di VITTORIA PEYRANI – Il mio maggiore dispiacere nei confronti di Abigail era che non avesse qualcuno con cui giocare, eccetto me.
I miei cani adulti non si erano mostrati particolarmente pazienti con la cucciola e temevo che le loro reazioni, a scopo educativo, potessero spaventarla troppo e procurarle dei danni fisici.
Per un cucciolo il gioco con i propri simili rappresenta una necessità vitale, oltre che la principale fonte di apprendimento.
Tramite il gioco le modalità comunicative necessarie alla serena convivenza con i propri simili vengono affinate e messe alla prova.
L’attività ludica non consiste solo in un esercizio fisico, ma svolge la funzione essenziale di sviluppare le capacità intellettive, mediante la sperimentazione di strategie di problem solving e di nuove iniziative, e costruire le capacità comunicative.
I normali comportamenti specie-specifici, aggressivo, predatorio e sessuale, possono essere sperimentati dai giovani cani senza che si verifichino reali conseguenze, proprio nell’ambito del gioco, e mediante l’alternanza dei ruoli essi imparano gli atteggiamenti che comunicano all’altro dominanza e sottomissione, collaborazione per uno scopo comune o competizione.
Ciascuno dei miei cani era stato accolto dal gruppo ed era stato cresciuto dagli adulti: Aaron aveva cresciuto amorevolmente tutti i cuccioli arrivati dopo di lui, Aysha aveva adottato Leonore e l’aveva guidata alla scoperta del mondo. Abigail invece non aveva nessuno che la affiliasse, ed anzi veniva emarginata e rifiutata dal resto del branco, che vedeva in lei un soggetto poco equilibrato e dal comportamento incomprensibile ed inaccettabile.
Anche i cani di amici e conoscenti non avevano mai mostrato una grande propensione per la mia cucciola,  che invece era tanto attratta dai suoi simili, quanto irruenta e maldestra nei suoi approcci.
Finchè, un giorno, Abigail incontrò Luna: e da quel momento iniziò una nuova fase importante della sua vita.

Luna era una volpinetta nera, di qualche mese più grande di Abigail, docile e socievole, leggermente intimorita dai cani di taglia grande. Quando le due si conobbero avevano le stesse dimensioni e scattò un colpo di fulmine: fu il primo cane ad accettare Abigail ed anzi, a cercarne costantemente la compagnia.
Ciascuno dei miei cani aveva avuto un amico o un’amica del cuore nell’età giovanile, dimostrando che i cani, esattamente come noi, scelgono i propri compagni e coltivano i rapporti di amicizia. Ma questa volta fu qualcosa di più: Abigail aveva trovato il suo cane guida oltre che una compagna di giochi, e Luna fece per lei tutto quello che io, da essere umano, non ero in grado di fare, ovvero le insegnò a rapportarsi ed a comunicare con la propria specie.

Malgrado nel giro di breve tempo Abigail fosse diventata il doppio della sua amica, l’equilibrio tra le due cucciole non si alterò in nessun modo. Oltre a giocare insieme, le due condividevano nuove conoscenze al parco e se da una parte Luna dava esempio di  educazione canina, in qualche modo credo che la presenza di Abigail le desse maggiore sicurezza nell’incontro con cani di taglia decisamente importante.
Il lavoro di inserimento nel branco domestico, fu invece cosa molto più laboriosa.
La casa è considerata dai cani che vi abitano un po’ come il territorio primario è considerato dai lupi: è il luogo ove il branco consuma i pasti e riposa, ove vigono cerimoniali e regole più strutturate, per permettere ai componenti di condividere uno spazio ristretto.
I luoghi dove i cani si recano abitualmente, ad esempio in passeggiata, rappresentano il territorio secondario, che viene marcato per avvisare i conspecifici non familiari della propria presenza e dove idealmente si svolgono le attività di esplorazione e caccia.

I tentativi di abituare i miei cani alla presenza costante della cucciola, sia in casa che in macchina ed in seguito anche in passeggiata, avevano sortito l’effetto di creare una sorta di indifferenza, ben lontana dall’accettazione.
Tra i miei rottweiler e Abigail c’era sempre qualche elemento di protezione, una barriera o il guinzaglio, perché gli approcci troppo ravvicinati da parte della piccola sortivano reazioni ostili.
Trascorsi quasi un mese nel cercare di associare la presenza di Abigail a situazioni divertenti e gratificanti per Leonore e Spawn, in modo da suscitare in loro stati d’animo positivi durante gli incontri, riuscendo ad ottenere una vicinanza fisica e qualche fugace contatto fuori casa.
Intanto Abigail cresceva e parallelamente arricchiva la sua vita sociale di esperienze con diversi cani: avevo notato che era ormai padrona del linguaggio che le permetteva di comunicare all’altro l’invito al gioco, la sottomissione e l’amichevolezza.
Durante le sue scorribande al parco dimostrava di aver estinto l’abitudine a pinzare gli altri cani sul muso e il suo morso era regolato nell’intensità, non provocando più reazioni di dolore.
La cucciola era sempre un moscerino vicino ai miei due giganti, che avrebbero potuto farle male seriamente semplicemente atterrandola con una zampata: ma era arrivato il momento per Abigail di trovare il suo posto nel branco a cui apparteneva.
Portai tutti i miei cani in un posto di campagna molto grande, senza possibilità di incontri con altri cani, dove sapevo che Leonore e Spawn avrebbero attivamente esplorato, seguito le traccie odorose di animali selvatici e corso a perdifiato, ebbri di libertà.
Non era un territorio che avrebbe potuto suscitare senso di possesso, ma che li avrebbe spinti all’attività.
Feci scendere i tre adulti dalla macchina e, subito dopo, liberai la cucciola.
Come avevo previsto, e ardentemente sperato, Abigail si unì di corsa agli altri, seguendoli ed imitando ogni loro azione: all’inizio scelse prudentemente di tenersi a un paio di metri da loro: poi, con grandi cerimoniali di sottomissione, gli si mise accanto, cercando addirittura di assumere le loro stesse posture.
Il cerimoniale di accettazione nel branco era lì, davanti ai miei occhi: malgrado gli adulti ribadissero il loro ruolo sgridandola a turno se troppo invadente, negli occhi di Abigail c’era una luce di felicità e trionfo.
Le nostre passeggiate in campagna o nei boschi divennero quotidiane: adesso, quando Abigail restava indietro gli altri due la aspettavano o tornavano sui loro passi, e nel momento in cui impartivo loro dei comandi premiati con un bocconcino, anche il turno della cucciola veniva rispettato.
Al ritorno a casa tutti i cani entravano insieme: gli adulti andavano a bere per primi, lasciando poi la ciotola ad Abigail, e si posizionavano nei loro posti preferiti per dormire.
Solo a quel punto la piccola, che aspettava pazientemente sotto il tavolo, sceglieva a sua volta una postazione e si addormentava beata.
I cani, come i lupi ed anche noi umani, sono animali sociali per i quali la convivenza con i propri simili significa forza, sicurezza, sopravvivenza.
Condividere i ritmi e le attività del branco, nonché gli spazi fisici, era qualcosa a cui la cucciola teneva moltissimo, perché finalmente si sentiva a pieno diritto parte di qualcosa.

Stamattina, appena alzata, avevo fatto uscire i cani in giardino, come di consueto.
D’un tratto, l’abbaiare forte di Leonore  unito ad un certo trambusto, mi hanno spinta ad affacciarmi velocemente dalla porta, e quello che ho visto è una di quelle scene che ti scaldano il cuore. La mia rottweiler era in mezzo al giardino, con il sedere alzato in posizione di gioco, mentre la cucciola le saltellava tutto intorno.
Poi hanno cominciato a rincorrersi, abbaiando per l’eccitazione, e nei musi di ambedue c’era la gioia e la sorpresa di essersi finalmente trovate.
Mi è tornato in mente quello sguardo, il primo che io ed Abigail ci siamo scambiate il giorno della sua adozione: ed ho pensato che, dopo tanti interrogativi, la promessa di proteggerla e di guidarla ero riuscita ad onorarla.