di VITTORIA PEYRANI – Il trasferimento in campagna non operò un cambiamento solo nel contesto fisico in cui i miei cani si trovarono a vivere (natura incontaminata, spazi enormi, clima diverso), ma soprattutto nelle nostre abitudini di vita.
La città impone una serie infinita di limitazioni alla nostra libertà ed ai nostri bisogni in virtù della forzata convivenza con altri individui, resa possibile solo con l’imposizione di regole che salvaguardino le diverse esigenze. La natura e l’istinto trovano ben poco spazio in questo: in nome della convivenza civile chiediamo ai nostri cani di perdere buona parte delle caratteristiche della loro specie, offrendo loro dei surrogati piuttosto artificiali.
La passeggiata a guinzaglio non offre all’animale una quantità di moto fisico adeguato (tenendo conto che l’andatura del cane è più veloce della nostra) e non permette di soddisfare il bisogno di esplorazione.  Soprattutto in appartamento l’ambiente di vita è innaturale e le basilari esigenze del cane (come urinare e defecare) vengono regolate dai proprietari in termini di frequenza e orari. La comunicazione vocale, selezionata nel processo di domesticazione allo scopo di allertare sia nell’attività di caccia che in quella di guardia, viene scoraggiata, se non addirittura punita, perché reca fastidio ai vicini. Gli stessi rapporti sociali con i conspecifici sono gestiti e regolati dai proprietari, che spesso influenzano o rendono difficile la normale comunicazione tra canidi.
I cani cittadini devono apprendere una serie infinita di comandi per la loro sicurezza e per la civile convivenza in situazioni pubbliche: io per prima ho iniziato l’educazione dei miei cani in età precocissima, insegnando loro un numero enorme di regole atte a renderli ben accetti nella società ed a consentire a me di avere una buona gestione nelle diverse situazioni.
La discrepanza tra ciò che il cane istintivamente farebbe, ovvero tra ciò che i sui geni sono programmati per fare, e ciò che invece gli viene chiesto dal proprietario, crea nella sua mente un conflitto localizzato a livello del sistema libico, parte del cervello che è sede delle emozioni.

Sebbene tutti i cani, in quanto appartenenti alla stessa specie, condividano schemi comportamentali innati, funzionali alla sopravvivenza ed alla riproduzione, motivazioni e pulsioni, la predisposizione verso certi comportamenti varia in senso quantitativo in funzione della razza e del singolo soggetto.
Alcuni si adeguano meglio di altri ad un sistema di valori che non corrisponde alle aspettative derivanti dalla mente del cane; altri invece, mettono in atto comportamenti compensatori per scaricare la tensione che ne deriva, o manifestano disagi fisici.
Al casale la qualità di vita per i miei cani indubbiamente migliorò: non sto parlando solamente della possibilità di movimento, ma della loro condizione psicologica, in virtù del fatto che il divario tra ciò che era permesso loro fare e ciò che loro volevano in quel preciso momento si era sensibilmente ridotto.
Lo stress derivato dalla frustrazione dei loro bisogni era praticamente svanito e gli effetti erano manifesti sia a livello fisico che a livello comportamentale.
Dal punto di vista fisiologico, la forma fisica, la massa muscolare, la lucentezza del pelo furono i primi segni che notai, seguiti da una migliore sincronizzazione sonno veglia, e da una regolarità nell’appetito ( il cibo non era cercato per noia, ma solo all’orario dei pasti).

Ma la cosa più sensazionale per me fu accorgermi dopo qualche mese di permanenza nella mia “no-stress farm”, che Leonore non aveva più avuto attacchi epilettici. Con questo non voglio assolutamente dire che sia guarita dall’epilessia, cosa impossibile, o che in futuro non si verificheranno più crisi, ma che indubbiamente c’è stato un allungamento nell’intervallo tra una crisi e la successiva, che prima si verificavano a distanza di circa quattro mesi, regolarmente, ad ogni cambio di stagione. Questo dato mi porta a pensare che ansia, frustrazione e stress abbiano un ruolo di primo piano nell’insorgenza delle crisi epilettiche.
Con l’arrivo di Sharon, la cucciola di maremmana, finalmente i miei cani avevano costituito un branco, con delle posizioni gerarchiche a regolare i rapporti sociali e dei ruoli funzionali, determinati invece dalle predisposizioni di ciascuno. I membri del branco dividevano senza conflitti gli spazi fisici , sincronizzavano le loro azioni con una comunicazione intraspecifica precisa e condividevano dei rituali. La concezione del territorio  suddivideva lo spazio fisico in tana (la casa), territorio primario (giardino intorno alla casa) e territorio secondario (terreno di diversi ettari) in maniera molto simile a quello che viene descritto per i branchi di lupi, e allo stesso modo ne determinava le attività: tana ovvero mangiare e dormire, territorio primario da pattugliare e difendere dagli intrusi, territorio secondario caccia ed esplorazione.

Di pari passo con questo ritorno alle origini con uno stile di vita più naturale un altro elemento importante era cambiato: il mio rapporto con loro.
Nella premessa a questa serie di articoli sull’osservazione del branco, avevo specificato che il mio ruolo era volutamente rimasto in secondo piano, come osservatrice, piuttosto che parte attiva in un processo di cambiamento. Incoraggiata e meravigliata da come Sharon si era inserita senza difficoltà con gli altri, decisi di vedere cosa succedeva riducendo al minimo le interferenze umane.
Nel caso di Abigail, arrivata un anno prima, quando ancora vivevamo in città, avevo dovuto ricoprire un ruolo estremamente direttivo per rendere possibile la convivenza, sia per fattori legati allo spazio, che, soprattutto, ai problemi comportamentali della cucciola ed alla situazione di tensione generale che si era venuta a creare.
Oltre a farle da sostituto materno per cercare di recuperare la mancanza di apprendimento delle regole della socializzazione primaria, di fatto rappresentavo il suo unico punto di riferimanto, nell’impossibilità di lasciarla interagire liberamente con i miei cani adulti. L’ovvia conseguenza di tutto ciò fu che Abigail sviluppò un’ansia da separazione tale che,  ad ogni mio allontanamento, la paura di essere lasciata sola, la portava a urlare con tutto il fiato che aveva in gola fino al mio ritorno.

In generale, ho sempre pensato che la gestione minuziosa che, come proprietaria, facevo di tutti gli aspetti della vita dei miei cani, compreso l’impartire tanti comandi e decidere della ripartizione delle attività giornaliere, inducesse in loro una forma di dipendenza.
I cani dipendenti sono soggetti che non diventano mai mentalmente adulti, e che sviluppano delle ansie legate al conflitto tra il ruolo sociale che dovrebbero avere ed il fatto che vengono trattati, anche in età adulta, come cuccioli.
Ho cominciato a domandarmi fino a che punto potevo gestire le risorse e le situazioni e quanto invece era bene che sperimentassero da soli nuove strade e soluzioni, e soprattutto quali effetti potesse avere tutto questo nel loro modo di vedermi.
Il mio scopo era quello di ridurre al minimo la dipendenza dei miei cani nei miei confronti, avendo ben presente la differenza tra un comportamento ansioso, per cui un cane segue il suo compagno umano dappertutto e soffre per ogni piccola separazione perché vissuta come una vera e propria minaccia alla sua sicurezza, e la solidità di un rapporto vissuto invece sulla base della fiducia.
Penso inoltre che i cani non ritengano gli umani dei loro simili, tanto è vero che mettono in atto nei nostri confronti dei comportamenti che non vengono invece indirizzati ai loro con specifici o che hanno altro significato. Quindi, conscia del fatto di avere una fisicità, una percezione del mondo fisico diversa (a causa di una diversa predisposizione sensoriale), trovo assurdo pensare di poter gestire o anche partecipare a tutte le attività dei miei cani, per quanto abile a comunicare con loro.
Decisi di tenere la gestione di tre momenti fondamentali, lasciando a loro quella di tutto il resto : il pasto, l’eventuale ingresso di persone estranee e il richiamo per il raduno del branco.
Contrariamente a quanto fatto con tutti gli altri miei cani, non intervenni personalmente nell’educazione di Sharon, lasciando che i cani adulti, dopo averla accettata, le insegnassero le regole fondamentali del branco.
Dopo un paio di mesi, la cucciola si comportava esattamente come gli altri, rispettava le zone off limits, ad esempio, come il bagno o il divano, camminava a guinzaglio, si sedeva davanti al cancello e aspettava il suo turno per uscire, senza una parola da parte mia.

Tutto questo dimostra che non solo i cani apprendono le regole (“Non si entra in bagno” o “Non ci si fionda fuori dal cancello, ma si esce in maniera ordinata”), ma sono in grado di trasmettere questo apprendimento ai soggetti giovani. Probabilmente alcuni comportamenti, originariamente insegnati da me, sono diventati segni distintivi del nostro branco, a cui tutti i membri sono chiamati ad adeguarsi.
Abigail, finalmente inserita con i suoi simili e le cui capacità venatorie sono state riconosciute dagli altri, trascorre la maggior parte del tempo in compagnia dei cani e non soffre più di ansia da separazione durante le mie assenze.
Leonore, visibilmente rilassata, ha assunto il ruolo di capo gruppo nel controllare e gestire le attività ludiche o rivendicare per sé la prima linea nella difesa del territorio.
Spawn semplicemente si gode la vita, nuotando nel laghetto o passeggiando al mio fianco.
Mafalda riesce ormai ad orientarsi, e sempre più segue gli altri basandosi sul rumore dei passi e sui richiami vocali.
E poi ci sono io: quella da cui i miei cani vanno se hanno un problema (“Mi togli la spina dalla zampa?”), quella che gestisce risorse importanti come il cibo, ma che lascia esprimere i propri compagni rispettandone la personalità, quella che determina chi può entrare nella nostra proprietà e che chiama tutti a raccolta. Quella che non pretende di entrare in merito a tutte le questioni canine, ma che è comunque al centro della loro attenzione.
Io e i miei cani stiamo bene insieme, il legame affettivo ma anche il mio ruolo non è stato messo in discussione: ho solo imparato da loro ad essere una guida più saggia.

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