di LOREDANA MATTICARI – Premetto di essere ben consapevole che con questo scritto molto probabilmente mi alienerò le simpatie di più di qualche persona, ma dopo tanti anni che mi occupo di cani e di addestramento e dopo anni che puntualmente mi ritrovo a combattere contro convinzioni che poco hanno da invidiare alle leggende metropolitane più assurde e strampalate, sempre più mi rendo conto di come ancora troppo spesso venga frainteso il significato della parola “addestramento”: l’addestramento non è una magia, l’addestratore non è uno stregone, né tanto meno Dio. Non ha la bacchetta magica e non opera miracoli, anche se indubbiamente mi piacerebbe molto avere il potere per farlo… e magari, non solo per aiutare i cani!
L’addestramento è UN PERCORSO, un cammino attraverso la scoperta dell’universo “a 4 zampe”, a volte più “semplice”, altre sicuramente meno: tutto dipende dall’entità del problema, dalla tempistica con la quale si interviene, oltre che dalle caratteristiche di ogni singolo cane – e questo al di fuori dell’eventuale specifica razza – e ancor di più dalla determinazione e dalla costanza di ogni padrone.

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E’ pur vero che le persone che si rivolgono ad un addestratore/comportamentista lo fanno perché da sole non riescono a risolvere un problema; del resto nessuno di noi nasce come si suol dire “imparato”, quindi tanto di cappello a chi riconosce di trovarsi in un vicolo cieco e capisce di aver bisogno di aiuto.
Non c’è niente di male in questo, non si dovrebbe avere nessuna vergogna ad ammettere di non riuscire a gestire certe situazioni se nessuno prima ci ha dato in mano gli strumenti necessari per farlo: mettetemi davanti al motore di una macchina, chiedetemi di ripararlo… e state pur certi che quella povera macchina finirebbe in men che non si dica dritta dritta alla rottamazione!!!
Le “magie” che sembro operare agli occhi di chi frequenta i miei corsi di educazione ed i “miracoli” che appaiono come tali a chi si affida a me per risolvere situazioni ben più pesanti di rieducazione per cani con problematiche anche di grosso calibro sono “solo” il risultato di una certa professionalità, acquisita con anni di esperienze – alcune vi garantisco anche molto poco piacevoli – attraverso la somma degli errori (chi non ne commette?), dei fallimenti e poi dei successi, per fortuna tanti, accumulati nel corso del tempo.
Unico denominatore comune a tutto questo, è la profonda passione che da sempre mi lega all’universo canino, la voglia instancabile di saperne sempre di più, l’umiltà di ammettere che c’è sempre qualcosa da imparare e la tenacia di non mollare mai anche quando tutto sembra farsi sempre più difficile.

Il paragone con la riparazione del motore di una macchina forse non è proprio dei più calzanti, in realtà, perché i cani NON sono macchine, tanto meno computer, NON possono essere semplicemente programmati, con la certezza assoluta che una volta “lanciato il programma”, questo farà il suo corso sempre e senza nessun intoppo… ma anche un software del resto si può inceppare!
Quando abbiamo a che fare con un cane, il nostro cane, non fosse altro che per il bene immenso che diciamo di volergli, dovremmo anche avere la consapevolezza che ci troviamo davanti ad un essere vivente profondamente diverso da noi.
E con diverso non intendo certo inferiore (in senso dispregiativo), né peggiore: nessuno si aspetta che un coccodrillo si comporti come un lombrico, o una tigre come una pecora. Tutti troveremmo alquanto singolare se un passerotto si atteggiasse a squalo ma… chissà per quale strano motivo, nella realtà, a tutti sembra dannatamente ovvio che un cane si debba comportare come un essere umano. RAGIONARE come un essere umano, PENSARE come un essere umano, COMUNICARE come un essere un umano: e scusatemi tanto, ma non c’è presunzione più pericolosa di questa!

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Il cane è un animale, un predatore nello specifico, e come tale deve essere riconosciuto, per poter essere compreso ed apprezzato al meglio, senza correre il rischio di veder andare in frantumi il proprio sogno romantico sull’amico fedele che a qualcuno ancora tanto piace propinare all’immaginario collettivo.
Il cane è il miglior amico dell’uomo”… una delle stupidaggini più grottesche che continuano a girare da sempre, come se il cane fosse lì, bambolotto inerme senza capacità di intendere e di volere, buono buono e pronto solo a soddisfare qualsiasi aspettativa strampalata del suo padrone!

Le classiche frasi:

– “il mio cane DEVE rispondere ai comandi perché io sono il suo padrone”
– “non pretendo molto, SOLO che torni quando lo chiamo mentre è sciolto al parco”
– “non si deve permettere di aggredire mio figlio (anche se il “piccolo angelo bipede” non si fa scrupolo ad infilargli le dita in un occhio, a tirargli la coda, rompergli le scatole quando dorme, mentre sta mangiando e chi più ne ha più ne metta)

… sono solo alcune delle più comuni ed illuminanti pretese che vengono abitualmente sciorinate con la più sconcertante innocenza.

Tanto per mettere solo alcuni fondamentali puntini sulle “i”:

– il cane risponde ai famigerati “comandi” (posto che gli siano stati insegnati correttamente) solo nel caso in cui riponga fiducia assoluta e rispetto incondizionato verso colui che glieli propone, ed anche il quel caso esistono alcune situazioni particolari, come stress emotivo, fisico o fattori esterni, che possono “minare” la perfetta esecuzione di questo tanto sospirato comando

– il cane quando è sciolto al parco, “gioca” (o litiga) con altri cani, o segue attento a fiuto una traccia particolarmente interessante, o rincorre una potenziale preda (sia essa uccello, gatto, palla che rotola, o persona che fa jogging) non si sta semplicemente “divertendo”, bensì sta soddisfacendo come può quel bagaglio di istinti che da sempre lo accompagnano e lo sostengono nella sopravvivenza, e che noi umani invece tanto spesso (troppo) ignorantemente cerchiamo di inibire nei modi più assurdi. Se il cane non ci si fila proprio quando lo chiamiamo non è che sia “così stupido da non aver nemmeno capito un semplice comando come VIENI” (e anche qui ci sarebbe da discutere sul “se” e sul “come” il vieni è stato insegnato….) Chiamare un cane a sé, chiedendogli di smettere di fare tutto quanto su menzionato, presuppone che egli abbia con noi un rapporto molto forte a livello “affettivo” e riconosca in modo inconfutabile la nostra superiorità di rango tanto che le nostre richieste abbiano la precedenza su tutto

– se il cane aggredisce qualcuno, “piccolo angelo” o grande bipede che sia, non lo fa mai perché gli salta la mosca al naso in quel momento, perché gli “parte la brocca”, perché impazzisce improvvisamente o perché “boh, non si sa che gli sia preso, io non gli avevo fatto proprio niente”: l’aggressione di un cane è SEMPRE, e dico SEMPRE motivata. Che poi a noi questi motivi non piacciano, o che ci ostiniamo a non volerli vedere anche quando sono palesi come una eclissi di sole in pieno giorno, quello è un altro paio di maniche…

Il cane “può diventare” il miglior amico dell’uomo, questo senza alcun dubbio: ma a patto che l’uomo sia in grado di essere a sua volta un compagno di pari valore nei suoi confronti.
Ma ci stareste, voi, a essere amici fedeli e sudditi per la vita di chi non vi capisce, vi svilisce continuamente, castra tutti i vostri istinti, i vostri desideri e vi utilizza solo come capro espiatorio delle proprie più o meno vaste lacune affettive? Ho i miei seri dubbi….
Un buon padrone è chi riesce a vedere che oltre le proprie aspettative romantiche, i propri bisogni nascosti, esiste un essere vivente con delle caratteristiche specifiche e delle necessità oggettive che a volte non è che combacino proprio esattamente con i castelli in aria che ci siamo costruiti da soli davanti all’immagine di un musetto dolcissimo, un “tartufotto” umido e due occhioni strappacuore.
Un buon padrone è colui che si mette in discussione quando – e se – si rende conto che c’è qualcosa non va, e non è che si ritrovi improvvisamente dentro casa una specie di ibrido tra un caimano schizofrenico ed un barracuda affamato, una sorta di Dr Jekill e Mr Hide che un momento ti divora di coccole e l’altro ti divora nel vero senso letterario del termine.
Il nostro cane è il risultato di quello che, volenti o nolenti, noi abbiamo “creato” nel tempo, interagendo con lui, spesso nei modi meno corretti e plasmando la sua natura con mani inesperte, facendo grossi danni.

Quando si arriva a questa consapevolezza, e ci si affida alle mani di un professionista per cercare di correre ai ripari, bisogna essere pronti a “fare la propria parte”, modificando a monte i comportamenti che hanno scatenato certe reazioni nel nostro “fido” compagno.
Un addestratore, un comportamentista, sono dei validi aiuti che possono fornire tutta una serie di conoscenze fondamentali ed indispensabili a modificare la situazione, ma non possono trasformare come per magia il famigerato e ribelle “barracuda” del caso in un tenero e remissivo agnellino, senza la collaborazione degli stessi padroni. O meglio, loro – gli addestratori/comportamentisti – possono dimostrare quanto e come può cambiare il rapporto con il proprio cane: basta osservare come e sovente con relativa estrema facilità, il vostro “Hannibal” in questione si comporti con loro come il più docile dei cucciolotti….
Tuttavia, ciò non significa che automaticamente il comportamento nei vostri confronti  cambi in egual misura, se voi stessi non cambiate per primi.
Il cane è perfettamente in grado di capire se davanti ha un individuo da rispettare – e di rispetto si sta parlando, assolutamente mai di paura – o una specie di individuo dissociato che dice una cosa e poi ne fa o ne pretende un’altra…. perché è proprio così che ci vedono i nostri cani, quando agiamo nei loro confronti con i mezzi “umani” a nostra disposizione.

E’ così che vanno le cose, che piaccia o meno:  poi la “patata bollente” passa nelle vostre mani e deve essere estremamente chiaro che siete poi voi “padroni” a dovervi prendere la briga di ascoltare i consigli che vengono dati, seguirli e metterli in pratica, se desiderate arrivare a determinati risultati o evitare addirittura situazioni disastrose.
Quando si inizia un cammino educativo/rieducativo con un cane, in qualsiasi caso, di qualsiasi razza o età esso sia, si deve “pedalare” in prima persona, ci si deve applicare, si deve dedicare una certa quantità e soprattutto QUALITA’ di tempo, tanto più quando il cane in questione è già adulto e presenta problematiche non indifferenti.
Se è molto pauroso, con una socializzazione quasi nulla nei confronti degli esseri umani o degli altri cani, una soglia di reazione nervosa praticamente a zero ed un’aggressività molto pronunciata non si può pretendere che pochi incontri risolvano magicamente il tutto, meno che mai se questi incontri si svolgono con una irregolarità esagerata e soprattutto se nei lunghi, lunghissimi intervalli tra un incontro e l’altro non viene messa in pratica neppure una minima parte di ciò che si dovrebbe.
E’ vero che nella vita di ognuno di noi non esiste “solo” il cane, che di grattacapi ne abbiamo tutti, anche più del dovuto, e che mettersi in discussione non è semplice; è vero che non è facile “cambiare”, non lo è per nessuno, spesso non si cambia per migliorare o salvare un rapporto con un altro essere umano, figuriamoci per un “cane”… ma non c’è altra strada da intraprendere se non quella del cambiamento, perché ripeto e non mi stancherò mai di farlo, il buon risultato di una processo educativo/rieducativo nasce da un lavoro di squadra dove ognuno deve fare la sua parte: l’addestratore, per mestiere e passione, il cane perché non vede l’ora di essere finalmente “capito” … e poi tu, “padrone”, che se davvero ami tanto il tuo cane come dici, sarai ben felice di affrontare qualche sacrificio in nome di quell’amore.

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18 Commenti

  1. Questo conferma la mia idea che un addestratore deve essere al 50% un esperto di cani e al 50% uno psicologo (o un coach) umano.
    Il nostro istruttore lo è: tanto che quando gli telefono per prendere appuntamento per un problema, già da subito il problema si attenua un poco, perché io mi sento più calma e sicura.

    “non pretendo molto, SOLO che torni quando lo chiamo mentre è sciolto al parco”
    … tu ci prendi in giro, e hai ragione, però questa vetta dell’obedience sciuramariesca è veramente il sogno di molti. Anche perché ci sono cani con cui è facilissimo ottenerlo. Nessuno li ha particolarmente lavorati: li chiami e vengono… stop. Alcuni molossoidi, poi, non occorre nemmeno chiamarli: non si allontanano dal loro umano per più di 30 secondi. Il mio non viene neppure ammazzato, tanto che non uso più il comando “vieni” in questi casi (perché si stava rovinando, il comando). Gli dico di sedersi. Dopo un po’ di insistenza lo fa e così riesco a prenderlo. Ho lavorato con “metti il guinzaglio”, “premio”, “rimolla il guinzaglio”, etc etc ma non ho ottenuto granché. Lui mi guarda e valuta… e nell’80% dei casi decide che qualunque cosa io abbia da offrirgli non vale l’interruzione delle sue attività. Tanto sono lì…

    In collina è diverso: se lui non mi vede e lo chiamo accorre anche da molto lontano come se ne andasse della nostra vita (arriva di corsa e ci mette 5 minuti prima di riprendere fiato). Se invece sono a vista, ancora una volta, valuta… se mi sto allontanando dalla casa, viene senz’altro perché ritiene suo lavoro e dovere accompagnarmi in quelle che credo consideri perlustrazioni o ronde.
    Anche se sta facendo il più divertente dei giochi con altri cani, anche se sta rincorrendo un gatto si interrompe e viene (comando “andiamo”).

    E così io sto sempre a chiedermi a che punto sono con questo benedetto rapporto con lui, che nemmeno coi fidanzati più problematici ci ho riflettuto tanto…
    Che stress 😉

    • M sa che ho presente la situazione 🙂 Anche coi miei cani è così. Se sono fuori vista, vengono di corsa. Se sono in vista, bisogna insistere e comunque arrivano lentamente con una faccia tipo “ma siamo qui! Cosa chiami a fare!” :-). Io sono riuscita a risolvere così: ho reinsegnato il richiamo non come semplice “avvicinati” ma come il gioco dell’inseguirmi, sapendo che i miei cani adorano correre: lascio che il cane si allontani, poi scappo dall’altra parte e il cane mi insegue. Dopo che ho ottenuto che appena mi giro il cane si fionda, ci aggiungo il comando (che ripeto mentre il cane corre). In questo modo il cane obbedisce perchè il”vieni” non rappresenta più un semplice “avvicinati” e magari l’interruzione di qualche attività divertente, ma l’inizio di un bel gioco di corsa con il padrone. Pian piano sto ottenendo che il mio linguaggio del corpo sia ridotto a un semplice girare la testa di lato invece che girarmi del tutto e scappare. Se al tuo piace correre magari potresti tentare così… Spero che possa esserti di aiuto 🙂

      • Il mio cane adora correre… ma anche una mia eventuale “corsa” viene valutata: può essere che rincorrere un setter sia più divertente che rincorrere me 🙂
        Diverso è se io decisamente mi allontano e me ne vado in una qualche direzione: se vado veramente (senza voltarmi come Orfeo) lui viene.
        Ma al parco non posso farlo: non voglio lasciare il cane fuori dal mio controllo: lui verrebbe sicuramente nel giro di qualche minuto, ma nel frattempo potrebbe aver fatto qualcosa che mi farebbe pentire di essermene andata (anche perché si hanno nei doveri anche nei confronti degli umani: e andarsene mollando il cane
        sarebbe senza dubbio mal interpretato: “se ne frega”).

        • In effetti, se non si ha spazio dove lasciare il cane un po’ fuori controllo senza rischi è un problema… A meno di non mettersi d’accordo con tutti al parco: “ok ragazzi, lascio un attimo solo il cane, non vi preoccupate è per addestrarlo!” 🙂 un po’ poco fattibile… Però sarebbe un bel gioco di gruppo! 😀

          • Ma sai che io una volta l’ho fatto? E proprio per l’identico motivo del richiamo. C’erano solo 2 “colleghi” di parco che conoscevo di vista (con cani tranquilli) e mi hanno retto il gioco. Quel pomeriggio sono poi riuscita a riprenderla, la mia bestiolina, ma il problema del ritorno l’ho risolto molto tempo dopo e con altro sistema (però era una situazione piuttosto diversa da quella della Sciuramaria).

          • il mio problema è che noi siamo “abusivi” nel parco, perché non è riservato ai cani e non potresti lasciarlo libero. Lo fai quando non c’è nessuno… cioè ci sono solo altre persone con cani e tutti si è d’accordo.
            Ma potrebbe entrare un bambino (magari uscendo dalla prospiciente ludoteca) e magari mettersi a correre… insomma non puoi perderlo di vista, il cane.
            Ultimamente sono molto restia a lasciarlo libero lì (tanto ha i we in cui è sempre libero) proprio perché non ha un richiamo perfetto…
            Se solo lo capisse…. 🙂

        • ..secondo me ti sei data la risposta da sola.. devi andare via! se posso darti un consiglio a me hanno detto di fare così (e ha funzionato sia con un cucciolo che con un cane adulto preso alla Lega del Cane): quando devi riprendere il cane che è intento ad annusare o rincorrere qualcosa.. fai dei suoni acuti (PRI PRI PRI)appena vedi che il cane alza lo sguardo nella tua direzione lo chiami, ti giri e vai CONVINTO per la tua strada… senza voltarti per vedere se arriva.. vedrai che nel giro di 5 sec hai il cane attaccato ai piedi! ricordiamoci sempre la regola dell’allegria.. usiamo sempre toni felici e i cani ci seguiranno con gioia 🙂

    • Il tema della “chiamata” è sicuramente uno dei più complessi e delicati di tutto il panorama “addestrativo”, il punto in cui “cascano una marea d’asini”, tanto per farla breve.
      Esistono svariate tecniche per impostarla, e vanno tutte benissimo quando i fatti dimostrano che si ottnegono gli effetti desiderati. Mi spiego meglio: non esiste “una tecnica” per eccellenza – e questo non solo per la chiamata, ma proprio in generale nel rapporto con il cane – cioè quella tecnica che ti garantisce al 100% il risultato: con una determinata tecnica puoi andar bene con 99 cani, poi arriva il centesimo e… patatrac!!! Non solo non ottieni quello che volevi, ma qualche volta addirittura scateni un putiferio. Occorre avere fantasia, intuito, essere sulla lunghezza d’onda giusta e soprattutto aver capito che tipo di cane hai davanti.
      Ma ad un certo punto, praticamente quasi con tutti i cani, arriva il momento in cui la chiamata, in qulasiasi modo tu l’abbia impostata, non può più essere considerata un “gioco divertente”, ma un “richiamo d’obbligo” al quale si deve necessariamente rispondere.
      Ti salvi con alcune tipologie di cani:
      – quelli che hanno talmente tanto poco temperamento o un predatorio così poco sviluppato che di andare a zonzo o a “caccia” non gliene può fregar di meno
      – quelli che hanno una sicurezza di sé talmente tanto bassa che il solo allontanarsi dalla tua ombra li potrebbe far morire d’infarto
      – quelli che ti tengono talmente tanto sott’occhio che il compito di monitorare ogni tuo spostamento passa in primo piano rispetto a qualsiasi altro stimolo, per cui come muovi un passo loro già sono lì dietro (o molto più spesso, avanti) a controllarti
      In tutti e tre i casi comunque, il “non allontanamento” è una “libera” scelta del cane – o l’unica via percorribile per lui – e poco ha a che fare con il controllo da parte del proprietario.
      Qualsiasi cane sufficientemente sicuro di sé, con un buon predatorio, un temperamento medio e magari una buona aggressività deciderà ad un certo punto di sperimentare che cosa succede SE DECIDE DI FARE DI TESTA SUA e non rispondere al richamo. Quello che ne conseguirà dipende dal tipo di rapporto che è stato creato fino a quel momento, da quanto saldamente è stata impostata la chiamata e soprattutto da quella che sarà la reazione del prorietario a questa sorta di ammutinamento che, a parer mio, è da considerare del tutto naturale e scontato, un po’ come la ribellione che si scatena negli adolescenti.

  2. “Ma ci stareste, voi, a essere amici fedeli e sudditi per la vita di chi non vi capisce, vi svilisce continuamente, castra tutti i vostri istinti, i vostri desideri e vi utilizza solo come capro espiatorio delle proprie più o meno vaste lacune affettive? Ho i miei seri dubbi….”
    È proprio questo il problema: troppi padroni che dicono di amare moltissimo il loro cane, ma poi, appena c’è da fare un piccolo sacrificio serio (non il semplice comprare un bel collarino o una cuccia morbidissima…) a favore del cane, si tirano indietro. Perché purtroppo la nostra società ci propone il cane come un animale da cui si pretende e riceve tutto, ma a cui non serve dare nulla se non il cibo… Quando si uscirà da questa visione distorta ci sarà probabilmente un grosso calo di cani aggressivi, squilibrati, fuori controllo. Che sono poi quei cani che provocano i divieti di accesso a locali e mezzi pubblici, le liste nere di cani pericolosi, perché chi ne vede un paio giustamente li teme e comincia a pensare che i cani siano tutti animali squilibrati, cercando di tenersene lontano il più possibile…

  3. Ho una domanda relativa proprio al richiamo: in un cane da caccia, la motivazione sulla preda puo’ essere quindi “sopraffatta” dalla costruzione di un rapporto piu’ solido? Parlo proprio del momento della punta, o del naso a terra perche’ e’ stata identificata con certezza la preda. Nel mio caso noto che in questa fase riesco ad avere l’attenzione quando c’e’ una collaborazione alla caccia da parte mia (se siamo al parchetto e la preda e’ la lucertola, chiamo il mio cane e indico il buco dove si e’ nascosta. Da libero ovviamente il cane fa da se’ e certo non posso starle dietro), mentre in questa fase un “vieni” e’ totalmente ignorato. sto parlando di cane da caccia non addestrato per la caccia, che semplicemente soddisfa il suo desiderio.

    • Daniele, costruire un rapporto che riesca a sopraffare la motivazione sulla preda non è sicuramente facile come in altre razze, ma ci si può riuscire… a patto (almeno per quella che è la mia esperienza) che si diano motivazioni altrettanto appetibili.
      Chiamare un cane in preda al “raptus venatorio” per dargli un bocconcino, per esempio, ha poche possibilità di successo: chiamarlo per impegnarlo in una ricerca su pista che al termine veda un “jackpot” di premi può essere più funzionale.
      Sto scrivendo proprio in questo momento un articolo sulle doti caratteriali dei cani: dico anche qui che se non si tiene conto di queste doti il rapporto diventa difficilissimo…a meno che non si scelga l’alternativa (più comoda, ma a mio avviso drammatica!) di spegnere/inibire le doti del cane. Allora diventa tutto più facile, sempre che non ci interessi nulla di averne rovinato il carattere, la natura e – probabilmente – la gioia di vivere.

      • l’inibizione mai, anzi, quando prende il coniglio o l’uccello di turno, pur dispiacendomi per esso, io sono sinceramente contento e scatta il bravo. Premetto che il mio cane viene dal canile, e ho preferito prenderlo io piuttosto che aspettare il cacciatore coscenzionso (da amici cacciatori ho anche sentito dire che il cane da caccia va tenuto per legge nel box al di fuori del periodo di caccia. Queste frasi, pur non considerando i cacciatori dei torturatori, un minimo di segno lo lasciano). Il nostro compromesso e’ che io non devo imbracciare un fucile e il mio cane puo’ cacciare per conto proprio, alternando la caccia a passeggiate urbane.
        La mia esigenza e’ poter interrompere la caccia se sta fiutando in un punto che non mi piace, come ad esempio tra i forasacchi (la prima anestesia per toglierne uno dal naso gia’ l’abbiamo fatta).

  4. non è vero che la legge sulla caccia dice che occorra tenerli in box al di fuori dei periodi di caccia. Io conosco molti cacciatori che i loro cani se li tengono bellamente in casa durante i periodi di chiususra della caccia, e mai in box, e li trattano proprio come “noi” non cacciatori. Non facciamo sempre sta caccia alle streghe, per favore, anche perchè tutti sono contrari alla caccia, tutti ne parlano e sparlano, mentre nessuno si preoccupa mai di ancdare a vedere, informarsi, e chiedere come veramente funziona sta cosa.
    Invece sono regolamentate dalla legge caratteristiche e misure dei box per esterni per cani, indipendentemente da che li si usi per la caccia o altro.

    • kinaki, sono daccordissimo con te. Infatti ho specificato che non considero i cacciatori dei tortratori di cani. HO detto solo che non ho voluto correre il rischio di trovarne uno ignorante, tutto qui.

    • …purtroppo anche io sono incappata in cacciatori “stupidi” che credono che se il cane sta in casa e viene coccolato poi non riesce più a cacciare…poveretti…
      Daniele hai fatto benissimo a prenderlo!! Vedrai che piano piano riuscirai a distrarlo anche dalla traccia di un leprotto… :))

      • Ok, la legge dice che i cani da caccia non possono essere lasciati liberi fuori dal periodo venatorio – che io mi ricordi.

        Quanto ai cani da caccia non tenuti in casa, mi viene in mente mia nonna che mi racconta della cagnina da caccia di mio nonno… che dormiva accanto al camino col gatto sotto di lei al caldo, ed andava con mio nonno in lambretta (si parla degli anni ’60)…

        Sacrosanto l’articolo e io continuo a chiedermi: perché si arriva dall’addestratore/educatore/comportamentista come lo volete chiamare SOLO DOPO che i problemi sono iniziati e non si inizia quasi mai un percorso col cucciolo o col cane appena adottato???

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