combattente_puro2di LUCA ISPANI –  Fece veramente freddo quell’anno:  tuttavia Eugenio, con l’esperienza da senzatetto che aveva da diversi anni, riuscì a sopravvivere.
Era un uomo di tempra, alto, forte, la testa massiccia e le braccia d’acciaio grazie alla sua esperienza lavorativa di muratore. Un uomo magari rude e rozzo, ma dal cuore buono e dall’animo gentile; se si arrabbiava – e capitava di rado – era per difendersi, perché, quando sei in balia del mondo, esso ti trascina giù con sé se non sei sufficientemente forte e duro per lottare su ogni cosa e ogni volta che ti si presenti il motivo per farlo.
Poteva avere circa cinquant’anni e aveva trovato rifugio nei vari posti della città che i senzatetto usavano per ripararsi; se era particolarmente fortunato si imbatteva in una casa abbandonata, e acceso un fuoco sfavillante nel vecchio camino vi si raggomitolava come i gatti fino all’alba del mattino seguente.
Finalmente la primavera stava facendo capolino e si vedeva in tutto, nel germogliare di fiori e piante, nel bluastro delle montagne dietro la città e nel riflesso argenteo del fiume che la tagliava in due.
Era quello il suo posto: girava sul lungofiume per tutta la giornata, suonando arie dei suoi tempi e dei suoi luoghi con l’armonica, chiedendo l’elemosina quanto bastava per potersi sfamare.
Il denaro era sempre poco, ma sufficiente a sopravvivere; era tempo di crisi e lui lo sapeva bene avendo perso il lavoro e la famiglia, poiché da eccellente marito e padre che era sempre stato era diventato schiavo dell’alcol, incapace di fermare questo circolo vizioso che ogni giorno di più lo faceva piombare nell’abisso più estremo e brutale.
Non aveva mai alzato un dito verso la moglie e i due figli; ma la donna, temendo il peggio, aveva pensato di prendere i bimbi ancora piccoli e ritornare al paese natale a più di 800 km di distanza, sparendo praticamente per sempre.
Dopo aver incassato il colpo senza non poca fatica, Eugenio si era ritrovato solo, senza casa, senza soldi: gli era stato portato via tutto quello che aveva. Non si era mai ritrovato in una situazione simile e all’inizio era intontito, stranito: ma non si perse d’animo, quello mai. Avrebbe riconquistato la sua famiglia in ogni modo possibile, attendeva solamente un’occasione per poter dimostrare che poteva farcela, che nulla era perduto, che si poteva combattere, lottare per ciò che si credeva e realizzare i propri sogni. Nel frattempo, però, doveva vivere come poteva di elemosina e di stenti.
Un mattino come tutti gli altri stava aggirandosi nei vicoletti che portavano al lungo fiume. Era l’alba e lui amava vederne  i riflessi che creava nello scorrere dell’acqua agitata. Andava sempre a dare il buongiorno al fiume prima di iniziare la giornata: era per lui una sorta di rito, un portafortuna a cui aggrapparsi.
Svoltato verso una zona del centro storico che conosceva poco si era imbattuto in qualcosa mai visto prima: c’erano degli uomini disposti in cerchio, saranno stati forse una ventina, che guardavano due cani combattere. Uno di dimensioni notevoli, di un nero lucente, l’altro decisamente più piccolo di altezza, ma dal petto largo: era di un bianco sporco e aveva pezzature di pelo nero. Si fermò un istante a guardare, benché quello spettacolo gli desse decisamente il voltastomaco. Come si poteva permettere uno spettacolo simile? Come si poteva tollerare che due esseri viventi si scannassero in modo così brutale?
Si allontanò quasi subito, ma quel pensiero e la vista del sangue di quelle due povere bestie lo tormentò tutto il giorno; aveva sempre davanti agli occhi quelle scene di violenza inaudita.
Dopo aver meditato a lungo pensò, il mattino seguente, di rivolgersi a un vigile urbano che lo aveva sempre aiutato, chiaramente come poteva, a non morire ne’ di freddo ne’ di fame, elargendo elemosine sempre generose e parlando con lui di tutto; lo poteva definire un amico dunque, una persona di cui fidarsi. Inoltre era di animo buono e soprattutto, non va dimenticato, i combattimenti erano vietati, sia tra cani sia tra altri animali, quindi quello a cui aveva assistito era un reato. Quando il giorno dopo si incontrarono gli descrisse ciò che aveva descritto stando bene attento a ricordare tutto, compresa la fisionomia delle persone che si accalcavano per seguire il sanguinario evento. Decisero insieme di trovarsi all’alba per qualche giorno nello stesso punto per vedere se la scena eventualmente si fosse ripresentata, ma  incredibilmente… niente.  Arrivarono a pensare che forse avessero un briciolo d’umanità e facessero riposare e curare gli animali, tuttavia Eugenio era piuttosto pensieroso e la pensava in un modo diverso. Lui era convinto che cambiassero cani e luogo ogni volta per non essere individuati e scoperti. Espose le sue teorie all’amico, che annuì promettendogli una ronda all’alba lungo i carruggi del quartiere che portavano al lungo fiume. Così passarono i giorni, l’aria primaverile si percepiva nelle cose, nelle persone, nei pomeriggi che si cominciavano a scaldare. Eugenio nel frattempo si spostava di luogo in luogo per l’elemosina, o alla stazione per aiutare le persone con le valigie in cambio di qualche spicciolo. Cominciava un periodo piuttosto redditizio, tra studenti e pendolari: egli tuttavia non smetteva di pensare a quell’immane atto di violenza a cui inavvertitamente aveva assistito. E all’alba di un mattino di aprile gli apparve per la seconda volta.  Riconobbe le stesse persone e un cane enorme che stava massacrando un cane più piccolo: questi era potente e veloce, ma il suo coraggio e la sua determinazione si scontravano con lo strapotere fisico dell’altro animale.
Appena videro Eugenio, due uomini  corpulenti gli si pararono davanti chiedendogli cosa volesse e come mai fosse lì: ma il barbone non fece nemmeno in tempo a rispondere che si levò un grido: “Scappate, scappate, arriva la polizia !”.
Tutti intesero e cominciarono a disperdersi lasciando esanime, a terra e pieno di sangue, il cane sconfitto. Eugenio, appena lo vide, trattenne a stento le lacrime e insieme alla pattuglia provarono subito a chiamare il soccorso veterinario per poter prontamente agire sulla povera bestia. L’intervento fu quasi immediato e il veterinario porse subito le prime cure al malcapitato animale: dapprima per strada, successivamente in ambulatorio. Ci vollero veramente un sacco di ore, quasi otto, per operarlo tagliando e cucendo: ma sebbene fosse parecchio malconcio, il veterinario riuscì a salvarlo. Eugenio corse a prendere il suo fondo di emergenza, ossia quel denaro che gli avanzava dall’elemosina, tolto il cibo e le necessità primarie.
Voleva aiutare quel cane a tutti i costi e portò dal veterinario circa 600 euro, raccolti dopo anni di vita da senzatetto. Entrò nell’ambulatorio col denaro e scorse il  veterinario che guardava l’animale con occhio esperto. Disse: “Di solito usano cani di razza per queste nefandezze, cani di tipo molossoide. Per la struttura potente, ma limitato in altezza, direi che potrebbe essere uno staffordshire bull terrier: ce n’è qualcuno da queste parti che è mio paziente”.
Il senzatetto ascoltò affascinato e porse i soldi al veterinario, che li rifiutò categoricamente dicendo che non tutto si fa per denaro…qui si trattava di salvare una vita, anzi propose ad Eugenio di tenersi il cane una volta ristabilito portandolo ogni tanto al controllo e alle vaccinazioni in forma assolutamente gratuita.
Il povero clochard non riusciva a crederci: c’erano ancora delle persone di cuore al mondo! Così rimasero d’accordo che Eugenio avrebbe tenuto in affido la povera bestiola mentre il veterinario avrebbe provato a cercare una famiglia adeguata e per bene che si sarebbe presa cura di lui.
Passò una settimana e Sam, questo era il nome scelto da Eugenio per il cane in ricordo di suo figlio Samuele, migliorava ogni giorno di più, facendo progressi da gigante e ristabilendosi completamente. In circa tre settimane riacquistò tutto il suo vigore.
Era bellissimo, aveva riacquistato un biancore lucente e aveva tre pezze nere lungo il dorso; era veramente un esemplare eccellente ed era proprio uno staffordshire di razza purissima, forte e bilanciato.
Quando Eugenio lo prese in consegna, il cane si dimostrò estremamente diffidente, ma dentro di lui già cresceva l’idea che il senzatetto non sarebbe stato come i suoi aguzzini. Seguiva sempre il nuovo amico, non aveva bisogno di guinzaglio, però Eugenio glielo dovette comprare poiché non si potevano tenere i cani liberi per strada.
Il tempo scorreva davvero veloce, ora, e arrivò in un batter d’occhio l’estate. Eugenio andava a dormire sotto i ponti del fiume dove tirava un alito d’aria, stendeva la sua coperta tutta rabberciata piena di toppe e si stendeva insieme a Sam, che ora ricambiava i suoi sguardi e una sera, mentre egli dormiva, si svegliò baciando sul naso il senzatetto.
L’amore di Sam verso il suo salvatore cresceva ogni giorno di più insieme alla consapevolezza di essere il suo cane e di avere un padrone affettuoso e incredibile che cercava di dargli comunque il meglio che poteva, mentre per lui il meglio era stare più tempo possibile con Eugenio.
Lo seguiva ovunque e in qualsiasi cosa egli facesse: così passarono i giorni e perfino l’estate finì, tuttavia la stagione continuò a mantenersi bella calda. Eugenio e Sam erano davvero diventati inseparabili, due compagni che affrontavano insieme un duro viaggio, entrambi pieni di cicatrici lasciate dalla vita ma con il cuore talmente pieno d’amore l’uno per l’altro che il passato sembrava una storia vecchia, sentita raccontare.
Erano soliti andare nel  posto di Eugenio per le elemosine, che diventavano molto più generose perché le persone interagivano con Sam che ora considerava gli umani che lo avevano quasi annientato come amici, interagiva volentieri con loro, era innamorato pazzo dei bambini, giocava e si faceva coccolare e accarezzare per tutto il tempo, suscitando ogni tanto un sentimento di velata gelosia in Eugenio che avrebbe voluto il suo amico tutto per sé. Il vigile urbano passava sempre a salutarli e andavano dal veterinario per i controlli, tanto che Sam imparò a conoscere la città così bene che poteva arrivarci da solo. Tutti restavano meravigliati da questo legame che nel tempo si rafforzava in un modo incredibile:  Sam era diventato il combattente dal cuore d’oro, pronto a difendere il suo padrone e amico da tutto e tutti.
Poi l’inverno calò sulla città e fu davvero pungente e intenso; cadde tanta neve poi ghiaccio, temperature a dir poco polari, un vento gelido sferzante arrivava dalle montagne grigiastre e il cielo quasi sempre biancastro non prometteva nulla di buono.
Una notte, in cerca di riparo caldo, Eugenio nel camminare cominciò ad avvertire uno strano ma acuto dolore allo stomaco. La testa gli doleva e gli girava, non riuscì a camminare con la solita andatura e rallentò decisamente; Sam dentro di sé avvertì che qualcosa non stava andando per il verso giusto, poi all’improvviso Eugenio cadde come un sacco a terra, senza muoversi.
Sam gli stette vicino, girandogli attorno come impazzito: ululava, abbaiava, poi guardò dov’era… ma sì, era vicinissimo al veterinario amico di Eugenio!  Allora cominciò a correre, correre e quando arrivò sotto casa del medico cominciò a latrare e abbaiare molto forte. Il veterinario, svegliato improvvisamente, si precipitò a vedere cosa era successo; Sam appena lo vide cominciò a correre fermandosi per abbaiargli, il veterinario capì e corse anche lui in pigiama in quella notte gelida. Mentre correva piangeva, capiva dentro al suo cuore che era successo qualcosa di irreparabile: trovarono Eugenio oramai senza vita, gli occhi aperti trasudavano sofferenza, patimenti, le lunghe notti all’addiaccio come i pastori. Solo Sam era riuscito a fargli tornare il sorriso, solo lui.
Chiamarono medico e ambulanza che servì solo a constatare il decesso per attacco cardiaco; Sam non si mosse da Eugenio e quando vollero portarlo via abbaiò e ringhiò con tutta la veemenza che aveva in corpo, non glielo permise, rimase a baciare il suo padrone per delle ore intere, tanto che il veterinario congedò tutti e rimase solo con Sam accanto al povero senzatetto morto.
Quando, dopo svariate ore, permise a Eugenio di essere portato via, Sam rimase delle ore fermo immobile nello stesso punto, annusando nella neve l’odore dell’amico.
Il medico lo portò poi con sé in casa sua e quando Eugenio trovò pace con la sepoltura Sam, imparata la collocazione della tomba, volle andarci tutti i giorni e tutti i giorni ripercorrere quelle strade che con il senzatetto aveva solcato ogni giorno giocando e scherzando.
Sam non trovava pace; aveva capito cosa era successo, ma non riusciva a farsene una ragione. I giorni passavano lunghi, senza fine: diventarono mesi, finché un giorno alla porta del vecchio medico bussò un bambino. Vedendolo senza animali l’uomo prima stentò a capire, ma poi lo fece entrare.
Il bambino si avvicinò a Sam e gli disse: “Mi chiamo Samuele, sarò il tuo nuovo amico se vorrai, come tu lo sei stato per mio padre”.
Sam indugiò un po’, annusandolo: sentiva Eugenio e le sue carezze in lui, non capiva perché ma le sentiva, quindi docilmente seguì il bimbo e la madre, che era stata in disparte, verso una nuova avventura, portando sempre con sé un povero senzatetto nel cuore… il suo migliore amico.

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