo me un termine di questo tipo “diversabilità” lo trovo più appropriato per quel che è la mia concezione di altro(individuo al di fuori di me). Non mettermi in bocca cose che non ho detto. Con questo chiudo.

      • @Gianni:

        anni fa passai davanti al comune di Genova e trovai un gruppo (abbastanza numeroso) di SORDI, composto da persone incazzatissime perchè in non so che legge si diceva che il SORDO DOVEVA ESSERE CHIAMATO IPOUDENTE o NON-UDENTE (e ciò x quanto capii era stato deciso senza consultare i diretti interessati ma solo x il “politically-correct” che tanto piace e fa sentire buona la gente, ma che spesso fa incavolare i diretti interessati + di un varano di komodo che vuole trombare una varana ma viene molestato da un documentarista sul + bello)…e ciò li faceva incavolare come 2 pitbulls in un ring da combattimenti…

        quindi forse forse le persone che ormai chiamiamo con l’abominevole termine di “diversamente abili” (x pulirci la coscienza, non x altro…il politically-correct è fatto x lavare la coscienza a gente che sotto-sotto considera sta gente degli scherzi di natura da eliminare/abortire o che è tanto buonista da considerarli poveri derelitti insultandoli così indirettamente) vogliono farsi chiamare SORDI, PARAPLEGICI, CECHI, ecc perchè sanno che + giri di parole si fanno x definirli + vengono discriminati in uin modo orribile e irrispettoso: compatendoli (e spesso pensando in fondo in fondo che sia meglio morire in utero che nascere con tale “tara”…)…

  3. Salve!
    Se posso dire la mia: la penso come Valeria.
    Penso sia giusto chiamare le cose con i loro nome, un disabile è un disabile, una persona che è dis-abile, non-abile a fare qualcosa.
    Se è su una sedia a rotelle non è abile a salire dei gradini, un cieco non ossiede l’abilità di vedere.. dirlo con un’altra parola può far sentire meglio noi, che ci sentiamo più poloticaly-correct, ma non migliora la situazione di colui che non può camminare/vedere/ etc.

    Anzi, io lo trovo quasi più discriminante: perchè se io devo ccare un modo più ‘corretto’ di chiamarti, già ti sto discriminando, perchè penso che tu sia diverso e cerco una parola che non te lo faccia pesare troppo. Che, diiamolo, suona un filino ipocrita.

    Se sei un disabile e io ti chiamo disabile è solo una constatazione di fatto. Ma se devo cercare un’altra parola perchè ‘disabile’ mi mette a disagio ti sto discriminando.

    Il concetto che deve passare è che il fatto di avere un handicap non toglie assolutamente niente a te come persona, individuo.
    Pensate a st

    • A pensarci, “diversabile” è un po come quelli che mi dicono: “soccia, oh!, e noi che ci lamentiamo…!”
      Lo dicono in buonissima fede, vuole essere un complimentone

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.