tira1di VALERIA ROSSI – No, non parliamo di “come si fa a non farlo tirare”: su questo abbiamo già pubblicato alcuni articoli (per esempio questo) e forse altri ne seguiranno… ma prima di cercare di risolvere un problema bisognerebbe sempre cercare di capire perché quel problema è nato.
Stavolta, quindi, ci chiederemo per quale caspita di motivo il cane, pur sapendo benissimo di essere legato ad un collare  o a una pettorina che gli impediscono di andare alla velocità che vorrebbe, si ostini comunque a comportarsi come un trattore peloso, mandando in crisi uno sproposito di proprietari disperati.
Il cane tira (a volte fin quasi a strozzarsi) perché è un emerito deficiente?
Ma no, non può essere… abbiamo ormai assodato da tempo che è un animale cognitivo, che sa ragionare e pensare a quello che fa!
Tira perché vuole raggiungere un obiettivo?
In qualche caso sì, può essere: ma allora perché si comporta nello stesso modo quando all’orizzonte non c’è assolutamente nulla di interessante?
Forse vi sorprenderà scoprire che, in un numero davvero altissimo di casi, il cane tira perché pensa che sia proprio quello che vogliamo da lui.
E come siamo riusciti ad ottenere questo spettacolare risultato? Semplice: tirando dalla parte opposta.

Schlittenhunde WM 2003 SprintPer il cane, l’attività del traino è spontanea e piacevole: lo dimostra l’entusiasmo con cui i cani da slitta (e mica solo i cani nordici) affrontano il loro lavoro.
Ma come si fa ad insegnare il traino ad un cucciolo?
Proprio facendo resistenza, perché anche i cani seguono le leggi della dinamica e qui si tratta semplicemente del principio di azione e reazione. Ricordate di averlo studiato a scuola? “Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria“.
Se noi tiriamo il guinzaglio da una parte, il cane si sentirà squilibrato all’indietro e quindi, per riottenere l’ equilibrio, sarà invitato a tirare in avanti.
Rinforzando questa prima reazione, per esempio nei cuccioli di husky, si ottiene che il cane capisca che noi siamo felici del fatto che lui tiri… ma guardate che è la stessa identica cosa che facciamo quando tiriamo indietro il guinzaglio di un cane-trattore, sperando di rallentarlo!
Il cane pensa che gli stiamo dicendo: “Non stai tirando abbastanza forte, mettici più impegno!”… e questo, in tempi brevissimi (anche perché, ripeto, al cane piace tirare: per lui è una cosa molto gratificante) si trasforma in un vizio difficilissimo da sradicare. Ma è così difficile proprio perché il cane è convinto di compiacerci tirando!
La cosa piace a lui e lui crede che piaccia a noi: mi sembra evidente che non se ne possa venire fuori tanto facilmente!
Ecco perché cerco da sempre di far capire ai proprietari quanto sia inutile cercare di insegnare la condotta al guinzaglio “appendendosi” ad esso: si innesca un meccanismo competitivo che il cane intende come un invito a tirare sempre più forte.

tira5Secondo motivo per cui il cane può tirare come un dannato: quando il proprietario/conduttore si rende conto che il gioco del “tiro alla fune” non ottiene i risultati sperati (e non li otterrà mai, per i motivi visti sopra), spesso comincia a dare i numeri e passa alle rappresaglie: tra queste possiamo annoverare il classico strattone, gli urlacci (tipo “EBBASTAAAA!!! VAI PIANOOOO!”), le guinzagliate e perfino i calci nel culo.
In questi casi, cosa credete che succeda?
Il cane comincia a vivere la passeggiata come un incubo, perché pensa che da un momento all’altro (senza che lui sappia il perché) potrebbe essere sgridato e/o menato: quindi, del tutto logicamente, cerca di stare il più lontano possibile dalla fonte di questi avvenimenti sgradevoli… e cioè da chi regge il guinzaglio.
Risultato? Il cane tira sperando di allontanarsi da quel pazzo furioso che gli sta alle spalle.

tira4Terzo possibile motivo, anche quando non  si sia commesso nessuno degli errori precedenti: specie se il cane appartiene a una razza (o a una tipologia) molto attiva e dinamica, e se i suoi umani lo portano fuori tre volte a giorno per dieci minuti a solo scopo pisciatorio, il poveraccio accumulerà, nel tempo, una tale dose di energie represse da doverle per forza sfogare cercando di correre quando sta al guinzaglio (anche perché, senza, non gli capita mai di starci).
E qui apro una piccola parentesi sui levrieri, animali nati per correre che purtroppo, in alcuni Paesi, corrono per far divertire (e scommettere) gli umani, e che a fine carriera – o qualora non si rivelino particolarmente veloci – fanno fini veramente drammatiche: abbandonati o peggio ancora uccisi anche con metodi inumani come l’impiccagione.
Questa vera tragedia cinofila ha fatto sì che nascessero diverse associazioni “rescue” che si occupano di queste razze, che salvano i cani e li portano in Italia, dove li affidano a famiglie amorevoli. Tutto molto bello: solo che poi, temendo che i cani possano “correre troppo” e quindi sfuggire al controllo dei nuovi proprietari, suggeriscono caldamente di tenerli sempre al guinzaglio.
Un po’ la stessa cosa accade con i cani da caccia: molte associazioni protezionistiche (quasi tutte, in verità) rifiutano di farli adottare dai cacciatori…e anche in questo caso, dopo aver affidato il pointer o il setter alla Sciuramaria di turno, qualcuno le consiglia di tenere il cane sempre legato, perché altrimenti “potrebbe fuggire”.

tira2Nessuno che si sogni di dire “lavorate con il vostro cane ed ottenete un richiamo impeccabile”: non sia mai! Il richiamo è un “ordine”, e alla cinofilia new age gli ordini suonano come “coercizioni”. Brutte cosacce  cattivissime.
Meglio snaturare completamente questi poveri cani, impedendo loro di correre e di esprimere ciò che hanno nel proprio corredo genetico e costringendoli ad una sorte che, per carità, sarà sempre migliore della morte… ma che è sicuramente equiparabile alla reclusione in canile.
E allora, che razza di “salvataggio” sarebbe?
Mi rendo conto che i volontari siano animati dalle migliori intenzioni, ma ci sono modi diversi per impedire che un cane si faccia prendere la mano (o meglio, le zampe) e che sfugga al controllo: insegnare un buon richiamo è la soluzione migliore, ma si può anche cercare un campo recintato e sicuro e liberare il cane lì.
Non l’abbiamo sotto casa? Prendiamo la macchina e andiamo a cercarlo: ma ogni santo giorno, non una volta alla settimana (o magari al mese)!
E se non abbiamo tempo/modo/voglia di raggiungere uno spazio sicuro, allora evitiamo di prendere un levriero o un cane da caccia, visto che non ce l’ha ordinato il dottore di scegliere proprio una razza opposta alle nostre esigenze e al nostro stile di vita.
La caccia non piace neppure a me, anzi mi fa proprio orrore: ma siccome la penso così, il cane da caccia non me lo sono mai preso e credo proprio che non me lo prenderò mai.
E attenzione, per “cane da caccia” intendo anche labrador, golden, beagle e tutte quelle razze che vengono ormai spacciate perfino dagli allevatori (sigh) per “cani da compagnia”, ma che tali non sono affatto. O meglio, sono “anche” da compagnia, come tutti i cani del mondo: ma non “solo” da compagnia.
Sono cacciatori, selezionati da secoli per fare attività sportiva e non per uscire a pisciare tre volte al giorno, sempre e solo al guinzaglio.
Se li trattiamo così, è del tutto normale che questi poveracci tirino come trattori: tirano per cercare di raggiungere quella libertà che disperatamente desiderano e che noi (per tanto ammmmore, naturalmente!) gli stiamo negando.

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.

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