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Coercitivo?… No, grazie!

di RICCARDO TOTINO – Circa un anno fa presso la Fondazione Prelz, per diversi mesi, ho seguito Dalia, una derivata setter/braccoide soprannominata ‘la bracchetta selvatica’ anche perché ci ricordava il mitico Snoopy.
In riferimento al percorso che lei ed io abbiamo costruito insieme ho pubblicato questo video, come testimonianza di un momento importante del percorso (passatemi il termine) di ‘civilizzazione’.

Mai nella mia vita sono stato così tanto criticato e mal considerato rispetto al mio modo di lavorare con i cani.
In proposito (o a sproposito…) molto è stato scritto e detto: ci si è appuntati sulle modalità con cui la bracchetta è stata fatta uscire dalla cuccia, sugli atteggiamenti che hanno tenuto con lei i miei collaboratori e i miei allievi, sul modo in cui Dalia è stata portata in passeggiata… tutto è stato ritenuto valevole di un commento, ogni fotogramma è stato scandagliato, e in sintesi si è raggiunta una quasi unanimità di giudizio: Riccardo Totino ha un approccio coercitivo, non sa leggere i cani, capisce di cani quanto una persona media comprende l’astrofisica e così via.
Bene! Si potrebbe concludere qui, e i commenti al video di Dalia riservarli alla aneddotica da aggiungere alla mia esperienza personale… se non fosse che questa storiella ha suscitato in me una riflessione che oggi vi giro: alla fine della fiera, con il termine coercitivo, di fatto noi che cosa intendiamo?
La lingua italiana con questo lemma definisce l’atto a frenare, a costringere, mentre usa la parola coercizione per esprimere l’imposizione operata sulla volontà altrui, specialmente con l’uso della forza o del ricatto.
Nell’ambiente cinofilo con il termine “coercitivo” si valuta un approccio che si posiziona in un’area operativa diametralmente opposta a quella in cui il cosiddetto “metodo gentile” si è già posizionato.
Su questo immagino che ci troviamo tutti d’accordo.
Immaginiamoci, quindi, anche un mondo ideale e all’interno di questo mondo il percorso di un cucciolo a cui dobbiamo impartire quelle regole di convivenza che la nostra società civile impone.
Nel nostro mondo ideale le tappe che seguirà il cucciolo nel diventare adulto corrisponderanno più o meno a questa descrizione:

•  il cucciolo di sessanta giorni entrerà a far parte della nostra famiglia. Verrà stimolato con premietti, entusiasmo, gioia e allegria. Gli verranno proposti solo esercizi all’altezza della sua giovane mente, lo si farà vincere sempre (nel senso che ogni sessione di lavoro si concluderà sempre in positivo in modo da lasciargli mediamente alti sia l’entusiasmo, sia l’arousal);
• crescendo dovrà iniziare a fare i conti con la frustrazione: non potrà ottenere tutto quello che vuole e dovrà imparare il significato di rinuncia (non della parola, ma dovrà imparare a gestire l’emozione) senza conseguenze troppo frustranti;
• a circa un anno imparerà le regole sociali e di abitudine. Imparerà cioè a comportarsi ‘bene’ in modo autonomo, senza che tocchi a noi ricordargli in ogni momento che cosa deve o non deve fare;
• a tre anni sarà un adulto consapevole e bene inserito nel contesto in cui vive. Nei rari casi in cui non sappia che cosa fare riceverà con fiducia le indicazioni di comportamento e non avrà più bisogno comandi che gli impongano una condotta adeguata all’ambiente;
•  arrivati a questo punto lo accompagneremo (e ci accompagnerà…) fino alla vecchiaia e al saluto finale.

dalia1È questo l’orientamento più comune seguito da tutti gli educa-rieduca-addestra-istruttori moderni, con o senza la fissazione del metodo gentile a tutti i costi (non è invece seguito dagli istruttori addestratori legati ai metodi “old” che riportano tutto alla gerarchia di dominanza, avallando l’ipotesi che il capobranco si deve manifestare autoritario con tutti, anche con i cuccioli). Quello che contraddistingue questo orientamento è che l’uso della forza è bandito o ridotto al minimo.
Non si tratta di frenare e di costringere un cane a fare qualcosa, si tratta di convincerlo…
Convincerlo a scegliere unicamente ma spontaneamente (e qui emerge una delle tante contraddizioni) quei comportamenti che, secondo il nostro punto di vista di umani, nella co-abitazione con noi si rivelano essere i più opportuni. E poco importa se tali comportamenti frenino, inibiscano o entrino in conflitto con le sue attitudini…
Nel nostro mondo ideale facciamo affidamento sul fatto che per il cane la collaborazione (con noi) sia al primo posto nella sua scala di valori,  che la scelga liberamente e che si lasci guidare da noi in modo apparentemente volontario.
È su questi principi che i paesi nordici (mi riferisco a paesi tipo la Svezia o l’Inghilterra) hanno impostato la loro filosofia di educazione del cane, e non è un caso che in nome del rispetto dello stesso siano diventati la patria degli ‘approcci gentili’.
Ma che cosa succede quando il mondo idealizzato viene calato nel mondo concreto?
Quando, supponiamo, il singolo cane ha sì voglia di collaborare con noi, ma intende farlo secondo un modo di essere per noi scomodo, ma per lui molto speciale?
O quando, ad esempio, ci troviamo di fronte ad un cane (per attitudine, genetica o esperienze trascorse) molto aggressivo o, altro esempio, di fronte a un cane con un predatorio così alto da ritenere una preda ambita anche il cucciolo di bipede che vive sul suo stesso pianerottolo?
Bene: in Norvegia, Svezia e altri paesi simili questo problema lo hanno risolto. Loro, il mondo ideale lo hanno realizzato!
Se la realtà non si adatta alla fantasia è comunque la fantasia che deve avere la meglio. In questi paesi i cani aggressivi sono indesiderati, quelli che già lo sono si sopprimono, sui rimanenti bisogna usare ‘cose’ che non permettano all’aggressività di esprimersi.
Ergo: o i cani sono sufficientemente sensibili al metodo gentile e vi corrispondono volontariamente per essere educati e integrati nel consesso civile, o “gentilmente” (previo giudizio di un’inappellabile magistratura) si eliminano.
Ma siccome questi paesi lo fanno con anestesia prima ed eu-veleno poi, si sentono molto umani, nel giusto e pure buoni.
Tanto più che nei paesi nordici la problematica dei cani inselvatichiti e diffidenti ‘per ignoranza’ non è molto pressante, perché il fenomeno del randagismo da loro non è poi così imperioso.
Non a caso, di recente, dalla Svezia sta arrivando l’idea che anche la sterilizzazione ‘forzata’ dei cani sia una procedura anti-etica, e questo concetto sta iniziando a prendere piede anche da noi.
Gli svedesi sostengono che non sterilizzano i cani perché loro non hanno il randagismo. Grazie!
A parte il senso civico caratteristico di tutte le popolazioni nordiche, il fenomeno del randagismo aumenta la sua problematica in funzione del clima.
Quanti cani potrebbero sopravvivere senza un’organizzazione sociale ‘tipo lupo’ a temperature pesantemente sotto lo zero per circa sei mesi l’anno?

dalia2_In Italia, tra discariche abusive e all’aperto, clima mite, tanti animali da cacciare e l’ignoranza della gente, i cani randagi reperiscono cibo in millemila modi differenti, continuando ‘allegramente’ a riprodursi. Wow!
Con questo non voglio criticare l’assetto organizzativo/politico che si sono date popolazioni nordiche e che sicuramente hanno molto da insegnare riguardo alla morale. Vorrei semplicemente sottolineare che l’importazione di una sola parte delle filosofie straniere (come abbiamo avuto modo di osservare per tante cose che non riguardano esclusivamente i cani) conduce all’ingovernabilità.
Per importare una regola o una filosofia dovremmo importarne anche tutti i contorni che determinano il contesto all’interno del quale tale regola o filosofia è valevole.
Dalla Svezia dovremmo importare anche il senso civico, la legislazione, il clima… e se vogliamo importare l’educazione gentile come metodo esclusivo, dovremmo importare anche, per quei cani che non si prestano a tale metodo, la soppressione.
Sono stanco di sentire quanto sono bravi perché hanno abbandonato il collare a strangolo e di non sentire quanti cani passano a miglior vita perché giudicati irrecuperabili (molti dei quali, qui in Italia, reintegriamo completamente)!
In Italia (come in Austria e in Catalogna) l’uccisione per esubero è vietata.
I cani ‘in eccedenza’, randagi, rabbiosi, legati a un cassonetto o abbandonati, vengono gentilmente invitati a stare rinchiusi nei canili. Perché ucciderli non li uccidiamo, però condannarli all’ergastolo è il nostro modo latino di sentirci corretti, non coercitivi e molto buoni.
Di lavoro faccio l’Educatore Cinofilo, specializzato in recuperi comportamentali e dedico molto tempo ai cani di canili, un mestiere che rientra nell’ambito delle ‘professioni d’aiuto’.
Con questa espressione si intendono oggi tutte quelle professionalità che sostengono le persone in condizioni di difficoltà esistenziali, sociali, psicologiche e che tendono al miglioramento della qualità di vita e della salute mentale e sociale dei singoli e delle comunità.
Chi fa questo tipo di mestieri sa che nell’esercitarli ci sono delle responsabilità da assumersi, e soprattutto sa che assumendosi quelle responsabilità si prenderà in carico anche i rischi correlati.
Perché se tutto fosse già deciso non ci sarebbe neanche alcuna incombenza da assumersi.
È nel momento in cui ci troviamo a dover operare delle scelte in situazioni critiche che sorgono i problemi… e nel nostro caso i problemi sono spesso raddoppiati, perché la realtà con cui ci confrontiamo e su cui andiamo ad operare è costituita dal binomio uomo-cane che, se come lemmi indicano dei tipi astratti, nella concretezza significano individualità che sono riconducibili solo in parte a degli schemi.
Le emozioni, le aperture e le chiusure, le reazioni che mostrerà il binomio a seguito di un nostro intervento sono prevedibili solo fino a un certo punto, ed è sulla valutazione contingente che ci si presenta volta per volta che decideremo quali strategie scegliere, quali escludere e quali perseguire.
Chiunque intraprenda questo tipo di mestiere, dopo pochi mesi di esperienza, sa che l’ideal-tipo cane studiato nei libri di formazione è un concetto astratto, frutto di statistica, sebbene resti quello con cui al campo ci si ‘vorrebbe’ confrontare… ma nei fatti ci si confronta con cani di razza, meticci, figli di più o meno brillanti incroci, dove tutto quello che si sa non basta perché sui cani, il loro addomesticamento e i nostri incroci c’è ancora molto da imparare e soprattutto c’è molto da ‘inventare’ per farci capire.
Lasciamoci così alle spalle i paesi nordici (che, beati loro, hanno risolto tutto…) ed entriamo in un territorio che vorrei condividere qui perché ancora pieno di tanti punti interrogativi:

• fermo restando che tutti noi abbiamo delle propensioni verso il metodo gentile, quando il cane non risponde a tale metodo, sopprimerlo o rinchiuderlo in una gabbia a vita non è forse una  risposta molto coercitiva?
• ogni forma di coercizione viene giudicata dai ‘gentilisti’ anti-etica perché non rispetta le caratteristiche specie-specifiche.  Ma siamo sicuri che proporre al cane una vita senza scontri, piena di psicofarmaci, senza la possibilità di confrontarsi su un piano fisico (che per loro è un importante livello per risolvere un contraddittorio) non sia altrettanto irrispettosa delle suddette caratteristiche? Davvero pensare di proporgli una vita che gli nega la possibilità di confrontarsi con le frustrazioni, la debolezza, l’inferiorità, l’inefficienza, il pericolo, l’incapacità, il timore, la paura, etc, sia proporre una vita che rispetta la specie canina?
• e se quello che riteniamo poco etico “per noi” è l’unica maniera per permettere al cane di raggiungere l’obbiettivo che ci si era posti (portarlo a far parte della nostra comunità, del nostro ‘branco’…), come dovremmo considerare il nostro comportamento, anti-etico o rivolto al bene?
• e se rinunciare a comportarci in maniera poco etica “per noi” provocherà il fallimento del programma di ri- o educazione, condannando il cane ad una gabbia a vita, come dovremmo considerarci?
• ci sono cani che hanno imparato a uscire da una gabbia di canile con una corda tipo quella utilizzata con i retriver durante le esposizioni. Alcuni educatori integralisti della pettorina si rifiutano di far uscire in passeggiata questi cani perché non riescono a indossare la loro pettorina a H o a Y o scapolare. Quindi li lasciano chiusi nelle loro gabbie fino a quando non impareranno ad accettare il nuovo strumento. Non vi sembra coercizione anche questa?
Chi è che deve star bene, il cane o l’educatore? Se il cane apprezza la corda e non la pettorina, perché costringerlo ad accettare qualcosa che è più ‘corretta’ solo per noi?
•  e non solo: sappiamo anche che il cane indossa collari da diverse centinaia di anni e che il suo organismo si è selezionato per tollerare questa ‘forzatura’.
Sappiamo invece quali possano essere le conseguenze dello spostamento del fulcro su cui agisce il guinzaglio? Ad esempio, sappiamo quanto le pettorine possano essere responsabili di questo straordinario incremento delle ernie discali?
Siamo davvero certi che la pettorina utilizzata in qualsiasi modo non provochi danni? Siamo davvero certi che la cassa toracica possa ammortizzare una strattonata (anche data inconsapevolmente) meglio di quanto non faccia il collo?
Ci sono degli studi a sostegno?
• nel corso dell’esercizio della mia professione non ho mai usato un collare con le punte e non ho neanche mai visto un collare elettrico. In una ipotetica scala che va dal > coercitivo  al  < coercitivo, sicuramente collare elettrico e collare a punte seguiranno i posti di massimo livello occupati rispettivamente da soppressione ed ergastolo.
L’uso degli psicofarmaci, invece, dove lo posizioniamo? Prima o dopo l’uso del collare a scorrimento?
•  il collare a scorrimento, come molti altri strumenti che adoperiamo, in sé non è né buono né cattivo. Nessuno di noi darebbe in mano un cacciavite a un bambino di tre anni, eppure il cacciavite è un ottimo strumento che utilizziamo.
Quando facciamo uscire dalla cuccia un cane ‘a corda’, in vista di farlo uscire dal canile, utilizziamo uno strumento e lo facciamo controllando e verificando che i livelli di stress del cane si mantengano attorno a quella soglia funzionale all’organismo per riorganizzarsi e che non scavallino in quell’area dove lo stress si trasforma in trauma, che porterebbe il cane, anziché a un progresso, a una regressione.
È questa la linea guida di ogni ‘forzatura’.
La possibilità che abbiamo di controllare i livelli di stress è data dal fatto che lo stress si esprime attraverso degli indicatori che noi, in quanto professionisti, sappiamo riconoscere. Nessuno di noi (immagino) inviterebbe un neofita a far uscire un cane timoroso strattonandolo dalla cuccia con una corda… ma come mai la nostra professionalità, che pretendiamo ci venga riconosciuta dalla società civile, non ce la riconosciamo invece prima tra di noi?
• se il proprietario di un cane si sente sicuro soltanto quando il suo animale indossa un collare a strangolo, grideremo al maltrattamento e allo scandalo o lavoreremo con lui affinché nel giro di poche lezioni si convincerà a utilizzare un altro arnese?
•  se il proprietario di un pastore tedesco di due anni adottato da un canile, con sindrome ossessiva da predazione verso cani e gatti, con l’autocontrollo inesistente al punto di mordere le gambe e le braccia del conduttore non appena ne vede uno, seguito per un anno da un educatore cognitivo-zooantropologico, sotto psicofarmaci, si rivolge ad un educatore meno titolato per chiedere aiuto, l’educatore è autorizzato a consigliare l’utilizzo di un collare a scorrimento, valutato come l’unico strumento in grado di mettere in sicurezza tutti?

dalia3_Personalmente ad alcune di queste e ad altre domande mi sono già dato una risposta.
Mi sono trovato obbligato a farlo in termini di decisioni prese. I risultati ottenuti spesso sono stati positivi e questo ha avvalorato l’idea che non avevo assunto posizioni anti-etiche, ma che avevo preso decisioni e attuato comportamenti indirizzati verso il bene del cane.
Purtroppo, durante la mia carriera, ho avuto anche modo di collezionare degli insuccessi: nella mia vita credo di aver incontrato diverse centinaia di cani e, forse, anche di aver superato il migliaio e questo (ahimè!) già la dice lunga sulla mia età.
Ho visto più di un cane da me seguito finire in canile… ma la storia più tremenda riguarda la tragica fine di un giovane dogo argentino maschio che ha ferito diverse persone, tra cui tutti i proprietari, senza ragioni apparenti.
Da allora ho iniziato a pensare che forse bisognerebbe rivedere i limiti posti dall’etica e cercare soluzioni nel confronto tra colleghi. Ma c’è un muro di omertà che non si riesce a scalfire.
Abbiamo paura di discutere sull’utilizzo di un collare a strangolo, di uno con le punte, per non parlare di quello elettrico. Come se l’immagine che dobbiamo dare fosse più importante della vita di un cane e della sua qualità.
L’unico metro accettabile per stimare la “gentilezza” di un educatore è la valutazione dell’entusiasmo del cane e la serenità dei proprietari quando arrivano in prossimità del centro cinofilo. Se sono contenti (i cani) e soddisfatti (i proprietari) ho la certezza che il metodo è buono.
Ah, un’ultima cosa (visto che ho scritto poco…): recentemente mi è capitato di ascoltare persone che sono convinte che dare un pezzetto di carne avanzata al cane sia ingiusto, non perché il bocconcino possa causargli qualche disturbo ma solo perché non è eticamente corretto offrire a un cane i nostri ‘scarti’.
Spesso questa filosofia è accompagnata dalla frase: «Tu daresti gli avanzi del tuo piatto a tuo figlio?»
A parte che se a mio figlio andasse di mangiare quello che io non desidero glielo permetterei senza esitazioni… non vi sembra che si stia esagerando? Noi dobbiamo rispettare e imparare la loro ‘animalità’, il loro esser cani, non introdurgli la nostra ‘umanità’!

Per concludere…
La storia di Dalia, la bracchetta selvatica ospitata dalla Fondazione Prelz, per fortuna è una storia a lieto fine.
Catturata con i suoi cuccioli in un bosco di Roma Nord, Dalia è rimasta nel canile dopo che i suoi cuccioli sono stati rapidamente adottati. Il suo comportamento era quello di un cane selvatico: non si faceva avvicinare da nessuno e in nessun modo, evitando ogni forma di contatto con gli operatori. Con questo tipo di cani è nostra abitudine aspettare che il tempo e la tranquillità del  posto in cui soggiornano, gli permettano di comprendere che anche gli umani si possono prendere cura dei cani e aiutarli a vivere meglio. In linea di massima funziona sempre: dopo un paio di settimane iniziano a tranquillizzarsi, a fidarsi e noi educatori (con l’ausilio degli allievi della scuola) iniziamo un percorso di riabilitazione comportamentale finalizzata a rendere possibile l’adozione.
Dalia, invece, anche dopo un mese dal suo arrivo continuava a fuggire spaventata alla vista di qualsiasi bipede e la direzione del canile aveva deciso di assegnarla al “girone  dei selvatici”: un recinto molto grande dedicato a quei cani che non vogliono proprio ‘civilizzarsi’.
Abbiamo chiesto una chance perché in qualche modo avevamo avuto la percezione che saremmo riusciti nel nostro intento.
Così abbiamo iniziato il nostro percorso riabilitativo.
Il primo passo è stato quello di affiancarle in box un maschio ben socializzato con gli uomini, in modo che lei potesse osservare che tipo di rapporto si sarebbe potuto avere con noi: contestualmente abbiamo iniziato a trascorrere del tempo con loro.
All’inizio sono entrate due persone e nei giorni a seguire ne abbiamo aumentato gradualmente il numero in modo da lasciarle sempre meno spazio ‘libero’ dagli umani.
Gli allievi sono stati disposti in modo strategico all’interno della gabbia in modo che ovunque cercasse un riparo avrebbe trovato una persona.
Non si tratta di flooding, perché non rappresentavamo uno stimolo fobico.
Per lo più i ragazzi rimanevano indifferenti ed evitavano di cercare il contatto, compreso quello visivo. L’obiettivo era quello di trasformare un tentativo di fuga in un inevitabile avvicinamento.
Ogni volta abbiamo lasciato succulenti bocconcini che lei mangiava solo quando ci allontanavamo dal suo recinto. Sono ben consapevole che questo atteggiamento le avrebbe procurato un forte stress, ma so anche che gli stress acuti sono i maggiori responsabili della riorganizzazione di un individuo.
Dopo circa tre settimane di tentativi di farla abituare alla presenza degli umani e senza mai essere riusciti a toccarla ho deciso che fosse giunto il momento di fare la prima forzatura: prenderla  a corda!
E così, non appena mi è passata vicino, ho lanciato il ‘lazo’ e l’ho catturata: tempo cinque secondi è stata sfiorata con una mano e liberata subito.
Abbiamo lasciato succulenti bocconcini e siamo usciti. Siamo andati avanti così per circa due settimane, aumentando sempre di più il tempo in cui lei sentiva lo strano oggetto intorno al suo collo e concludendo i nostri incontri sempre in modo positivo per lei e nei limiti che aveva.
Dopo circa un mese di tentativi per farla abituare al guinzaglio (la pettorina era per lei troppo invasiva) abbiamo deciso di forzare la mano.
La reiterazione dell’uscita è stata voluta e cercata proprio per evitare che nella sua mente quell’operazione, che per lei è stata così difficile, rimanesse casuale.
Di fatto l’uscita seguente è andata molto meglio e da quel momento ha imparato a fidarsi di noi prima, e a generalizzare poi la sua fiducia verso altri.

Dalia (oggi Jackie) è stata adottata, vive in una famiglia che le vuole bene e si prende cura di lei.
Certo, non è Rex… ma conduce una vita più che accettabile.
Ha lasciato un posto libero nel canile per accogliere altri cani respinti dalla società e un vuoto in tutti i ragazzi che si sono occupati di lei.
Continueremo a svolgere questo lavoro con la passione di sempre e a costo zero per la Fondazione che ci ospita, continueremo a valutare caso per caso come agire e quali strumenti usare.
Invito chiunque abbia dei dubbi a venire a vedere come lavoriamo, perché analizzando solo pochi minuti di un lavoro di diverse decine di ore si può cadere in inganno. Io e tutti i ragazzi della scuola siamo molto, ma molto fieri di quanto abbiamo fatto per Dalia. Noi stiamo in canile e sul campo tutti i giorni e diamo il nostro contributo per migliorare la vita dei cani scartati (a proposito di scarti) dalla società.
Ho scritto questo articolo per aprire un confronto, per discutere e crescere. Spero sia chiaro che per me la cinofilia è uno studio e non una dottrina, che sono disposto a mettere in discussione qualsiasi mia convinzione in cambio di soluzioni più etiche che siano reali e realizzabili sul campo.
Vi ringrazio anticipatamente per il contributo che darete.

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Informazioni su Riccardo Totino

Riccardo Totino, classe '56, è un consulente comportamentale cinofilo con particolare attenzione ai cani di famiglia e di canili. Vive e lavora a Roma. www.eilcaneincontroluomo.com