sabato , 31 gennaio 2015

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Il mio cane mi ha ringhiato e adesso ho paura di lui

Il mio cane mi ha ringhiato e adesso ho paura di lui

di VALERIA ROSSI – Una lettrice mi scrive (copio testualmente): “Cara Valeria, vorrei sapere se hai mai scritto un articolo o un libro sui “neopadroni” (non mi vergogno di dire che ne faccio parte, addirittura prendendo come primo cane un Pastore Tedesco maschio) che, per incompetenza e non conoscenza, perdono la fiducia nei loro cani ed al primo ringhio, presi dalla paura, lasciano perdere ciò che stavano facendo, rinforzando l’atteggiamento negativo del cane e mandandolo in confusione, con il risultato che non riescono nemmeno a curarlo per una semplice ferita“.
Quando ho risposto, scherzando, che un libro mi sembrava un po’ eccessivo, lei si è stupita: “Perché no? – mi ha scritto – Sono tre anni che ho un cane ed ho conosciuto tantissime persone che, si vergognano a dirlo, ma non capiscono il loro cane e ne hanno paura, per cui preferiscono far finta di niente ed al bisogno si “seda” il cane dal veterinario“.
Non ho osato chiederle cosa intendesse per “sedare” tra virgolette: non glielo chiedo, perché entrambe le ipotesi  possibili (psicofarmaci o eutanasia) mi sembrano ugualmente drammatiche.
Quasi contemporaneamente a questa email, un’altra ragazza mi chiede su Facebook se posso consigliarle un bravo comportamentalista che possa suggerire gli psicofarmaci adatti all’anziana – e mordace – cagnetta di sua madre, concludendo con queste parole: “Magari la cagnolina finirà per essere rimbambita, ma almeno sarà viva e in famiglia”.
Ci ho quasi “litigato”, perché le ho risposto decisamente ringhiando: poi mi sono resa conto di aver esagerato e ci siamo chiarite, ma ormai sono davvero ipersensibile quando sento discorsi di questo tipo. Anche perché penso che molta gente non si renda conto di cosa significhi davvero “cane rimbambito dagli psicofarmaci”.

Prossimamente pubblicherò alcuni video MOLTO esplicativi: purtroppo per ora non li ho ancora disponibili (sono stati pubblicati su FB e non è possibile “prelevarli” da lì), ma posso provare a descrivervi l’ultimo, che riguarda un border collie mordace trattato a fluoxetina e valeriana dispert.
Avete presente uno zombie? Ecco, il cane è pressapoco in questo stato. Completamente apatico, rigido sulle zampe, si muove come un cane di quattordici-quindici anni (ne ha tre).

Le foto (che in realtà sono frame tratti dal video) non rendono bene l’idea, ma forse potrete cominciare a  capire se vi dico che il video… è praticamente una foto prolungata nel tempo: perché il cane è sempre immobile, con lo sguardo vitreo. Segue i movimenti della telecamera soltanto con gli occhi, senza neppure voltare la testa: e la cosa più drammatica è che, se l’operatore si avvicina troppo, diventa ugualmente aggressivo.
Dopo aver visto immagini come questa, si potrebbe pensare che qualsiasi persona dotata di un minimo di sensibilità inorridisca al solo pensiero di utilizzare gli psicofarmaci sul proprio cane: invece NO. I proprietari di questo cane sono contenti così, perché il loro problema è stato risolto: il border non parte più per andarli ad aggredire (lo credo: non ne ha la forza), e a loro basta non andargli troppo vicino per “vivere tranquilli”.
Il pensiero di aver trasformato un animale vivo, vitale, dinamico ed atletico in una sorta di pupazzo (poco) animato non li turba minimamente: il cane è vivo, non sono stati costretti a ricorrere all’eutanasia, quindi va tutto bene. La mia domanda, ovviamente, è: “Si può definire VITA, questa?”.
La risposta la lascio alla sensibilità e alla coscienza di ciascuno.

Ma torniamo al problema iniziale, quello che sta alla base di queste atrocità: il cane che diventa aggressivo verso i familiari. Non importa che morda davvero o che minacci soltanto di farlo: quando scatta la paura, la gestione diventa quasi impossibile in entrambi i casi.
Purtroppo le possibili reazioni alla paura del proprio cane seguono un iter abbastanza preciso: e la prima reazione è proprio quella citata dalla lettrice, la vergogna.
L’umano fatica moltissimo ad ammettere di aver sbagliato qualcosa  (specie se non ha mai maltrattato il suo cane ed è convinto di avergli “dato tutto”, frase che ricorre spessissimo quando vengono raccontati questi episodi).
La parte del leone, ovviamente, la fa la retorica del cane “buono e fedele, che accetta anche le botte leccandoti la mano”: questa immagine è talmente scolpita nell’immaginario collettivo che la maggior parte delle persone – specie quelle che sono al loro primo cane – si sentono in qualche modo “tradite”.
Non sono capaci di accettare che un cane che NON ha mai preso alcuna botta – e che quindi dovrebbe essere  doppiamente riconoscente!  – possa provare sentimenti diversi dalla totale devozione e dalla cieca fedeltà.
In due parole: non riescono ad accettare che il cane sia un essere vivente senziente e pensante al quale, come a qualsiasi altro essere vivente, un bel giorno possono anche girare le palle.
Se il cane ringhia – o peggio, morde – dev’essere successo qualcosa di gravissimo: ma siccome è sempre stato trattato con i guanti, la responsabilità non può essere dei proprietari. Dev’essere per forza LUI che ha qualcosa che non va (e così ci si scarica anche la coscienza).
Siccome l’unica spiegazione sembra essere quella della malattia,  si corre dal veterinario: e qui i possibili casi sono due. O si becca il celeberrimo comportamentalista, che in nove casi su dieci ammolla subito gli psicofarmaci (con i risultati visti sopra), oppure si trova il veterinario “normale” che suggerisce, saggiamente, di far vedere il cane da un educatore, perché il problema è palesemente legato alla cattiva gestione del cane. Difficilmente il veterinario lo dirà in faccia ai clienti, però: perché quando si dice a una persona “guarda che hai sbagliato tutto”, la reazione è immancabilmente di rifiuto e di offesa. 
Il proprietario del cane, che nella stragrande maggioranza dei casi AMA davvero moltissimo il suo animale, è profondamente convinto di avergli dato il meglio: amore, cibo, coccole, gioco, passeggiate. Cosa potrebbe volere di più, un cane?

E qui, proprio, qui, sta il punto chiave. Perché il cane vuole delle REGOLE. Il cane vuole essere guidato, vuole qualcuno a cui affidarsi con fiducia, vuole il famoso leader, l’ormai famigerato “capobranco”, termine che sembra essere diventato una parolaccia, ma che rendeva tanto bene l’idea e che – se spiegato nel modo giusto – convinceva i proprietari ad assumere il giusto ruolo di comando in famiglia. Io sono sinceramente quasi nauseata a forza di ripetere che “capobranco” NON è sinonimo di “violento maltrattatore”: ma lo ripeto ancora una volta, anche perché il dannatissimo Cesar Millan (che è effettivamente un violento) ha confermato questa associazione di idee nella mente dei suoi spettatori televisivi. Quindi, ribadiamolo: il capobranco non è uno che impicca i cani o che li prende a calci (anche se bisogna pur dare a Cesar quel che è di Cesar, ammettendo che in certi casi – purtroppo NON in tutti – questi suoi atteggiamenti sono motivati dal fatto di avere a che fare con cani fortemente aggressivi, con i quali la legittima difesa è indispensabile). Il capobranco è la figura-guida, quella che dà le regole (e che può darle in modo gentilissimo) e soprattutto che le fa rispettare, sempre e comunque, sfoderando la dote principale di un capo che si rispetti: la coerenza.
Molti proprietari si ritrovano ad affrontare un conflitto serio con il proprio cane solo perché non riescono a stabilire delle routine.
Spesso di parla delle famose “regolette gerarchiche”: non salire sul letto, non passare per primo dalle porte, non mangiare per primo ecc. ecc., che oggi alcuni Guru della cinofilia sbeffeggiano, mentre altri sono già stati costretti a considerarne la validità (però gli hanno cambiato nome: oggi si parla di RSG, Regressione Sociale Guidata… e volete mettere quanto fa più figo?): ma non è neppure questo il vero problema. Il vero problema sta nel fatto che qualsiasi regola va seguita per sempre: il problema non sta nel fatto che al cane sia permesso di salire sul letto, quanto nel fatto che oggi gli sia permesso e domani no, e dopodomani di nuovo sì, e tra una settimana di nuovo no.
Il cane, in questo modo, va in confusione, non vi ritiene più “capi” affidabili e sicuri, ma pasticcioni che non sanno quello che vogliono. Quindi comincia a perdere il rispetto per gli umani di casa: e la prima volta che gli girano le palle, appunto, e che voi gli dite “giù dal letto!” quando lui invece ci sta comodo, vi fa vedere 42 denti.
A questo punto, normalmente, l’umano medio se la fa sotto (e non a torto, eh: specie quando il cane è di discrete dimensioni, la vista della sua “dentiera” spianata può far tremare le gambe anche a Rambo) e rinuncia a chiedere al cane di scendere dal letto. Così il cane scopre un’interessantissima novità: questi non solo sono dei pasticcioni inaffidabili… ma sono anche dei fifoni che puoi metterti in tasca con una ringhiatina.

A questo punto le cose, ovviamente, sono già precipitate: quindi si finisce dal veterinario, chiedendosi NON “cos’ho sbagliato?”, ma “cos’ha il mio cane che non va?”.
E arriviamo al punto a cui eravamo rimasti, ovvero al veterinario che (qualora non sia uno spacciatore di pillole rincoglionenti) suggerisce di recarsi da un educatore: dopodiché, i casi sono di nuovo due. O si finisce in mano a un vero professionista (e allora c’è ancora speranza), o si finisce in mano a un venditore di fumo: e allora siamo alla tragedia, perché costui probabilmente non avrà la minima idea di come affrontare il caso e finirà per rimandare (ancora una volta) i proprietari del cane dal veterinario: però, stavolta, sicuramente comportamentalista e spacciatore di pillole. E alla fine di questo circolo vizioso, il cane finirà o “bombato” di psicofarmaci a vita, oppure soppresso.
A dire il vero i casi sono tre… perché ci sono anche i proprietari che, stufi di mordersi la coda proprio come i cani, rinunciano (anche perché nel frattempo hanno subito un minisalasso economico) e si tengono il cane così com’è, diventandone di fatto i servitori e gli schiavetti.

Soluzioni alternative a questo drammatico stato di cose?
Be’, la prima è sicuramente quella di non arrivarci!
Il che significa che, anche se siete affascinati dal buonismo, dalla zooantropologia, dal cognitivismo e da tutto ciò che è attualmente di gran moda in cinofilia, dovreste tenere sempre ben piantato in testa (ma proprio col martello) il concetto che il cane ha bisogno di fermezza e coerenza. Non di urlacci, né di botte, né di “capottamenti” (ridicoli: a parte appunto Millan e qualche altro pirla rimasto indietro di centodue anni, nessun professionista ricorre a questi mezzucci che non sono neppure naturali, perché né i cani né i lupi “capottano” i loro sottoposti: quello che fanno è imporre la loro dominanza – psicofisica – convincendo l’altro che gli conviene manifestare sottomissione. Quindi è il sottomesso che si butta a pancia all’aria di SUA  volontà, e non il dominante che ce lo butta).
Fermezza e coerenza significa “quel che è permesso oggi è permesso sempre, e viceversa”. Significa “quando è NO, è NO”: anche se ci provi centodue volte, per centodue volte io ti ripeto che quella cosa lì non è permessa (personalmente vanto un record – credo – di un’ora e venti passata ininterrottamente a ripetere “NO!” al mio staffy che voleva mangiarsi la mia borsa. Dopo un’ora e venti, lui accettò il fatto ineluttabile che avevo la testa più dura di lui, e quella borsa non la degnò mai più di uno sguardo in vita sua. Il tutto avvenne mentre io restavo seduta sul divano a leggermi il mio libro, dicendogli semplicemente NO! ad ogni suo allugamento di muso verso la borsa. Nessun urlo, nessuna sgridata e tantomeno nessuna sberla. Solo coerenza nel ripetergli che non gli era permesso mangiarsi la dannata borsa).
Un’altra cosa che non mi stancherò mai di ripetere è che il concetto di NO! non è un maltrattamento e non riduce certamente il cane a un robottino costretto ad obbedire: è soltanto un modo (chiaro e perfettamente comprensibile dal cane) per dare regole di civile convivenza, senza le quali si finisce quasi immancabilmente nei guai. Non è così scontato, perché ci sono anche cani (santi!) che non si ribellano mai e che convivono pacificamente con proprietari permissivi e mollaccioni: ma non tutti i cani sono dei santi, e anche i santi, sotto sotto, pensano “mi è toccato un cretino, pazienza: cerchiamo di andare ugualmente d’accordo”. In questi soggetti l’aspirazione al “quieto vivere” e all’armonia di branco è più forte di qualsiasi altra considerazione: quindi  “sopportano” anche di avere un capo che, dal loro punto di vista, non vale una cicca… ma finché tutto fila liscio nella loro vita, non vedono perché far la fatica di metterlo in discussione.
Attenzione, però, perché la prima volta in cui il cane penserà – per esempio – che ci sia un pericolo da affrontare, o si troverà di fronte a qualcosa che vuole assolutamente fare anche se sa che non vi è gradita, potrebbe scattare il conflitto. Non è sempre possibile evitarli, anche se le teorie buoniste suggeriscono esattamente questo (se hai un problema, giraci intorno): e quando/se succede che il cane pacioso si ribelli, lo choc per gli umani è doppiamente forte e le conseguenze sono doppiamente problematiche.
Quindi, se volete dar retta a una vecchia cinofila che di cani ne ha avuti sotto mano una cinquecentina… ricordatevi che le filosofie buoniste vanno benissimo, che la partnership non coercitiva è una bellissima cosa, che rispettare i pensieri del cane è cosa assolutamente saggia…ma che il cane ha ugualmente BISOGNO di regole, di fermezza di coerenza.

E se siamo già arrivati al punto in cui cane vi ringhia e/o vi ha morso? Se voi avete già paura di lui?
In questo caso, la prima cosa che dovete fare è convincervi che “può succedere”.
Che non è un’anomalia né una mostruosa aberrazione, solo perché non coincide con la  “retorica di Fido”. Può succedere e succede molto più spesso di quanto non pensiate. Non dovete sentirvi traditi, né tantomeno pensare di essere gli unici a cui è capitato un anti-Fido che invece di leccarvi le mani quando lo menate vi ringhia quando lo coccolate. Non dovete neanche pensare di avere un cane stronzo e carogna, pensiero che – magari nel fondo più fondo dell’incoscio – attraverso la mente di tutti i proprietari di fronte a un ringhio, o peggio ancora a un morso.
Convincetevi, anche, che il cane spesso non ha l’esatta cognizione dei danni che può fare mordendo la pelle umana (avreste dovuto insegnarglielo voi fin da cucciolo: ma in pochi lo fanno): spesso noi finiamo al pronto soccorso solo perché abbiamo una pelle di carta velina, ma il cane in realtà  non aveva alcuna intenzione di massacrarci. Voleva solo dare una pinzata di avvertimento, o magari un morsetto giocoso. Non so a quanti di voi è capitato, ma il cane che morde, molto spesso, è quello che resta più choccato di tutti vedendo i risultati della sua azione: ci resta malissimo, non si capacita, a volte si dispera letteralmente.
Se fossimo in grado di liberarci dalla retorica del cane che non morde mai, a volte ci renderemmo anche conto che non esiste alcun vero problema, ma che c’è stato solo un fraintendimento. Un morso preterintenzionale, se così vogliamo chiamarlo.
Non è che lo si debba ignorare o farlo passar liscio, per carità: ma neppure va sopravvalutato facendone una tragedia.
A volte il rimedio è semplicissimo: basta far capire al cane che ha sbagliato e subito dopo impegnarsi in un bel programmino di regolazione del morso (se non è stato fatto all’epoca giusta).
Ma anche se il cane “voleva” effettivamente mordere e farvi un po’ male…sempre per liberarvi dalla solita retorica, pensate che anche il più pacioso, il più calmo, tranquillo e pacifista degli uomini, a un certo punto, può diventare aggressivo. Fate mente locale e ricordatevi del compagno di scuola, del collega (o magari di voi stessi!) a cui è successo di perdere la calma. Questa persona era forse pazza e necessitava urgentemente di psicofarmaci?
Credo proprio di no! Semplicemente, ha avuto un momento di giramento di palle.
Può succedere a chiunque di noi, quindi perché non al cane?
Quindi, per primissima cosa, cercate di inquadrare l’episodio nel suo contesto: chiedetevi perché è successo, cosa ha fatto scattare quella reazione. Chiedetevi anche se avete sbagliato qualcosa, senza per questo sentirvi degli imbecilli… perché guardate che capita, eh.
A chiunque e con chiunque, mica solo con i cani.
Mio figlio, una volta, quando aveva cinque anni mi ha sparato affanculo (l’aveva appena imparato all’asilo!). Gli ho spiegato, con le migliori maniere possibili, che questa non era una parola accettabile nei confronti della mamma.
Dopo una decina di giorni, nel corso di una discussione, mi ci ha rimandato con grandissima veemenza e con vera “cattiveria”: a quel punto si è preso un pattone sul sedere. E allora  l’ha capita (ma non è che per questo i nostri rapporti si siano rovinati per sempre).

Tipico esempio di addestratore "cattivissimo" alle prese con una sua "vittima"...

Ecco: una volta contestualizzato a mente fredda l’episodio, senza far tragedie e cercando di capirne l’effettiva gravità, dovrete anche valutare le possibili reazioni.
Si può benissimo ottenere che “non succeda mai più” semplicemente “spiegando” al cane, in modo chiaro e comprensibile per la sua mente, che non siamo disposti a farci ringhiare né mordere. Quando il cane è rimasto mortificatissimo dalle conseguenze della sua azione, può benissimo darsi che questo sia sufficiente.
Se invece mostriamo paura, se gli giriamo alla larga, o peggio se ci precipitiamo ad accondiscendere ad ogni sua richiesta per paura che “ci rifaccia”… allora avremo preso la peggior china possibile, perché il cane si convincerà che il ringhio e/o il morso sono armi efficacissime da usare contro di noi.
In questo caso, checché ne dicano i buonisti disneyani,  l’unica reazione davvero risolutiva è quella che ho avuto io al secondo vaffanculo del figlio. Ovvero, è assolutamente necessaria una correzione più convincente (che può andare dalla sgridata solenne al pattone sul culo: non serve certo mettersi a fare kung fu, né impiccare o strangolare il cane).
Solo che, buonisti o meno buonisti, molti hanno paura che il cane, di fronte a una reazione di questo tipo, morda in modo serio (anche perché è innegabile  che un cane di quaranta chili metta un po’ più di soggezione di un bambino di cinque anni).
Se abbiamo questo timore, la cosa più giusta da fare è filare prima possibile NON dal veterinario, nè “normale” nè comportamentalista  (perché un cane a cui sono girate le palle, o che ha pensato bene di poterci comandare a bacchetta, NON è forzatamente “malato” e quindi non ha bisogno né di un medico, né di uno psichiatra), ma da un addestratore professionista specializzato in casi di aggressività.
L’addestratore – checchè raccontino i cinofilosofi – NON è un torturatore di cani: è, appunto, un professionista che dovrà  (e saprà):
a) spiegarvi per filo e per segno qual è il problema, identificandone anche l’effettiva gravità (che il proprietari sono SEMPRE, immancabilmente portati a moltiplicare per millemila);
b) spiegarvi per filo e per segno se lo ritiene risolvibile e come pensa di risolverlo.
A questo punto sarete voi a decidere se accettare o meno la terapia proposta. Se vi dice qualcosa tipo: “no problem, mo’ lo raddrizzo io a calci nel culo!” siete ampiamente autorizzati ad andarvene e a cercare qualcun altro. Ma un professionista capace e competente non vi dirà mai così: vi dirà invece quale percorso intende seguire per riportare il cane ad uno stato emozionale corretto. E voi potrete decidere se il percorso vi convince o meno.
Può darsi che vi si chieda di partecipare ad ogni step del programma, così come potrebbe darsi che vi si chieda di lasciare lì il cane e di tornare dopo qualche tempo: in alcuni casi l’allontamento dalla famiglia e dall’ambiente in cui si è instaurato il problema diventa quasi obbligatorio per arrivare alla soluzione. Con l’addestratore dovrete instaurare un rapporto di fiducia, quindi non dovreste mai avere l’angoscia dell'”oddio, chissà cosa gli farà quando non vediamo”.
Anche questi sono pregiudizi ridicoli: un professionista competente fa quello che deve fare. Fa quello che serve.
E il modo migliore per capire come lavora è parlare con altre persone che si sono rivolte a lui ed osservare i loro cani: se li vedete allegri, sereni, scondinzolanti e collaborativi, saprete che quella persona lavora in modo corretto ANCHE se in qualche caso deve usare una correzione (che non sarà mai data “per divertimento”, per il sadico gusto di fare del male al cane, ma perché è necessaria per il suo bene. Perché l’alternativa potrebbe essere quella di ritrovarsi un cane che non ha mai preso una pacca sul culo, ma che si riduce come il border collie delle foto sopra).

Altro crudelissimo addestratore che tortura il cane con l'attivazione mentale... (notare l'aria afflitta del cane!)

La bacchetta magica, purtroppo, non ce l’ha nessuno.
Ci sono cani recuperabilissimi “con le buone” e ci sono cani che hanno bisogno di interventi più decisi: esattamente come succede ai bambini.
Certo, è vero che un cane gestito in modo corretto fin dalla più tenera età non arriva praticamente MAI ad aver bisogno di interventi forti: se c’è arrivato, nove volte su dieci, è perché avete sbagliato qualcosa voi.
Però dovete convincervi che sbagliare non significa essere degli idioti, né dei falliti, né dei pessimi proprietari: si solito significa solo essere stati impreparati a un tipo di impegno che si riteneva più “leggero”.
E se c’è qualcuno ad avere davvero delle colpe, è la nostra società che continua a promulgare la retorica di Fido e che non si occupa MAI di fare vera cultura cinofila, a partire dalle scuole e arrivando alla TV, dove ci fanno vedere Millan  o la Stilwell che (ognuno a modo suo) “recuperano” cani, ma nessuno si preoccupa di mostrarci come rendere un cane equilibrato e sicuro, senza nulla da recuperare.
Avere un cane aggressivo, o comunque un cane problematico, non è una “colpa”: non vivetela come tale.
E’ vero che avrete probabilmente sbagliato, ma non è un peccato mortale e non c’è niente di cui vergognarsi.
CREDETE fortemente a questa verità. Dopodiché, come fareste in qualsiasi altro campo della vostra vita, appoggiatevi alle persone giuste per risolvere un problema che si è rivelato più grande di voi.
Ora so già che qualcuno balzerà su a dire che “il cane è un essere vivente e non un oggetto”….ma sto per farvi dei semplicissimi esempi, senza sottintesi antietici o specisti. Gli esempi sono questi: se bucate una gomma e non siete in grado di cambiarla, chiamate l’ACI o vi scavate una fossa sotto la macchina per la vergogna? Se vi si rompe la lavatrice e si allaga la casa, chiamate un tecnico o cambiate casa e magari Paese per non ammettere di non saperla aggiustare?
Anche se il cane è un essere vivente – e per carità, nessuno si sogna di negarlo! – sta di fatto che la sua educazione è complessa e richiede conoscenze tecniche, più o meno come la lavatrice…con la differenza che nel caso di un essere vivente ci vogliono anche conoscenze etologiche, psicologiche e così via.
Insomma, il punto è questo: educare un cane non è facile ed esistono (molti) cani che non sono “alla portata di tutti”.
Purtroppo nessuno ce lo spiega mai (allevatori compresi, in molti casi) e quindi ci ritroviamo, a volte, ad affrontare qualcosa che si “è rotto” (il nostro rapporto) e che  “non sappiamo aggiustare”.
Per fortuna, però, ci sono i tecnici, ed è a loro che ci si deve rivolgere.
E l’importante è scegliere quelli giusti, non quelli “di comodo” (ovvero quelli che tacitano la nostra coscienza e che ci offrono la pastiglietta magica per risolvere tutto), né quelli che ci vengono suggeriti dalla moda del momento.
Perché  altrimenti è come chiamare il salumiere per aggiustare la lavatrice.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani da utilità per 16. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di 85 libri cinofili e della serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" , nonché conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto e tiene diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI). Da settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) è tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO).