di VALERIA ROSSI – Sì, tranquilli: avete letto bene e il vostro monitor non è impazzito.
Il titolo è proprio quello e significa proprio quello che pensate: vorrei provare a mettermi, per una volta, dalla parte del cagnaro, ovvero dell’allevatore commerciale che non fa selezione, non fa controlli, si limita ad accoppiare maschi e femmine della stessa razza, ad capocchiam. Voglio provare a capire le sue ragioni.
Mi ha fatto riflettere, infatti, un commento in calce all’articolo sul signore col doppio sito (uno che promuove un allevamento monorazza ed apparentemente serissimo, e l’altro – sempre suo – che invece parla di una decina di razze di cui non viene scritto neppure il nome in modo corretto): un lettore ha detto infatti di aver conosciuto questo allevamento qualche anno fa, quando allevava davvero una sola razza e si dava un gran daffare per allevare nel miglior modo possibile. “Si vede che col tempo si cambia”, era il commento.
Casualmente, anch’io conosco una persona che ha iniziato allevando serissimamente una sola razza, e adesso è uno dei più forniti cagnari della sua zona. E poiché ritengo che non siano certo gli unici due casi italiani, mi sono posta la domanda: ma PERCHE’, maledizione, invece di avere cambiamenti logici e sensati (ovvero, gente che inizia cagnareggiando e poi scopre le soddisfazioni, la passione e pure l’etica dell’Allevamento serio), abbiamo percorsi esattamente contrari?
Com’è possibile che persone che iniziano con amore e passione finiscano per ridursi a vendere cuccioli a casaccio?
La prima spiegazione che viene in mente è quella economica: allevare seriamente è più un costo che un guadagno, sfornare cuccioli (o addirittura “comprarli fatti” e rivenderli è un guadagno sicuro).
Okay, mi sta bene. Ma non posso davvero credere che ci sia gente che non lo sa.

Voglio dire: mettere in piedi un allevamento non è uno scherzo.
Forse può esserlo se vuoi fare l’allevatore amatoriale, quello con un paio di fattrici, che fa una cucciolata ogni tanto dentro casa, magari con cagnolini di piccola taglia. Ma anche così… non è che vai molto lontano: dopo quattro, cinque anni le tue due fattrici “hanno dato” a sufficienza, quindi devi per forza ampliarti. Magari tieni una figlia della tua cagnolina, magari acquisti un’ulteriore fattrice: sei già a quattro cani, che in casa cominciano a “sentirsi” anche se sono piccoletti. Figuriamoci quando la taglia è da media in su.
In ogni caso, questo tipo di allevamento non ti consentirà mai di cavarne uno stipendio. Posso dirlo con certezza perché è il tipo di allevamento che ho fatto io: non era il mio lavoro primario, era (almeno sulla carta) il mio hobby, la mia passione… ma proprio perché ti appassiona, le due cagne iniziali fanno presto a diventare tre, cinque, dieci. Io ho cominciato con due, e dopo venticinque anni avevo quindici cani (cuccioli esclusi).
Avendo iniziato con i pastori tedeschi, io non ho mai potuto pensare di allevare “in casa”: una cagna di questa razza può sfornarti senza problemi una dozzina di cuccioli… e due cagne in casa ci stanno senza problemi, certo: ma una ventina di cuccioli di cinquanta giorni, sfido chiunque a gestirli in un appartamento. Io son partita, quindi, costruendomi direttamente box, sala parto, recinti e quant’altro: e sono spese belle toste. Tra l’altro adesso sono pure più alte che ai miei tempi, perché le regolamentazioni sono diventate molto più severe: per esempio, io una rete fognaria a regola d’arte me la sono fatta dopo quattro o cinque anni, mentre adesso se non ce l’hai dall’inizio non si sognano neppure di darti un permesso.
Quindi ti fai una struttura, acquisti dei cani adulti, a seconda del numero e della razza devi assumere anche qualcuno che ti dia una mano: vuoi farmi credere che non ti fai due conti? Vogliamo davvero pensare che ci sia qualche bello spirito che impianta un ambaradan del genere senza uno straccio di piano economico-commerciale?
Io non riesco davvero a crederci. Quindi, a mio avviso, chi vuole cagnareggiare cagnareggia da subito: decide se allevare in proprio od importare, nel primo caso si compra il numero di cagne che ritiene necessario, impianta la sua struttura pensando già ad un “cucciolificio” e va via dritto per quella via.
Quello che invece inizia come Allevatore maiuscolo, ovvero come appassionato intenzionato a fare il miglior lavoro possibile, e POI decide di mettersi a cagnareggiare, secondo me dev’essere qualcuno che si è scontrato con qualche realtà talmente sgradevole da fargli pensare “Ma chi me lo fa fare?”.
E se a questo punto comincia a importare cuccioli dell’Est (o di altri Paesi in cui si fa la stessa “tratta degli schiavi a quattro zampe”)… okay, allora è un delinquente e non riesco proprio a mettermi nei suoi panni neanche volendo. Dietro a questi traffici c’è una tale somma di maltrattamenti, vessazioni, sfruttamenti che una persona che decida di utilizzare questi canali è per forza di cose qualcuno a cui dei cani non frega un accidenti di niente. Quindi no, non riesco a provare la minima empatia neanche sforzandomi al massimo.
Se invece il tipo si mette a cagnareggiare, sì, ma solo nel senso che non seleziona più e che produce, in casa sua, cuccioli “da tanto al mucchio” (però seguiti in modo corretto, alimentati bene, sverminati, vaccinati eccetera)… allora a mettermi nei suoi panni ci provo.
Provo a chiedermi cosa gli sia successo, quale sia stata la molla che a un certo punto è scattata facendogli pensare “al diavolo l’allevamento serio, facciamolo commerciale”.
Siccome alcune di queste molle credo siano scattate sul muso di tutti gli allevatori (anche di quelli che per fortuna le hanno ignorate), ne ho identificate almeno tre:

a) l’ENCI, ovviamente. Che non è mai riuscito – anzi, non ci ha mai neppure provato – a dare un vero senso al suo scopo statutario, che sarebbe quello di “tutelare i cani di razza pura”.
La primissima tutela che mi viene in mente, infatti, sarebbe stata quella di selezionare un gruppo di  Allevatori con la solita A maiuscola e di concedere esclusivamente ad essi l’onore di fregiarsi di un affisso riconosciuto.
“Allevatore riconosciuto ENCI” dovrebbe essere sinonimo di “allevatore di qualità, che fa vera selezione (non solo sulla bellezza, ma sui tre punti fondamentali dell’allevamento: salute-tipicità-carattere), che offre precise garanzie, che conosce veramente a fondo la razza di cui si occupa e così via”. Se questa fosse l’immagine, la gente saprebbe anche distinguere il “cucciolo DOC” (che si acquisterebbe in questi allevamenti “col bollino blu” del riconoscimento ENCI) dal “cucciolo qualsiasi”. E conoscerebbe anche le motivazioni del prezzo più elevato.
Insomma, nessuno farebbe più confusione, così come nessuno la fa tra la borsa di Louis Vuitton comprata in negozio e quella comprata sulla spiaggia: sembrano quasi uguali, ma tutti sanno benissimo che in realtà non lo sono, e sanno anche il perché. Io non ho mai sentito dire che qualcuno sia entrato in una pelletteria e abbia detto alla commessa: “Quattrocento euro? Ma è scema? Il marocchino sulla spiaggia la vende a venti!”
Agli Allevatori, invece, succede in continuazione.
E perché succede? Perché Louis Vuitton è stato capace di far conoscere il suo nome e il suo marchio in tutto il mondo e di farlo immediatamente identificare come marchio di qualità: l’ENCI, invece, NO.
La normale Sciuramaria non ha la più pallida idea dei costi e dell’impegno necessari ad allevare una cucciolata di alta qualità e pensa che l’ Allevatore chieda più del cagnaro (o del negozio all’angolo) solo perché è un gasato che se la tira, o perché ti vende “un pezzo di carta che costa più del cane a cui sta attaccato e che non serve a niente” (perché è questo che pensano le Sciuremarie del pedigree).
L’ENCI, insomma, ha clamorosamente fallito proprio in quello che doveva essere il suo scopo primario: e siccome ti chiede mille euro per darti un affisso che poi non è in grado di valorizzare, e ti chiede soldi anche per iscrivere i cuccioli e avere il pedigree, e ti ri-chiede soldi per esposizioni, prove di lavoro, insomma per tutto quello in cui mette il suo “marchio”…allora, a un certo punto, tu ti chiedi anche: “Ma in cambio di tutta questa mungitura, caro ENCI, cos’è che mi dai?”.
La domanda è retorica, la risposta scontata e la reazione di qualcuno può anche essere: “Visto che comunque vengo trattato come un cagnaro (anzi, a dire il vero il cagnaro viene tenuto in maggior considerazione, perché sforna più cuccioli e quindi paga di più), tanto vale che mi metta a fare il cagnaro anch’io”.

b) il cliente medio.
Il Sciurmario o la Sciuramaria che, tanto per cominciare, ti fanno il discorso di cui sopra (“Mille euro? Ma sei scema? Tizio li vende a trecento”). Ma non solo.
Perché se tu sei un Allevatore con la consueta maiuscola, non è che con il cliente ti limiti a sparar cifre al telefono: lo fai venire in allevamento, ci perdi mezza giornata, cerchi di spiegargli tutto quello che avrebbe dovuto sapere sul cane di razza, ma non gliene è mai fregato nulla di chiedere (anche perché l’ENCI, che avrebbe dovuto fargli venire la VOGLIA di chiedere, non l’ha mai fatto).
Quindi, alla fine di tutta ‘sta manfrina (nella quale tu hai investito, male che vada, almeno tre ore del tuo tempo), anche la più ignara delle Sciuremarie un’idea dovrebbe essersela fatta.
Se
ti avesse ascoltato, ovviamente.
Invece, dopo averti fatto perdere il pomeriggio, lei ti saluta dicendo che “ci deve pensare un po’, perché la cifra è alta”…e sparisce.
Per sempre? NO!
Perché è capacissima di farsi risentire un paio di mesi dopo: “Buongiorno, si ricorda di me? Sono la Sciuramaria, quella così e cosà, che è venuta da lei il giorno X a vedere la cucciolata Y…”  e quando la identifichi, immancabilmente scopri che il cane alla fine non l’ha preso da te perché “le è stato regalato” (‘sta gente ha un culo incredibile, eh: non fa in tempo a pensare di prendersi un cane, che subito arriva qualcuno a regalarglielo). Solo che ‘sto cucciolo ha… 1,2,3, MILLEMILA problemi (di salute e/o di carattere)… e siccome tu sei “così esperta”, e l’altra volta sei stata “tanto gentile”… i millemila problemi li sottopone a te, sperando che tu la aiuti a risolverli.
Proprio in questi giorni un’amica allevatrice diceva su Facebook che dopo un tot di queste esperienze si è rotta le palle e ha cominciato a dire: a) che i problemi possono andare a farseli risolvere dall’allevatore del cucciolo; b) che se proprio vogliono un parere suo, lo devono pagare.
Sacrosanto, giustissimo, addirittura lapalissiano: sei andato dal cagnaro per risparmiare? Mo’ ranges!
Oppure paghi il mio tempo, la mia esperienza e le mie conoscenze, come faresti per qualsiasi altra cosa che tu avessi acquistato.
Io vorrei vedere uno che si compra, che so, un computer al mercatino rionale: poi scopre che non funziona, il venditore ovviamente non lo ritrova più manco morto…e allora va al negozio specializzato e dice: “Scusate, me lo mettereste a posto?”.
Ma cerRRRRrrrto, che glielo mettono a posto: mandandogli il tecnico da 100 euro/ora, che lui paga senza batter ciglio.
Se invece ha comprato un cucciolo, chissà perché, il tecnico lo vuole gratis.
E la mia amica fa bene a rispondere come risponde. Io che sono più pirla, invece, mi sono sempre fatta le pare per il cucciolo: oddio, poverino, se adesso la mando a quel paese chi glielo risolve, ‘sto problema? E ho sempre perso ulteriore tempo con  la Sciuramaria o il Sciurmario che il cane da me non l’avevano comprato.
Forse ero solo più presuntuosa, eh…a credere che se non ci pensavo io, il povero cuccioletto sarebbe rimasto in balia delle onde: sta di fatto che non ho mai trovato il coraggio di profferire l’emerito VAFFANCULO che i signori avrebbero meritato.
Ecco, questo tipo di persone è un altro dei fattori che ti fanno pensare “ma chi me lo fa fare?”.
Perché se invece di fare tutti gli esami per le malattie genetiche, e di andare a prendere la monta a casa di Dio per essere sicura di trovare il maschio perfetto, e di comprare il mangime superextrasuperpremium, e di perdere giornate intere ad insegnare ai cuccioli ad andare al guinzaglio e a non aver paura della gente eccetera eccetera, io avessi preso un maschio e una femmina a caso, li avessi fatti accoppiare, avessi svezzato i cuccioli a trenta giorni e a quarantacinque li avessi mollati al primo che passava… avrei potuto venderli anch’io a trecento euro, guadagnandoci pure sopra.
E almeno, quando la Sciuramaria mi telefonava dicendomi che il cucciolo cagava mollo o ringhiava al gatto, il tempo che impiegavo a risponderle sarebbe stato pagato.

c) leggi, regole e fisco, che in linea di massima equiparano l’allevatore di cani – anche il più amatoriale – ad un allevatore industriale di bovini o cavalli: e a cui non importa un accidenti di come i cani vengano trattati, basta che abbiano i box  di tot metri per tot, e il canaletto di scolo così e la fossa biologica cosà. Poi se fai fare dieci cucciolate di fila alla stessa cagna, o se la fai partorire al primo calore, chisseneimpippa (e a proposito: se ne impippa anche l’ENCI).

Posso dire la verità, una volta per tutte?
In fondo, i cagnari io li capisco!

Li schifo e li disprezzo, però li capisco: perché una cosa non esclude necessariamente l’altra.
Ripeto, NON quelli che importano dai canifici stranieri: quelli per me meriterebbero la galera e nient’altro.
Ma chi alleva nel cortile di casa, di straforo, non facendo una ricevuta che sia una e non pagando un centesimo di tasse; chi comincia con una razza perché la ama, ma poi già che c’è ce ne infila altre tre o quattro perché sono di moda; chi se ne infischia se un riproduttore sì, è un po’ displasico, “ma vince le gare di agility, quindi perché mi dovrei preoccupare?”  (perché succede); chi “lascia fare alla selezione naturale”” e se un cucciolo rimane un po’ indietro lo lascia crepare anziché spenderci 500 euro di veterinario (e poi magari vederlo morire ugualmente, perché succede anche questo); chi svezza i cuccioli con un po’ di scarti del macellaio tritati anziché con lo Starter che costa un botto, e ti dice che i suoi cuccioli sono sempre cresciuti tutti sani e vispi lo stesso (e magari è anche vero)… insomma, chi fa il cagnaro senza maltrattare e sfruttare nessuno, ma solo “sperando in bene” per quanto riguarda la salute, andando alla carlona sulla tipicità (tanto il cliente non se ne accorgerà mai, e lo dimostra il fatto che le Sciuremarie con le loro ciofeche al guinzaglio, se ti azzardi a dir loro che proprio tipicissime non sono, ti cavano gli occhi) e fregandosene altamente del carattere, tanto poi c’è sempre pronto il Guru a dire che la genetica sul carattere non conta niente, ma conta SOLO il modo in cui tu hai tirato su il cane… embe’, come si fa a non capire perché ha fatto una certa scelta?

Semmai c’è da chiedersi perché qualche pirla stia ancora lì a dannarsi per svolgere un lavoro tanto impegnativo (e costoso) quanto ignorato, bistrattato e addirittura insultato, in alcuni casi: perché poi vai a leggere le bacheche degli animalisti e scopri che scrivono “gli allevatori devono morire tutti, questi bastardi sfruttatori”.
Perché anche loro, come le Sciuremarie, non sono in grado di distinguere fra te e il cagnaro: solo che la Sciuramaria pensa solo al prezzo, mentre questi rischi che ti diano fuoco alla casa.
Già.
Chi ce lo fa fare?

Purtroppo (devo dire) ce lo fanno fare la passione, l’amore per i cani (l’amore vero, quello che mette il benessere del cane al di sopra di tutto il resto, guadagno compreso)… e a volte anche ragioni meno nobili, come la pura e semplice soddisfazione personale.
Io lo ammetto senza vergogna: quando un perfetto sconosciuto mi fermava per strada e mi chiedeva se il mio cane era del mio allevamento, “perché quei cani si riconoscevano ovunque” (e non sapeva che io ero io), godevo come un riccio.
Il benessere dei cani non c’entra un tubo con questa sensazione, però a me è sempre piaciuta tanto.
Ancora adesso, ogni tanto, mi capita di vedere la foto di un mio cane su un libro o su una rivista, e ri-godo come un riccio pensando: “Ma che bello che era”. E anche qui non c’entra l’amore… ma se vedessi un cane con il mio nome attaccato e dovessi pensare “ammazza che cesso”, credo che ci resterei proprio male.
Non so se Picasso provasse la stessa sensazione quando gli riusciva bene un quadro: però penso di sì…e non trovo che ci sia niente di male, dopotutto. Sempre che ci siano prima la passione e l’amore, un po’ di sano narcisismo non ha mai ammazzato nessuno.
Certo,  il pensiero che ci si debba attaccare solo a queste cose, per continuare ad allevare con serietà e professionalità, un po’ di angoscia me la fa venire. E il fatto che i cani allevati dai cagnari, per le Sciuremarie, siano Luois Vuitton identiche a quelle originali, anziché imitazioni tarocche, mi fa venire direttamente le bolle.
L’ENCI potrebbe/dovrebbe fare molto di più per aiutare la gente a capire e a distinguere: ma anche le Sciuremarie, magari, potrebbero fare un piccolo sforzo in più per informarsi da sole, visto che i mezzi ormai abbondano.
Resta il fatto che la cinofilia com’è oggi invita proprio caldamente al cagnaresimo spinto.
E se qualcosa non cambia, e non cambia drasticamente, temo che io continuerò a parlare di Allevatori seri come se fossero personaggi che si trovano ad ogni angolo…quando in realtà mi starò riferendo ad una specie in via di estinzione.

 

 

Articolo precedenteChi gioca al tiramolla… o è una spia, o è Davide Cardia
Articolo successivoIl VERO Standard del… Bracco italiano
Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.

Potrebbero interessarti anche...