di VALERIA ROSSI – Avendo osato profferire, nell’articolo sulla desensibilizzazione ai botti, la seguente frase: “Sono contraria agli psicofarmaci nel cane”, sono stata fatta oggetto di un attacco a base di “come ti permetti, non essendo un veterinario comportamentalista?” e di “presentaci subito la bibliografia a sostegno della tua opinione!“.
Trovo decisamente campata in aria la prima obiezione, avendo io espresso appunto un’ “opinione” (ancora libera, in questo Paese, fino a prova contraria) e non certo promosso/criticato terapie specifiche, cosa che in linea di massima non mi permetto mai di fare: ma la seconda la trovo veramente preoccupante.
Sì, perchè mi pare che si condanni la diffusione e l’utilizzo delle proprie convinzioni (frutto, solitamente, di studi teorici e di esperienza pratica, che in ogni campo – piaccia o meno – finisce per contare molto di più dei primi)… a meno che non si possa produrre la lista della spesa di quelle altrui.
“Dico questa cosa  perché l’ha scritta  Tizio, l’ha avvalorata  Caio e l’ha sottolineata Sempronio”.
Dopodiché, se la cosa detta era una cazzata, va bene lo stesso?
A me questo atteggiamento preoccupa davvero: e non poco.
Perché è evidente che stiamo andando verso la comoda deriva dell’appiccicare sempre e solo agli altri la responsabilità di quello che diciamo noi: in questo modo, qualsiasi cosa succeda, la colpa si può sempre far ricadere sull’autore di turno.
Ma le bibliografie non servono a questo: forse a qualcuno è sfuggito.
Le bibliografie siano necessarie (e deontologicamente corrette) quando si vuole fare l’operazione contraria, e cioè ringraziare e rendere il giusto merito a chi ha avuto per primo l’idea X, o ha scritto per primo il concetto Y.
Se io scrivo, che so: “i segnali di calma sono questo, questo e quest’altro”, e non cito la Rugaas che è stata la prima non a scoprirli, magari, ma sicuramente a codificarli, potrebbe sembrare che voglia far credere di averli inventati io: ecco perché ci vuole la bibliografia. Per evitare il plagio o l’attribuzione di opere altrui, non per deresponsabilizzarsi!
Se  io dico “non mi piace che si utilizzi il collare elettrico” – ovvero esprimo l’opinione che mi sono fatta osservando, leggendo e purtroppo anche vedendo all’opera le persone che lo usano e i risultati che ottengono sui loro cani – non vedo per quale motivo devo essere sostenuta dall’illustre opinione di Caio o avere l’approvazione di Sempronio.
La penso così, posso dirvi per filo e per segno il motivo per cui la penso così…e chissenefrega di cosa hanno detto gli altri!
La mia “bibliografia” consiste nell’aver visto con i miei occhi i danni che può far un collare elettrico: serve il bollino blu dell’ Illustrissimo (possibilmente straniero, perché altrimenti non conta una cippa), per poterlo affermare?
L’utilizzo del proprio cervello, della propria esperienza e del proprio ragionamento è diventato forse proibito per legge? E prendersi la responsabilità di quanto si afferma, è una brutta cosaccia da evitare ad ogni costo?
Di fronte a questo atteggiamento, ogni volta, io resto allibita.
Così come sono rimasta allibita quando un educatore che aveva scritto una frase a mio avviso infame – e infamante – sui cani da combattimento, avvertito dalla sottoscritta (perché mi sembrava semplicemente corretto dirglielo) che l’avevo criticato in articolo e che avrebbe avuto diritto di replica…ha reagito:
a) bannandomi dalla sua pagina di FB (dove non avevo mai messo piede e dove mai più l’avrei rimesso: c’ero passata solo per comunicargli quanto sopra);
b) ha replicato, sempre su FB ma non direttamente a me, che quanto aveva affermato “l’avrebbe spiegato con le parole della dottoressa XY“, alle quali infatti rimandava.

Ma “dillo con parole tue”, è un concetto passato di moda?
Difendere una posizione (anche se scomoda, magari) con le proprie motivazioni e non ripetendo a pappagallo quelle altrui, è una possibilità così remota per i nostri attuali cinofilosofi?

Mi dispiace, ma a questo gioco io mi rifiuto di giocare.
Dopo quarant’anni che ho a che fare con i cani, che leggo, che cerco di tenermi aggiornata, ma che sperimento anche sulla mia pelle e sbatto il mio personale muso, ritengo di poter esprimere le opinioni che mi sono fatta senza ogni volta sbandierare fonti e bibliografie.
Perché non mi servono. Perché quello che ho studiato l’ho assimilato in un certo modo (giusto o sbagliato che sia) e ho cercato di adattarlo all’esperienza reale: ma non lo copincollo.
Preferisco dire “l’ho provato sul cane X e ha funzionato (oppure no)”.  La mia bibliografia, quando parlo del mio vissuto, sono io, con annessi  e connessi, giusta o sbagliata che sia.
D’altronde io espongo opinioni, non prescrizioni mediche. E le parole non possono fare danni… a meno che non CONTENGANO prescrizioni mediche, come ho risposto in un commento ad una veterinaria un filino avvezza al “lei non sa chi sono io” (o, se preferiamo, al “lei non ha i titoli per parlare”).
In quel commento ho scritto queste precise parole (mo’ copincollo, sì):

Mi hanno appena segnalato, da più parti, che in un blog online sono scritte queste testuali parole a proposito della paura dei botti: “L’utilizzo dei comuni ansiolitici (benzodiazepine) non comporta mai particolari problemi nel cane, nel gatto, nel coniglio e nel pappagallo domestico. Le molecole più utilizzate sono: l’Alprazolam (Xanax, Frontal), il Diazepam (Valium, Ansiolin ecc.), il Cl-demetil-diazepam (EN). Sono molecole GABA-ergiche con effetto sedativo, buona maneggiabilità ed una modesta tossicità sistemica. In veterinaria si usa spesso anche un neurolettico, l’Acepromazina (Killitam), ma la sua tossicità è senz’altro maggiore rispetto a quella della molecole precedenti”.
Questo articolo viene anche riportato dai “guru” della cinofilia moderna (per esempio da Angelo Vaira, in questa discussione).
Trovo letteralmente DISGUSTOSO che si possano trovare in rete vere e proprie “spammate” di farmaci, con tanto di nomi e cognomi (ci si fosse limitati almeno alla molecola…ma no, pubblicizziamo proprio il farmaco con il suo nome commerciale!), alle quali i lettori attingeranno sicuramente con la massima allegria possibile, senza traccia di prescrizione né di ricetta medica (tanto sappiamo bene quanti farmacisti, alla dichiarazione “è per il cane” – e a volte senza bisogno neanche di quella – non si faranno il minimo scrupolo a vendere un farmaco).

Lo “spammatore” di farmaci di cui sopra è un veterinario.
Forse per questo, nei commenti seguenti, la mia accusa di comportamento disgustoso (che ribadisco anche qui, perché non trovo ammissibile che in  un blog online accessibile a tutti si parli con tanta leggerezza di psicofarmaci) è caduta nel vuoto: neanche un BA in risposta.
Io mi meraviglio davvero che si attacchi la sottoscritta per aver detto un generico “non mi piacciono gli psicofarmaci” e che nessun veterinario, né alcuna associazione di veterinari (spesso tanto prodighe nel rilasciare qualifiche di “comportamentalista” a destra e a manca), si sia mai presa la briga di regolamentare le prescrizioni “via blog” che chiunque può prendere, riadattare e fare proprie con la massima leggerezza (e con la totale incompetenza di una qualsiasi Sciuramaria). Peraltro non è strano neppure trovare vere e proprie “diagnosi online”, fatte da veterinari, sì… che però non hanno mai visitato il cane e si basano solo su una descrizione fatta per iscritto dal proprietario.
Subito dopo questo tipo di diagnosi (a cui spesso segue anche l’indicazione della terapia) viene, secondo me, Wanna Marchi.
Prevengo subito l’obiezione: “anche tu a volte dai consigli online su come risolvere un problema”.
E’ vero e lo riconosco senza problemi: a volte lo faccio, quando il problema appare di semplicissima soluzione (anche se quasi sempre consiglio di rivolgersi a un esperto… sperando che l’umano interessato ne trovi uno affidabile).
Però io non solo non prescrivo farmaci: non li nomino neppure. E se qualcuno pensa davvero che si possa paragonare il suggerimento di un certo comportamento da tenere con il suggerimento di infilare nel cane sostanze chimicha…allora spero di tutto cuore che quel qualcuno NON sia un veterinario, perché la cosa sarebbe davvero preoccupante.

Detto questo, volete sapere perché non amo gli psicofarmaci nel cane?
Presto detto:

a) perchè curano il sintomo, non la causa del problema.
Per curare la causa occorre SEMPRE affiancare la terapia farmacologica a quella comportamentale (e se volete la bibliografia, ve ne posso sciorinare un tot, anche a memoria: questo lo affermava già Brunner negli anni ’70, l’hanno ribadito Hart&Hart nel loro “Psicoterapia comportamentale del cane e del gatto” credo negli anni ’80, lo riafferma uno studio pubblicato su Vet Journal lo scorso anno…e potrei anche andare avanti, perché la quasi totalità degli studiosi afferma la stessa cosa).
Io aggiungo, senza bibliografia ma solo perché l’ho sperimentato personalmente, che almeno in otto casi su dieci la terapia comportamentale basta e avanza a risolvere il problema, sempre che il terapeuta comportamentale (che può essere un veterinario, un addestratore, l’abbinata dei due personaggi… o semplicemente una persona di buon senso capace di far notare ai proprietari del cane i LORO errori!) sappia quello che fa. Se non sa quello che fa, o se ha paura di farlo (magari perché il cane è mordace e lui ne ha un certo timore), allora il farmaco diventa quasi indispensabile: ma al terapeuta, NON al cane.
E questo lo dico, lo sottolineo e sono disposta a ribadirlo in qualsiasi sede per quanto concerne TUTTI i problemi di origine “esclusivamente” comportamentale, che non hanno alla base un problema fisico.

b) perché, a differenza della psicoterapia umana che mira ad ottenere il benessere del paziente eliminando/attenuando uno stato psicotico, o semplicemente ansioso, di stress o di disagio, la psicoterapia canina mira ad ottenere il benessere DELL’UMANO.
Un paragone sicuramente sensato può essere quello con la psicoterapia infantile, che spesso non bada al benessere del bambino ma a quello dei genitori.
L’esempio più eclatante è quello della famigerata ADHD (la sindrome da iperattività e/o da disturbo dell’attenzione) che ha causato una vera e propria marea di bambini farmaco-dipendenti senza che ancora non si sappia neppure se si tratti davvero di una malattia (e qui non vi metto fonti: basta che digitiate ADHD su qualsiasi motore di ricerca e verrete sotterrati da una marea di studi e di testimonianze, alcune delle quali semplicemente raccapriccianti).
E’ indubbio – e credo che nessuno possa avere l’ardire di negarlo – che l’industria farmaceutica vada a nozze con qualsiasi “rimedio semplice per personalità difficili”: perché i genitori, così come i proprietari di cani, si avventano come piranha su tutto ciò che consente di eliminare o quantomeno di ridurre un problema che, in caso contrario, richiederebbe un investimento cospicuo in tempo, denaro, energie e via dicendo. E se una quantità così esorbitante di persone non esita un solo istante a ricorrere alla “pastiglietta miracolosa” anziché impegnarsi nell’ educazione (o nella rieducazione) di un FIGLIO, immaginiamo cosa succede quando la personalità difficile è quella di un CANE. Che però, per quel che lo riguarda, nella stragrande maggioranza dei casi vivrebbe benissimo con il suo presunto “problema”.
Il cane aggressivo, che si avventa sugli altri cani (o sulle persone) e affonda felicemente i denti nella pelliccia (o nella carne) altrui, spesso si sente a postissimo con se stesso.
E’ il suo umano che si sente male (oltre al cane o all’umano morsicati, ovviamente).
Quindi, in questi casi, i rimedi “comodi” che vengono proposti – dall’ormai diffusissima “castrazione a tutto spiano” alla terapia farmacologica – sono mirati al benessere dei proprietari e NON a quello dei cani. Il che mi sembra anti-etico e illogico, oltre che poco risolutivo perchè, una volta concluso il ciclo terapico, il cane ricomincerebbe a mordere esattamente come prima se non avessimo messo in atto ANCHE la terapia comportamentale di cui sopra.
Allora: se vogliamo dire che il farmaco aiuta il proprietario a vivere con meno ansia, o il terapeuta a non rischiare di essere morso, diciamolo chiaro e tondo.
Se invece vogliamo raccontare che il farmaco serve al benessere del cane, mi dispiace ma stiamo raccontando una balla.
L’unico caso in cui il farmaco può far stare effettivamente meglio il cane (tolti, ovviamente,  i casi in cui esistono problemi fissici/fisiologici) è il caso delle paure o fobie: qui sì, il cane vive male e il farmaco lo aiuta a superare questo malessere… però, ancora una volta, non cura le cause. E quando si parla di temporali o di rumori improvvisi generici, non essendo possibile prevederli (escluso il caso dei botti di Capodanno o dei fuochi artificiali programmati), ecco che l’alternativa è quello di cui avevo parlato nell’altro articolo: o teniamo il cane sotto terapia farmacologica vita natural durante, o ci preoccupiamo di desensibilizzarlo e di fargli “passare la paura”.
Ancora a questo proposito, mi è stato chiesto perché io abbia scritto che il cane aggressivo si limita, sotto psicofarmaci, ad esserlo “di meno”, mentre nel cane fobico il sintomo a volte scompare del tutto (e di conseguenza rende inefficace, se non impossibile, la terapia comportamentale), per riapparire immutato all’evento successivo, qualora il cane non sia stato trattato: il perché non lo so spiegare scientificamente.
So solo che l’ho visto succedere almeno in una trentina di casi diversi e quindi posso presumere che l’esperienza “faccia testo”.
Di spiegazioni posso ipotizzarne alcune: la prima, molto semplice, sta nel fatto che in generale la prescrizione di psicofarmaci nel cane prevede dosi elevate (ancora Hart&Hart: “le dosi dovranno essere elevate, compatibilmente con i limiti di sicurezza farmacologica: infatti una dose media non può produrre l’effetto che ha invece una dose notevolmente più elevata. E’ noto, in psicofarmacologia sia umana che animale, che per modificare il comportamento nei soggetti affetti da gravi disturbi è necessaria una dose di tranquillanti molto più alta che non in un soggetto normale”): quindi l’effetto tranquillante spesso diventa un effetto sedante. Sempre Hart& Hart (ce l’ho sotto mano perché dovevo copiare il paragrafo precedente…quindi approfitto!) parlano di una lince europea che si lanciava ferocemente sui visitatori e che “diventò così calmo da leccare loro le mani e lasciarsi toccare le zampe“. Poi aggiungono che il risultato si ottenne con una somministrazione di X mg/kg di XY, “che però a queste dosi produceva anche sonnolenza e atassia”.
E grazie tante, viene da commentare. Una lince addormentata non morde e non si avventa su nessuno. Che strano!

c) perché non è vero che non ci sono effetti collaterali nel cane, come alcuni sostengono.
E non è neppure vera la versione più soft utilizzata dal vet di cui sopra, ovvero che “non ci sono mai particolari problemi“.
TUTTI i farmaci del mondo hanno effetti collaterali, e l’etimologia delle parole a volte è più esplicativa di tante blaterate. “Farmaco” deriva dal greco pharmakon, che testualmente significa “veleno”. “Antibiotico” significa “contrario alla vita”…e così via.
I nostri avi erano piuttosto onesti nel confessare che l’immissione di una sostanza esogena in un organismo non può essere fatta di sole rose e fiori. Ovviamente, se ottiene l’effetto desiderato, ha un senso immetterla (sopportandone gli effetti collaterali): quindi, se dobbiamo utilizzare un antibiotico per far fuori un batterio che induce uno stato patologico, sopporteremo il fatto che sia “contario alla vita” anche della nostra flora batterica intestinale, per esempio, che ci farebbe tanto comodo ma della quale possiamo fare a meno per qualche giorno, pur di guarire dall’infezione.
Nel caso degli psicofarmaci, invece, non sempre il gioco “effetto voluto” vale la candela dell'”effetto collaterale”.
Perché il fatto che questo effetto collaterale “non porti particolari problemi” …è sempre riferito agli umani e NON AL CANE.
Ogni psicofarmaco del mondo, nessuno escluso, porta con sé almeno due effetti: la dipendenza e la tolleranza (ovvero il fatto che l’organismo si abitui al farmaco e che quindi, per ottenere l’effetto desiderato, ne siano necessarie dosi sempre maggiori). E qui non metto le fonti, perché spero che non serva la fonte “C. Colombo” se sostengo che la terra è rotonda.
Il cane dipendente, ovviamente, non ce lo verrà mai a dire: e non è neppure detto che noi riusciamo a riconoscere lo stato di profondo disagio indotto da un’eventuale astinenza, perché il cane – molto spesso – reagisce allo stess dormendo (e noi siamo tutti entusiasti: “Guarda come è diventato tranquillo! Che bravo il dottore, a suggerirci questa medicina! Guarda com’è rilassato!”).
La tolleranza viene invece considerata un piccolo intoppo passeggero: il problema si elimina aumentando le dosi e nessuno, di solito, si chiede quanto sia corretto “bombare” il cane di dosi sempre maggiori di “pharmakon” senza che lui possa esprimere, ovviamente, la minima opinione in merito.

Ecco, queste sono le motivazioni di base che mi hanno portato alla conclusione che gli psicofarmaci nel cane non mi piacciano.
Ce ne sarebbero altre – come per esempio l’inesistenza, o quasi, di farmaci mirati alla specie e non “mutuati” dalla medicina umana – , ma il discorso ci porterebbe troppo lontano. Quindi, per ora, mi fermo qui, lasciando ovviamente ampio diritto di replica a chiunque (anche a quelli che fanno le diagnosi online: anzi, sarei proprio felice che mi spiegassero come possono farle restando convinti di agire in scienza e coscienza).
Con questo, ovviamente,  non intendo porre muri talebani sempre e comunque contro l’uso di farmaci psicotropi: in alcuni casi sono assolutamente adeguati, ma anche quando sono solo un valido ausilio per il terapeuta, non vedo perché dovremmo negarglielo.
Non sono una sadica che si diverte nel vedere umani masticati dai cani.
Però vorrei che si dicesse la verità e non si raccontassero balle sul benessere del cane, quando questo benessere in realtà è solo umano.
Vorrei che non si dicesse che li somministriamo al cane perché fanno bene a LUI, nei casi in cui fanno bene solo a noi, e che non si cercasse di farli passare per indispensabili anche quando non lo sono affatto.
Vorrei che il veterinario, a volte, avesse il coraggio di dire: “Senta, signora, io questo caso posso affrontarlo solo con un piccolo aiuto chimico. Qualcun altro, magari, potrebbe riuscirci senza usare farmaci: io non me la sento, perché ho paura che il cane mi stacchi una mano. Decida lei da chi preferisce andare”.
Non credo che perderebbe molti clienti, dopotutto… però, se non altro, se li terrebbe stretti grazie alla correttezza e all’onestà, non alle favolette sull’innocuità o sull’imprescindibilità.
Peccato che questo genere di cose (soprattutto il dire “non me la sento”) sia ormai passato di moda.
Peccato che che il mondo – non solo quello cinofilo: il mondo in generale – ormai sia fatto di tuttologi che tutto sanno, tutto risolvono, a tutto trovano rimedio…a volte anche a ciò che conoscono, e con mezzi non propriamente  ideali.
Forse sono io quella fuori posto, che vive sul pianeta sbagliato.
Non lo so.

 

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.

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