di VALERIA ROSSI –  Eccoci ai secondi cinque “comandamenti”, che seguono quelli pubblicati ieri.

SESTO: (per quanto caro possa costarmi), io ti filo poco

Il nostro rapporto deve avere un SENSO. Si chiama il cane quando serve davvero, non si ripete continuamente il suo nome, non gli si fanno fare “numeri da circo” inutili, non lo si cerca in continuazione per coccolarlo.
Il cane è il nostro partner: NON il nostro giocattolo da pet therapy (e noi non siamo il suo).

Credo che non ci sia comandamento più importante (per ottenere fiducia, rispetto e quella vera e propria adorazione di cui parlavamo al comandamento numero uno) e contemporaneamente più difficile da seguire: quindi vi dico già che qualche “sforata” qua e là è lecita, anche perché è quasi impossibile evitarla (e ve lo dice una che sfora spesso e volentieri, dicendosi ogni volta da sola “razzolare come predichi ti sembra proprio tanto brutto?”).
Il fatto è che, se si vuole davvero diventare “preziosi” agli occhi del cane, vale lo stesso principio che abbiamo visto per il gioco: è più prezioso ciò che più si desidera.
Quindi, non “regaliamoci” al  cane e cerchiamo, nei limiti del possibile, di non svenderci neanche nei saldi.
Non stiamo costantemente addosso al cane, non usiamo il cane ogni volta che ci girano le scatole, per farci coccolare da lui: non è neanche giusto. La pet therapy è una bellissima cosa purché non se ne abusi, perché i cani si stressano: e se il nostro viene continuamente usato come “muro del pianto”, si stressa pure lui.
D’altro canto, cerchiamo – sempre nei limiti del possibile – di non diventare NOI i pet terapeuti del cane, inteso in modo ossessivo: il cane non può e non deve venire a piagnucolare e a rompere le scatole (perchè anche noi ci stressiamo!) ogni volta che ha una punta di appetito, o che si annoia un po’. Così come non dobbiamo star lì a consolarlo 24 ore al giorno se gli fa male la zampina.
Sembrano sciocchezze, ma a volte i nostri atteggiamenti contribuiscono a creare problemi comportamentali serissimi: quindi, per favore, cerchiamo di darci una regolata e di dare/ricevere attenzioni, coccole, consolazione solo quando è veramente necessario.
Per il resto, il rapporto con un cane “normale” può prevedere, come dicevo sopra, qualche eccezione alla regola del “ti filo poco”: regola che invece deve diventare rigidissima quando abbiamo a che fare con cani problematici da rieducare… ma questo esaula dai contenuti che stiamo affrontando, visto che qui parliamo di cani “normali”.
L’ultima nota la dedico a chi pensa che il rapporto col cane significhi chiedergli continuamente di “esibirsi a vuoto”, ovvero di far vedere agli amici quello che sa fare: va benissimo essere orgogliosi di quello che gli abbiamo insegnato, va benissimo aver voglia di condividere la gioia di vedergli eseguire comandi o tricks in modo impeccabile… ma almeno sforziamoci di far pensare al cane che tutto questo ha un senso e un significato, e che non lo stiamo trattando da “cane da circo”, appunto.
Il cane sa aprire il frigorifero? Bene: se gli chiediamo di farlo, poi prendiamo una bibita e beviamocela, anziché andare magari a richiuderlo e basta. Lui capisce benissimo la differenza.

SETTIMO: facciamo insieme cose bellissime

Questa è facile…almeno sulla carta, nel senso che tutti sappiamo benissimo che per creare un buon rapporto bisogna lavorare, fare sport, insomma fare attività con il cane in modo gratificante per entrambi.
Però poi il lavoro, i figli, il tempo che non si trova mai… e va a finire che il cane viene addivanato (o relegato in giardino, se ne abbiamo uno), dopodiché la Sciuramaria arriva e ti chiede sconsolata: “Mah, non so… mi sembra che al mio cane non ne freghi molto di me”.
Non è proprio così: è che al cane non frega più niente di niente! Non ha uno scopo nella vita, non si sente utile, si rompe le scatole, insomma è annoiato a morte, in certi casi addirittura depresso. Poi c’è quello che alla depressione reagisce inventandosi attività in proprio (tipo distruggere i divani o rincorrere i ciclisti), e c’è quello che semplicemente si “spegne”, si rassegna, si chiude in se stesso.
Sono tutti cani infelici, anche se il secondo tipo non dà fastidio a nessuno e quindi raramente i proprietari se ne preoccupano.
Quando decidiamo di prendere un cane, dobbiamo mettere in conto che sarà indispensabile “fare cose” con lui: se abbiamo poco tempo, scegliamo una razza che possa “fare cose” in poco spazio e che non abbia grandi esigenze di moto (ricordando che i cani piccoli ne hanno mediamente PIU’, e non meno, dei cani giganti. Le taglie medie sono quelle che hanno più bisogno di moto in assoluto).
Un alano, che nonostante la mole non deve muoversi più di tanto e può benissimo vivere in appartamento (anzi, dovrebbe viverci!), può essere sommamente gratificato da qualche giochetto casalingo: un beagle (tanto cariiiino e picciiiiino) è un segugio la cui massima aspirazione è fare millemila chilometri al giorno col naso per terra, cercando tracce. Se gli fate fare due tricks in casa, vi manda a quel paese.
Le attività dovranno essere scelte tra quelle che piacciono ad entrambi (non solo all’umano, ma neanche solo al cane: evitiamo di “sacrificarci per lui”, perché non funziona. Se non ci divertiamo tutti e due il bel gioco durerà poco, oppure l’umano sarà poco partecipativo).
Le attività possono essere socialmente utili, ma ricordiamoci che alcune sono veramente pesanti… e non parlo solo di quelle che stancano fisicamente (lì basta scegliere la razza giusta, e ci si potrà divertire moltissimo rendendosi contemporaneamente utilissimi, come nel caso delle unità cinofile da protezione civile o da soccorso), ma anche di quelle che stancano mentalmente, come la pet therapy… che è vero, consiste nel prender coccole: ma da persone sconosciute ed estranee, quindi non è un “bel giochetto” ma un vero e proprio lavoro.
Soprattutto, scegliamo sempre attività adeguate alle doti naturali del cane: l’esempio più classico è quello del border collie che si può anche divertire moltissimo a fare agility…ma solo se lo portate in mezzo alle pecore leggerete sul suo muso la felicità “vera”.

OTTAVO: ogni tanto puoi anche restare solo

NO al cane “nano da giardino”, NO al cane “che vive in kennel quando non si lavora”, ma SI a qualche momento di solitudine e di pace.Il cane deve avere i suoi spazi, specialmente una “tana” (va benissimo il kennel) in cui non sarà mai disturbato da NESSUNO (soprattutto dai bambini).
Il cane deve avere i suoi momenti di relax… e a volte perfino di noia. Anche quella fa parte della vita: gli serve anche per ragionare su quello che abbiamo fatto insieme e rende più piacevole fare, poi, nuove cose insieme.
Se gli chiediamo troppe cose, troppo spesso, il cane non avrà più entusiasmo per niente: bisogna saper calibrare, bilanciare…e soprattutto fermarsi (come abbiamo visto ieri per il gioco) quando l’entusiasmo è al massimo.

NONO: ti addestro alla libertà

Non ha alcun senso parlare di cani “liberi di scegliere”, come fanno cinofilosofi e fautori della cinofilia disneyana.  Il cane ha la mente di un bambino di tre anni: e un bambino di tre anni lo lascereste “libero di scegliere”? Certo, il cane non deve essere uno schiavo né un robot: ma va guidato e seguito. Va aiutato a pensare, a ragionare, anche a risolvere qualche piccolo problema in proprio: ma in linea di massima deve soprattutto fidarsi di noi e seguire le nostre direttive. Non perché “siamo i capi”, ma perché conosciamo meglio di lui le regole di questa società (che è la nostra, e non la sua) e quindi siamo i soli a poterlo indirizzare nel modo giusto. A questo proposito credo che la migliore spiegazione di questo concetto sia la nota di Giovanni Giacobbe Giacobbe che pubblico qui sotto:

ADDESTRATI ALLA LIBERTA’

Non è un ossimoro, cioè quella figura retorica di accostamento di due parole di significato incompatibile.
“Ti addestrerò e sarai libero”. Potrebbe sembrare incomprensibile agli occhi dei più. Ma “ad dexterum” si conduceva il soldato da proteggere nella falange romana.
Quel soldato che andava forgiato alla guerra, prima di tutto andava protetto finché non avesse imparato, riparato dallo scudo del soldato più anziano. Ecco cosa voleva dire addestrare: proteggere e formare. Ed oggi la vita di molti cani randagi pare essere una battaglia persa con l’esistenza , proprio per non aver trovato nessuno che li proteggesse. E la prigione del canile non è altro che il luogo dove l’uomo, spesso non potendo far altro, custodisce tutti quei cani meno fortunati, che non avendo incontrato chi se ne prendesse cura, sono approdati in una vita sociale così complessa da trasformarsi in una gabbia non meno peggiore, là , fuori per la strada.
Una strada con troppe sollecitazioni incomprensibili per un cervello pur meravigliosamente sviluppato, quale quello di un cane.
Una strada che si trasforma in pericolo per loro, quando, né meglio né peggio, non trasformi gli incolpevoli randagi in un pericolo per l’uomo, associato a tutta una serie di stimoli , scontati per noi, ma emotivamente destabilizzanti per un cane.
Una strada che talvolta trasforma il cane da aggredito da un sistema troppo più grande di lui, ad aggressore per una sopravvivenza così piccola nella sua essenza, da sfuggire spesso alle maglie del controllo dell’uomo presuntuoso, che questa essenza ignori.
Allora dov’è la chiave?
La risposta è che la chiave è nel concetto di libertà. L’uomo ed il cane sono due animali spiccatamente sociali, e la vera libertà di un animale sociale non è fare ciò che creda, o ciò che le proprie pulsioni lo spingano a fare anche a discapito della libertà altrui; la libertà di un animale sociale sta nel coesistere, ed in gruppo si coesiste solo attraverso regole condivise.
Un cane randagio che viva nei pressi di un insediamento umano qualsiasi, finisce per essere inserito all’interno di questo gruppo. Ma l’essere coinvolto volente o nolente, a volte solo perché gravita nel medesimo territorio, senza dialogo e senza comunicazione, crea le premesse perché la sua libertà non sia reale, proprio perché mancando la comunicazione manca la possibilità di approdare alla condivisione. E tra una libertà pericolosa per sé e per gli uomini, ed una gabbia di un canile, il male minore lo guardiamo da dietro una rete, e per quanto minore, lo riconosciamo negli sguardi dei cani che stanno… dall’altra parte della libertà.
Per un cane non è pensabile il nostro discernimento etico di bene e male, però rimane fruibile, e questo sì possiamo attribuirglielo, il concetto Freudiano di bene e male, valido a qualsiasi età nell’uomo, così come in molti animali superiori tra cui il nostro cane: è -bene- essere amati, è -male- non essere amati.
Ma questo, e s’intenda, in considerazione di un numero enorme di variabili e quindi di risultati, conduce a questa “condivisione possibile” soltanto quei cani che trovino nel loro destino l’amore di una famiglia.
E l’amore poi, si sa, non è solo purezza dei sentimenti, ma è uno sforzo di conoscenza “dell’altro fuori da noi”, che è la base del dialogo che rende armoniosa la coesistenza.
Ma dunque quando un cane non incontri l’amore di una famiglia od anche di un solo uomo (ovviamente), è quasi impossibile approdare ad una condivisione. E questa è la storia degli incolpevoli randagi: non avere incontrato, o peggio avere perso per essere stati abbandonati, l’amore, la protezione e quindi il dialogo con l’uomo.
E come noi proteggiamo i nostri bimbi attraverso dei paletti che dobbiamo mettere loro sino a quando non giungano al discernimento autonomo del bene e del male della vita, così dobbiamo pensare di metterli ad un cane, con la differenza sostanziale, che mai però nell’arco della loro vita, sarà data ad essi la nostra stessa possibilità di lettura e comprensione di questa esistenza insieme.
Insomma dovremo proteggerli per tutta la loro vita, coscienti di dover utilizzare un linguaggio essenziale come quello che useremmo con un bimbo di tre anni. E nessuno di noi direbbe mai che privare un bimbo di tre anni della possibilità di attraversare “liberamente” una strada, possa voler dire privarlo della libertà.
Allo stesso modo, l’opportunità dell’insegnare ad un bimbo la condizione di non allontanarsi dal nostro fianco, o di stare seduto magari, quando la situazione contingente debba tenere necessariamente impegnata verso altro tutta l’attenzione del genitore o dell’adulto che lo abbia in custodia, non può essere certo considerata una dinamica vessatoria.
Direi anche, che, se a tutti noi non avessero insegnato da piccolissimi a rispettare la condizione dello “stai fermo” o “stai seduto”, forse non saremmo riusciti neanche ad integrarci col sistema scolastico dalla primina in poi.

Ecco che si delinea con chiarezza che la libertà, quella vera, quella che ci consente il vivere sociale, nasca invece da regole condivise che hanno delimitato gli argini che consentirono al “fiume in piena” della nostra infanzia di sfociare, serenamente, nel più vasto e complesso mare della vita dell’età della ragione.
Così saper camminare al guinzaglio senza che diventi un allenamento forzato di tiro alla fune tra contendenti a due e quattro zampe, come pure accettare di sedersi su richiesta e magari riuscire a stare seduto per qualche istante concedendo all’amico a due zampe di volgere lo sguardo e l’attenzione alla vita che scorre complicata in mezzo al traffico di una città…così, appunto, queste devono essere piccole regole del viver comune.
Regole che sottendono alla reciprocità più chiara… per l’uno di essere libero di “viversi” il proprio cane e tornare a casa con un equilibrio psichico che consenta di vivere anche il resto della giornata in maniera produttiva, per l’altro d’esser libero invece di venir tirato fuori dal giardino per godersi anche il resto della vita fuori dagli stessi soliti odori, ma sempre insieme al “fido” a due zampe, rasserenato dalla certezza che il suo “bravo cane” non lo “trascini” nella corrente del fiume in piena delle pulsioni da “lupo travestito”.
Insomma, ognuno la libertà deve concederla all’altro rispettando delle regole.
Ma sta ad un padrone “sensibile”, visto il suo ruolo di animale “darwinanamente superiore”, di stabilire con sensibilità i canoni del vivere insieme.
Non si può certo pretendere di pensare che si possa lasciare al cane una morale autonoma, fuori dalle mura o dal giardino della propria casa.. (e anche dentro, invero). Come non la lasceremmo ad un bambino piccolo. E queste regole che segnano una morale eteronoma, che venga da fuori cioè,  da un papà come da un padrone, se nel primo caso sono il frutto della pazienza di innumerevoli comportamenti di protezione che mettano dei paletti nelle fondamentali quanto pericolose esplorazioni dei bimbi, nel secondo caso sono la stessa identica cosa, seppure, perché risulti comprensibile, con l’ opportuna “rivisitazione canina” degli scambi semiotici (sguardi, suoni ,gesti) da adottare.
E così siedi, vieni , fermo, no e bravo, hanno la stessa identica valenza educativa, non certo di privazione della libertà.
Ecco come addestrare, ed addestrarsi alla libertà.

DECIMO: non umanizzare

Anche questa sembra facile.
SEMBRA, appunto.
Se chiedete a qualsiasi proprietario di cane, dalla Sciuramaria all’esperto cinofilo, se gli capita mai di antropomorfizzare il suo amico, risponderà sempre e solo “MA NO!”.  Non esiste proprio, per carità! Il cane è un cane!
Al massimo la Sciuramaria potrà rispondervi, un po’ imbarazzata, che qualche volta dice al suo cane “Vieni dalla mamma” (nel qual caso io antropomorfizzerei a raffica, visto che mi sono sempre definita così con cani, gatti e qualsiasi altro animale abbia avuto in vita mia, cavalli compresi). Ma non è certo questa l’umanizzazione pericolosa per il nostro rapporto: queste sono soltanto tenerezze, coccole verbali che rivolgiamo ai nostri animali per manifestare il nostro amore per loro… e che loro, intanto, non capiscono. Quindi male non fanno di sicuro.
Quello che invece fa danni, ma danni seri, è convincersi che il cane ragioni come un essere umano. Che “faccia i dispetti”, per esempio. O che sia in grado di capire i sinonimi. Ho avuto al campo un’allieva Sciuramaria alla quale non riuscivo a mettere in testa che fare al cane discorsi come: “Seduto! Be’? Allora? Ti siedi o no? Insomma, ti ho detto di sederti!”  non significava “ripetere l’ordine” (che già sarebbe una cosa da non fare), ma mandare il cane in totale confusione.
La Sciuramaria, dopo mezz’ora che mi sgolavo cercando di farle capire che il cane ha la possibilità di capire molte parole, ma NON così tante come ne usava lei, mi faceva regolarmente un bel sorriso disarmante e obiettava: “Ma non è vero! Lui capisce tutto! Anche in casa, sa? Capisce tutto quello che diciamo!”
“Ahhhh! – esclamavo allora io – Ho capito perché il cane non si siede…immagino che sia distratto dalla preoccupazione per la scadenza del mutuo sulla casa di cui avete parlato ieri sera in famiglia!”
Sarcasmo sprecatissimo.
La Sciuramaria guardava il cane come se si chiedesse: “Oddio, sarà proprio per quello?”
L’antropomorfizzazione è una delle maggiori cause di incomprensione tra uomini e cani (nel senso che sono gli uomini a non capire i cani, e non viceversa): anche perché spesso si finisce per provare vero e proprio rancore per il cane che, appunto, “fa i dispetti”, o che magari ci ha ringhiato (e magari aveva anche le sue sacrosante ragioni) quando noi “gli diamo da mangiare ogni giorno, lo puliamo, lo portiamo fuori anche sotto la pioggia o la neve…e lui ci ricambia così!”.
Ecco, questo tipo di atteggiamento va eliminato al più presto, perché va a creare conflitti inutili per cause inesistenti: il cane NON fa dispetti, il cane NON  è un ingrato, il cane NON mente e non tradisce.
Ma se ci convinciamo che ragioni come un uomo, allora lo riterremo capace di tutte le efferatezze che, ahimé, in realtà appartengono solo alla nostra specie: e il nostro rapporto si incrinerà, a volte irrimediabilmente. Ma non certo per colpa sua.

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29 Commenti

  1. 6: Zero problemi: siamo entrambi di carattere indipendente
    7: ah uh ih… boh. La cosa “più bellissima” per il mio cane è correre come un cavallo per qualche minuto. Solo un altro cane può dargli questa soddisfazione… E io ce lo porto a correre con gli altri cani (a rischio di disavventure con signorine paurose che scappano e cane imbaldanzito, come ieri) … ma non le fa “insieme a me”, credo.
    Urge inventarsi qualcosa di bellissimo…
    Per ora più di un medio divertimento per entrambi non riusciamo a produrre.
    8. Zero problemi
    9. abbastanza … “ci stiamo lavorando” 🙂
    10. “MA NO!”… del resto io ho esperienza di gatti e casomai lo “gattizzo”, mentre invece lui capisce più cose di quelle che credo…

    • Perché altrimenti il cane pensa di poter aspettare con calmina di obbedire alla seconda, alla terza, all’ennesima volta che glielo dici. E’ uno dei cardini dell’addestramento…anche se in realtà, boh…io qualche volta li ripeto eccome 🙂
      In gara però ti penalizzano!

  2. Ho consigliato questo articolo a mia suocera,che passa molto tempo col nostro cane.
    Lo ha letto… e l’ha capito…! 🙂
    Graaande Maga…
    Ti adoriamo (con la r moscia)

  3. lascereste un bimbo di treno anni libero? si come intendo io di lasciar libero il cane, cioè maggiore libertà possibile stando sempre presente, fermo restando che se una cosa non va fatta non la si fa, libertà per gradi, quando mi dmostri che hai capito (anche tramite errori) quindi sarai cresciuto un po e passeremo al passo successivo, e se c’é bisogno di recuperare qualcosa faremo un allenamento camuffato (creerò una particolare situazione di vita). sarò presente dà lontano, per correggerti, fermarti, o aiutarti quando me lo chiederai, e creando sempre situazioni adatte al tuoi livello in modo che tu possa imparare e crescere. mi dimostrerai che hai capito l’educazione quando l’adotterai autonomamente in contesti diversi. questa per me è la differenza

  4. Valeria, una domanda…(Da neofita faccio una domanda probabilmente scema..Ma io ci provo lo stesso..)
    Leggevo una risposta che ha dato ad un utente in un altro commento…

    Lei dice di non ripetere l’ordine più volte perchè altrimenti il cane impara che può obbedire anche alla seconda/terza volta ecc…
    Ma quindi -ipoteticamente- se io dovessi dare un qualunque comando al cane senza ottenere risultati, cosa dovrei fare?

    Lasciar stare e riprovare in un altro momento?
    Ma in quel caso il cane non impara il concetto che se non obbedisce subito, può anche farsi i fatti suoi che tanto è uguale?

    E’ una cosa che mi stavo chiedendo già da un po’..

    • Lola, se il cane non obbedisce hai due possibilità: o continui a mostrargli il rinforzo senza darglielo (se usi i bocconcini o il gioco) e glielo dai solo quando ha eseguito, oppure agisci fisicamente (per esempio, lo metti seduto con le mani, o lo recuperi con la corda lunga se non è venuto subito al richiamo…e così via). Lasciar perdere e riprovare, assolutamente NON si può: è come “non si lascia mai il cavallo sul rifiuto”. In un modo o nell’altro, l’ordine va fatto eseguire: dopodiché, se proprio vedi che il cane non è in forma, non in giornata eccetera, puoi anche lasciar perdere e ricominciare il giorno dopo.

      • Oh..
        Okay allora agisco correttamente.
        Io uso sempre dei bocconcini per premiarlo quando fa qualcosa che gli chiedo..

        Era una curiosità che avevo, perchè qualche mese fa avevo incontrato in giro un ragazzo con un cane da caccia quantomeno “indipendente” diciamo..Non gli obbediva. Tra un po’ manco il semplice richiamo.
        Il proprietario mi aveva detto questa cosa:
        “Bhe, si fa così..Se il cane non obbedisce subito, tu lo lasci fare e ci si riprova dopo. Se fa quelle che dici, allora gli dai un biscotto. Sennò…si fo**e. Io faccio sempre così con la mia, ma poi va a finire che fa sempre ciò che dico.”
        Testuali parole. XD
        Mi domandavo se fosse una storia vera quella che aveva detto, o se fosse una “cugginata” clamorosa..
        (Dato che il tipo lo aveva detto con una convinzione mai vista. Essendo io neofita ho pensato..”Magari può anche essere. Và com’è convinto..”)
        A quanto pare era un’idiozia alla fine..
        Ora lo so..
        Grazie mille della risposta.

  5. Perciò è vero quel che si dice: bisogna accarezzare/coccolare il cane solo quando se lo merita,quando risponde a u n comando ecc?
    Io la mia la accarezzo normalmente quando mi va..ovviamente non esagero,però penso che se non ci siano problemi gerarchici,questa cosa sia un po’ esagerata !!!

  6. Quali sono le attività adeguate alle doti naturali di un Pastore Tedesco? Se faccio agility o disc dog con un Pastore Tedesco lo “sacrifico” ? Però in realtà neanche l’UD sarebbe un qualcosa di “naturale” per lui… Penso che le cose più naturali per un PT siano lo sheepdog oppure il lavoro in polizia,come cane da ricerca sulla superficie ecc…

    • ciao silvia! anche io ho un pastore tedesco di 3 anni.
      Per le attività io guarderei molto anche le caratteristiche attitudinali di ogni soggetto: il mio è molto agile e correrebbe e salterebbe ostacoli in continuazione, ma ho paura che ciò possa influire sulle sue articolazioni che sappiamo non essere “de fero”. Poi magari mi sbaglio.
      Ho notato che a lui piace tantissimo snusare qualunque cosa, lo zaino, la borsa, la borsa della spesa (e te credo) i pantaloni e allora ho deciso di intraprendere un percorso di discriminazione olfattiva con Villani (che inizierò a breve dopo aver lavorato su qualche problemino comportamentale). Piace a lui, piace a me, l’insegnante non ha bisogno di essere presentato. e via andare 🙂
      viceversa sarebbe un pessimo cane da pet therapy, non è molto coccolone con gli sconosciuti. si prende due carezze e poi se ne va per i fatti suoi.
      faccio bene valè? dico sciurmariate?

  7. Boh, sheepdog non saprei, anche perché non fa più quel “mestiere” da generazioni (almeno i soggetti da bellezza, per quelli da lavoro il discorso cambia). In UD lo sacrifichi??? Non riesco ad immaginare cane più adeguato per l’UD del pt (come sopra ma a parti invertite: per i soggetti da lavoro, per quelli da bellezza il discorso cambia)!

    • Infatti non ho mai detto che in UD è sacrificato !!! Chiedevo se lo fosse per l’agility o il disc dog ! Per l’UD ho solo detto che anche se sarebbe lo sport più adatto a lui ciò che sarebbe più conforme alla sua natura sarebbero lo sheepdog e il lavoro con polizia/protezione civile ! Anche se in realtà alla fine l’UD è proprio adatto proprio perchè indicato per i cani da guardia e difesa…

      • Però per me i veri cani da lavoro sono quelli che lavorano in polizia in varie attività…quelli da ud,sono….cani da “sport” ! Di fatto l’ud non è un lavoro,prepara ad esso però …

  8. Il punto relativo all’ordine mi ha colpito molto.
    Provo a spiegarmi: sapevo che non si dovrebbe ripetere un ordine se il cane non obbedisce però, giusto l’altro ieri al bar ho scambiato due chiacchiere con una educatrice (come scoperto in corso di ciacola)che aveva al guinzaglio un bellissimo setter inglese adulto, da lei adottato in un canile quarantottore prima.
    Gli avrà ripetuto “seduto” almeno sei volte a raffica prima che il cane obbedisse, venendo poi gratificato da una salva di “bravo” profferiti in coro non solo da lei ma dal proprietario del bar e da altri avventori.
    Sono rimasta sconcertata perché, insomma, si era classificata come educatrice appunto ma aveva messo in pratica un comportamento che mi era stato detto (da addestratori e istruttori) essere sbagliato.

  9. mio dio ho sbagliato tutto..quando ho scoperto che avevano massacrato di botte il mio cane non dovevo avere più paura di lui, invece ho cercato di “proteggerlo”e ora mi ritrovo a frignare perchè ho un cane col quale posso uscire solo alle undici di sera..ormai è irrecuperabile allora…siamo passati dall’andare all’asilo a prendere i cuginetti al dover avvisare la veterinaria un giorno prima per prendere appuntamento in orari di chiusura…mi sento una cacca!!!

  10. ….ma allora un cane che va “solo” a spasso circa due ore al giorno (di cui almeno una libero nel bosco) è destinato alla depressione perché non ha un compito?

    • Il suo compito è quello di accompagnarti in perlustrazione (o ronda se fai sempre la stessa strada).
      Per il mio è così: tanto che quando rientra a casa e io sono stanca, vorrebbe giocare, visto che il lavoro è finito 😀

  11. Non ci avevo pensato! Grazie mille!

    Anche il mio fa così! Spesso dopo aver camminato per un’ora (notare: per la seconda o la terza volta della giornata)inizia a correre come un invasato con il coniglietto di peluche o la pallina in bocca non appena entriamo in casa.

    Spesso poi esco nuovamente per qualche minuto (prima che il gatto faccia l’infarto o che io lo strozzi perché mi accartoccia copridivani e tappeti facendo i suoi circuiti di formula 1) e gli lancio la pallina per una decina di volte nel parcheggio. Inutile dire che corre come se non ci fosse un domani, mentre io mi chiedo come fanno sei chili di cane a generare tutta quella energia…

  12. com era? i cani non capiscono? i cani si annoiano? Alcuni cani dovrebbero vivere solo in casa? Mio dio! Sono proprio bestemmie! Mi auguro di non trovare mai un addestratore che dica baggianate del genere!!!

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.