di VITTORIA PEYRANI – Scrivere quest’articolo non è stato facile. Innanzi tutto perché, a differenza delle altre volte, in cui ero protagonista attiva (sia in veste di “terapeuta” in un processo di modificazione comportamentale, che semplicemente di “illustratrice” di concetti riguardanti il modo di funzionare della mente del cane),  questa volta mi sono ritrovata a ricoprire il ruolo di spettatrice.
Osservare il comportamento dei cani, soprattutto in termini di comunicazione intraspecifica, chiedersi non tanto il perché di certe manifestazioni, quanto la funzione che ricoprono – per la specie innanzi tutto, e poi per il soggetto in quel contesto particolare – è sempre stato il mio pallino.
All’esordio della mia attività con i cani, passando dalla psicologia umana al corrispettivo canino, trascorrevo moltissimo tempo nei parchi e nei luoghi frequentati dalle persone con i loro cani semplicemente ad osservare le interazioni complesse che si svolgevano ad ogni nuovo incontro, ai rituali che indicavano familiarità tra cani, e alla comunicazione positiva o infruttuosa tra umani e canidi.
Quando si osserva un fenomeno, tuttavia, è inevitabile imporre una punteggiatura, ovvero stabilire un punto di partenza ed una fine entro cui avviene il nostro studio.
In questo caso specifico stavo osservando un percorso piuttosto articolato, difficilissimo da circoscrivere. Questa è stata un’altra  difficoltà nell’iniziare a scrivere: in un processo di cambiamento in corso, in quale momento è possibile cominciare a tracciare una linea e trarre delle conclusioni?
Quella che sto per raccontare è un’esperienza personale, nata da circostanze particolari, in cui ovviamente non molti si sapranno riconoscere. Tuttavia, siccome molte mie convinzioni rispetto a concetti di interesse generale quali il branco, la leadership ed il ruolo dello stress sul comportamento dei cani, ne sono uscite rafforzate o radicalmente cambiate, spero di poter offrire qualche spunto di interesse a chi lavora con i cani o a chi, molto più semplicemente, divide i suoi spazi e la sua vita con uno o più di essi.

Il sentiero che conduce al mio casale, in realtà poco più di un viottolo sterrato, costeggiando una valle, si inerpica su per le colline. Lasciato il paese alle spalle, è un susseguirsi ininterrotto di prati verdissimi, boschi e uliveti, dove il cinguettio degli uccelli diventa addirittura assordante, e la presenza umana ridotta al rumore di un trattore in lontananza, o di qualche sporadico pastore alla guida delle greggi.
Quando, anni fa, comprai questo immobile, lo feci con l’intento di ricavarmi un’oasi di pace per le vacanze mie e dei miei cani, conquistata da una natura rigogliosa,  da un laghetto situato al centro della mia proprietà, e da un clima molto più fresco ed asciutto di quello della città.
Durante i weekend ed i periodi estivi trascorsi in questo luogo magico, avevo già avuto modo di capire, ad esempio, quanto il cambiamento climatico giovasse  ai cani: il mio anziano cane corso Aaron passò al casale in modo sereno la sua ultima estate, senza affanni di respirazione e concedendosi anzi lunghe passeggiate all’aria aperta, come se avesse ritrovato una seconda giovinezza.

Inoltre Spawn, un rottweiler da me adottato all’età di sette anni e con una triste storia alle spalle, non solo si era inserito nel mio branco di cani come secondo maschio, ma aveva ripreso tono muscolare e vigore grazie alle nuotate quotidiane nel laghetto ed all’attività fisica legata alla grande quantità di spazio. Non c’è dubbio che gli ampi spazi facilitino le dinamiche tra cani, dando loro maggiore possibilità di regolare la distanza spaziale reciproca, offrendo le necessarie “vie di fuga” ed in generale rasserenando i rapporti.

Al contrario, gli spazi ristretti e la promiscuità che ne deriva sono come casse di risonanza per i tratti del carattere e per i comportamenti, nostri come dei cani.
Soggetti per i quali lo spazio personale è il riflesso del proprio status sociale e la territorialità, ovvero la difesa dell’area in cui  vivono (territorio primario), è più marcata, mostrano un’ostilità verso coloro che non appartengono al branco tanto più evidente quanto più circoscritto è il loro spazio vitale.
Pensavo che questa fosse la ragione principale per cui ero riuscita ad inserire proprio al casale il rottweiler nel mio branco, ove era presente un altro maschio di molossoide,  giocando sulle dinamiche spaziali ed anche sulla minore affezione alla casa, che veniva vissuta dai miei cani solo saltuariamente.

Circa un anno fa, alla morte di due dei miei cani, che avevano ricoperto il ruolo di leader del branco, avevo adottato una cucciola di bracco tedesco. Il gruppo dei miei cani era al momento formato da Leonore, una rottweiler femmina, il rottweiler maschio e Mafalda, una pechinese cieca.
Abigail, la nuova arrivata, era un cucciolo orfano e la mancanza degli insegnamenti materni che concorrono alla socializzazione primaria, avevano determinato in lei comportamenti di iperattività , scarso controllo degli impulsi e del morso e difficoltà a recepire i messaggi indirizzatole dagli altri cani.
L’inserimento di Abigail fu a dir poco problematico e mi costò circa otto mesi di lavoro, al termine dei quali, all’aperto, fuori casa, o anche in giardino le cose funzionavano abbastanza bene, ma una volta rientrati la tensione ricominciava a salire. La cucciola veniva trattata dai miei due rott alla stregua di un cane familiare, ma non come parte integrante del branco.

Il pensiero di trasferirmi stabilmente in campagna cominciava ad affacciarsi sempre più insistentemente nella mia mente: lo stress per i ritmi frenetici della città, la crisi che aveva inciso sulla qualità e quantità del lavoro, e la difficoltà crescente a trovare spazi per i miei cani, costretti troppo spesso a noiosissime passeggiate al guinzaglio, creavano in me un’insoddisfazione sempre maggiore.
Così ad un certo punto lo feci, organizzai un mini trasloco e mi trasferii al casale con l’intenzione di costruirmi una nuova realtà.
Tolti i primi giorni di abituale euforia, in cui i miei cani, ebbri di libertà e di odori correvano incessantemente per tutta la proprietà, fu quando la nuova situazione cominciò a stabilizzarsi che notai i primi, vistosi cambiamenti nel comportamento dei singoli cani e del branco nel suo insieme.
Prima di descrivere questi fatti, e capire in che modo e fino a che punto il nuovo contesto li aveva influenzati, occorre parlare di un ulteriore nuovo elemento: l’arrivo di Sharon.

Sharon arrivò nella nostra casa pochi giorni dopo il trasferimento al casale, per uno strano gioco del destino.
Non credo di sminuire la mia professionalità dicendo che la prima cosa che unisce due esseri, pure se appartenenti a specie diverse, sia la spinta emotiva e affettiva: nel cercare di rispondere al quesito sul perché migliaia di anni fa l’uomo ed il cane incrociarono le loro esistenze, ho parlato in un libro della necessità di stabilire un rapporto prima ancora di soddisfare criteri utilitaristici come la caccia e la guardia, soprattutto in termini di comprensione dei reciproci segnali. E questo è avvenuto grazie alla condivisione di un linguaggio corporeo universale di espressione delle emozioni, fondamentale per la sopravvivenza di qualunque specie animale.
L’istinto di protezione e di cura che viene innescato da determinate caratteristiche morfologiche infantili e da determinati segnali vocali , è quello che proviamo dinnanzi ai piccoli della nostra specie, ma anche nei confronti degli animali.
L’incontro con ciascuno dei miei cani è stato particolare, nel senso che ho sentito che proprio quello, tra i tanti che mi è capitato di incontrare, sarebbe stato il mio compagno.
Nel caso particolare di Sharon tutto iniziò con un commento che feci alla foto di una cucciola, appartenente ad una cucciolata di dieci, che cercava adozione.
Dopo la difficilissima prova che avevo superato con Abigail, sia per correggere i suoi problemi comportamentali che, soprattutto, per ottenere una convivenza accettabile con Spawn e Leonore, non avevo la minima intenzione di ricominciare da capo con un altro cucciolo, rischiando per altro di inficiare i progressi faticosamente raggiunti.
Il commento che feci, impulsivamente e dettato da un’emozione fortissima, riguardava l’evidente somiglianza tra la cucciola ritratta nella foto e la mia Aysha, strappatami troppo giovane da una malattia incurabile e di cui ancora non ero riuscita ad accettare la morte.
Tutti i cuccioli di quella cucciolata furono felicemente adottati. Lei no. Dal momento in cui avevo posato gli occhi sulla sua immagine ed avevo espresso i miei sentimenti, ogni proposta di adozione e possibilità di trovare casa fallirono, e ormai a tre mesi, la piccola restava sola davanti ad un futuro incerto. Anche la persona che si occupava del suo caso, una volontaria dell’ENPA, era piuttosto sbalordita dalla strana piega che avevano preso le cose.

Dopo l’ennesima adozione fallita, presi la decisione di andare con Leonore a conoscere la piccola maremmana, sicura che la proverbiale antipatia della mia rottweiler per i cuccioli, mi avrebbe definitivamente dissuasa.
L’incontro invece si  rivelò diverso da qualunque aspettativa. La piccola, accompagnata dalla volontaria che nel frattempo l’aveva stallata a casa sua, sembrava essere in attesa, seduta tranquilla al guinzaglio, guardandosi intorno, e quando mi avvicinai a loro con Leonore a guinzaglio, ci si accostò, quasi riconoscendoci e cominciando a guardarmi senza più distogliere lo sguardo da me. La cosa più incredibile fu però il comportamento della mia rottweiler, che per la prima volta in vita sua non mostrò alcuna ostilità, come se conoscesse già quel cane. La sensazione estremamente palpabile era quella di un riconoscimento reciproco, di un qualcosa di preesistente,  nella realtà mai successo, che portasse quella cucciola ad individuare il suo gruppo di appartenenza e Leonore ad accettare subito quella presenza come se fosse familiare.
Ovviamente non penso che Leonore si sia fatta trasportare dalla somiglianza con Aysha in modo emotivo come era successo a me o che potesse in qualche modo scambiare la cucciola per la sua grande amica scomparsa: i cani non percepiscono i tratti somatici con la nostra stessa nitidezza e il loro olfatto non consente errori di riconoscimento. Credo piuttosto che determinate forme, modi di muoversi e modalità comunicative riconducibili alla morfologia di una razza vengano riconosciute e accettate da un cane a scapito di altre.
Nel caso di Abigail, la gestalt corporea, il tipo di movimento, il modo stesso di giocare erano troppo lontani da quello dei miei due rott per essere particolarmente apprezzati.

Inutile dire che la cucciola, che chiamai Sharon dall’unione dei nomi di Aysha ed Aaron, tornò quel giorno stesso a casa con noi.
A differenza di Abigail, Sharon aveva tratto grosso profitto dalla convivenza con padre e madre e con il resto della numerosa cucciolata, e dimostrò appena arrivata, una straordinaria capacità comunicativa a livello intraspecifico.
Era un cucciolo straordinariamente calmo e riflessivo, rispettosissimo dei ruoli gerarchici e per nulla invadente. Accettò di essere conosciuta da tutti i miei cani restando seduta e poi mettendosi a pancia all’aria, poi li seguì rispettosamente nell’esplorazione della sua nuova casa.
Nel giro di un paio d’ore faceva parte del gruppo, muovendosi con circospezione ma senza paura nel suo nuovo branco, e seguendoli nelle varie attività con una naturalezza spettacolare.
L’arrivo di Sharon tuttavia era destinato a riservarmi delle sorprese ulteriori, aldilà della convivenza serena con i cani adulti e del rapporto ludico che si creò con Abigail. Procurò quello che ho definito  in seguito “L’effetto dell’anello mancante” nel branco, dimostrandomi che quello che riescono a fare i cani, gli uni per gli altri, va al di là di qualunque intervento umano, per quanto professionale.

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