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Dominanza: realtà o mito? L’opinione di Maurizio Romanoni

di MAURIZIO ROMANONI – Ancor prima di avere nozioni sulla materia, mi era sempre piaciuto pensare che solo la specie umana – pure le formiche, avrei poi appreso – potesse essere artefice di tante e tanto grandi nefandezze, al proprio interno, e nei confronti delle altre specie, pervasa da un “sacro fuoco” antropocentrico, alla cui enfatizzazione certo non sono mai state estranee le varie religioni mono o politeiste, indifferentemente.
Fin da bimbo, alla nonna, Cappuccetto Rosso e cacciatore armato, ho sempre preferito il povero lupo che, pensavo, di qualcosa doveva pur nutrirsi, e se l’imprudente  Cappuccetto non se ne fosse andata per il bosco, olezzante di crostata ai mirtilli, certo il nostro si sarebbe accontentato di altro …
Un bimbo un po’ anomalo, lo riconosco.
Fin dai primi anni ’70, dunque, quando la teoria della dominanza e della gerarchia era un dogma e la violenza prassi consolidata, credevo e puntavo alla collaborazione con il cane.
Mi pareva, e i riscontri non mancavano, che nessun cane volesse dominarmi.
E quando approcciavo soggetti, i cui proprietari definivano dominanti, alla fine, mi pareva, altro non chiedessero se non di essere capiti, che venisse loro offerta la possibilità di condividere le risorse con saggezza ed equilibrio.
In fondo mi dicevo, e certo mi illudevo, i miei modelli infantili, da Rin Tin Tin a Buck, parevano animati più da un rapporto simbiotico che da un leader carismatico, dominante.
Dunque, in un mondo prevalentemente se non esclusivamente coercitivo, dove anche gli attuali “gentilisti”, maschietti e femminucce, appendevano i cani con i collari a strozzo e “schienavano” con coscienza tranquilla, io ridevo del dogma sulla gerarchia e dominanza.

Solo qualche anno fa incappo in un libello, “Dominanza: realtà o mito?”, scritto da tale Barry Eaton, che scopro essersi  laureato in “Companion Animal Beahaviaour and Training” (COAPE NOCN), essere membro dell’Association of Pet Dog Trainers e docente all’“Animal care College”, di corsi sull’addestramento, il comportamento e la psicologia dei cani.
Il fatto di non essere solo, che qualcuno di ben più autorevole di me, in un libretto ironico e apparentemente semiserio, peraltro caldeggiato dalla Turid Rugaas, sia riuscito se non a smantellare, quantomeno a criticare, con rigore e razionalità,  decenni di acritiche “incrostazioni” e di irrazionali pregiudizi, mi conforta.
Ride, il simpatico autore, ponendo in copertina il disegno di un cane che, dormendo, sogna in un fumetto, “oggi la mia famiglia … domani il mondo!”
E ride ancora, con illustrazioni esilaranti – che raffigurano una famigliola inappetente, che si costringe a trangugiare qualcosa per poi poter dar da mangiare al cagnetto dall’espressione interrogativa –  quando ci ammonisce: “mangiate sempre qualcosa prima di dare il cibo al cane perché l’Alfa mangia per primo!” Oppure: “non lasciate che il cane passi dalla porta prima di voi!”. E ancora: “non giocate a tira e molla!”.
Ve lo consiglio, credetemi, una chicca!

Molto più serioso e dotto, invece, l’articolo apparso su “Cani Utili” di Gennaio Febbraio scorsi: “Etologia e comportamento” di tal Giovanni Padrone.
In genere approccio i giornali di settore e chi vi scrive con un certo scetticismo, legato all’aspetto divulgativo ed un po’ superficiale di gran parte di questi.
L’articolo e l’Autore, invece, questa volta, mi colpiscono per il rigore della forma e dei contenuti.
Mi è difficile operare una sintesi di cinque pagine fitte e ricche di citazioni e riferimenti, ma vedrò di non dilungarmi.
L’Autore, attingendo a fonti bibliografiche, tra le quali R. Bonanni, Coppinger e Semyonova, disserta di cani ferali, quali Dingo e Carolina dogs in Australia, e dei cani che vivono ai margini di molti villaggi africani, definiti pariah, comparandoli ai nostri cani randagi.
Prosegue, argomentando di uno studio effettuato dall’etologo Roberto Bonanni, su due gruppi di cani randagi che vivono alla periferia di Roma, costituiti rispettivamente da ventisette e nove membri.
Gli studi di Bonanni e della sua equipe di studiosi sono stati pubblicati nel 2010 su Animal behavior con il titolo di “Effect of affiliative and agonisticrelationship on leadershipbehavior in free-ranging dogs”.
La ricerca si conclude affermando che “la posizione di leader è una questione complessa nei cani e non può essere ridotta a cose semplicistiche come passare prima attraverso le porte o mangiare prima del proprio cane”.
Inoltre “il dominio non è qualcosa per il quale i cani sono nati, ma qualcosa che essi possono eventualmente acquisire a seconda della loro situazione.
Forse alcuni cani sono geneticamente predisposti ad essere più dominanti, ma questo non significa che prenderanno necessariamente una posizione dominante in ogni situazione particolare”.
Per questo motivo molti, tra i quali l’Autore, preferiscono il termine “status sociale” che “posizione dominante” nel descrivere l’interazione tra cani.
Il terzo punto importante di questo studio è che lo  stato di leader non significa minacce ed aggressioni.
Gli autori hanno scoperto che chi fra i cani ha utilizzato il dominio con segnali di minacce ed ha suscitato un comportamento remissivo, come guaiti o coda abbassata da parte degli altri cani, è stato raramente leader, spesso emarginato dagli altri.
I cani che hanno accolto i segnali di leadership formale, come il leccamento del muso e lo scodinzolio, senza minacce o aggressioni, avevano molta più probabilità di essere leader.
“Analogamente ai cani oggetto dello studio di Bonanni, i cani “selvatici”, si possono aggregare e costituire in gruppo più o meno numeroso per fini opportunistici (laddove c’è abbondanza di cibo, chi me lo fa fare di dover litigare con gli altri?)”.

Altri argomenti sono addotti dall’Autore per dimostrare quanto, nel mondo dei cani, nel rapporto tra questi ed altri animali ivi compreso l’uomo, i concetti di gerarchia e di dominanza siano estranei.
L’articolo si conclude con un’ampia disamina di ciò che i cani fanno per testare la compatibilità di un proprio simile col sistema.
Ciò con un triplice scopo:
1.   verificare le capacità comunicative.
I cani non hanno alcuna ragione di ribadire il proprio rango o grado gerarchico, ma utilizzano rituali al solo fine di capire se chi si trovano di fronte sia in grado di stabilire un rapporto di comunicazione con capacità lessicali corrette.
2.    verificare la conformità dei comportamenti.
“In tal modo i cani che già appartengono al sistema relazionale controllano che i nuovi entrati si comportino secondo le regole che sono alla base della relazione tra cani, i comportamenti che sono più idonei a mantenere una situazione di calma relativa”.
3.    verificare l’equilibrio del sistema.
Tramite la conoscenza dei propri simili, ogni cane impara ad interagire in ogni momento e ad individuare quelle connessioni che possono minare l’equilibrio dell’intero sistema. “Si tratta, in realtà, di comportamenti atti a ripristinare l’equilibrio precedentemente alterato o ad isolare gli elementi che creano squilibrio nel sistema”.

Tutto ciò riferito al cane ed ai suoi parenti selvatici, escluso il lupo, il cui mondo l’Autore tocca solo marginalmente.
Tuttavia in merito a questo, io ricordavo che gli studi fatti afferivano ad animali in cattività o comunque distribuiti in un territorio non vastissimo e con limitate quantità di prede.
E mi pare di ricordare che fosse il famoso studioso David Mech ad aver affermato che, in ampi territori con grande disponibilità di cibo, i lupi si aggregano in una sorta di pax sociale, alla quale sono pressoché estranee gerarchie, lotte di potere e finanche la tanto celebrata monogamia tra il maschio e la femmina alfa. Insomma una sorta di Eden in cui il branco vive in armonia.

A dare ulteriore conferma ai miei convincimenti, già alimentati dai citati autorevoli studi, soccorre un recentissimo articolo, ampio, approfondito e ricchissimo di fonti, di Carlo Colafranceschi.
Se già ho tribolato a riassumere il precedente, un sunto di questo mi pare impresa titanica e dunque non percorribile.
L’articolo, che appare sul periodico on line “Ti presento il cane”, creato e curato da Valeria Rossi, si prefigge anch’esso di sfatare i miti di dominanza e gerarchia, è, come dicevo, davvero impressionante per vastità, approfondimento e cura nella citazione delle fonti (Lorenz, Schenkel, Rabb, Fox, Zimen, Murie, Mech, Haber, Peterson ed altri).
Inutile dire che la ricerca fatta dall’amico Carlo mi entusiasma addirittura e va a corroborare il mio ormai radicato convincimento.

In altrettanto modo non la pensa la curatrice della rivista, Valeria Rossi, ottima ed esperta cinofila, conduttrice, allevatrice e scrittrice, che, garbatamente, replica suddividendo le critiche in quattro punti:

A)    Non concorda sul fatto che il cane debba trovare “conveniente” ciò che gli si propone. O meglio, specifica, lo è in generale, ma ritiene che il cane debba anche obbedire “perché glie l’ho chiesto io”.
“Voglio che il cane obbedisca perché l’ho detto io, perché io sono il suo Dio e quello che gli chiedo è legge. Non perché gli fa comodo così”. Ciò al fine di evitare che uccida, per esempio, il gatto del vicino,  attacchi il postino o altro.
Gli altri tre punti sono sviluppati con altrettanto garbo e competenza (salvo il definire le ricerche scientifiche “supercazzole cinofilosofiche”) e afferiscono ad altri punti dell’articolo di Colafranceschi.
In merito a questi non intendo entrare perché ci penserà qualche giorno più tardi, lo stesso articolista, con una replica altrettanto garbata e circostanziata, che ho condiviso in toto.

Insomma, uno “scontro” costruttivo tra due autorevoli esponenti di quella buona e sana cinofilia, di cui si sente sempre più la mancanza, perché troppo infiltrata di strani personaggi “alternativi”, sedicenti guru o addestratori della domenica, come li ha, di recente, definiti la stessa Valeria Rossi, in un suo oltremodo condivisibile articolo.
E’ indubbio che io sposi la tesi di Colafranceschi, tesi che, come dicevo, mi è sempre appartenuta, ancor prima che dotte ricerche scientifiche ne celebrassero il valore.
Esorto il lettore ad approfondire, sulla rivista on line, sia l’articolo che la critica e la replica a questa.
Vi troverà spunti di riflessione davvero interessanti su un argomento tanto importante per un serio approccio al cane ed avrà modo di leggere aspetti che io, per esigenza di sintesi – che come sempre mi accorgo di non stare rispettando – non ho potuto toccare.
Da parte mia mi occuperò, nell’epilogo, di quel solo punto “A” sulla “convenienza”, invece che “obbedisci perché te l’ho chiesto io”.

Cara Valeria, vedi, io credo che, crescendo il cucciolo nutrito di continui rinforzi, egli troverà conveniente realizzare ciò che io gli chiedo, perché i nostri intenti sono comuni, perché siamo animati da un comune modo di sentire. Ecco il solito romantico un po’ patetico, penserai. Non lo nego, ma prova a darmi retta solo per un po’. E’ indubbio, per rinforzi non mi limito certo ad intendere il consueto squallido bocconcino, ma li estendo al gioco frenetico, al tira e molla, allo scambio senza conflitti, alla carezza profonda, all’intimità con il proprio cane, che solo il vero cinofilo sa raggiungere. Il cane va “pagato” in mille modi e con duemila diverse intensità.
Il cucciolo crescerà pensando che per quanto il mondo circostante possa essere interessante, le alternative che io gli offro saranno sempre molto più allettanti. Da qui credo scaturisca un rapporto, una relazione profonda, non già dalla retorica del “il cane mi deve amare perché lui è il cane e io sono il suo padrone, non perché gli do da mangiare”, come troppo spesso ci viene detto da molti neofiti e, purtroppo, non solo…
Il cane va “pagato, pagato, pagato” all’ennesima potenza. E’ bene che questo homo sapiens impari a dare prima di pretendere amore come dato acquisito.
E’ bene che il rinforzo, quello vero, autentico, divertente, intenso, diventi parte integrante del proprio modo di essere e non si limiti a quattro bocconcini contenuti in un triste sacchettino appeso al fianco.
Solo così è possibile che io divenga il suo Dio e che ciò che gli chiedo sia considerata Legge.
In questo concordo con te, Valeria. Ma il rango di idolo va meritato, sudato e forse anche sofferto, diversamente si è despoti assoluti.
Ed è proprio quel “ritenere conveniente”, il terreno, l’humus in cui si coltiva la relazione profonda.
Non escludo affatto, a priori, un eventuale brevissimo intervento di rinforzo negativo, per “spiegare” bene che il gatto del vicino ed il postino non si toccano, ma questo dovrà essere, appunto, brevissimo ed apportato con la massima chiarezza, con animo sereno e senza arrabbiature, e sostituito o integrato, quanto prima, con una benevola azione di desensibilizzazione e controcondizionamento.
Quanto alla Sciuramaria, categoria del pensiero che molto spesso si affaccia al concreto ed a cui molti educatori ci chiedono la chiave di accesso, visto che imbecille non è (concordo) semmai scarsamente informata, proporrei di mostrarle come lavorano i nostri cani, come ci guardano adoranti in condotta e non, come sono pronti ad ogni segnale (non comando).
Le spiegherei che quegli sguardi sono frutto d’amore, amore che si riserva ad un amico, ad un Vero Amico.
Che non esiste gerarchia o dominanza ma solo collaborazione. Che la motivazione si ottiene chiedendo poco e pagando molto. Che questa, la motivazione, scaturisce dalla collaborazione e dal rinforzo non dalla dominanza.
Le Sciuremarie quasi sempre capiscono. Ed io me ne sono trovate molto spesso di fronte, e…. con gli occhi lucidi….

P.S. Abbandonando la serietà del dissertare per concludere in faceto, vorrei ricordare che, sopra tutte, c’è una ragione, prevalente, assorbente, assoluta, inequivocabile ed incontrovertibile, che ci dovrebbe indurre ad abbandonare la teoria della dominanza.
La ragione è contenuta nei tanti video di quel decerebrato o cerebroleso – decidete voi – di  Shaun Ellis. Provate a dare un’occhiata.
Vi apparirà un umanoide, imbecille, travestito da lupo, puzzolente di uomo sozzo, non già di lupo, che si nutre di carogne insieme ai lupi ed a loro ringhia, con squallidi denti umani ingialliti, non certo mostrando poderose zanne.
L’idiota ha l’ardire di credersi capobranco, e tanto velleitarismo da ritenersi in grado di fare da “mamma/capobranco”, a tre cuccioli per poi reinserirli in natura. REINSERIRLI IN NATURA!!! Capito?
E i lupi che fanno? Loro, cresciuti non già in Alaska ma in angusti recinti, lungi dal mettere in atto un qualsivoglia comportamento di branco di fronte alla preda da spartire, leccano e scodinzolano di fronte all’ebete, come qualsiasi dei nostri cani al momento della pappa.
E, fuori, le TV inneggiano all’indomito coraggio dell’uomo-lupo.
Che mondo di imbecilli … ben venga l’estinzione della specie homo sapiens!!!
(“insapiens”…..)