storia_capodannodi VALERIA ROSSI – Io sono Bob. O almeno, è così che mi chiamavano tanto tempo fa, quando vivevo ancora con gli umani. Poi è successo qualcosa, non so cosa, e un giorno gli umani non ci sono stati più. Non “quegli” umani, perlomeno: quelli che prima erano sempre stati con me.
Non so cosa sia successo.
Sono un cane e i cani sanno un sacco di cose, ma non tutte. E questa non la so.
So solo che è stato brutto, che ha fatto paura:  prima eravamo un branco, poi c’ero solo io. Nessuno mi diceva più cosa dovevo fare ed io non lo sapevo. Mi mancavano quei loro musi strani, le mani, le voci, i suoni buffi che facevano quando mi rotolavo sulla schiena o quando mi tiravano la pallina. Mi mancava tutto. Vivevo in una specie di vuoto che non sapevo come riempire.
Così, all’inizio, mi limitai ad aspettare che passasse.
Aspettai, aspettai, aspettai finché a quel vuoto che non riuscivo a spiegare (e che non si riempiva mai) se ne aggiunse un altro che invece sapevo spiegare benissimo: era quello che stava dentro al mio stomaco.
Allora capii che c’era una cosa che dovevo fare anche se non me l’aveva chiesto nessuno: sopravvivere.
E lo feci.
D’altronde sono un cane, io.  Ho zampe robuste e veloci, zanne possenti, cervello pronto.
Ce la potevo fare, ce l’ho fatta.

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***

Sono passati tanti soli e tante lune e tante stelle, dal giorno in cui il mio branco è sparito: quello che gli umani chiamano “tempo”  e che noi non chiamiamo in nessun modo, ma sappiamo che è una cosa che si porta via tutto, anche i vuoti.
Escluso quello nello stomaco, perché quello lì non basta aspettare che si riempia: bisogna darsi da fare e provvedere in proprio.
Be’, magari non esattamente “in proprio”: e infatti la cosa che mi sembrò più logica, all’inizio, fu quella di fare come avevo sempre fatto. Chiedere cibo a quelli con due zampe.
D’altronde ne incontravo un sacco. Non erano i miei, ma non vedevo perché non dovessero essere amici miei: così chiesi, chiesi e chiesi… e qualche volta ottenni, ma poco.
Qualche umano mi dava pezzetti (piccoli) di cose buone, qualcun altro mi abbaiava contro suoni come “canedimerda” o “pussavia”.  Poi, una volta, uno mi colpì con un piede durissimo proprio qui sul fianco: così capii che gli umani erano come i cani, qualcuno amichevole ma qualcuno anche no.
Solo che, quando un cane ce l’ha con me, me lo dice prima e io posso scegliere se lottare o scappare, o far finta di niente e allontanarmi con grande dignità e salvando la faccia: invece gli umani menano senza preavviso.
Il che non è bello e neppure onesto.
Per questo, dopo quella volta, decisi che non era più il caso di fidarsi di quelli con due zampe.
Troppo subdoli.
Non mi sono più lasciato toccare da nessuno di loro.
Ho preferito cercare la compagnia di altri cani e dopo un po’ ho trovato anche un branco: erano in  quattro, simpatici.
Mi accettarono senza troppe discussioni, poi mi portarono a conoscere un’umana col pelo corto e bianco che ci dava del cibo e parlava tantissimo con noi.
Non ho mai capito proprio tutto l’umanese, io: però certi suoni sì.
“Ciaobello”, “bravocagnolone”, “eccolapappa”, erano parole che sapevo.
“Vorrei portarvi tutti a casa con me, ma non posso” invece non ho mai capito cosa volesse dire, però l’umana ce lo diceva quasi tutti i giorni e suonava come una cosa buona.
Mi sono lasciato anche toccare da quell’umana, perché non era subdola e mi piaceva, a parte il fatto che puzzava di gatto.
Anche i gatti sono sudboli.
Una volta che avevo proprio fame, prima che incontrassi il mio nuovo branco, ho provato a prenderne uno: non è che ci sperassi molto, perché i gatti schizzano via veloci e corrono su in verticale (noi non siamo capaci), oppure si infilano nei buchi strettissimi (noi non ci passiamo). Era un bel pezzo che avevo rinunciato a considerarli come prede cacciabili, ma quella volta lì il gatto non schizzò via per niente. Restò fermo immobile come se mi chiedesse proprio di mangiarlo, per favore.
Allora mi avvicinai, tutto deciso ad accontentarlo, e un secondo dopo il gatto non c’era più e io avevo tutto il muso a strisce che bruciavano da impazzire e perdevo sangue dappertutto.
I gatti non sono sotanto subdoli: stanno anche sdraiati sopra a coltelli affilatissimi che tirano fuori all’improvviso. E quando sembra che ti chiedano di mangiarli, in realtà hanno intenzione di farti a fette per poi mangiare te.
Però l’umana, anche se puzzava di gatto, non sembrava armata di coltelli né di altro: così le permisi di toccarmi e fu bello, anche se mi fece venire un attacco di nostalgia dei miei umani di un tempo e per tutto il resto del giorno ebbi voglia di mordere quei pensieri. Solo che i pensieri non si lasciano mordere perchè stanno dentro la tua testa, e per morderli dovresti morderti la testa da solo e questa non è una cosa molto intelligente da fare. Non per un animale geniale come un cane.
Intanto è passato dell’altro tempo e io sono di nuovo solo.
“Quasi” solo, perché l’umana c’è ancora e mi dà ancora da mangiare e da bere. Però il mio nuovo branco non c’è più, e anche loro non so dove siano finiti.
Possibile che gli amici a me spariscano sempre tutti così?
L’umana l’altro giorno mi ha detto: “Sei stato fortunato, quando è arrivato l’accalappiacani non c’eri”, però era una frase troppo lunga e non ci ho capito niente.
L’unica cosa che ho capito è che c’era di nuovo un vuoto da riempire: ma stavolta non ho fatto neppure in tempo a diventare triste, perché all’improvviso è arrivata Lei.
Cioè… più che arrivare in modo normale è apparsa di colpo, abbaiando a raffica. Me ne ha dette di tutti i colori quando sono passato per la prima volta davanti al posto in cui vive, che è un posto con degli alberi e delle panchine e con una dannatissima rete tutta intorno, che mi impedisce di toccarla e di invitarla a giocare e di fare tutte le cose che un cane dovrebbe poter fare per dire a una che si è preso una cotta bestiale.
Non che Lei, i primi giorni, sembrasse molto disposta a lasciarmi dire qualcosa: ogni volta che passavo di là (e ormai ci passavo in continuazione) mi abbaiava di andare via subitissimo, perché quello era il suo territorio e non voleva intrusi nei dintorni.
Però aveva un profumo, gente… un profumo!!!  Se un naso potesse parlare, credo che il mio avrebbe declamato poesie fin dal primo istante in cui l’ho annusata.
E dire che non sono mai stato un sentimentale, io. Sempre stato più il tipo da “coraggio, bambola, sbrighiamo questa pratica e poi ognuno per la sua strada”.
Però, stavolta, è tutto diverso.
Non sento neanche il bisogno di sbrigare nessuna pratica, perché non è “quello” il tipo di profumo che sento. E’ una cosa tutta diversa, una cosa che mi fa arricciare il pelo e sentire dei suoni come quelli che fanno gli uccellini quando la neve si scioglie: solo che non ci sono uccellini, è tutto nella mia testa.
E’ amore, amore, Amore! E’ così che si chiama, ‘sta roba qua.  Sono innamorato.
E anche Lei l’ha capito, credo: perché dopo un po’ ha smesso di abbaiarmi addosso.
Cioè… a dire il vero ha smesso perché non le sono più passato proprio davanti-davanti: stavo dall’altra parte della strada, mi sedevo lì a guardarla e ad aspirare quel profumo che mi mandava fuori di testa e spazzavo tutto il marciapiedi con la coda, ma non apposta. E’ che, quando la vedo, la coda mi parte proprio per conto suo.
Ora, da qualche giorno, mi guarda anche lei. Senza più abbaiarmi. E nel suo profumo sto sentendo qualcosa di diverso da prima: non più “vaivia vaivia vaivia”, ma “forse mi piacerebbe conoscerti”.
Dovrei annusarla più da vicino per esserne proprio sicuro, gli odori a distanza non è che si possano proprio tradurre bene: però a me sembrava di capire quello.
E così, ieri sera, l’ho fatto.  Ho trovato il coraggio.
Ho attraversato la strada, guardando bene prima da una parte all’altra perché i miei umani mi hanno insegnato che sulla strada passano delle cose velocissime che si chiamano “macchine”, e che se ti vengono addosso ti fanno malissimo.
Ho attraversato e sono arrivato vicino alla rete e Lei non mi ha abbaiato. Mi è venuta vicino, così vicino che i nostri nasi si sono quasi sfiorati. Ahhhhhhhhhhhhh!!!  Che cosa indescrivibile… e infatti non ve la descrivo, perché non si può.
Vi dico solo che ho sentito un PATAPUM! dentro – credo fosse il mio cuore, o forse il mio stomaco. O tutti e due – e che la mia coda è schizzata a mille all’ora e che Lei ha fatto un passo indietro e io mi sono fiondato in avanti e spaf! ho dato una nasata nella rete, questa dannata rete, questa maledettissima rete che non mi lascia arrivare vicino a Lei.
Per adesso, però. Solo per adesso.
Perché io sono un cane: ho zampe robuste che qui non servono a un tubo, visto che la rete è infilata dentro a un muro troppo duro per poterlo grattare via… ma ho anche zanne possenti che invece servono eccome, visto che la rete sono quasi riuscito a mangiarmela via.
No, vabbe’, non tutta: un pezzettino. Ma se stasera ne mordo ancora un po’, sarà un pezzettino largo abbastanza da lasciarmi entrare. In fondo non sono molto grosso: purtroppo non sono neanche molto piccolo.
Certo, sarebbe più facile far uscire Lei, che è la metà di me.
Lei, volendo, potrebbe uscire anche adesso, dal buco che ho già fatto: solo che non vuole.
Perché Lei non è come me. Lei è sempre vissuta in quel posto con gli alberi e le panchine, ma dietro agli alberi e alle panchine c’è una casa con dentro degli umani. Lei ce l’ha ancora, un branco di umani, e capisco che non voglia allontanarsi da loro: neanch’io mi sarei allontanato dai miei, se avessi potuto scegliere.
Comunque non c’è problema, perché adesso mordo ancora un po’ di rete e poi entro.
Non c’è bisogno che esca Lei, vado dentro io! Ho già la coda che parte per conto suo solo al pensiero di come sarà annusarla da vicino, posarle il muso sulla schiena, giocare a rincorrersi… io questa qui la amo, la amissimo!
E non posso più aspettare: dev’essere stasera, stanotte. Che è anche una notte strana, speciale: si chiama “nottedicapodanno”. Me l’ha detto l’umana col pelo bianco, prima, quando mi portato il cibo: e stavolta ho capito cosa intendeva, perché di nottidicapodanno ne ho passate tre con i miei umani di un tempo.
Le conosco benissimo. So che c’è un sacco di silenzio… e poi, di colpo, saltano fuori un sacco di luci e di rumori fortissimi e di colori che la prima volta mi hanno perfino spaventato, perché non sapevo cos’erano: ma poi ho visto gli umani che ridevano e si abbracciavano e giocavano con me, e allora ho capito che la nottedicapodanno è una cosa bella che si fa tutti insieme, un po’ come quando noi cani troviamo una carogna in un prato e ci strusciamo tutti sopra per profumarci di buono (non buono come il profumo di Lei, però buono).
E’ una cosa in cui gli umani si divertono un sacco: ma io non ho più umani con cui condividerla, e poi sono innamorato e l’unica cosa che voglio, stanotte, è arrivare finalmente da Lei.
Mi do da fare, attacco la rete, uccido la rete. Manca pochissimo, ormai!
Lei mi guarda con una faccina buffa, con la testa piegata da una parte e le orecchie che fremono: vorrebbe chiedermi delle cose, ma io non posso risponderle finché non saremo davvero vicini.
Anch’io vorrei sapere come si chiama, quanti anni ha, se le piaccio davvero o se l’ho solo incuriosita… ma devo aspettare, perché queste cose noi possiamo dircele solo con gli odori e per sentire proprio tutti i suoi devo riuscire ad entrare.
Ormai ci sono quasi: ancora qualche morso… e intanto, ecco che comincia il casino!
Un colpo qua, una luce abbagliante là… è iniziata la nottedicapodanno, chissà se i miei umani si divertiranno come quando c’ero io. Chissà se gli manco.
Mi perdo solo un attimo dietro a questi pensieri, poi guardo Lei. Ha abbassato le orecchie, si guarda intorno come spaesata: forse ha paura, forse questa è la sua prima nottedicapodanno. Allungo il muso per dirle che non deve preoccuparsi, che non è niente, sono solo gli umani che si divertono a modo loro… ma non faccio in tempo, perché il mondo di colpo sembra esplodere.
Non è un botto, è un boato.
Un rumore che riempie il cielo, la terra, che mi fa vibrare dalla punta del naso a quella della coda.
Dura un’eternità, in quell’eternità cerco Lei: ed è una Lei tutta diversa da com’era solo un momento fa.
Ha le orecchie sparate indietro, gli occhi grandissimi, enormi, i muscoli che tremano tutti: di colpo scatta nella mia direzione, velocissima, una freccia fulva che si scaraventa fulminea proprio verso il buco nella rete.
Allora… ha deciso di venire lei da me? Ma cosa…?
Sono troppo stranito per capire quello che sta succedendo. E poi succede tutto così velocemente che forse non potrei impedirlo neppure se capissi.
Lei salta dentro al buco, resta impigliata in qualcosa, solo per un attimo: poi si divincola, spinge con i posteriori, passa da questa parte… ma non si ferma da me. Corre via, corre più veloce di un gatto che corre.
L’odore che mi arriva, quando mi passa accanto, non è più il suo profumo: è paura, è terrore, mentre lei corre verso la strada e… no, NO!
La strada no, ci sono le…

***

E’ l’alba.
Credo.
L’alba del giorno dopo, l’alba di mille anni dopo. Che ne so.
C’è luce, ma non sono più le luci della nottedicapodanno: è luce normale, luce del sole, luce che illumina una macchia rossastra in mezzo all’asfalto, là dove fino a poco fa c’era Lei.
Ora non più.
L’hanno portata via, non so dove, non so come.
Sono usciti degli umani, dalla casa dentro il posto di Lei: umani che facevano suoni acuti, umani con i musi tutti bagnati.
Sono usciti e l’hanno portata via: ma non importa dove, perché intanto non era più Lei.
Non profumava più, non abbaiava più, non muoveva più le orecchie per farmi domande a cui non potrò mai rispondere.
Non avrò neppure le mie, di risposte.
Non so neppure come si chiamasse.
Sono qui alle prese con un altro vuoto, un vuoto più vuoto che mai, peggio di quello che mi hanno lasciato gli umani, peggio di quello nello stomaco, peggio di qualsiasi altro vuoto  al mondo.
Sono qui sdraiato dall’altra parte della strada, con il muso tra le zampe come fanno i cani tristi. Perché sono disperatamente, immensamente, smisuratamente triste: più di quanto si possa esprimere in canese, forse più di quanto si possa dire in qualsiasi lingua del mondo.
Sono qui. Sono sempre Bob. E Lei, non lo saprò mai come si chiamava. Ma non importa più.
Non è più questo, che mi chiedo.
Mi faccio un’altra domanda, continuo a ripetermela mille volte e mille altre volte ancora.
Vi siete divertiti, umani, stanotte?
A far scoppiare quella specie di bomba, vi siete divertiti?

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11 Commenti

  1. Non “ti conoscevo” sotto questo aspetto…non so se sei più brava con l’ironia o nel dare un “pugno allo stomaco” Molto bello.
    Auguri.
    Cinzia.

  2. ..sotto il suo aspetto sempre pungente e un po’ arrabbiato c’è questo e molto altro ancora..chi ama i cani sperimenta entrambi i sentimenti..amore per queste meraviglie e rabbia per non riuscire a fare mai abbastanza per tutti
    auguri Valeria

  3. senza parole…solo tanta tristezza per ciò che potrà succedere (o succederà) stasera ai tanti cani che non hanno umani pronti ad abbracciarli.

  4. grazie eh? Uffa è pure il mio compleanno… non ti leggo più, ecco.

    Scherzo, bravissima, sarebbe da stamparne migliaia di copie da far scendere a terra come coriandoli su ogni piazza di tutte le città.

  5. Un pugno allo stomaco e uno in pieno volto, tutte e due le cose insieme…
    Forse questa storia scuoterà i cuori più di mille appelli, più di mille immagini…
    Spero davvero la leggano coloro i quali, stanotte, hanno intenzione di sparare…Spero vengano toccati…

  6. …… Oh. Mio. Dio. Non ho parole, veramente. E vorrei trovarle, perché una storia di questo livello non si incontra tutti i giorni e mi piacerebbe davvero riuscire a spiegare cosa ho provato leggendola, le emozioni che mi ha trasmesso. Ti dico solo che sto singhiozzando da venti minuti davanti al pc eppure, malgrado tutto, non riesco a fare a meno di tornare a inizio della pagina e rileggerla per ritrovare le speranze e i sogni di Bob, e la sua amara delusione nel finale. Né mi fa sentire meglio il fatto che nessuno dei miei pelosi abbia avuto paura dei botti come Lei, la Lei di Bob, perché quanti cani rischiano ogni trentun dicembre di fare la stessa fine che ha fatto Lei – anzi, che hanno fatto *loro*, perché con un botto sono state distrutte così, ‘allegramente’, non una ma due vite… Se avessi la sfortuna di abitare vicino a un negozio di fuochi artificiali, stamperei tante copie di questo tuo racconto quante sono le persone che vedo entrare e gliene mollerei una copia a testa, a costo di ritrovarmi col padrone del negozio che mi insegue sbraitando improperi. E poi vediamo se hanno ancora tanta voglia di spararli, i botti. Magari sì, perché la madre dei cretini è sempre tristemente nota… ma anche un solo acquirente che girasse sui tacchi e tornasse a casa con la coda fra le gambe, sentendosi un po’ una merda (perdona il francesismo) per quello che era in procinto di fare, sentendosi un po’ una persona migliore per non averlo fatto, sarebbe già qualcosa. Grazie Valeria, una volta di più ti confermi il mio mito cinofilo e letterario, capace di raccontare la verità e di parlare al cuore come pochi altri sanno fare.

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.