tavolozzadi VALERIA ROSSI – Sembra un titolo serio, vero?
Be’, non lo è: questo è solo un raccontino pasquale sugli esordi cinofili della sottoscritta, che parla solo dei fattacci miei.
Forse c’è anche dentro qualcosa di serio… però spetta a voi trovarlo, proprio come nell’uovo di Pasqua.

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Il fatto è che a me sarebbe tanto piaciuto essere un’artista.
Artista nel senso di pittrice, intendo: perché in testa ho sempre avuto dei quadri bellissimi.
Proprio fighi, giuro.
Roba che colpiva forte, che dava emozioni, sensazioni vibranti.
Ma in effetti era normale che, stando nella testa mia, le emozioni le dessero a me: quindi mi sarebbe piaciuto capire se, tirati fuori da lì e messi su una tela, ne avrebbero dato un po’ anche a qualcun altro.
Così ho cominciato a dipingere, da ragazzina.
Sono anche andata a scuola, per qualche anno, perché pensavo che per far uscire i quadri dalla mia testa e farli arrivare su una tela servisse un sacco di tecnica: invece la tecnica l’ho acquisita, ma nel tragitto dalla testa alla tela le mie cose bellissime ed emozionantissime si sono sempre trasformate in mediocri croste che non dicevano un accidenti neanche a me.
E’ strano, eh? Perché in testa i quadri me li vedevo tutti diversi: e le mie mani, dopo tutte le lezioni che avevo preso, sarebbero state tecnicamente capacissime di trasportarli sulla tela così com’erano.
Invece qualcosa non funzionava, si inceppava.
C’era un qualche punto, da qualche parte, in cui le cose si incasinavano: dovevo avere una spalla o un bicipite o qualcos’altro che metteva dei blocchi alla trasformazione delle mie idee in immagini. Va’ a sapere dove e come.
Sta di fatto che il punto critico non l’ho mai individuato e tantomeno superato, quindi mi sono rassegnata (dopo aver prodotto un’overdose di croste) e mi son messa a dipingere, come si suol dire, “per diletto”.
Prevalentemente cani (strano, no?).
Solo che, alla fin fine, non è che mi dilettassi più di tanto: perché perfino i cani, quando li dipingevo, si incastravano da qualche parte e mi uscivano diversi da come li avevo in mente.
Più che dilettarmi, per dirla tutta, mi incazzavo.
Allora, a un certo punto, ho pensato che forse non era proprio la pittura, la strada che avrei dovuto seguire.
Forse era meglio provare coi cani veri, in carne e ossa.

E’ stato così che mi sono messa ad allevare: e anche lì avevo in testa delle cose bellissimissime che mi davano delle emozioni fortissimissime… però non avevo più bisogno di costruirle in prima persona, perché c’era qualcun altro che lo faceva al posto mio.
Il mio compito era solo quello di studiare, a volte per giorni e notti, un sacco di fotografie: montagne di fotografie, di cani di ogni età, sesso, nazionalità.
Guardavo il soggetto che mi piaceva di più e poi andavo a cercarmi le foto dei genitori, dei nonni, dei bisnonni (a volte con gran  fatica, perché allevavo pastori tedeschi e a un certo punto si finiva sempre in Germania…e il tedesco io non l’ho mai saputo). Ma in un modo o nell’altro, ci riuscivo.
E poi pensavo cose tipo: “Se questo cane fatto così, accoppiato con una cagna fatta cosà, ha dato questo figlio qua che ha preso la testa del padre, la groppa della madre e la coda del nonno, se io metto insieme cani con le stesse caratteristiche potrebbe succedermi la stessa cosa”.
E ci provavo. E di solito venivano fuori cose che non c’entravano un accidenti con quello che avevo in testa (perché se c’è un modo cretino di allevare, è proprio quello…): ma a volte ci acchiappavo (di puro culo).
Allora stavo lì per ore, come una scema, a guardarmi un certo cucciolo e a cercare di prevedere come sarebbe diventato.
Poi passavano le settimane, i mesi… e la mia opera d’arte a volte si rovinava di brutto da un giorno all’altro (però potevo sempre dare la colpa alla madre): a volte, invece, veniva su proprio come l’avevo sognato.
E allora era proprio come essere finalmente riuscita a comporre quel fantastico quadro che avevo in mente.

Passarono gli anni, cambiai razza, mi feci un bel po’ di esperienza ed imparai a studiare, invece delle fotografie, linee di sangue e pedigree. Però, confesso, un’occhiata alle foto continuavo a darla: e il mio cane ideale continuavo a “dipingermelo” nella testa.
Quando “non mi riusciva” continuavo a dare la colpa alla cagna, e glielo dicevo pure (adesso però lei poteva rispondermi: “Sarà bello il tuo, di cucciolo. E poi io posso sempre riprovarci e far di meglio, tu invece non hai neppure il fegato di fare il bis”. E  a quel punto io stavo zitta): ma sempre più spesso, visto che ero diventata bravina, venivano fuori proprio i cani che avevo in testa.
E un giorno, in esposizione, un giudice mi disse una cosa che mi fece avere praticamente un orgasmo in mezzo al ring: mi disse che i miei cani si riconoscevano a prima vista “come se avessero avuto la mia firma”.
Avete presente cosa significa una frase così, per una pittrice mancata?
I miei “quadri” erano lì, belli da far male agli occhi, con la mia firma addosso.
E non stavano neppure fermi a farsi ammirare su una tela, ma interagivano, scodinzolavano, ridevano (perché gli husky ridono, sappiatelo).
Erano vivi.
“Michelangelo – pensai – sei stato un pirla. Se tu avessi allevato cani, non avresti avuto bisogno di dare martellate a quel povero Mosè”.

Intanto, per uno strano caso della vita cinofila, avevo anche cominciato – più per obbligo che per scelta – ad addestrare qualche cane. Inizialmente solo i miei, poi anche qualcuno altrui.
Ma all’inizio quella la consideravo un’attività “fisica”, non certo artistica: mi divertiva, mi piaceva, però la facevo sempre nello stesso modo e più o meno mi dava sempre gli stessi risultati.
Questo fino al giorno in cui pensai bene di comprarmi un boxer.
Anzi, una boxer, perchè era femmina.  Si chiamava Rhumba e di risultati, con lei, non ne arrivava neanche l’ombra.
Io facevo le cose che avevano sempre funzionato con i pastori tedeschi, e lei mi rideva in faccia.
Facevo cose che avevano funzionato con tutti i cani del mondo, e lei mi piantava lì e se ne usciva proprio dal campo.
Telefonavo a un  allevatore di boxer, che mi spiegava “come si doveva fare coi boxer”, ci provavo e lei mi prendeva per il culo.
In realtà non l’avevo neanche comprata, Rhumba: era una cagna adulta (insomma, quasi: aveva diciotto mesi), di linea da lavoro (infatti era brutta come la notte), completamente rovinata da un addestratore incapace e giudicata “irrecuperabile” per le prove di lavoro.
Me la regalarono ed io accettai tutta contenta e quasi commossa, senza capire che il donatore mi aveva fatto il classico scherzo da prete (“perché me la stavo tirando un po’ troppo da addestratrice strafiga”, mi confessò decenni dopo).
Di sicuro, se voleva smontarmi, ci riuscì alla perfezione: perché, con quella cagna, non ne uscivo viva.
Dico solo che attaccava con tutta la passione possibile… ma poi non mollava più neanche a spararle. Che l’obbedienza la schifava completamente e globalmente (non faceva più neanche un “sitz”). Che il bocconcino lo prendeva solo se non le chiedevi niente in cambio: altrimenti ti voltava il culo e se ne andava.
L’unica cosa che ancora le piaceva (e che le riusciva benissimo) era la pista, quindi pensai di poter cominciare da lì a recuperarle un po’ di passione per il lavoro… finché una mattina, dopo aver messo il suo bel nasone schiscio per terra e aver seguito perfettamente la traccia per una ventina di metri, continuò a sniffare tutta convinta portandomi fuori pista di trenta metri buoni e concluse la performance andandosi a svaccare di pancia in un ruscello, con tutto il guinzaglione e l’allibita conduttrice al seguito.
Mi disse pure “SBUFF!”, che  presumo significasse:  “Gli oggetti te li cerco dopo, adesso ho caldo”.
Fu guardandola mentre mi prendeva per il culo con la pancia a bagno che capii, finalmente, di aver sbagliato tutto.
Capii che con lei la tecnica, proprio come nella pittura, non bastava.
Ci voleva creatività, ci voleva dell’arte.

Da quel giorno cominciai a lavorare (ma soprattutto a giocare) con Rhumba infischiandomene di tutte le tecniche del mondo e cercando di trasmetterle qualcosa di diverso dal solito sitz-platz-fuss-aus.
Se fosse stata una partita di calcio, il telecronista avrebbe detto che “erano saltati tutti gli schemi”.
Non è che arrivassi sempre al gol, per carità. A volte giravo a vuoto per settimane a centro campo, a volte mi facevo pure dei clamorosi autogol.
Però lei era interessata. Incuriosita.
Invece di guardarmi con la faccia da: “Vediamo oggi come riesco a fregarla”, mi guardava col fumetto che diceva: “Oggi cosa si inventerà, ‘sta matta?”
E siccome a volte riuscivo a inventarmi cose che le piacevano un sacco (altre volte no), Rhumba cominciò a pensare che forse valeva la pena di darmi retta, di cominciare a proporre a sua volta qualcosa, di collaborare con me.
Finalmente, dopo non ricordo più quanti mesi (ma tanti!), diventò il mio cane. E ricominciò a fare tutte le cose che aveva deciso di non fare mai più.
Stavamo anche ottenendo un discreto “lascia” (cosa che proprio non aveva mai fatto in vita sua), ed io stavo pregustando la smerdata che avrei dato al “generoso donatore” presentandola in gara, quando all’improvviso Rhumba si ammalò: e il resto non lo racconto perché sarebbe una storia triste che non ho neppure voglia di ricordare.
Sta di fatto che la mia boxerina mi aveva insegnato una cosa fondamentale:  ed è un insegnamento che non ho mai dimenticato.

Tutto questo, per dire cosa?
Be’… a parte quello che forse potrete trovare nell’uovo di Pasqua che vi ho appena scritto (“forse” perché è una sorpresa variabile a seconda di chi la  legge: qualcuno potrà non trovarci nulla, qualcun altro sì), c’è anche un altro messaggio che invece scrivo “in chiaro”, senza costringervi a rompere nessun uovo.
E il messaggio è che, se io ho lasciato perdere la pittura perché intanto avrei prodotto solo cacatine, per fortuna non sono tutti come me e c’è qualcuno che invece, evidentemente, le cose bellissime che ha in testa riesce a metterle anche su tela (e su carta, e su legno, e su ceramica… perché è bravissima con qualsiasi substrato). Questo “qualcuno” si chiama Nicoletta Bianchi, in arte Maleo:  è un’amica “reale”,  sebbene non ci vediamo da secoli, ma è anche un’amica di Facebook.
E siccome è stata così carina da fare agli amici di FB un regalo di Pasqua da utilizzare come si vuole… io ne approfitto e lo uso per fare i miei più cari auguri a tutti i lettori di “Ti presento il cane”.

BUONA PASQUA!

(e arrivederci a martedì)

 

pasquamaleo

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11 Commenti

  1. 🙂 Probabilmente la pittura ti ringrazia….per averla abbandonata, ma i cani ti ringraziano per avere insistito ! Buona Pasqua a te che riesci ad insegnarmi,e farmi sorridere 🙂

    • Mai ho ricevuto un buona Pasqua meraviglioso come questo! Il tuo è un inno a “usa la testa” e a trovarsi il proprio posticino rigorosamente fuori dal gregge!! Grazie Valeria, ti abbraccio.

  2. Ma guarda…anche io volevo fare la pittora ma i miei mi hanno tarpato le ali da subito spedendomi invece che al liceo artistico al classico dai gesuiti. Fine dei sogni.Dovevo dedicare talmente tanto tempo a studiare greco e latino (con risultati deprimenti) che non avevo un momento per dipingere…immagino che anche nel mio caso la pittura sarebbe finita in niente ma insomma mi sarebbe piaciuto almeno provare.
    Invece la tua amica, che brava! Bellissima immagine!!!!
    Auguroni anche a te, alla famiglia, alle miciotte e a Bisturi da parte mia di Maro e di Yukita

  3. Quando sono arrivata in fondo all’articolo, mi sono accorta di averlo letto tutto con la bocca aperta… erano tanti anni che non mi succedeva più! Grazie Valeria 🙂

  4. Dai, non ti riusciranno bene i quadri, ma evidentemente la tua arte da qualche parte è uscita e se adesso sei qui è grazie all’arte di mettere su tastiera in modo semplice, ironico e comprensibile ai più, quello che giornalmente impari sui/dai cani… Io questa tua dote di imparare ogni giorno, di cambiare idea, di evolverti te l’ho sempre ammirata; presuppone umiltà, passione e sense of humor.
    Auguri Valè!
    (e pure stavolta nun te sei smentita, mo ti tocca fà un bonifico a Maleo 😛 )

  5. Valeria in ogni tuo articolo c’è sempre qualcosa da imparare il che vuol dire che di imparare non si è mai finito.. Grazie e buona Pasqua

  6. Che bel regalo, un racconto tutto per noi, e con la lacrimuccia finale, perchè hai avuto l’intelligenza di accettare una lezione di vita da una boxer 🙂 Grazie di cuore, buona Pasqua a tutti!

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.