domenica , 19 novembre 2017
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Il canile preso sul serio: intervista a Luca Spennacchio

di  VALERIA ROSSI – Dopo la pubblicazione dell’articolo “Volontariato in canile: esperienza cinofila o incubo?” mi era stato chiesto – giustamente – di mostrare anche il lato “buono” (nel senso di “funzionale ed efficiente”) dei canili. Vero è che lo scopo del giornalismo ormai è diventato solo quello di puntare l’indice contro le cose che non vanno, ma in realtà io non l’ho mai visto così e mi dispiace rendermi conto che, ogni tanto, mi adeguo all’andazzo generale. Brontolo molto più spesso di quanto non mostri quello che c’è di bello e di valido nel mondo della cinofilia.
Promessa generale: d’ora in poi cercherò di dividere almeno al 50%.
Promessa specifica mantenuta: per quanto riguarda i canili ho ritenuto che la persona più adatta a mostrarne il lato positivo, ovvero “tutto quello che si può fare di buono”, fosse Luca Spennacchio, che ho inchiodato al telefono per un’ora e mezza facendomi raccontare proprio tutto sul fantastico progetto che sta portando avanti e sul corso per operatori di canili e rifugi che ha organizzato in collaborazione con la Provincia di Milano (il che significa che la politica non è poi così inavvicinabile, quando le idee sono valide).

– Luca, hai voglia di raccontarci quello che stai facendo? Sappiamo dei corsi di formazione per operatori di canile e del progetto del “Parco canile”…ma sarebbe interessante entrare un po’  più nel dettaglio.
Corsi per operatori ne ho già fatti diversi e ce ne sono altri  in programma.
Fino a qualche anno fa ero io ad andarmi a proporre, a spiegare quello che avrei voluto fare, a presentare dei progetti: adesso vado dove mi chiamano, perché fortunatamente l’interesse è salito moltissimo, anche grazie ai risultati positivi che abbiamo ottenuto. L’ultimo corso è stato fatto in collaborazione con la Provincia e con l’Ufficio per i diritti degli animali di Milano: era un progetto molto vasto e in realtà ci sono stati un po’ di problemini, ma li abbiamo risolti.

– Tipo?
Il primo problema, in realtà, si potrebbe anche vedere come un risultato positivo: infatti ci sono state oltre 300 iscrizioni! Era impossibile tenere un corso con questi numeri, quindi alla fine abbiamo ridotto a 70; ma erano già moltissimi, tanto che non siamo riusciti a seguire ognuno di essi come avremmo voluto. Il secondo problema è stato che avremmo voluto lavorare in un canile  di cui conoscessimo bene gli ospiti: il che non è stato possibile. Avevamo individuato una struttura a Vignate, all’interno della quale avevo dei referenti che conoscevano bene i cani: ma per motivi interni all’associazione, quando stava per iniziare il corso, quei cani sono stati spostati altrove. Così, non avendo certezze sui soggetti, ho dovuto limitare parecchio la parte pratica: con i cani ci lavoravamo noi, abbiamo fatto delle “dimostrazioni” ma non abbiamo potuto dare materialmente  in mano i cani ai corsisti.  Ha avuto più spazio la parte teorica, nella quale ho cercato di dare una visione del canile un po’ diversa da quella “classica”, sperando che si possa prendere spunto dalle considerazioni che abbiamo fatto per andare avanti in questa ottica. Comunque l’esperienza, nell’insieme, è stata sicuramente positiva.

– Cosa intendi per “visione classica” del canile? E qual è, invece, la tua?

La visione classica, purtroppo, è quella del canile come “punto di arrivo”. Per una serie di motivi, che vanno dai motivi logistici alla mentalità di alcuni operatori, il cane approda al canile e viene considerato “in salvo”: mangia, beve, è al coperto, i suoi bisogni vitali sono assicurati. Per qualche volontario quello diventa addirittura “il suo cane”, da cui fatica, dopo qualche tempo, a distaccarsi.
In qualche caso il potenziale adottante viene visto quasi come un intruso che vuole portarsi via il “tuo” animale: ed è per questo che qualcuno si sente trattato male, si offende e rinuncia.
Ovviamente questi non sono proprio i migliori presupposti per un’adozione!
Secondo me il canile, fin dall’inizio e da tutti, dovrebbe  essere visto solo come una “zona di passaggio”: come un posto sicuro, sì, ma in cui il cane si trova solo in attesa  che venga identificata la sua nuova famiglia. Nel frattempo viene anche preparato ad essere accolto nel modo migliore, a presentarsi nella sua “veste migliore”, a risultare gradevole e ricco di aspettative positive per chi viene a conoscerlo. Non si possono presentare sempre e solo i cani come dei “poveretti da salvare”: altrimenti si attirano solo persone magari di buon cuore, ma con l’unico scopo di questo salvataggio che invece non deve essere per forza tale. Non si può pensare che tutti vogliano un “poverino” e che siano mossi solo dal desiderio di fare un’opera buona. Bisogna far pensare alla gente che in canile si possa trovare un CANE: cioè un compagno di giochi, di vita, di sport. Anche perché è la verità!
Oltre a questo, l’operatore di canile deve avere le conoscenze necessarie a saper proporre – sempre nei limiti dei possibile – il cane giusto alla famiglia giusta: altrimenti c’è il rischio che i cani tornino indietro, cosa che non dovrebbe assolutamente succedere (e invece avviene anche troppo spesso).

– Come si arriva al risultato che hai in mente?
Con una serie di passaggi, di step che dovrebbero cambiare soprattutto la visione del canile come prigione, come lager, come qualcosa “da nascondere” e da tenere alla larga dalla società.
Guarda dove sono collocati i canili oggi:  lontano dalle città, non di quel tanto che basti a non disturbare con gli abbai (perché questo sarebbe normale), ma proprio ai margini, in luoghi difficilmente accessibili, quasi fosse qualcosa di cui ci si deve vergognare, da “non far vedere” alla gente, perché offende la vista. Ma in questo modo, come pensiamo che la gente si avvicini?
Quindi, primo step: cambiare l’immagine del canile.
Non più “galera”, non più “discarica per cani indesiderati” ma luogo di incontro, di formazione e di cultura cinofila. Per esempio, oggigiorno ci sono moltissimi corsi per educatori cinofili, che una volta finito il percorso di formazione hanno sicuramente bisogno di un posto in cui cominciare a lavorare e a fare esperienza pratica.
E allora, perché non in canile? Ma non “dopo” il corso, magari buttati allo sbaraglio (come spesso succede oggi) e alle prese con persone che li guardano pure storto, perché li vedono come intrusi e come “maestrini arroganti” che si mettono a criticare il loro operato, ma che non conoscono neppure la realtà in cui si muovono i volontari. Le ore di  pratica si dovrebbero tenere  in canile proprio durante il corso, dando la possibilità agli aspiranti educatori di fare esperienza sul campo sotto la guida di un istruttore, senza  interferire con il normale andamento del canile e senza fare la parte dei “supponenti”, ma dando comunque un aiuto ai cani presenti.
E qui apro una parentesi, perchè finora io ho scelto di lavorare su gruppi di cani selezionati in base a un progetto mirato.
Quando tengo un corso in un canile, dopo una prima parte teorica in cui spiego un po’ di cinofilia agli operatori, passiamo alla parte pratica dedicandoci al gruppo di cani “adottabili ma finora mai adottati”, cercando di capire perché sono ancora lì.
Dedicando tutto il tempo a quel gruppo di cani, cercando di risolvere gli eventuali problemi, aiutandoli a migliorare il loro rapporto con gli uomini, si evita di disperdere inutilmente il lavoro dando “1” a tutti i cani presenti (che magari sono 2 o 300): si dà invece  “100” ai 5-6 cani inseriti nel progetto. E sai qual è stato il risultato? L’80% di questi cani è stato adottato.
Ovviamente, una volta finito il corso, gli operatori possono proseguire il lavoro e man mano cercare di creare dei gruppi di cani che conoscono bene e di cui possono spiegare tutte le qualità.
Perché adesso, invece, succede che il potenziale adottante arriva al canile e gli viene fatto il terzo grado: chi sei, cosa fai, dove abiti, hai o non hai il giardino, dove lavori, quanto tempo libero hai…il poveretto viene passato ai raggi X.
Poi, magari, è lui che si azzarda a chiedere: “Ma questo cane è buono con i bambini? Va d’accordo con i gatti? Avrà problemi a salire in ascensore?” … e non riceve nessuna risposta, perché nessuno lo sa!
In canile i cani hanno una routine che consiste nel mangiare, essere puliti, uscire (quando si può, non sempre) per la sgambata nel recinto o per la passeggiatina al guinzaglio: fine. A volte può capitare, per esempio, che non siano in grado di fare una rampa di scale, solo perché non ne hanno mai vista una. A quel punto il nuovo proprietario che fa? Se il cane è piccolo, magari lo prende in braccio. Se è di taglia grande, si mette a tirarlo per farlo salire, il cane si spaventa, entrano in conflitto. In entrambi i casi il cane può reagire ringhiando, o peggio ancora mordendo: e allora puoi star certa che torna indietro. Ma quel cane avrebbe potuto essere felicissimo e rendere felice la sua nuova famiglia, se solo avesse imparato a salire qualche scalino!

– Però è impossibile mettersi a fare le scale con 300 cani: mentre con un gruppetto di 5 o 6 si può. E lo stesso varrà ovviamente per insegnargli ad andare in macchina, a camminare al guinzaglio e così via. Sembra l’uovo di Colombo!

Infatti lo è, se si entra nell’ottica giusta. Però, attenzione: ci vogliono anche le persone disponibili! Perché quando hai trecento cani e devi pulire, sfamare, far sfogare un po’ tutti, poi non ti resta molto tempo per creare  un rapporto, per dare un minimo di educazione e così via.
Per questo dico che i corsi per educatori potrebbero essere una grande risorsa: loro potrebbero occuparsi della socializzazione e dell’educazione, mentre il volontario non formato avrebbe più tempo da dedicare ai lavori di routine.
Poi c’è il secondo step: quello della motivazione sociale.
Che significa preparare bene gli operatori all’idea che non sono lì per “occuparsi dei propri cani”, ma per reinserire quei cani nella società, affidandoli a famiglie adatte. E  non è tutto: bisogna anche che l’operatore si senta responsabile, in qualche modo, di quello che succederà da lì in poi. Anche perché i cani che affidiamo portano in giro l’immagine del canile.
Se da qui escono cani abbaioni, ringhiosi, che trainano i loro proprietari al guinzaglio, che litigano con tutti… chi verrà mai a prendersene uno? Se invece si vede un cane educato, allegro, amichevole…quando uno chiede al proprietario  “Che meraviglia, dove l’hai preso?” e lui risponde “al canile XY”, ecco che quella sarà la migliore pubblicità possibile!
Quando abbiamo fatto una passeggiata per Torino con i cani del canile dell’ENPA, a fine corso,  la gente ci diceva: “Ma che bravi! Ma che belli! Il mio non è mica così educato!”
Tutte queste persone (ed erano tante, perché passeggiare per il centro con quattro o cinque cani attira subito l’attenzione di tutti), nel momento in cui penseranno di prendersi un cane – o un altro cane – si ricorderanno di quelli del canile non come di “poveracci”, ma come di cani belli, bravi, educati. E questo fa una differenza enorme.

Il video della passeggiata per Torino a cui si riferisce Luca:

Poi, terzo step: trovare linee guida comuni a tutti. Oggi in cinofilia c’è una frammentazione veramente inaccettabile e ci sono troppe divisioni. Bisognerebbe riuscire a far parlare la stessa lingua almeno a tutti coloro che operano nei canili.

– E questo forse è lo scoglio principale da superare, non trovi? Anche solo per le differenze di mentalità tra chi va in canile per occuparsi dei cani, chi ci va per sopperire a bisogni propri e così via…
Il discorso sulle reali motivazioni degli operatori è estremamente complesso, perché purtroppo è innegabile che molti si avvicinino a queste realtà per superare problemi personali che solitamente non sanno neppure di avere, il che rende le cose ancora più difficili. Purtroppo una cosa è certa: il canile non risolve questi problemi. Mai.
Anzi,  il canile è diseducativo perché  ti “copre” il problema, o ti dà l’illusione di farlo, ma di sicuro non te lo risolve. Il ragazzo che ha difficoltà a rapportarsi con le persone, per esempio, in canile finirà per chiudersi in un mondo settario (infatti queste persone sono facile preda di chi inculca in loro estremismi e fanatismi vari), che in realtà lo isola ancora di più dal mondo reale. Quindi, invece di un miglioramento, si ha un peggioramento.
E la cosa peggiore è che il cane, in tutto questo, non si guadagna nulla. Tutto assume un’immagine distorta: tu entri in canile e vieni a contatto col dolore. Vedi solo quello. Forse ti senti gratificato dal fatto di saperlo affrontare, di aiutare chi soffre…ma ti perdi tutto il bello del cane! Finisci per essere il primo a guardare a lui come al “poverino” vittima di un’ingiustizia, anziché come a un essere fantastico che ha solo bisogno di essere “presentato in società” ed aiutato a trovare la famiglia giusta.

– Ma come si supera, tutto questo?

Io non ho tutte le risposte, ovviamente, né posso risolvere tutti i problemi. Però ho affrontato la cosa in questo modo: prima ho detto che ormai vado soltanto dove  mi chiamano, ma ora aggiungo che vado solo se  la richiesta parte dal basso, proprio dagli operatori. Ovviamente deve essere d’accordo anche il responsabile del canile, ma è soprattutto chi ci lavora che deve sentire il bisogno di una formazione.
Infatti, se tu cerchi di inserire una persona formata in un canile, ma la inserisci dall’esterno, questi viene sempre accolto con sospetto, se non direttamente con ostilità: e alla fine… o viene mandato via, o scappa lui.
Invece, se sono gli operatori a chiedere un percorso di formazione, l’ostilità non c’è perché la persona formata è già inserita, conosce già tutti, sa come rapportarsi con gli altri. E se c’è qualche “testa calda” che non accetta i cambiamenti, che non vuole sentir parlare di novità, che vuole mantenere tutto com’era prima perché gli andava bene così (o perché si sentiva più sicuro così), finisce per trovarsi in minoranza. Così sono loro ad andarsene, anziché le persone più preparate. Ed è vero che in questo modo non risolvo certo i loro problemi psicologici, ma io non faccio lo psicologo. Io lavoro per i cani…e so che in questo modo il lavoro diventa fattibile.

– Quante “rivoluzioni” sei riuscito ad ottenere, nei canili in cui hai lavorato?
Rivoluzioni vere e proprie forse no, ma risultati validi ne ho ottenuti diversi…per un solo, semplice ed unico motivo: la prassi lavorativa che propongo funziona!
FUNZIONA e posso provarlo con esempi pratici, con numeri e con riscontri reali. Quindi, se prima ero io a dovermi proporre e a sperare che la mia visione del canile venisse accettata, adesso posso dire: “Io ho questo progetto, che ha funzionato qui, qui e qui. Se non vi piace, se non volete metterlo in pratica, dovete essere voi a darmi delle motivazioni valide sul perché non lo volete applicare”.

– Oltre ai risultati che hai già ottenuto, so che tu hai questo progetto unico per i canili del futuro. Vuoi spiegarci di cosa si tratta esattamente?
Si tratta di cominciare progettare i canili partendo dall’ottica di cui abbiamo parlato finora, ovvero quella di centri di formazione e di cultura nei quali, quasi “casualmente”, vengono ospitati anche cani in cerca di una nuova famiglia.
Il tutto, però, deve essere visto con una mentalità imprenditoriale: non come “opera di bene” fine a se stessa, perché l'”opera di bene”, per sua stessa definizione, è soltanto un costo. Oggi i canili non hanno soldi e non producono soldi: quindi è un ambito che interessa pochi professionisti della cinofilia e che, al massimo, attira gli speculatori. Allora cambiamo ottica e costruiamo canili che siano aziende produttive,  ma NON sulla pelle dei cani, bensì aiutandoli davvero.

Cominciamo col prendere contatti con le scuole che tengono corsi per educatori-addestratori eccetera: la scuola tiene i suoi corsi pratici in canile, come dicevo prima, e paga un piccolo “affitto”. Può farlo, perché i corsi sono a pagamento. In cambio ottiene una varietà di tipologie, di sessi, di caratteri, di problematiche, insomma un “parco cani” che non potrebbe trovare da nessun’altra parte. I corsisti vedono cani “veri”, imparano a rapportarsi con loro e a risolverne gli eventuali problemi: i cani, dal canto loro, sono più “maneggiati”; hanno più contatti con gli umani (ma con persone formate, non con gente che non sa come prenderli e come gestirli), diventano più socievoli e quindi più facili da adottare.
Al termine del corso, qualche educatore può anche continuare a lavorare sullo stesso campo con i suoi clienti esterni al canile, sempre riconoscendo al canile una percentuale: intanto pagherebbe anche per aprirsi un campo suo!
Ma questo è solo il primo passo, perché il canile può fornire anche un servizio di pensione; può mettere a disposizione il suo ambulatorio veterinario (che è obbligatorio per legge) anche per i cani “esterni” (e anche in questo caso il veterinario può riconoscere una percentuale al canile); può avere al suo interno un piccolo pet shop molto specializzato, una biblioteca cinofila, una toelettatura… in pratica non ci sono limiti, l’importante è che tutto il “mondo del cane” ruoti intorno alla struttura, che circolino tante persone, che il canile diventi un luogo di ritrovo, di formazione, di scambio, una base comune per tutti quelli che amano il cane, indipendentemente dalla razza o non razza.
Il canile dovrebbe diventare il vero “centro cinofilo” di ogni città: un luogo allegro, pieno di gente e di bambini e di cani che si divertono…e in cui, volendo, si può anche trovare un nuovo compagno, già sapendo che lì ci saranno persone formate, competenti ed esperte, che ti proporranno solo il cane più adatto a te; che se hai bisogno di aiuto nella sua gestione ti seguiranno… e così via.
In tutto questo, il proprietario o gestore del canile avrà il suo onesto guadagno e non sarà più costretto ad avere un numero minimo di cani per tenere in piedi la baracca: perché oggi, purtroppo, spesso ci si trova nella situazione assurda per cui i cani NON si possono dare in adozione, visto che sono loro stessi a mantenere la struttura. E per questo motivo migliaia di cani passano tutta la vita in gabbia. E’ una situazione insostenibile, da cui bisogna uscire assolutamente. Ed io credo che il Parco canile possa essere la soluzione.

– Sei già riuscito a realizzarne almeno uno?
Purtroppo no, non nella sua interezza. Ho realizzato quasi tutte le cose che ti ho esposto,  in diversi canili: ma una struttura che comprenda proprio tutto il progetto no, non esiste ancora.
Purtroppo oggi dobbiamo anche fare i conti con la crisi economica, che di sicuro non invoglia a lanciarsi in programmi innovativi: se dieci anni fa, quando facevo queste proposte, ero un pazzo, oggi sono uno che ha un’idea realizzabile ed interessante…ma c’è la crisi e bisogna aspettare che passi.
E intanto il problema del costo sociale dei canili sta diventando pressante e si cominciano a sentire proposte aberranti che rischiano di trovare un certo interesse, perché il problema esiste e va risolto. E’ un momento di stallo dal quale si potrebbe uscire nel modo peggiore (tornando agli abbattimenti, per esempio), oppure con la realizzazione di strutture che smettano di costare e comincino a fruttare…nonchè a produrre lavoro: perché la figura del volontario è sicuramente benemerita, ma non può essere la sola esistente. In canile devono operare anche persone formate, professionali, che di questa passione potrebbero fare il loro lavoro. Mi auguro che questa possibilità venga colta da qualcuno e che possa rappresentare un esempio da seguire in tutta Italia, fermo restando che speculatori e veri e propri criminali ci saranno ancora: ma questi non possiamo affrontarli noi. Questo è compito delle Forze dell’Ordine. Il nostro compito è quello di creare un’alternativa funzionale per persone “normali” che amino i cani e che, di fronte al problema dei costi da affrontare, abbiano anche la prospettiva di un ritorno economico interessante.
Questo è lo scopo per il quale stiamo lavorando.

Per saperne (ancora) di più, cliccando qui si può scaricare “L’intervento di training”, il capitolo curato da Luca Spennacchio del libro di Roberto Marchesini “Il canile come presidio zooantropologico”.

Luca Spennacchio, nato a Milano il 30/03/’71, è istruttore cinofilo A.P.D.T. Italia e studioso di zooantropologia applicata alla Pet Therapy, alla Didattica, alla pet ownership e alla pet partnership. Si è formato presso la Scuola di Interazione Uomo-Animale (SIUA – www.siua.it). E’ stato assistente al corso per istruttori GIAC,  conseguendo il diploma di “Istruttore ricercatore in training cognitivo”; docente in diversi corsi di operatori di pet therapy; alla facoltà di Medicina Veterinaria di Bologna; al Corso di Zooantropologia per Specialisti di Igiene Urbana Veterinaria di Padova; relatore a diversi congressi e seminari. E’ consulente per diverse strutture adibite al ricovero di cani abbandonati. Ha fondato con tre colleghi la Scuola C.Re.A. (www.scuolacrea.it), scuola di formazione professionale per consulenti della relazione con gli animali.

Luca è anche un ottimo fotografo: gli scatti in bianco e nero usati per illustrare questo articolo sono i suoi.
Gli altri – e anche il resto delle sue innumerevoli attività cinofile – potete trovarli sul suo sito:  www.miacis.it
Foto del tunnel per gentile concessione PEC – Progetto Educativo Cinofilo

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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