di LAURA BUCCINO – Pur essendo nata a Napoli, trascorrevo le estati, almeno un mese, in Toscana, dove andavo a trovare mio zio Nino, fratello di mia madre, la zia Filidea, i miei cugini Gianmichele e Paola.
Ma soprattutto Bill e Ginetto, cugino dei miei cugini, quindi NON mio parente, ma come una volta mi disse lui: “O allora? siamo amici!”
Bill. Anzi: il Bill. Il Pointer, anzi: il puènter di mio zio Nino, che aveva un sacco di coppe e nastri e roba così, ma modestamente chiusi in una vetrinetta nel salotto buono, dove non andava mai nessuno.
Il Bill aiutava il Ginetto a salire sugli alberi, o divideva la cuccia con lui quando suo padre (del Ginetto) lo cercava per scaldargli le chiappe (al Ginetto), dopo una marachella.
Il quale Ginetto possedeva il fratello del Bill, il Giec (leggi Gec), solo che il Giec non aiutava nessuno a salire sugli alberi, era un appassionato di caccia, ma un po’ selvatico di carattere, dal bellissimo mantello cangiante, bianco nero, ma passava dal bianco-blu al bianco-viola a seconda di come il sole lo colpiva.
Avrei tanto voluto toccarlo, ma era davvero sospettoso.
Il Giec aveva solo questa caratteristica, perchè il cacciatore tosco del dopoguerra non era tenero coi suoi famigli ed il Giec passava giorni alla catena. Lunga, ma sempre catena.
Il Bill era più fortunato, entrava in casa e al mattino poteva anche venire a salutare nelle stanze da letto, aveva il suo posto nell’auto dello zio Nino, la zia Filidea gli passava i bocconcini in cucina, ma se qualcuno la vedeva sbottava in un : “Fòri, fori, ‘agnaccio!” e fingeva di cacciarlo rudemente. Ma non chiudeva la porta…

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Anche il Bill stava a catena, una catena di 5 metri che scorreva in un cavetto d’acciaio tra due alberi, poteva quindi spaziare in tutto il prato davanti casa.
In pratica era libero, ma quando Zio lo scioglieva, correva via ed era un proiettile ed a nulla valevano i richiami ed i fischi di zio Nino e di Gianmichele, mio cugino.
Si vedeva solo un puènter marrone, con scintillii di violetto nel sole calante.
Poi tornava, con la lingua alle ginocchia e fingeva di mortificarsi un po’ alle sgridate.

All’età di 9 anni, al Bill venne qualcosa e restò paralizzato.
Tutti gli amici di zio Nino gli consigliarono di ammazzarlo (sopprimerlo non era in vocabolario del cacciator tosco), ma zio Nino non ci pensò mai neppure per un momento, ad ammazzarlo, neanche quando era il Gianmichele ad insistere.
Lo curò, lo portò dentro a dormire ad ogni temporale, perchè al Bill lo sparo gli faceva un baffo, ma il tuono lo faceva sbiancare.
Lo curò finchè il Bill si rimise in piedi ed io lo vidi un’estate che a fatica e per forza di volontà si tirava su per ordine di zio Nino e restava lì tremante finchè non ricrollava a terra. Lo rividi l’estate dopo che correva a perdifiato nel campo di mais dietro la casa e saltava sull’albero in giardino ed entrava in cucina dove la zia Filidea…
Non lo rividi più, ma chiedevo sue notizie ad ogni telefonata, fino alla naturale conclusione della sua vita, ma non delle sue corse, se crediamo che esistano prati verdi ed immensi, altrove.
Ed io son quarant’anni che sogno un Pointer, anzi un puènter col carattere del Bill ed il mantello del Giec e se lo trovassi, beh, non saprei dire di no.