di VITTORIA PEYRANI – Avevo portato a casa un cucciolo di poche settimane, cosciente del fatto che avrei dovuto non solo accudirlo e costituire una base affettiva per guidarlo alla scoperta del mondo, ma che avrei anche dovuto sostituirmi alla figura materna per cercare di imprimere gli insegnamenti basilari, affinché potesse inserirsi in un contesto sociale.
Abigail aveva interagito nelle prime cinque settimane di vita con i fratelli e le sorelle, cosa che le aveva dato l’opportunità, ad esempio, di esercitarsi nella tecnica di lotta o nelle attività motorie, ma tutto questo non era stato regolato dall’indispensabile presenza materna.
I cani adulti, presenti nella casa della persona che aveva svezzato la cucciolata, per lo più si tenevano lontani dall’assedio dei piccoli:  quando proprio necessario ringhiavano o brontolavano, per poi allontanarsi nuovamente.
Ho sempre tenuto in grande considerazione l’osservazione di  quello che i cani fanno tra loro: quello che vidi quando presentai la cucciola agli altri miei cani mi diede subito il sentore del problema.
Sapevo che Leonore, la femmina di rottweiler, non amava particolarmente i cuccioli: non avendo avuto la possibilità di socializzare con dei suoi coetanei, si è abituata ad interagire con cani adulti, ma sembra non riconoscere nel cucciolo, diverso per  odore oltre che per comportamento, un membro della sua stessa specie.
Come prevedevo, quando vide la cucciola, che avevo preventivamente messo in un recintino, mostrò ostilità in maniera aperta. Quello che mi lascò perplessa fu invece la reazione di Abigail, o meglio, la sua non risposta.
Totalmente indifferente agli attacchi, devo dire impressionanti, di Leonore, continuava a scagliarsi sulle sbarre del recintino nel tentativo di saltarle addosso, tutta eccitata, senza dare alcun segnale di paura o di sottomissione.
Qualunque altro cucciolo avrebbe uggiolato, assunto una posizione acquattata dimenando la codina verso il basso, e avrebbe dispensato un gran numero di leccatine indirizzate al muso del cane adulto; questo cucciolo invece non coglieva il messaggio chiarissimo di intimidazione e saltava a ripetizione, abbaiando per l’eccitazione.

La stessa scena si ripetè con il mio maschio di rott e con la femmina di pechinese: malgrado i ringhi e lo scoperchiare di denti, la cucciola continuava indefessa a saltare, cercando di pinzare il muso del cane adulto.
L’incapacità di interpretare i messaggi dell’altro cane ed a rispondere in maniera adeguata soprattutto nei rapporti di dominanza – sottomissione, si manifestava chiaramente nella sua continua propensione ad appropriarsi di qualunque oggetto anche se nella bocca di un altro cane.
Un paio di volte il maschio adulto pensò di “educarla” energicamente prendendola in bocca e mettendola giù, ma lei, pur emettendo un sonoro “cain!”, continuava a divincolarsi ed a cercare di pinzare il muso dell’altro.
In altre parole, Abigail possedeva geneticamente tutto il repertorio comportamentale della sua specie, ma non era in grado di usarlo per comunicare o di riconoscere nelle reazioni degli altri cani dei messaggi indirizzati a lei.
Nei giorni seguenti la misi a contatto con diversi cani, di indole tranquilla ed equilibrata ed abituati ad avere a che fare con i cuccioli, ma anche in questo caso le cose non andarono meglio: i cani adulti immancabilmente mostravano segni di disagio nel giro di pochi secondi e si allontanavano da lei o la scacciavano.

Qualunque cosa si muovesse, o costituisse una novità, era bersaglio degli attacchi della mia cucciola: inutile dire no, o cercare di impedirle di afferrare qualcosa, perché ogni tentativo di fermarla sortiva l’effetto di aumentare la sua eccitazione.
Strappava, rompeva, afferrava l’oggetto del suo desiderio senza indugio: ma distrarla con un gioco, ad esempio, era difficilissimo, perché non era possibile mantenere la sua attenzione per più di qualche secondo.
La mia casa divenne un susseguirsi di reti e barriere, non solo per cercare di prevenire qualche danno, ma soprattutto per proteggere l’incolumità di Abigail da infortuni,  ingestione di materiali pericolosi e da possibili attacchi da parte degli altri miei cani , che inizialmente ho dovuto separare.
A causa del suo isolamento forzato ed anche per la sua impregnazione sulla figura umana, Abigail era fortemente centrata su di me e rifiutava di essere lasciata da sola in giardino anche solo pochi minuti con urla disperate, al punto che iniziai ad avere problemi con i vicini.
I ritmi veglia-sonno dei cuccioli sono generalmente brevi e anche durante il giorno le attività ludiche, esplorative ed alimentari sono intervallate da profonde dormite. Ma per lei non era così.
Durante il giorno non dormiva che qualche minuto, pronta a urlare se la sottoscritta spariva dalla sua vista. Solo di notte, in un recintino accanto al mio letto, al buio e lontana da qualunque distrazione, si concedeva qualche ora di riposo.
Estremamente attratta dagli esseri umani, Abigail si fiondava su ogni persona, ma ben lungi dal lasciarsi coccolare, saltava e mordeva senza controllare la forza del morso. Diverse persone furono morse a sangue al volto ed alle estremità, mentre il conto da pagare per la tintoria  e la sartoria rischiava di divenire esorbitante.
Degli amici e conoscenti, che venivano a casa per conoscere la nuova arrivata, la maggior parte scappava via subito con espressione imbarazzata, mentre i più sinceri commentavano “Bella gatta da pelare che ti sei presa”, aggiungendo: “Io non credo che ce la farei a tenere un cane così…”

Nelle prime due settimane anche io avevo avuto difficoltà nel rapporto con Abigail: le porgevo un gioco e lei lo strappava dalle mie mani, ma il minimo movimento la indirizzava sulla mano stessa, per poi afferrare il lembo della maglietta… e via di seguito, all’infinito.
Non c’era una motivazione aggressiva nei suoi morsi, né tanto meno una responsabilità morale, quanto un impulso irrefrenabile ad impossessarsi di tutto ciò che la interessasse, senza che i suoi atti fossero regolati da alcun segnale di stop.
Non amo le etichette per classificare comportamenti che sono talmente complessi e diversi per ogni soggetto, da rischiare di perdere un gran numero di informazioni.
I manuali di Psicologia Canina o di Medicina Veterinaria Comportamentale definirebbero la situazione che ho descritto come “Sindrome da Ipersensibilità – Iperattività” associata ad un grado lieve di “Dissociazione Primaria”: il trattamento consigliato consiste in una terapia comportamentale abbinata ad una terapia farmacologia.
Nella parte seguente di questo racconto non sentirete parlare di diagnosi, né tanto meno di farmaci, ma solo della costruzione di un rapporto tra me ed il mio cane, teso a fornire gli elementi di cui la cucciola aveva bisogno per imparare ad inserirsi nel mondo sociale.
Probabilmente la storia di questo cucciolo “indisciplinato” è unica ed irripetibile, perché unica è Abigail e irripetibile il contesto in cui ha formato la sua personalità.