frozen2di VALERIA ROSSI – No, un cane “frozen” (letteralmente: “congelato”) non è  quello nella foto a sinistra: con questo termine si definiscono invece quei soggetti che, di fronte a uno stimolo capace di intimorirli (umano, altro cane, rumore, oggetto sconosciuto) reagiscono immobilizzandosi. Ovvero, tra le famose “tre F” (Flight –> fuggire, Fight –> combattere, o Freeze –> restare immobili), scelgono la terza: ma la scelgono “a oltranza”, non limitandosi a sperare che lo stimolo “non si accorga di loro e se ne vada” (che è la motivazione principale per scegliere l’immobilizzazione), ma non essendo più capaci di valutare nessun’altra alternativa.
Di cani frozen, purtroppo, se ne vedono fin troppi nei canili: cani che, quasi immancabilmente, finiscono relegati nel limbo (o forse nell’inferno…) degli “inadottabili”.

Ma è sempre vero?
Questi cani sono realmente destinati a vivere per sempre in un box – o per meglio dire, nell’angolo di un box – senza alcuna possibilità di rifarsi una vita decente?
Innanzitutto bisogna capire per quale motivo il cane si “freeza”.
Questa forma di reazione a uno stressor, come abbiamo detto, è normale nel cane (e in moltissimi altri esseri viventi: è decisamente più diffusa tra le prede che non tra i predatori, ma si verifica anche nell’uomo, che è il predatore per eccellenza: la frase “paralizzato dalla paura” indica esattamente questo stato d’animo).
Quello che non è normale è che non vengano più prese in considerazione le possibili alternative: il che avviene quando nel cane sopraggiunge quella che tecnicamente viene chiamata “learned helplessness”, ovvero “disperazione appresa”, o “rassegnazione appresa”.
Letteralmente “helplessness” significa “impossibilità di ricevere un aiuto”:  ed è esattamente questa la convinzione dei cani frozen. “Niente e nessuno potrà aiutarmi, non ho alcuna possibilità di fuggire e quindi rimango immobile, sperando che ciò che mi fa paura se ne vada solo oppure aspettando passivamente che mi faccia del male/che mi uccida, perché non c’è nulla che io possa fare per impedirlo”.

frozen1Questi cani hanno tutti un background comune: hanno vissuto intensi stress che non sono riusciti a superare e a risolvere.
La learned helplessness è stata ricreata anche sperimentalmente,  mettendo gli animali  da laboratorio di fronte a compiti sperimentali impossibili da risolvere.
Quando l’animale si rende conto di non poter in alcun modo sfuggire allo stressor, né di riuscire a contrastarlo in alcun modo, sviluppa un vero e proprio stato depressivo o ansioso (o entrambi) che non gli permette più neppure di superare compiti semplici e assolutamente risolvibili.
Così come il superamento di uno stress migliora la capacità di affrontarne e superarne non soltanto altri uguali, ma anche vagamente simili, così l’impossibilità di superarne uno può inibire la capacità di affrontarne altri anche di intensità assai minore.
In questi casi il lato raziocinante viene completamente a mancare: si verificano proprio delle profonde alterazioni della neurochimica cerebrale e il cane si chiude completamente in se stesso, dando ormai “per scontato” (ma del tutto inconsciamente) che non c’è nulla che possa fare per sottrarsi allo stressor.
E’ interessante sapere che negli animali da laboratorio la learned helplessness è stata ottenuta non soltanto con stimoli fisici (shock elettrico, rumori intensi, sostanze tossiche ecc.), ma anche per motivi prettamente psicologici (frustrazione, separazione tra madre e prole, perdita degli affetti). I famosi cani che “si lasciano morire” dopo la scomparsa del loro umano di riferimento sono un esempio di rassegnazione appresa “per via psicologica”.

frozen5Ma si può fare qualcosa, per riportare questi soggetti a una vita normale?
In alcuni casi, purtroppo, è davvero difficilissimo: bisogna sapere, infatti, che la risposta endocrina allo stress (ovvero quella che proviene dall’asse ipotalamo-ipofisi-surrene) riflette un’aumentata attivazione emozionale.
Quando la risposta neurochimica è irrimediabilmente compromessa, è quasi impossibile ottenere risposte positive proprio perché le emozioni del cane sono fuori controllo. In altre parole, lui non crede più di poter affrontare  e risolvere positivamente una qualsiasi situazione.
In questi soggetti tutto viene visto come ineluttabile e negativo, perfino l’offerta di cibo. Non servono né le lusinghe, né le forzature: questi cani reagiscono sempre e solo rimanendo immobili, e a lungo andare si può arrivare anche alla morte.
La buona notizia è che i casi così estremi sono davvero rarissimi, e che la stragrande maggioranza dei cani considerati “frozen” e “inadottabili” potrebbero essere curati e guariti, ovviamente avendo molto tempo da dedicare loro (cosa sempre difficilissima nei canili) e facendo i passi giusti, il primo dei quali è quello di rendere ogni evento prevedibile.
Copincollo qui un brano tratto dalla Treccani, che si riferisce al fenomeno del “coping”, ovvero alla capacità di affrontare e risolvere un problema che implica una forma di stress:

Gli studi di Jay M. Weiss (1972) sul comportamento di coping (fronteggiamento) hanno dimostrato come una risposta fisiologica (ulcera allo stomaco) a uno stimolo fisico ben definito quale lo shock elettrico può essere modificata se si permette all’animale di esercitare qualche forma di controllo o di previsione su di esso.
Un gruppo di animali sperimentali poteva porre fine allo shock eseguendo l’appropriata risposta operante, mentre un altro gruppo di soggetti sperimentali riceveva la stessa stimolazione con lo shock, ma non poteva mettere fine allo stimolo.
I soggetti di un ulteriore gruppo sperimentale venivano posti nell’apparecchiatura senza ricevere alcuno shock.
I risultati di questi studi hanno dimostrato che gli animali che non avevano avuto la possibilità di porre fine allo shock presentavano le ulcerazioni più evidenti, nonostante fossero stati sottoposti a una stimolazione di intensità simile a quella degli altri gruppi sperimentali. In esperimenti successivi Weiss presentò agli animali un segnale sonoro che precedeva, perciò predicendolo, l’inizio dello shock. Se confrontati con soggetti non esposti allo stimolo uditivo (non prevedibilità), quelli che avevano udito il segnale presentavano un numero minore di ulcere.

frozen4Al di là dell’orrore suscitato da questi esperimenti (volti, ovviamente, a  comprendere e curare i fenomeni di ansia e di depressione nell’uomo), balza agli occhi il fatto che la prevedibilità dello stimolo migliora il comportamento di coping.
Altri studi (relativi all’uomo e ai primati non umani, ma che vivono in strutture sociali complesse) hanno dimostrato che la presenza di un supporto sociale aumenta la capacità di sostenere gli eventi stressanti: pur mancando al momento una sperimentazione specifica per quanto riguarda il cane, la sua essenza di animale sociale fa presupporre che anche nel suo caso si potrebbero ottenere risultati migliori utilizzando lo stesso supporto.
Per quanto riguarda i cani “frozen”, sia che stiano in  canile, sia che siano stati inseriti in famiglia, sembra quindi opportuno inserire progressivamente eventi prevedibili e supportati da un contesto sociale: in particolare è abbastanza agevole ottenere, tramite la prevedibilità (“alla data ora di ogni giorno succede questo”), l’acquisizione di una certa la familiarità con un singolo volontario o con un membro della famiglia adottiva.
Il difficile è ottenere poi che il cane generalizzi (cosa che i cani fanno molto poco e con molta difficoltà), riuscendo a sopportare e superare anche stimoli (talora rappresentati anche dalla semplice presenza)  sconosciuti ed estranei.

frozen3Il lavoro è sicuramente lungo e complesso e questo complica le cose quando si tratta di cani di canile, laddove i volontari hanno sempre i minuti contati e non hanno certamente un solo caso a cui dedicarsi: però, in diversi casi, si possono ottenere risposte di coping.
Quasi sempre sarà necessario utilizzare una leggera forzatura, perché il cane frozen, da solo, non ne esce: si può diventar vecchi proponendogli giochi, cibo o qualsiasi altro stimolo positivo che lui non vedrà mai come tale, ma solo come ulteriore fonte di stress a cui reagire con immobile rassegnazione.
Ovviamente occorre grande sensibilità (e occorrerebbero anche improbabili – se non impossibili, specie in canile – misurazione delle modificazioni endocrine, neurochimiche e immunologiche: ma non pretendiamo troppo e accontentiamoci del “fattibile”) per capire quando e come si possa insistere nel forzare il cane a riemergere dal suo stato passivo. Però bisogna farlo, perché questo è l’unico modo per spezzare un circolo vizioso che – lo ribadisco – è soprattutto chimico e non è più controllabile dalla volontà del soggetto.
Quello che si deve fare, dunque, è indurre delle modificazioni altrettanto involontarie (o per  meglio dire, inconsapevoli), che potrebbero anche essere coadiuvate da una terapia farmacologica, se anche questa non fosse un’utopia per la stragrande maggioranza dei canili italiani: per fortuna i cani hanno risorse talora insospettabili e la loro capacità di adattamento è talmente elevata da rendere, in alcuni casi, possibile un recupero almeno parziale.
Per esempio, si può ottenere che un cane viva una vita “apparentemente normale” all’interno della sua nuova famiglia, rimanendo sempre in un areale ben preciso (casa e giardino): magari non sarà mai in grado di affrontare il mondo esterno, ma in quell’habitat vivrà una vita serena, ben diversa dall’incubo in cui viveva in canile.
Vale sempre la pena di provarci, specie se il cane ha iniziato da poco tempo a manifestare il comportamento “frozen”: le possibilità di riuscita sono migliori se si interviene precocemente.

frozen6Purtroppo queste possibilità talora vengono inficiate “per troppo amore” dagli stessi volontari che non se la sentono, per esempio, di forzare il cane a lasciare la propria posizione (“Poverino, ha paura, lasciamolo in pace!”) e che sperano di recuperarlo semplicemente offrendogli bocconcini o costringendolo (ma secondo loro NON è una costrizione) a “subire” coccole  e carezze che sono viste dal cane come ulteriori stressor a cui non sa come sottrarsi. Le coccole, teniamolo sempre presente, NON sono affatto positive per un cane terrorizzato: può subentrare una forma di abituazione, ma prima che vengano viste come qualcosa di “piacevole” occorre che il cane le riconosca come momenti di aggregazione sociale… e un cane “frozen” non vede gli umani come membri della propria società. Può essere utile affiancare loro un membro sociale più “comprensibile” (ovvero un altro cane) che col tempo potrebbe anche invogliarli – per imitazione sociale – ad avvicinarsi all’uomo: ma prima di ogni altra cosa bisogna “rimettere in moto” le risposte chimiche corrette di fronte agli stimoli, quindi costringere il cane a “scongelarsi” e a muoversi, superando anche un altro scoglio, e cioè il rinforzo ottenuto dalla consapevolezza che rimanere freezati comporta l’assenza di eventi negativi.
Il cane, insomma, deve rendersi conto (dapprima inconsapevolmente, poi consciamente) che “non gli succede nulla” neppure se abbandona la sua posizione statica. Solo dopo questo primo passo sarà possibile fargli scoprire (stavolta del tutto consciamente) che abbandonando questa posizione succedono cose belle: ma non si può saltare direttamente alla fase b) senza aver prima superato la a), e cioè la riabituazione al movimento senza che succeda assolutamente nulla.
E’ importante capire questo, perché il “qualcosa di bello”, inizialmente, verrebbe sempre e solo vissuto come uno stressor a cui il cane ha imparato a reagire freezandosi: quindi per prima cosa bisogna far sì che “muoversi” significhi semplicemente “assenza” di qualsiasi stressor. “Se esco da lì non mi succede assolutamente niente” è un primo passo fondamentale per dare inizio al coping: “se esco da lì mi mettono davanti del cibo” – anche se non sembra – è sbagliato, perché il cibo è comunque uno stimolo che, in questa prima fase, deve mancare: così come devono mancare parole, carezze e qualsiasi altra interazione con l’uomo.
Forzare un cane frozen significa, dunque, tirarlo fuori dalla sua cuccia (con una semplice corda, senza mettergli pettorine né altro che comporti un maneggiamento), fargli fare tre o quattro passi e poi riportarlo al suo posto. Il secondo giorno i passi saranno cinque o sei, il terzo giorno dieci e così via.
Quando il cane accetterà di camminare in modo autonomo si potrà inserire il cibo e solo dopo qualche tempo (che dipende tutto dal tipo di risposte che si riusciranno a ottenere) si potrà presentare al cane la possibilità di interagire con l’uomo, inizialmente solo parlandogli e poi toccandolo. Evidentemente uno stimolo negativo lo dovrà già subire: quello della corda che lo “traina” letteralmente fuori. Ma proprio per questo, all’inizio, deve essere il solo.
E attenzione: se il cane manifesta fenomeni di ribellione (impennarsi, “puntellarsi”, cercare di mordere ecc.) questo significa che una possibilità esiste. Il cane irrecuperabile è quello che si lascia cadere a peso morto e non reagisce in alcun modo eppure alla forzatura: gli altri, nel momento in cui cominciano “a dare i numeri”  (e magari a suscitare reazioni del tipo “poverinooo! Smettiamo subito di torturarlo!”), in realtà hanno iniziato a superare lo stato di depressione e avrebbero fatto il primo passo verso il miglioramento… se solo glielo permettessimo, anziché condannarli alla galera a vita per colpa di un deviato e malissimo interpretato senso del famigerato “ammmmore“.

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.

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18 Commenti

  1. Ho adottato da un paio di mesi un cane che reagisce esattamente in questo modo all’avvicinarsi delle persone (c’è di buono che se ha sufficiente spazio comunque scappa invece che congelarsi). Avendo già un bracco estremamente sociale il nuovo membro della truppa si sta sciogliendo molto e arriva ad avvicinarsi spontaneamente per un annusatina e grattatina sul naso mentre l’altro viene coccolato. La sua fobia per le persone è relativa solo al loro avvicinamento, se a debita distanza sembra animato da una spiccata curiosità. Ad esempio è il primo a presentarsi alla porta o al cancello quando sente qualcuno, anche se estraneo, per poi battere in ritirata quando ci si avvicina o congelarsi se lo spazio è ristretto.
    Grazie ai vostri articoli sto imparando molto e sto tentando di desciuramariaizzarmi. Vorrei veramente far vivere sereno il mio timido cane quindi se avete consigli in particolare su cosa NON fare per risparmiarmi grossolani errori ve ne sarei grata.

    • Ciao Elena,
      7 anni fa ho adottato un canetto “frozen” e decisamente traumatizzato dal canile.
      L’atteggiamento che aveva era esattamente questo. All’epoca non ho avuto la fortuna di imbattermi in articoli interessanti come questo, ma con pazienza e gradualità sono (siamo) riusciti a trasformare quel cane impaurito ed immobile in un canetto allegro ed estroverso. Ci vuole pazienza e anche leggere articoli come questo.
      Auguri 🙂

  2. Nella struttura presso la quale presto volontariato non abbiamo cani che vanno in frozen, quanto piuttosto che cercano la fuga in presenza di umani. Col passare del tempo con molti di loro sono riuscito a stabilire un rapporto (tollerano la mia presenza, non hanno paura di me e si comportano “normalmente”, con alcuni sono riuscito a stabilire direttamente un contatto fisico, con loro che si avvicinano, e non il contrario).
    Quello che mi manca e’ lo step successivo, ovviamente perche’ non ne ho le competenze e perche’ dubito che interagendo con loro una sola volta alla settimana si possa ottenere di piu’.
    E’ molto triste che non ci sia materialmente il tempo e la forza lavoro necessaria per fare questo passo in piu’.

  3. Brava, Valeria, spero che l’articolo aiuti alcuni volontari a “scongelare” questi cani. Buona la spiegazione della necessità di una “forzatura” consapevole.

  4. Questa è la perfetta descrizione della mia Stella. Ora ha quasi 7 anni, vive con noi da quando aveva 4 mesi e di passi avanti ne ha fatti molti ma con gran fatica da parte sua e nostra, essendo anche il primo cane. Però purtroppo è un cane normale solo a casa e con noi, accetta di uscire in passeggiata solo nei dintorni di casa nostra e se non ci sono estranei in giro o troppi rumori, altrimenti vuole tornare a casa. Ormai ci siamo rassegnati al fatto che non sia un cane da poter portare con noi ovunque, lei è casalinga, per fortuna abbiamo un cortile spazioso dove può correre e divertirsi. So che non è il massimo, ma lei è felice così, portarla in posti sconosciuti la mette in tensione e sembra di farle più un dispetto che un piacere! L’unica nota positiva degli ultimi tempi è che da quando è nato mio figlio (ora ha 13 mesi), Stella sembra più felice ma soprattutto un po’ più coraggiosa, boh, i misteri della vita 🙂
    Comunque cani così sono difficili da gestire, soprattutto per dei neofiti.

  5. Molto interessante 🙂

    Siccome però oggi ho voglia di fare “polemica”, mi ricollego ai temi tanto discussi ultimamente:

    Come scritto nell’articolo, ci sono stati esperimenti, che sicuramente ai cani in questione non hanno fatto piacere, ma “sacrificando” un numero di cani sicuramente inferiore a quelli che muoiono per strada in un’estate qualsiasi, si sono ottenuti risultati preziosissimi per aiutare sia gli umani che gli altri cani, e sicuramente il concetto è applicabile anche ad altri animali. L’esperimento “fa orrore”, ma la conoscenza di quello che succede non è forse preziosa?
    Se lo sperimentatore avesse pesato “no, questo esperimento che mi è venuto in mente non lo faccio, io amo troppo i cani e non voglio sottoporli a questo tipo di stress” probabilmente quei cani lì si sarebbero fatti i fatti loro senza fattori stressanti, ma quante migliaia di cani e umani oggi non beneficerebbero della scoperta?
    Ultimamente pare che la “sperimentazione” (anche sui cani) faccia orrore a tutti, ma i risultati poi piacciono e si è contenti di averli…

  6. Yoko 5 anni in canile… poi a scatola chiusa l’ho presa e portata a casa…. con tante proteste da parte del mio compagno lo ammetto, ma quando mi metto qualcosa in testa è impossibile farmi cambiare idea. e visto che alle mie domande sul cane le risposte erano tutt’altro che spontanee (da parte del canile) e chiare ormai per me portarlo fuori di lì era diventato un punto fermo (ho un carattere del cavolo, lo ammetto). In realtà Yoko non è proprio un cane frozen, anche se tutt’ora usa il metodo che io chiamo “zerbino” quando la situazione è potenzialmente “pericolosa”.
    Comunque i primi giorni è rimasta appiccicata alla finestra della portafinestra in cucina con l’aria terrorizzata, non osando muovere un muscolo. Anzi il primo giorno si è rifiutata di entrare in casa, tanto che mi sono detta vabbò dormirà fuori… poi vederla sotto il sole di luglio spiaccicata sulle pietre ansimante senza avere il coraggio di girarsi intorno mi ha fatto decidere. così l’ho trascinata in casa volente o nolente e l’ho lasciata spiaccicata contro la portafinestra con l’aria terrificata. I bisogni li faceva solo di nascosto, tanto che avevo anche paura di un qualche blocco intestinare o urinario, perchè in mia presenza tratteneva tutto. Non ricordo se i primi giorni l’ho lasciata in pace, forse si. Ma non avevo intenzione di fare finta di niente, e ho deciso di forzarla un po’. Così in casa la ignoravo per la maggior parte del tempo ma uscire era un obbligo, non volevo modificare la routine che già c’era con l’altro cane (perchè già c’era Paco)e lei piccina camminava con la testa bassa e la coda fra le gambe senza annusare niente o fermarsi a fare anche solo una pisciatina. Quando la caricai in macchina per portarla dal veterinario fece un piccolo guaito e liberò la vescica dalla paura. Non so bene neanche perchè ma ero arrivata alla conclusione che riempirla di coccole e poverina non avrebbe aiutato (tutti gli errori fatti con il primo cane a qualcosa servono). In casa la lasciavo in cucina, perchè era lei che voleva starci e rimanevo a leggere nella stanza accanto. Paco stava con me (sempre stato un mammone)… e lei ha cominciato ad affacciarsi timidamente e a riscappare al minimo accenno di attenzione… poi ha cominciato a venire nel soggiorno con noi ma la notte tornava a dormire in cucina (Paco dorme in camera)…. è dovuto arrivare l’inverno prima che si avventurasse su per le scale. la mia patata… vi assicuro che ogni piccolo passo era una soddisfazione enorme… Vermante i primi giorni credevo di aver fatto il passo più lungo della gamba. Ovviamente in tutto ciò hanno influito non poco un sacco di buoni consigli di un amico educatore… da cui poi abbiamo fatto un corso di obbedienza base che Yoko ha adorato!!!
    Adesso Yoko è un cane assolutamente equilibrato, tranquilla, socevole con tutti gli umani e con il 90% della popolazione canina…. anche se la presenza di Paco credo che abbia aiutato tantissimo Yoko ad ambientarsi… tutt’ora devo ammettere che è molto difficile dividerli. Se io tengo Yoko a guinzaglio e il mio compagno Paco (come in genere facciamo in vacanza)… e noi due ci allontaniamo per qualche motivo, Yoko si ferma continuamente per aspettare Paco…

  7. Grazie. La mia tata a volte lo fa’, anche lei ha avuto un passato non semplice. Dopo che le era esploso unpetardo a distanza ravvicinata aveva iniziato a farlo in modo sistematico.
    Un abraccio a tutti quelli che stanno vivendo situazioni analoghe. Un consiglio provate con i giochi di attivita’ mentale. Non l attivita’ mentale fai da te con i giochi comprati, quella studiata ad hoc per il pbdel vs cane

  8. Io ho avuto la fortuna, perchè lavorando di e per la cinofilia è una sensazione che prima o poi devi vivere, di gestire 2 soggetti ( in 15 anni) frozen per fortuna nessuno dei due in uno stato “terminale” anche se uno dei due ha dato il primo cenno di razione al guinzaglio alla 12 sima seduta/incontro. Dopo circa 5 mesi per uno e 7 mesi per un’altro i due soggetti, entrambi meticci da canile, hanno superato brillantemente la loro condizione e ora vivono in famiglie e da ciò che mi viene periodicamente riferito è come se quella fase del loro passato non fosse mai esistita. Scrivo questo non per farmi bello o per fare propraganda a solo per dire a chiunque, colleghi o appassionati, che con una buona anamnesi e conoscenza del contesto comportamentale oltre che l’attento studio del loro vissuto – questo ancor prima di iniziare e metterci le mani dentro- si può davvero riuscire a “salvare” e dare una nuova vita ad un frozen.
    Grazie Valeria per avermi fatto, con il tuo articolo, rivivere un bel periodo della mia vita professionale, un periodo faticoso ma oggi uno dei più ricchi – professionalmente parlando- vissuti.

  9. Grazie di Cuore a Valeria per aver celato e spiegato cio che non sono riuscita a fare al cospetto di animalisti volontari e famiglie … spero che un giorno Tu possa venire a trovarmi … i miei 25 cani frozen ti aspettano ed anche io con stima e affetto grazie 🙂

  10. fra i miei 4 cani c’è una femmina di bauceron di 1 ann e 2 mesi.
    è perfettamente integrata nel branco,
    sa dove deve stare,ma allo stesso tempo si fa rispettare,
    è amica con tutti e vive felice e beata.
    premetto quindi che non è certo un cane “frozen” quindi esco un pò dal tema,
    ma vi espongo il suo comportamento.
    normalmente è allegra,vispissima,ubbidiente,dolce,atletica,giocherellona,
    moooolto intelligente(non come il labrador…),diffidente con gli estranei,
    come è giusto che sia un cane pastore,ma poi socievole una volta che ha preso il “via” e lo è sia con i cani che con gli umani.
    sempre attenta ai rumori e a possibili invasori,anche se x ora poco…credibile.
    insomma un cane perfetto,io l’adoro.
    ma….
    quando siamo a spasso in mezzo alla gente,finchè ci si muove è solo prudente ed attenta.
    se ci fermiamo e si avvicina qualcuno che parla a voce alta o è un pò “strano” x i suoi parametri,
    comincia a tremare e cerca di fuggire.
    questo nonostante che sia stata fatta socializzare al massimio fino dai 2 mesi…
    cosa dovrei fare???
    non mi era mai capitato un cane così…

  11. Oggi è il quarto giorno che Ringo sta da noi.
    Ringo non è un cane “frozen” nel senso più pieno della definizione, ma mostra alcuni atteggiamenti simili.
    In alcuni momenti o situazioni si blocca e sembra non rispondere a nessuno stimolo, ma, se “costretto” in qualche modo (tirando il guinzaglio o anche semplicemente toccandolo) ringhia o si gira minacciosamente cercando di mordere.
    Mi è stato detto che all’arrivo in canile era intoccabile e non tollerava collari e nient’altro.
    Ora tollera la pettorina e si avvicina agli sconosciuti, ma sempre con segnali contrastanti (ok, si avvicina e si lascia accarezzare, ma con le orecchie spalmate indietro e lo sguardo “sull’attenti”). Anche a me e al mio compagno manda segnali di difficile interpretazione e un paio di giorni fa ha tentato di mordermi per averlo toccato sul fianco mentre era seduto ai piedi del mio compagno davanti a casa… In altri momenti invece si trasforma in un tenerone…
    Nel suo box (4mx2m in giardino, con 3 passeggiate al giorno e altre visite mie e brevi uscite durante la giornata) è bravissimo e diventa tutto baldanzoso, fin troppo, fuori da lì inizia l’insicurezza…
    Ci hanno detto solo “con lui ci vuole molta pazienza e polso”. Ora dobbiamo capire cosa vuol dire nella pratica quotidiana!

  12. Cara Valeria, leggo oggi l’articolo nonostante sia di oltre 2 anni fa, in seguito al tuo bellissimo articolo di oggi “Basta davvero l’ammore”. Ho una jack russel di 3 anni e mezzo che aveva lo stesso atteggiamento. Ci sto lavorando da quasi 6 mesi (perchè prima sbagliavo decisamente tutto e mutate condizioni personali l’hanno fatta regredire dei piccoli progressi fatti) ma ora inizia pian piano ad essere curiosa del mondo che la circonda, rimane a coda alta anche se a distanza vede qualche estraneo in passeggiata e inizia a voler giocare con altri cani. Ma il miracolo vero l’ha fatto il nuovo arrivato, a Settembre ho adottato un cucciolotto meticcio di 11 mesi allegro spensierato (nonostante i 2 canili nei quali è stato) e molto aperto verso cani ed umani. Certo la strada è ancora molto lunga, ma finalmente credo che siamo su quella giusta! 🙂

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