di MARIO GIOVANNINI – Tre mesi. Novanta giorni. Trecentosessanta passeggiate. Tanto è passato da che Afra è arrivata. Dall’ultimo articolo cosa sarà? Più o meno un mese?
Purtroppo devo ammettere che abbiamo attraversato una fase di decisa regressione, che ci ha obbligato a ripartire non proprio da zero, ma da parecchio indietro sì. Era abbastanza prevedibile, i primi progressi erano stati fin troppo eclatanti e quindi, in un certo senso, non ci ha colti impreparati.
Non è stato un piacere, ma nemmeno una delusione.
Ora siamo sostanzialmente tornati al livello di una trentina di giorni fa: Afra sta con piacere in casa, con i suoi gatti (perché orami sono suoi, non c’è dubbio), non patisce la nostra assenza, fa le scale senza problemi e sale in macchina.
Il suono del campanello di casa, finalmente, non è più un segnale d’allarme – estranei alle porte! (come nei libri di R.R. Martin) – ma un avviso dell’arrivo di qualcosa di piacevole: amici, che ha imparato ad apprezzare.
Al parco è una gioia per tutti, umani e quattrozampe, malgrado di recente si sia anche presa un morso ‘trasferito’ da uno dei cani che ama di più in assoluto.
Non ha lasciato strascichi né segni: per fortuna non è stato un gran morso .
Nel frattempo abbiamo cominciato a cercare un addestratore/comportamentista/praticone/sussurratore che ci possa aiutare a farle superare la paura degli estranei che è, e rimane, il problema pricipale. Soprattutto quando siamo in passeggiata.
Perché, dimostrando doti da escapologa di altissimo livello, sembra essere in grado di liberasi da qualsiasi tipo di pettorina. Ne abbiamo già cambiate tre, tutte rigorosamente ad H, ma il risultato non cambia. Se va in crisi di panico acuta, e ormai capita solo nei casi in cui gli stimoli sono molteplici (gruppi diversi di persone, bici, macchine, magari qualcuno che alza la voce) e contemporanei, rincula e salta fino a liberarsi.
Ci è riuscita completamente una volta sola e sono bastati un “Ferma” e un “Vieni” per farla tornare. Ho davvero ringraziato tutto il lavoro fatto al campo, perché corre come un levriero e non l’avrei mai presa. Prima però ha attraversato di corsa una strada su cui, per fortuna, non stavano passando macchine. Ma non deve più succedere. Mi è costata dieci anni di vita.
Ora, oltre alla pettorina, le metto anche un collare a strangolo in modo da poterla sempre bloccare. Qualche giorno fa, vicino al bordo del marciapiede, mi sono reso conto che lo strangolo avrebbe chiuso troppo tardi e sarebbe comunque finita in strada… l’ho presa per la pettorina e me la sono caricata di peso in braccio. Ha pensato che volessi giocare e ha cominciato a leccarmi la faccia. Che carina la mia ‘piccola’ di 30 Kg.

Fino ad ora abbiamo visto un educatore, un addestratore e un gentilista. Che, in maniere molto diverse, hanno praticamente tutti ammesso di non saper da che parte cominciare.
Ora abbiamo un nuovo contatto il quale, però, implica una breve trasferta che, per vari motivi, dobbiamo rimandare per un po’.
Ma se non ci sono stati cambiamenti che l’ho scritto a fare ‘sto articolo?
Be’, grossi miglioramenti in Afra non ci sono stati, ma è innegabile quanto lei abbia influenzato noi.
La cosa che mi ha più impressionato è che Gatto Leo, il piccolo di casa (di cui avevo scritto tempo fa) che tanto piccolo ormai non è più, ha imparato il ‘canese’.
La prima volta che li abbiamo messi assieme lui si è avvicinato frontalmente, Afra si è leccata le labbra, ha sbadigliato e poi si è abbassata sulle zampe anteriori invitandolo al gioco. E lui è scappato a gambe levate. Dopo poco ho notato invece che si avvicinava alla cana a semi cerchio. Lei si lecca e lui sbadiglia di rimando, o viceversa, arriva facendo le fusa e si abbassa sotto il suo muso. Poi partono agguati, salti e inseguimenti, oppure semplicemente si colano uno sull’altro e si leccano per un po’.
Sono semplicemente inseparabili, li puoi trovare che guardano fuori dalla finestra oppure acciambellati sul divano uno a fianco all’altro.
Ovviamente il gattino esattamente al centro e la cana rincantucciata di lato.

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9 Commenti

  1. complimentissimi!
    🙂

    i passi indietro ogni tanto servono per esser più sicuri dei passi in avanti… se si procede troppo speditamente magari non ci si accorge di aver fissato male qualche idea nel cane!
    😉

    se la portate in un bosco come si comporta? si mette su qualche traccia? cerca il selvatico?

    • Non so se cerca il selvatico, ma cercare cerca, eccome 🙂 Non solo nei boschi, anche se ho l’impressione che lo faccia solo quando siamo io e lei da soli… se ci sono altri cani o persone è più interessata alla compagnia.

      • Dille da parte mia che ha fatto un balzo da gigante a buttarsi alle spalle le paura sia del campanello che degli amici in visita!Per lo “sgusciamento” e fuga, hai provato con la pettorina con maniglia incorporata?

        • Sì, è una di quelle che abbiamo provato. Se l’è sfilata subito… la migliore, per il momento, è quella che indossa nella prima foto, ma non è affidabile al 100%

  2. Anche la mia ha avuto un passato burrascoso. Per un periodo ha sofferto di attacchi di panico. In quella situazione le mettevo il guinzaglio a strozzo con l’estremità agganciata sulla pettorina. Pettorina rigorosamente con maniglione perchè quando si “liquifaceva” dalla paura l’unico modo per tirarla su (a peso morto 33kg non sono uno scherzo) era sollevandola dalla maniglia della pettorina. Agganciare il guinzaglio in questo modo era cmq sicuro e a seconda della necessità potevo fare usare lo strozzo o la pettorina. Tuttavia in un attaco di panico una volta è riuscita a sfilarsi guinzaglio su collare e pettorina con una mossa degna del mago Udini.
    Nonostante ciò, tanta pazienza, tanti errori, tanto affetto e la mai cagna ha superato gran parte dei suoi pb.
    La cosa che l’ha aiutata di più è stato giocare, quando aveva gli attacchi di panico cercavo cmq di farle fare un passo in più rispetto alla volta precedente cercando di non farle superare il “limite di non ritorno” e dandole nel contempo uno stimolo che la interessasse e la distogliesse dalla paura e a volte iniziavo a canticchiare.
    Ho iniziato a costruirle dei giochi di attivazione (quelli in commercio sono abbastanza noiosi), su di lei hanno avuto risultati strabilianti. Non voleva più uscire di casa, le ho insegnato ad aprire la porta usando una corda sulla maniglia e nell’eccitazione del gioco per cercare i premi oltre la porta dimenticava la paura apriva la porta e usciva fuori. Adesso ha imparato che quando ha paura (ormai succede raramente) viene da me e insieme cerchiamo un “riparo” e ci allontaniamo dalla fonte della paura, non è stato semplice ma adesso riesco a gestirla in caso di panico. Non sò neanche come ci siamo riuscite però ad un certo punto lei ha “svoltato”. Continuo ad usare la pettorina (la presenza della maniglia mi dà sicurezza) e quando metto 2 dita sotto la maniglia lei sà che io voglio che continui a camminare.

    Pazienza, pazienza, pazienza, gioco, gioco, gioco, mi sono anche imposta di avere poca pietà e di forzarla se necessario. Cosa abbia funzionato non lo sò, ti auguro di trovare presto la vostra strada.

    • Sì, anch’io sto usando lo stesso sistema dello strozzo fissato alla pettorina, come estrema ratio. In effetti, anche senza maniglia, alla fine in caso di difficoltà infilo la mano nella parte superiore della pettorina e ottengo lo stesso risultato. Lei però non si cola, salta…

      Sul gioco ci stiamo lavorando: all’inizio proprio non esisteva giocare con noi, era una attività riservata agli altri cani e a Gatto Leo. Ho cominciato a mettermi in mezzo, quando li vedevo giocare, e piano piano ha cominciato a interagire anche con me. Tra l’altro è stato molto utile per insegnarle il Lascia quando ha qualcosa in bocca che non dovrebbe avere (non mi riferisco al gatto, ma a cose raccolte in giro).

      Daniela, mi piacerebbe molto parlarti in privato, vista la similitudine delle problematiche che hai affrontato con quelle di Afra. Posso chiedere a Valeria di darmi la tua mail?

      • Ciao, sinceramente non credo di poterti essere molto utile, io di cani non sò sostanzialmente niente, sò qualcosina della mia perchè si sforza così tanto di farsi capire che alla fine qualcosa intuisco.
        Per me ogni cane è un mondo a sè non sono in grado di dare consigli.
        Il mio commento voleva essere solo una testimonianza del fatto che anche se in alcuni momenti sembra di non riuscire a venirne fuori (soprattutto quando ci sono delle ricadute) alla fine cmq dei risultati si ottengono.
        Nel mio caso è stato di grande aiuto il libro “Comunicare con il cane” di Valeria e la Peyrani. Il libro per me è diventato una sorta di bibbietta da consultare di tanto in tanto. A parte spunti e consigli di vario genere (chicche che non trovi da nessuna altra parte), nel libro c’è la storia di Aysha (un meticcio di maremmano della Peyrani). Leggere la storia di Aysha mi ha aiutato molto, mi sono resa conto che, anche una persona che di cani ne sà davanti a una situazione particolare può avere più di un momento di sconforto.
        Ho il mio cane da 3 anni e mezzo, l’ho raccattata ad un anno di età (+o-)su una spiaggia abruzzese, in una freddissma sera di inizio gennaio, il proprietario del camping mi disse che era lì da 5 mesi. Un anno fà un addestratore mi disse che secondo lui il mio cane non era stato mai picchiato perchè non mostrava segni di paura, secondo lui il cane era solo schivo… sue testuali parole sono state: recuperare/rieducare un cane è complicato anche per gente che ne capisce (sottinteso… tu non ne capisci quidni tu non puoi aver recuperato il cane ne segue che il cane non è stato mai maltrattato). Da ex abruzzese ti posso garantire che i randagi non vengono trattati bene, e quando ho trovato la mia camminava seduta con la punta della coda che le toccava il mento nonostante la posizione di “supplica” del collo… Ma questo è solo un esempio, mi sono trovata anche di fronte a persone (che vantavano varie competenze…), che sostenevano che ormai è passato abbastanza tempo quindi il cane non dovrebbe mostrare più segni di insofferenza se ne mostra è colpa mia (non sono sufficentemente leader, la tratto con troppo ammmore, la proteggo troppo, etc)…
        Ripeto, la svolta è stato il libro di Valeria, lì ho capito che anche una persone che ne capisce ma che vive tutti i giorni con il quadrupede maltrattato ha le sue difficoltà ed è stato un sollievo perchè ho smesso di sentirmi inadeguata ed ho cominciato a fidarmi del mio istinto, se qualcosa non andava bene per il cane cercavo di non ripeterla più e punto, tutto le situazioni in cui il cane mostrava miglioramenti cercavo di ripeterle. Quanto all’aiuto di addestratori vari… io ho preso da ognuno quello che sembrava si adattasse meglio al mio cane e al mio rapporto con il cane. Ti consiglio di partecipare agli stages di Valeria (è un’altro mondo).
        Sono state interessanti, le classi di socializzazione (premetto che il mio cane è sempre andato d’accordo con altri cani), le faceva bene vedere le persone che coccolavano i cani, ad ogni cane il suo padrone e ad ogni cane la sua razione di coccole (e non maltrattamenti)! Tieni conto che gli addestratori vedono i cani solo in campo e spesso i cani in campo si comportano in modo completamente diverso, mostrano determinati “sintomi” solo in determinate situazioni non ricreabili in campo.

        Non sono in grado di dirti altro, davvero le mie conoscenze di cani si fermano alla mia (e anche la mia ogni giorno è una sorpresa), forse ti potrebbe essere più utile qualche consiglio della Peyrani visto che ha avuto problemi analoghi.

        Se vuoi comunque contattarmi è più facile che tu mi possa trovare su skype (d.accettella).

        Saluti
        Daniela

        • Grazie Daniela, in effetti più che alla ricerca di consigli, che via web sono davvero difficili da dare, ero curioso di sentire la vostra storia per capire se potevo prendere qualche idea da adattare alla nostra situazione. E in effetti non sbagliavo, diversi spunti me li hai dati, non ultimo il libro di Valeria che vedrò di procurarmi velocemente.
          Grazie, magari se capita comunque un saluto via skype te lo faccio.
          Mario

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Mario Giovannini è nato a Vercelli nel 1968, dove vive tuttora con quattro gatti, un cane, tre chitarre e una moglie molto paziente. Giornalista, scrittore, fotografo e musicista, si occupa di editoria da più di vent’anni, conciliando la professione di editor responsabile dei contenuti di una piccola casa editrice con l’attività di giornalista free lance per alcune delle più prestigiose riviste del settore musicale italiano.