giovedì , 23 novembre 2017
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I cani “frozen” e la “learned helplessness”

frozen2di VALERIA ROSSI – No, un cane “frozen” (letteralmente: “congelato”) non è  quello nella foto a sinistra: con questo termine si definiscono invece quei soggetti che, di fronte a uno stimolo capace di intimorirli (umano, altro cane, rumore, oggetto sconosciuto) reagiscono immobilizzandosi. Ovvero, tra le famose “tre F” (Flight –> fuggire, Fight –> combattere, o Freeze –> restare immobili), scelgono la terza: ma la scelgono “a oltranza”, non limitandosi a sperare che lo stimolo “non si accorga di loro e se ne vada” (che è la motivazione principale per scegliere l’immobilizzazione), ma non essendo più capaci di valutare nessun’altra alternativa.
Di cani frozen, purtroppo, se ne vedono fin troppi nei canili: cani che, quasi immancabilmente, finiscono relegati nel limbo (o forse nell’inferno…) degli “inadottabili”.

Ma è sempre vero?
Questi cani sono realmente destinati a vivere per sempre in un box – o per meglio dire, nell’angolo di un box – senza alcuna possibilità di rifarsi una vita decente?
Innanzitutto bisogna capire per quale motivo il cane si “freeza”.
Questa forma di reazione a uno stressor, come abbiamo detto, è normale nel cane (e in moltissimi altri esseri viventi: è decisamente più diffusa tra le prede che non tra i predatori, ma si verifica anche nell’uomo, che è il predatore per eccellenza: la frase “paralizzato dalla paura” indica esattamente questo stato d’animo).
Quello che non è normale è che non vengano più prese in considerazione le possibili alternative: il che avviene quando nel cane sopraggiunge quella che tecnicamente viene chiamata “learned helplessness”, ovvero “disperazione appresa”, o “rassegnazione appresa”.
Letteralmente “helplessness” significa “impossibilità di ricevere un aiuto”:  ed è esattamente questa la convinzione dei cani frozen. “Niente e nessuno potrà aiutarmi, non ho alcuna possibilità di fuggire e quindi rimango immobile, sperando che ciò che mi fa paura se ne vada solo oppure aspettando passivamente che mi faccia del male/che mi uccida, perché non c’è nulla che io possa fare per impedirlo”.

frozen1Questi cani hanno tutti un background comune: hanno vissuto intensi stress che non sono riusciti a superare e a risolvere.
La learned helplessness è stata ricreata anche sperimentalmente,  mettendo gli animali  da laboratorio di fronte a compiti sperimentali impossibili da risolvere.
Quando l’animale si rende conto di non poter in alcun modo sfuggire allo stressor, né di riuscire a contrastarlo in alcun modo, sviluppa un vero e proprio stato depressivo o ansioso (o entrambi) che non gli permette più neppure di superare compiti semplici e assolutamente risolvibili.
Così come il superamento di uno stress migliora la capacità di affrontarne e superarne non soltanto altri uguali, ma anche vagamente simili, così l’impossibilità di superarne uno può inibire la capacità di affrontarne altri anche di intensità assai minore.
In questi casi il lato raziocinante viene completamente a mancare: si verificano proprio delle profonde alterazioni della neurochimica cerebrale e il cane si chiude completamente in se stesso, dando ormai “per scontato” (ma del tutto inconsciamente) che non c’è nulla che possa fare per sottrarsi allo stressor.
E’ interessante sapere che negli animali da laboratorio la learned helplessness è stata ottenuta non soltanto con stimoli fisici (shock elettrico, rumori intensi, sostanze tossiche ecc.), ma anche per motivi prettamente psicologici (frustrazione, separazione tra madre e prole, perdita degli affetti). I famosi cani che “si lasciano morire” dopo la scomparsa del loro umano di riferimento sono un esempio di rassegnazione appresa “per via psicologica”.

frozen5Ma si può fare qualcosa, per riportare questi soggetti a una vita normale?
In alcuni casi, purtroppo, è davvero difficilissimo: bisogna sapere, infatti, che la risposta endocrina allo stress (ovvero quella che proviene dall’asse ipotalamo-ipofisi-surrene) riflette un’aumentata attivazione emozionale.
Quando la risposta neurochimica è irrimediabilmente compromessa, è quasi impossibile ottenere risposte positive proprio perché le emozioni del cane sono fuori controllo. In altre parole, lui non crede più di poter affrontare  e risolvere positivamente una qualsiasi situazione.
In questi soggetti tutto viene visto come ineluttabile e negativo, perfino l’offerta di cibo. Non servono né le lusinghe, né le forzature: questi cani reagiscono sempre e solo rimanendo immobili, e a lungo andare si può arrivare anche alla morte.
La buona notizia è che i casi così estremi sono davvero rarissimi, e che la stragrande maggioranza dei cani considerati “frozen” e “inadottabili” potrebbero essere curati e guariti, ovviamente avendo molto tempo da dedicare loro (cosa sempre difficilissima nei canili) e facendo i passi giusti, il primo dei quali è quello di rendere ogni evento prevedibile.
Copincollo qui un brano tratto dalla Treccani, che si riferisce al fenomeno del “coping”, ovvero alla capacità di affrontare e risolvere un problema che implica una forma di stress:

Gli studi di Jay M. Weiss (1972) sul comportamento di coping (fronteggiamento) hanno dimostrato come una risposta fisiologica (ulcera allo stomaco) a uno stimolo fisico ben definito quale lo shock elettrico può essere modificata se si permette all’animale di esercitare qualche forma di controllo o di previsione su di esso.
Un gruppo di animali sperimentali poteva porre fine allo shock eseguendo l’appropriata risposta operante, mentre un altro gruppo di soggetti sperimentali riceveva la stessa stimolazione con lo shock, ma non poteva mettere fine allo stimolo.
I soggetti di un ulteriore gruppo sperimentale venivano posti nell’apparecchiatura senza ricevere alcuno shock.
I risultati di questi studi hanno dimostrato che gli animali che non avevano avuto la possibilità di porre fine allo shock presentavano le ulcerazioni più evidenti, nonostante fossero stati sottoposti a una stimolazione di intensità simile a quella degli altri gruppi sperimentali. In esperimenti successivi Weiss presentò agli animali un segnale sonoro che precedeva, perciò predicendolo, l’inizio dello shock. Se confrontati con soggetti non esposti allo stimolo uditivo (non prevedibilità), quelli che avevano udito il segnale presentavano un numero minore di ulcere.

frozen4Al di là dell’orrore suscitato da questi esperimenti (volti, ovviamente, a  comprendere e curare i fenomeni di ansia e di depressione nell’uomo), balza agli occhi il fatto che la prevedibilità dello stimolo migliora il comportamento di coping.
Altri studi (relativi all’uomo e ai primati non umani, ma che vivono in strutture sociali complesse) hanno dimostrato che la presenza di un supporto sociale aumenta la capacità di sostenere gli eventi stressanti: pur mancando al momento una sperimentazione specifica per quanto riguarda il cane, la sua essenza di animale sociale fa presupporre che anche nel suo caso si potrebbero ottenere risultati migliori utilizzando lo stesso supporto.
Per quanto riguarda i cani “frozen”, sia che stiano in  canile, sia che siano stati inseriti in famiglia, sembra quindi opportuno inserire progressivamente eventi prevedibili e supportati da un contesto sociale: in particolare è abbastanza agevole ottenere, tramite la prevedibilità (“alla data ora di ogni giorno succede questo”), l’acquisizione di una certa la familiarità con un singolo volontario o con un membro della famiglia adottiva.
Il difficile è ottenere poi che il cane generalizzi (cosa che i cani fanno molto poco e con molta difficoltà), riuscendo a sopportare e superare anche stimoli (talora rappresentati anche dalla semplice presenza)  sconosciuti ed estranei.

frozen3Il lavoro è sicuramente lungo e complesso e questo complica le cose quando si tratta di cani di canile, laddove i volontari hanno sempre i minuti contati e non hanno certamente un solo caso a cui dedicarsi: però, in diversi casi, si possono ottenere risposte di coping.
Quasi sempre sarà necessario utilizzare una leggera forzatura, perché il cane frozen, da solo, non ne esce: si può diventar vecchi proponendogli giochi, cibo o qualsiasi altro stimolo positivo che lui non vedrà mai come tale, ma solo come ulteriore fonte di stress a cui reagire con immobile rassegnazione.
Ovviamente occorre grande sensibilità (e occorrerebbero anche improbabili – se non impossibili, specie in canile – misurazione delle modificazioni endocrine, neurochimiche e immunologiche: ma non pretendiamo troppo e accontentiamoci del “fattibile”) per capire quando e come si possa insistere nel forzare il cane a riemergere dal suo stato passivo. Però bisogna farlo, perché questo è l’unico modo per spezzare un circolo vizioso che – lo ribadisco – è soprattutto chimico e non è più controllabile dalla volontà del soggetto.
Quello che si deve fare, dunque, è indurre delle modificazioni altrettanto involontarie (o per  meglio dire, inconsapevoli), che potrebbero anche essere coadiuvate da una terapia farmacologica, se anche questa non fosse un’utopia per la stragrande maggioranza dei canili italiani: per fortuna i cani hanno risorse talora insospettabili e la loro capacità di adattamento è talmente elevata da rendere, in alcuni casi, possibile un recupero almeno parziale.
Per esempio, si può ottenere che un cane viva una vita “apparentemente normale” all’interno della sua nuova famiglia, rimanendo sempre in un areale ben preciso (casa e giardino): magari non sarà mai in grado di affrontare il mondo esterno, ma in quell’habitat vivrà una vita serena, ben diversa dall’incubo in cui viveva in canile.
Vale sempre la pena di provarci, specie se il cane ha iniziato da poco tempo a manifestare il comportamento “frozen”: le possibilità di riuscita sono migliori se si interviene precocemente.

frozen6Purtroppo queste possibilità talora vengono inficiate “per troppo amore” dagli stessi volontari che non se la sentono, per esempio, di forzare il cane a lasciare la propria posizione (“Poverino, ha paura, lasciamolo in pace!”) e che sperano di recuperarlo semplicemente offrendogli bocconcini o costringendolo (ma secondo loro NON è una costrizione) a “subire” coccole  e carezze che sono viste dal cane come ulteriori stressor a cui non sa come sottrarsi. Le coccole, teniamolo sempre presente, NON sono affatto positive per un cane terrorizzato: può subentrare una forma di abituazione, ma prima che vengano viste come qualcosa di “piacevole” occorre che il cane le riconosca come momenti di aggregazione sociale… e un cane “frozen” non vede gli umani come membri della propria società. Può essere utile affiancare loro un membro sociale più “comprensibile” (ovvero un altro cane) che col tempo potrebbe anche invogliarli – per imitazione sociale – ad avvicinarsi all’uomo: ma prima di ogni altra cosa bisogna “rimettere in moto” le risposte chimiche corrette di fronte agli stimoli, quindi costringere il cane a “scongelarsi” e a muoversi, superando anche un altro scoglio, e cioè il rinforzo ottenuto dalla consapevolezza che rimanere freezati comporta l’assenza di eventi negativi.
Il cane, insomma, deve rendersi conto (dapprima inconsapevolmente, poi consciamente) che “non gli succede nulla” neppure se abbandona la sua posizione statica. Solo dopo questo primo passo sarà possibile fargli scoprire (stavolta del tutto consciamente) che abbandonando questa posizione succedono cose belle: ma non si può saltare direttamente alla fase b) senza aver prima superato la a), e cioè la riabituazione al movimento senza che succeda assolutamente nulla.
E’ importante capire questo, perché il “qualcosa di bello”, inizialmente, verrebbe sempre e solo vissuto come uno stressor a cui il cane ha imparato a reagire freezandosi: quindi per prima cosa bisogna far sì che “muoversi” significhi semplicemente “assenza” di qualsiasi stressor. “Se esco da lì non mi succede assolutamente niente” è un primo passo fondamentale per dare inizio al coping: “se esco da lì mi mettono davanti del cibo” – anche se non sembra – è sbagliato, perché il cibo è comunque uno stimolo che, in questa prima fase, deve mancare: così come devono mancare parole, carezze e qualsiasi altra interazione con l’uomo.
Forzare un cane frozen significa, dunque, tirarlo fuori dalla sua cuccia (con una semplice corda, senza mettergli pettorine né altro che comporti un maneggiamento), fargli fare tre o quattro passi e poi riportarlo al suo posto. Il secondo giorno i passi saranno cinque o sei, il terzo giorno dieci e così via.
Quando il cane accetterà di camminare in modo autonomo si potrà inserire il cibo e solo dopo qualche tempo (che dipende tutto dal tipo di risposte che si riusciranno a ottenere) si potrà presentare al cane la possibilità di interagire con l’uomo, inizialmente solo parlandogli e poi toccandolo. Evidentemente uno stimolo negativo lo dovrà già subire: quello della corda che lo “traina” letteralmente fuori. Ma proprio per questo, all’inizio, deve essere il solo.
E attenzione: se il cane manifesta fenomeni di ribellione (impennarsi, “puntellarsi”, cercare di mordere ecc.) questo significa che una possibilità esiste. Il cane irrecuperabile è quello che si lascia cadere a peso morto e non reagisce in alcun modo eppure alla forzatura: gli altri, nel momento in cui cominciano “a dare i numeri”  (e magari a suscitare reazioni del tipo “poverinooo! Smettiamo subito di torturarlo!”), in realtà hanno iniziato a superare lo stato di depressione e avrebbero fatto il primo passo verso il miglioramento… se solo glielo permettessimo, anziché condannarli alla galera a vita per colpa di un deviato e malissimo interpretato senso del famigerato “ammmmore“.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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