PREMESSA: ne ho trovato un altro! (poi basta, credo, perché ormai gli scatoloni traslocheschi sono quasi esauriti). Sto parlando di un altro articolo scritto per la rivista “Amici miei cani & gatti”, dopo quello pubblicato qualche giorno fa. Questo ha pure una data scritta (a penna) sull’angolo in alto a sinistra: giugno ’91. Quindi ha “solo” ventidue anni.
Cos’è cambiato, da allora, nell’ambito delle esposizioni canine? Giudicate voi…

dogshow_peluchedi VALERIA ROSSI – L’ambiente delle esposizioni canine, da sempre, è di difficile frequentazione soprattutto per i privati, che si lamentano perché hanno l’impressione di trovare negli allevatori dei concorrenti imbattibili: questa affermazione sottintende il dubbio che non si tratti di concorrenza tra cani, ma tra persone.
In altre parole, l’allevatore non vincerebbe perché ha il cane migliore, ma perché ha la “faccia” migliore, ovvero più conosciuta.
Se questa forma mentale è diffusissima tra i privati (basta gironzolare intorno a un ring per rendersene conto), non si creda però che gli allevatori siano immuni da pensieri molto simili, diretti questa volta ai loro colleghi: “ha vinto quello lì perché è amico del giudice”, o “ha vinto uno schifo di cane con un padrone politicamente importante” sono altre frasi comunissime a bordo ring.
Ora, la domanda da cento milioni è: quanto c’è di vero?
E’ tutta invidia, incapacità di ammettere che ci siano cani migliori del proprio?
O è vero che i giudici si lasciano comprare, influenzare o semplicemente “commuovere” da sentimenti amichevoli?
Ed è vero che sono degli incompetenti costretti ad affidarsi alla scelta della “faccia umana” perché non si sentono sicuri della loro valutazione dei cani?
A questo punto mi sento in dovere di specificare che per un certo periodo io stessa mi sono ritirata dalle esposizioni, in seguito ad episodi estremamente sgradevoli che a mio avviso hanno fortemente penalizzato il mio lavoro, rendendo vano il dispendio di energie, di passione (e perché no, pure di soldi) che da sempre caratterizza l’attività di un allevatore.
Da “strettamente addetta” ai lavori, sono sicura di poter dire che la mia incavolatura (eufemismo) ha basi fondatissime; ma non per questo me la sento di condannare in assoluto le esposizioni, affermando tout court che è meglio starne alla larga, che un buon allevatore non ha bisogno del giudice per sapere quanto valgono i suoi cani, che i cuccioli si vendono lo stesso e così via.
Di cose che non vanno, evidentemente, ce ne sono: ma scappar via dal problema come ho fatto io qualche tempo fa e come hanno fatto in passato altri allevatori sicuramente più illustri di me – ma altrettanto disgustati – non credo possa risolvere nulla.
Perché le esposizioni, ovviamente, sono un momento importantissimo di incontro e di confronto tra i cinofili di ogni livello: gli allevatori possono rendersi conto del valore dei propri soggetti paragonato “dal vivo” a quelli di altri cinofili italiani e stranieri; il privato può ottenere una valutazione corretta del proprio cane e se vuole può trarne indicazioni preziose sull’eventuale uso da farne in riproduzione; il pubblico può “capire le razze” (cosa importantissima), imparando a distinguere il bel soggetto dal “mostrino” magari appariscente ma del tutto atipico, ed evitare in questo modo le classiche “bidonate” che ogni profano rischia di prendere se non ha almeno un’idea di come deve essere fatto un cane in standard.

expo_moderne_collieLe esposizioni, insomma, sono una pietra miliare della cinofilia: e se ci sono lati negativi, credo che la sola cosa costruttiva da fare sia cercare di individuarli e di proporre qualche soluzione.
Poiché a questo dovrebbero collaborare veramente tutti gli interessati (privati, allevatori o Giudici che siano), le stesse pagine che oggi ospitano il mio articolo saranno aperte nei prossimi mesi al contributo di chiunque abbia qualcosa da dire o da proporre.
Io inizio con un’analisi sicuramente molto personale, cercando di fare il punto su due delle più diffuse affermazioni, illazioni o supposizioni maligne.

1) Vincono sempre gli allevatori, il privato può anche starsene a casa perché è uno sconosciuto e il giudice dedicherà al massimo un’occhiata distratta al suo cane.
Di cose da dire, a questo proposito, ce ne sono parecchie: alcune in favore dei giudici, altre contro di loro.
Vediamo le prime:

a) il privato dovrebbe sempre fare un bell’esame di coscienza. Molti, troppi privati arrivano in esposizione con il cane comprato in negozio o regalato dal vicino di casa, e se ne stanno tutti impettiti in mezzo al ring senza manco degnare di un’occhiata gli altri soggetti presenti. Se lo facessero, molto spesso si renderebbero conto che il loro cane sembra un alieno piovuto da un’astronave di passaggio, perché è completamente diverso da tutti gli altri. Il padrone pensa automaticamente che sia “più bello” degli altri, ma questa è pura utopia: sul ring di una esposizione di buon livello, un cane che si distacca visibilmente da tutti gli altri è quasi sicuramente fuori standard.

b) l’allevatore può scegliere tra i molti soggetti che possiede, e presentare sul ring quello in migliori condizioni di forma. Il privato solitamente possiede un unico cane, e porta quello per forza. Ora, per bello che sia, è impensabile che questo cane sia sempre in perfetta forma: se è in muta, se ha appena avuto una cucciolata, se gli è venuto mal di pancia, se ha avuto i vermi due settimane prima o se è semplicemente annoiato o innamorato della cagnetta del vicino, non si presenterà al meglio delle sue possibilità e probabilmente non riuscirà ad ottenere un gran piazzamento;

c) un buon allevatore, solitamente, è anche un buon handler (ovvero presentatore). Se non lo è, probabilmente farà portare i cani sul ring da un handler professionista. A parità di cane, vincerà sicuramente quello che sta piazzato in modo corretto e che cammina in modo sciolto e tranquillo accanto al conduttore, e mai quello che si siede durante il giudizio da fermo, che cerca di staccare una mano al giudice o che zompetta su due zampe durante l’esame del movimento. Se il privato vuole lottare alla pari, lavori anche alla pari, preparando coscienziosamente il suo cane e non sbattendolo per la prima volta sul ring senza neppure sapere come si svolge un giudizio.

dog-show-2A favore dei privati e “contro” i giudici, anche se non contro tutti, va detto invece che è vero, ahinoi; nella stragrande maggioranza dei casi, i cani degli allevatori vengono osservati con maggior attenzione di quelli dello sconosciuto.
Ma perchè?
La spiegazione la vediamo al punto seguente, perché di solito è questo il momento in cui si accusa il Giudice di essere un “venduto”.
E la stessa spiegazione non vale solo per i privati, ma anche per gli allevatori meno “famosi” che spesso si vedono passare davanti cani che ritengono inferiori ai propri, ma legati al guinzaglio “prestigioso” o politicamente più interessante del proprio.

b) I giudici sono comprabili, influenzabili, minacciabili  eccetera eccetera. e quindi non giudicano mai in modo completamente obiettivo.
Che siano letteralmente comprabili, a mio avviso, è falso.
Il vero e proprio “venduto” che si fa pagare (in denaro, in cuccioli, in monte o simili) per far vincere il tal cane esisteva forse agli albori della cinofiia agonistica, ma è praticamente scomparso dal panorama attuale. Lo sostengo anche se ci sono alcuni allevatori pronti a giurare che Tizio per centomila lire è disposto a darti il CACIB, e continuerò a sostenerlo finché non avrà prove concrete invece che chiacchiere.
Ma anche se non volessi dimostrare la minima stima nei confronti dei giudici, che oltretutto sono allevatori come me, troverei comunque strana l’idea che in un ambiente pettegolo come il nostro qualcuno riuscisse a passare una bustarella a un giudice senza trovare i manifesti appesi per le strade di tutta Italia il giorno dopo. E poi, anche volendo essere in perfetta malafede… a me hanno detto che Tizio per centomila lire mi fa vincere: ma chi ha il coraggio di proporglielo? Se era vero magari mi porto a casa un CACIB… ma se era falso mi sono giocata l’affisso, perché Tizio mi denuncia all’ENCI.
Questa storia delle tangenti ai giudici, insomma, mi sembra fantascientifica: se per caso succede davvero, succede in un caso su diecimila e non mi sembra neanche il caso di parlarne.

dogshowIl fatto dell’influenzabilità, al contrario, è ricco di sfumature meritevoli di attenzione: perché un giudice è sempre e comunque un essere umano, e non gli si può chiedere di “robotizzarsi” ignorando sentimenti in fondo legittimi come amicizie, antipatie o simpatie.
Gli si può chiedere, invece, di comportarsi da essere raziocinante e di assumersi in pieno le responsabilità del suo compito: quindi non credo di potermi indignare quando, a parità di cani, il signor X dà il CACIB a quello del suo amico d’infanzia e la riserva al mio. Mi indigno, invece, se la parità tra i cani non c’è, e se il cagnaccio dell’amico d’infanzia batte un mio soggetto nettamente superiore sotto tutti i punti di vista.
A questo punto, però, salta fuori quello che secondo me è il problema maggiore: perché a vincere, molto spesso, non sono i veri e propri “amici” dei giudici, ma quelli che in un modo o nell’altro (di solito in modo piuttosto subdolo e occulto) sono riusciti a convincerli di avere in mano un grande cane. O magari un branco di grandi cani.
Prima di approfondire questo concetto, però, vorrei tornare un attimo sul discorso degli amici, parenti eccetera: perché ho sentito di uno scambio di battute tra un giudice di chiara fama ed un allevatore, in cui il giudice diceva “tu con me non vinci, perché siamo troppo amici”.
Mi auguro – ma non lo credo – che questo signore stesse scherzando: perché negare la vittoria a un cane che magari la merita solo per evitare possibili illazioni sulle relazioni umane tra proprietario e giudice… be’, non si distacca poi tanto dal farlo vincere. Cambia solo il fatto che gli altri concorrenti non si trasformano in licantropi, ma si tratta ugualmente di un giudizio inficiato da fattori che non hanno niente a che vedere con i cani. Che vinca o che perda, è stata ancora una volta la faccia umana a venire giudicata, mentre un giudice degno di tale qualifica dovrebbe guardare sempre e soltanto dall’altra parte del guinzaglio.

xin_140504301042247773483Ma adesso torniamo al caso più difficile da inquadrare, quello in cui il giudice non è neppure consapevole del “lavoro ai fianchi” che è stato compiuto su di lui e fa vincere un cane in perfetta buona fede, mentre in realtà è stato profondamente influenzato.
Ci sono molti modi di “lavorare ai fianchi”, e purtroppo sono pure leciti: per esempio, si pubblicizza a tappeto il risultato importante ottenuto in un’esposizione di prestigio con un giudice molto illustre o politicamente molto importante. All’esposizione successiva, il giudice di turno riconosce il cane (o meglio, il padrone) e magari non se la sente di dare un giudizio che contrasta con quello del suo illustrissimo collega. Oppure, inconsciamente, pensa: “Se l’ha fatto vincere lui che è un grande giudice, questo dev’essere un grande cane”. E guarda quel soggetto con occhio non del tutto limpido, perché è più portato a cercarne i pregi che i difetti.
Altro buon lavoro occulto: si fa sapere in giro – e le voci in cinofilia corrono! accidenti se corrono! – che è appena stato importato il figlio del supercampione del Paese tale, che ha già prodotto in patria 120 figli campioni. Volete che questo sia uno scorfano? Figuriamoci! E’ stato scelto da un allevatore esperto, che ha speso pure un pacco di soldi per averlo, che magari si è fatto un paio di viaggetti negli Stati Uniti per vederlo e poi per acquistarlo… ovvio che dev’essere un Cane con la C maiuscola. E anche questo cane, alla sua prima uscita sul ring, verrà osservato con interesse tutto speciale, probabilmente giustificato, ma che in qualche modo penalizza già in partenza gli altri concorrenti “anonimi”.
Anonimi, ma non necessariamente peggiori: perché esistono anche allevatori che importano figli di grandi campioni ma non lo strombazzano a destra e a manca.
Ed esistono pure allevatori che i grandi soggetti riescono a produrseli in casa, e si rendono conto di aver fatto un gran lavoro, di aver tirato fuori il grande cane: ma è probabile che l’abbiano fatto lavorando di cesello su soggetti di buona levatura ma non troppo appariscenti, che non hanno manco finito uno straccio di campionato.

dog-show-3Tutti gli esperti sanno che il grande cane, nove volte su dieci, salta fuori proprio così: difficilissimo che il supercampione megagalattico riesca a regalare lo stesso livello eccelso alla propria discendenza.
Eppure il Cane maiuscolo “fatto in casa” non verrà mai guardato con la stessa attenzione che viene riservata alla nuova importazione dalla genealogia roboante: per vincere, il cagnino con affisso italiano dev’essere così straordinariamente bello da stendere tutti gli avversari… ma questi sono tempi in cui su qualsiasi ring, anche nella Nazionale meno importante, ci sono almeno una decina di cani ad alto livello. E a questo punto, per capire dove sta la qualità “vera”, bisogna intendersene sul serio: altrimenti ci si lascia condizionare dalle facce, dalle voci di corridoio o dai precedenti illustri.
Il discorso, a questo punto, porta molto oltre: porta su un terreno molto pericoloso, perché c’è l’allevatore che una volta ottenuta la “faccia” giusta continua a presentare cani di buon livello… ma c’è anche quello che “ci marcia” e sfrutta il proprio nome per spingere soggetti mediocri (che purtroppo in molti casi vincono).

dog-show4Vorrei evitare però di spingermi troppo oltre, e di rendere troppo lungo e pesante questo articolo, per cui comincio a proporre almeno una soluzione.
Prima però, tengo a sottolineare che alla base di tutto quanto abbiamo detto fin qui c’è un solo, innegabile problema: il giudice si lascia influenzare quando è convinto di saperne meno dell’espositore che ha di fronte.
Un allevatore di Chow chow può venire abilitato a giudicare il Levrieri Ungheresi e sicuramente ne capisce qualcosa, si è studiato lo standard, ha cercato di vederne più che poteva: ma quando si trova sul ring un allevatore di Levrieri Ungheresi che lo guarda dritto in faccia, è perfettamente conscio che quello che sa più di lui. Ed è qui che casca l’asino.
A mio avviso, dunque, l’unico modo per evitare le influenze occulte è quello di creare un maggior numero di giudici specialisti: e non nel senso di “giudici che sono stati chiamati per una Speciale”, bensì nel senso di allevatori della razza che sono chiamati a giudicare sul ring.
C’è un numero spaventosamente alto di allevatori in Italia, e tra questi i giudici si contano sulle dita di due o tre mani. Perché?
La risposta che normalmente arriva dalle alte sfere dell’ENCI è sintetizzabile in un’alzata di spalle: se nessuno ha voglia di fare il corso da giudice, cosa ci si può fare?
In realtà credo che sarebbe possibile non solo invogliare concretamente gli aspiranti ad intraprendere questa carriera (per esempio arrivando ad una sorta di semi-professionismo), ma anche migliorarne il livello tecnico (con corsi di aggiornamento e con meeting giudici-allevatori), mettendoli finalmente in condizione di guardare con cognizione di causa dalla parte giusta del guinzaglio.
Credo che l’ENCI dovrebbe affrontare al più presto questo problema, non solo per rispetto verso chi paga somme ormai decisamente altine per iscrivere i propri cani a un’esposizione, ma anche per non rischiare di vedere i ring sempre meno popolati, con inevitabili ripercussioni negative sull’intero panorama cinofilo.

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.

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