di LOREDANA MATTICARI – Premetto di essere ben consapevole che con questo scritto molto probabilmente mi alienerò le simpatie di più di qualche persona, ma dopo tanti anni che mi occupo di cani e di addestramento e dopo anni che puntualmente mi ritrovo a combattere contro convinzioni che poco hanno da invidiare alle leggende metropolitane più assurde e strampalate, sempre più mi rendo conto di come ancora troppo spesso venga frainteso il significato della parola “addestramento”: l’addestramento non è una magia, l’addestratore non è uno stregone, né tanto meno Dio. Non ha la bacchetta magica e non opera miracoli, anche se indubbiamente mi piacerebbe molto avere il potere per farlo… e magari, non solo per aiutare i cani!
L’addestramento è UN PERCORSO, un cammino attraverso la scoperta dell’universo “a 4 zampe”, a volte più “semplice”, altre sicuramente meno: tutto dipende dall’entità del problema, dalla tempistica con la quale si interviene, oltre che dalle caratteristiche di ogni singolo cane – e questo al di fuori dell’eventuale specifica razza – e ancor di più dalla determinazione e dalla costanza di ogni padrone.

E’ pur vero che le persone che si rivolgono ad un addestratore/comportamentista lo fanno perché da sole non riescono a risolvere un problema; del resto nessuno di noi nasce come si suol dire “imparato”, quindi tanto di cappello a chi riconosce di trovarsi in un vicolo cieco e capisce di aver bisogno di aiuto.
Non c’è niente di male in questo, non si dovrebbe avere nessuna vergogna ad ammettere di non riuscire a gestire certe situazioni se nessuno prima ci ha dato in mano gli strumenti necessari per farlo: mettetemi davanti al motore di una macchina, chiedetemi di ripararlo… e state pur certi che quella povera macchina finirebbe in men che non si dica dritta dritta alla rottamazione!!!
Le “magie” che sembro operare agli occhi di chi frequenta i miei corsi di educazione ed i “miracoli” che appaiono come tali a chi si affida a me per risolvere situazioni ben più pesanti di rieducazione per cani con problematiche anche di grosso calibro sono “solo” il risultato di una certa professionalità, acquisita con anni di esperienze – alcune vi garantisco anche molto poco piacevoli – attraverso la somma degli errori (chi non ne commette?), dei fallimenti e poi dei successi, per fortuna tanti, accumulati nel corso del tempo.
Unico denominatore comune a tutto questo, è la profonda passione che da sempre mi lega all’universo canino, la voglia instancabile di saperne sempre di più, l’umiltà di ammettere che c’è sempre qualcosa da imparare e la tenacia di non mollare mai anche quando tutto sembra farsi sempre più difficile.

Il paragone con la riparazione del motore di una macchina forse non è proprio dei più calzanti, in realtà, perché i cani NON sono macchine, tanto meno computer, NON possono essere semplicemente programmati, con la certezza assoluta che una volta “lanciato il programma”, questo farà il suo corso sempre e senza nessun intoppo… ma anche un software del resto si può inceppare!
Quando abbiamo a che fare con un cane, il nostro cane, non fosse altro che per il bene immenso che diciamo di volergli, dovremmo anche avere la consapevolezza che ci troviamo davanti ad un essere vivente profondamente diverso da noi.
E con diverso non intendo certo inferiore (in senso dispregiativo), né peggiore: nessuno si aspetta che un coccodrillo si comporti come un lombrico, o una tigre come una pecora. Tutti troveremmo alquanto singolare se un passerotto si atteggiasse a squalo ma… chissà per quale strano motivo, nella realtà, a tutti sembra dannatamente ovvio che un cane si debba comportare come un essere umano. RAGIONARE come un essere umano, PENSARE come un essere umano, COMUNICARE come un essere un umano: e scusatemi tanto, ma non c’è presunzione più pericolosa di questa!

Il cane è un animale, un predatore nello specifico, e come tale deve essere riconosciuto, per poter essere compreso ed apprezzato al meglio, senza correre il rischio di veder andare in frantumi il proprio sogno romantico sull’amico fedele che a qualcuno ancora tanto piace propinare all’immaginario collettivo.
Il cane è il miglior amico dell’uomo”… una delle stupidaggini più grottesche che continuano a girare da sempre, come se il cane fosse lì, bambolotto inerme senza capacità di intendere e di volere, buono buono e pronto solo a soddisfare qualsiasi aspettativa strampalata del suo padrone!

Le classiche frasi:

– “il mio cane DEVE rispondere ai comandi perché io sono il suo padrone”
– “non pretendo molto, SOLO che torni quando lo chiamo mentre è sciolto al parco”
– “non si deve permettere di aggredire mio figlio (anche se il “piccolo angelo bipede” non si fa scrupolo ad infilargli le dita in un occhio, a tirargli la coda, rompergli le scatole quando dorme, mentre sta mangiando e chi più ne ha più ne metta)

… sono solo alcune delle più comuni ed illuminanti pretese che vengono abitualmente sciorinate con la più sconcertante innocenza.

Tanto per mettere solo alcuni fondamentali puntini sulle “i”:

– il cane risponde ai famigerati “comandi” (posto che gli siano stati insegnati correttamente) solo nel caso in cui riponga fiducia assoluta e rispetto incondizionato verso colui che glieli propone, ed anche il quel caso esistono alcune situazioni particolari, come stress emotivo, fisico o fattori esterni, che possono “minare” la perfetta esecuzione di questo tanto sospirato comando

– il cane quando è sciolto al parco, “gioca” (o litiga) con altri cani, o segue attento a fiuto una traccia particolarmente interessante, o rincorre una potenziale preda (sia essa uccello, gatto, palla che rotola, o persona che fa jogging) non si sta semplicemente “divertendo”, bensì sta soddisfacendo come può quel bagaglio di istinti che da sempre lo accompagnano e lo sostengono nella sopravvivenza, e che noi umani invece tanto spesso (troppo) ignorantemente cerchiamo di inibire nei modi più assurdi. Se il cane non ci si fila proprio quando lo chiamiamo non è che sia “così stupido da non aver nemmeno capito un semplice comando come VIENI” (e anche qui ci sarebbe da discutere sul “se” e sul “come” il vieni è stato insegnato….) Chiamare un cane a sé, chiedendogli di smettere di fare tutto quanto su menzionato, presuppone che egli abbia con noi un rapporto molto forte a livello “affettivo” e riconosca in modo inconfutabile la nostra superiorità di rango tanto che le nostre richieste abbiano la precedenza su tutto

– se il cane aggredisce qualcuno, “piccolo angelo” o grande bipede che sia, non lo fa mai perché gli salta la mosca al naso in quel momento, perché gli “parte la brocca”, perché impazzisce improvvisamente o perché “boh, non si sa che gli sia preso, io non gli avevo fatto proprio niente”: l’aggressione di un cane è SEMPRE, e dico SEMPRE motivata. Che poi a noi questi motivi non piacciano, o che ci ostiniamo a non volerli vedere anche quando sono palesi come una eclissi di sole in pieno giorno, quello è un altro paio di maniche…

Il cane “può diventare” il miglior amico dell’uomo, questo senza alcun dubbio: ma a patto che l’uomo sia in grado di essere a sua volta un compagno di pari valore nei suoi confronti.
Ma ci stareste, voi, a essere amici fedeli e sudditi per la vita di chi non vi capisce, vi svilisce continuamente, castra tutti i vostri istinti, i vostri desideri e vi utilizza solo come capro espiatorio delle proprie più o meno vaste lacune affettive? Ho i miei seri dubbi….
Un buon padrone è chi riesce a vedere che oltre le proprie aspettative romantiche, i propri bisogni nascosti, esiste un essere vivente con delle caratteristiche specifiche e delle necessità oggettive che a volte non è che combacino proprio esattamente con i castelli in aria che ci siamo costruiti da soli davanti all’immagine di un musetto dolcissimo, un “tartufotto” umido e due occhioni strappacuore.
Un buon padrone è colui che si mette in discussione quando – e se – si rende conto che c’è qualcosa non va, e non è che si ritrovi improvvisamente dentro casa una specie di ibrido tra un caimano schizofrenico ed un barracuda affamato, una sorta di Dr Jekill e Mr Hide che un momento ti divora di coccole e l’altro ti divora nel vero senso letterario del termine.
Il nostro cane è il risultato di quello che, volenti o nolenti, noi abbiamo “creato” nel tempo, interagendo con lui, spesso nei modi meno corretti e plasmando la sua natura con mani inesperte, facendo grossi danni.

Quando si arriva a questa consapevolezza, e ci si affida alle mani di un professionista per cercare di correre ai ripari, bisogna essere pronti a “fare la propria parte”, modificando a monte i comportamenti che hanno scatenato certe reazioni nel nostro “fido” compagno.
Un addestratore, un comportamentista, sono dei validi aiuti che possono fornire tutta una serie di conoscenze fondamentali ed indispensabili a modificare la situazione, ma non possono trasformare come per magia il famigerato e ribelle “barracuda” del caso in un tenero e remissivo agnellino, senza la collaborazione degli stessi padroni. O meglio, loro – gli addestratori/comportamentisti – possono dimostrare quanto e come può cambiare il rapporto con il proprio cane: basta osservare come e sovente con relativa estrema facilità, il vostro “Hannibal” in questione si comporti con loro come il più docile dei cucciolotti….
Tuttavia, ciò non significa che automaticamente il comportamento nei vostri confronti  cambi in egual misura, se voi stessi non cambiate per primi.
Il cane è perfettamente in grado di capire se davanti ha un individuo da rispettare – e di rispetto si sta parlando, assolutamente mai di paura – o una specie di individuo dissociato che dice una cosa e poi ne fa o ne pretende un’altra…. perché è proprio così che ci vedono i nostri cani, quando agiamo nei loro confronti con i mezzi “umani” a nostra disposizione.

E’ così che vanno le cose, che piaccia o meno:  poi la “patata bollente” passa nelle vostre mani e deve essere estremamente chiaro che siete poi voi “padroni” a dovervi prendere la briga di ascoltare i consigli che vengono dati, seguirli e metterli in pratica, se desiderate arrivare a determinati risultati o evitare addirittura situazioni disastrose.
Quando si inizia un cammino educativo/rieducativo con un cane, in qualsiasi caso, di qualsiasi razza o età esso sia, si deve “pedalare” in prima persona, ci si deve applicare, si deve dedicare una certa quantità e soprattutto QUALITA’ di tempo, tanto più quando il cane in questione è già adulto e presenta problematiche non indifferenti.
Se è molto pauroso, con una socializzazione quasi nulla nei confronti degli esseri umani o degli altri cani, una soglia di reazione nervosa praticamente a zero ed un’aggressività molto pronunciata non si può pretendere che pochi incontri risolvano magicamente il tutto, meno che mai se questi incontri si svolgono con una irregolarità esagerata e soprattutto se nei lunghi, lunghissimi intervalli tra un incontro e l’altro non viene messa in pratica neppure una minima parte di ciò che si dovrebbe.
E’ vero che nella vita di ognuno di noi non esiste “solo” il cane, che di grattacapi ne abbiamo tutti, anche più del dovuto, e che mettersi in discussione non è semplice; è vero che non è facile “cambiare”, non lo è per nessuno, spesso non si cambia per migliorare o salvare un rapporto con un altro essere umano, figuriamoci per un “cane”… ma non c’è altra strada da intraprendere se non quella del cambiamento, perché ripeto e non mi stancherò mai di farlo, il buon risultato di una processo educativo/rieducativo nasce da un lavoro di squadra dove ognuno deve fare la sua parte: l’addestratore, per mestiere e passione, il cane perché non vede l’ora di essere finalmente “capito” … e poi tu, “padrone”, che se davvero ami tanto il tuo cane come dici, sarai ben felice di affrontare qualche sacrificio in nome di quell’amore.

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