sabato , 18 novembre 2017
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Quelli che… su FB guardano solo le figure

bastarddi VALERIA ROSSI – Avvertenza: questo articolo è sicuramente bastard inside. Qualcuno penserà che io sia una cinica che sfotte persone di buon cuore, permeate da tanto ammmmore: e in fondo è anche vero, è proprio quello che ho intenzione di fare.
Dulcis in fundo, questo articolo non servirà assolutamente a niente.
writer
Però, santapupazza… io, di mestiere, scrivo.
E chi scrive di mestiere, a meno che non appartenga alla sparuta schiera di quelli che hanno un ego smisurato e pensano che Hemingway fosse “bravino”, ma niente di paragonabile a loro… quasi sempre soffrono di insicurezza cronica: che se non fosse mescolata ad una buona dose di autoironia li farebbe vivere con la costante angoscia della critica negativa,  dell’incomprensione da parte del lettore X  o della malignata del lettore Y.
Personalmente confesso di aver vissuto con questa sottile angoscia per almeno quarant’anni della mia vita: tanto che, quando me la prendo con i colleghi giornalisti che scrivono supercazzole cinofile, un po’ merda mi ci sento sempre, sapendo quanto faccia male a chi scrive la disapprovazione di chi legge. Però li critico lo stesso, perché a volte fanno davvero gravi danni alla cinofilia e non si può stare sempre zitti, neppure per empatia: in più mi trovo la scusa che le critiche aiutano a crescere. Non tanto a “migliorare”, in questo campo, perché credo che il dono della scrittura sia una roba che casca dal cielo, o ce l’hai o non ce l’hai (se ce l’hai non è merito tuo, ma se non ce l’hai non è che tu possa conquistarlo con lo studio o l’ impegno), quanto a “saper reggere”, elaborare e digerire: cosa che a me oggi riesce abbastanza bene, ma appunto dopo quarant’anni che faccio questo mestiere.
Poi, vabbe’, quando me la prendo con i giornalisti spero anche che qualcuno di loro, magari, faccia un piccolo sforzo per informarsi un po’ sui cani prima di mettere mano alla tastiera: ma questa SO che è pura utopia. Quindi diciamo che li attacco un po’ perché in qualche modo mi devo sfogare, e un po’ perché penso che se da un lato farò loro del male, dall’altro li aiuterò a temprarsi, se sono giovani.

anonymousTutto questo che c’entra, con l’argomento di questo articolo?
In realtà niente, perché le persone a cui mi sto rivolgendo NON LEGGONO affatto le cose che sono state scritte.
Ho fatto questa premessa solo per spiegare che a un povero disgraziato che scrive di mestiere fa sempre e comunque male sentirsi criticare o addirittura insultare (oddio, non so se esistano lavori in cui tutto questo diventi piacevole: ma di sicuro, a chi scrive dà un fastidio dannato); figuriamoci poi come ti senti quando scopri che tutto ciò che hai faticosamente scritto, elaborato, corretto, messo giù nel modo più carino possibile… non è stato cagato manco di striscio, per usare un delicato francesismo.
A volte hanno letto solo il titolo. A volte manco quello. Specie su FB, ormai si parte di commenti (e pure di critiche pesantine) dopo aver guardato solo una fotografia.
Esempi pratici?
Il fatto che io, tempo fa, abbia pubblicato un articolo dal titolo “Il collare elettrico: parliamone senza ipocrisie né estremismi” mi ha garantito la mia bella dose di vaffanculi e di insulti (come in: “Il collare elettrico mettitelo tu!”, o meglio ancora “Mettilo ai tuoi figli!”). Mo’, a parte il fatto che di figlio ne ho solo uno e che ci sono stati diversi momenti nella vita in cui gliel’avrei messo volentieri… non l’ho potuto fare perché di collare elettrico non ne ho mai posseduto uno. Nè voglio possederlo, visto che sono fortemente contraria, come si evincerebbe facilmente leggendo l’articolo.
Ma chi mi ha coperto di insulti, presumo, non ha letto altro che il titolo (in alternativa, mi resta il tragico dubbio di essermi spiegata proprio malissimo: ma non credo): e da qui si è fatto tutto il film, stabilendo che io sarei una fautrice di questo strumento che invece detesto caldamente.

fischietta_camm_aperOggi, anzi ieri, è scattato un altro tipo di incomprensione: che ha riguardato la foto di Fischietta, la cagnolina di Avola investita e rimasta paralizzata, che anche grazie alla generosità dei lettori di Tpic è stata operata e che, contrariamente ad ogni previsione, si è alzata in piedi e si è messa subito a camminare. La foto è quella che vedete qui a destra.
Ovviamente non è che disponessi di un servizio fotografico completo su questo evento che ho definito “miracoloso”: fortunatamente le volontarie di Avola – ben sapendo che tutti i nostri lettori erano in trepida attesa di notizie – hanno girato un piccolo video, e come foto di apertura, per l’articolo che raccontava l’happy end di questa storia, ho dovuto utilizzare un frame tratto da questo video.
Ne ho quindi scelto uno in cui si vedesse che Fischietta si reggeva bene sulle zampe posteriori, del tutto inerti fino a pochi giorni fa.
Bene (anzi, male)… su FB c’è stata una pioggia di commenti del tipo: “Bastardiiiiiiiiii Cosa le avete fattoooo?!?” (c’è sempre un’ overdose di vocali nei commenti degli animalisti); “Chi è stato a ridurla cosî un mostro di persona! Non ho parole!” (ehm… veramente a “ridurla così” è stato il dottor Stefano Pantano, che l’ha operata ridandole la vita: non mi pare che sia stato propriamente un mostro!)… e addirittura: “Certe bestiole vengono letteralmente spellate per farle soffrire! sono dei maledetti quelli che perpetuano in queste macabre sevizie…”: questo due commenti sotto a quello in cui già ri-spiegavo che la cagnina era appena stata operata (e per questo era rasata sulla schiena: perché nun se po’ operare una parte ricoperta di pelo!).
Poi mi è arrivato pure il seguente msg privato: “Io amo gli animali ma non voglio vedere delle foto cosi perché mi fanno stare male quindi rimuovila, altrimenti ti tolgo dalle amicizie”.
Brrrrrrrrrrrr… rabbrividiamooooooooooo!!!
Ma a parte la devastante ipotesi di perdere cotanta amicizia su Facebook… porcaccia la miseriaccia, non potresti LEGGERE, prima di pensare che io abbia piazzato lì la foto di un povero cane “spellato” così, giusto per passare il tempo?
Ebbene sì, confesso: mi scoccia assai leggere commenti dai quali traspare chiaramente che di quel che scrivo nun ne po’ frega’ de meno a chi (non) legge.
Ma soprattutto mi scoccia che un evento davvero miracoloso come questo (visto che per Fischietta era stato prospettato un lunghissimo periodi di riabilitazioni, carrellini eccetera, mentre questa forza della natura si è alzata in piedi appena svegliata dall’anestesia) venga scambiato addirittura per un maltrattamento, e  il medico che l’ha operata per un sadico, rovinando così un po’ della gioia che chiunque abbia seguito la storia dall’inizio non può che provare.
Io capisco benissimo che possano scattare certe “risposte automatiche” vedendo una foto, data anche la dannatissima overdose di cani maltrattati, seviziati eccetera che appare ogni giorno su FB: però, santissimapupazzissima,  non mi sembra obbligatorio aver passato Clinica Chirurgica con 30 e lode per capire che questa è la foto di un cane che ha subito un intervento!
E non credo neppure che i seviziatori, dopo aver spellato un cane per divertimento, poi lo ricuciano… mentre i punti sulla schiena di Fischietta sono ben visibili. Quindi non solo ci si limita a guardare le figure, ma si guarda pure male, superficialmente e senza accendere il cervello.

fb_okConclusione di questo sfogo?
In realtà le conclusioni sono due.
Una istintiva e probabilmente inutile, che suona più o meno così: leggete prima di commentare, cazzo!
Quella di guardare le figure e trarre conclusioni è una pratica che dovrebbe concludersi alle elementari, quando si impara appunto a leggere e scrivere: e siccome chi commenta sa scrivere, questo significa che le elementari, bene o male, le ha portate a termine.
L’altra conclusione, più seria e potenzialmente utile (forse) è la seguente: l’overdose di immagini macabre di cui sopra ottiene lo scopo di provocare una repulsione davvero automatica in chi le guarda, facendo sì che le storie che ci stanno dietro non vengano proprio lette. Succede anche a me: a volte non leggo perché non voglio star male, non leggo perché non mi sembra giusto essere “punita” (visto che star male psicologicamente è una punizione) per qualcosa che non sono stata io a fare; non leggo perché mi sento impotente di fronte alla cattiveria umana, ma soprattutto perché non ho bisogno di foto trucide per sapere che esiste.
Lo so, provo a combatterla nel solo modo che conosco e che ritengo utile (e cioè facendo un po’ di cultura), ma per far questo non ho bisogno di trovarmi di fronte cani squartati ogni mattina appena apro la mia bacheca su FB.
Quello ottiene solo lo scopo di rovinarmi la giornata.
Le stesse cose si possono dire in modi un filino più soft,  certe immagini si possono risparmiare: io non penso che “affinché la gente sappia” sia davvero necessario sbattergli in faccia le foto più splatter del west.
Gli si può pure parlare, alle persone: e magari, se vogliono approfondire e vedere con i propri occhi, le immagini più crude si possono linkare, in modo che guardarle o meno diventi una scelta e non un’imposizione.
Altrimenti poi va a finire che i cervelli vanno in tilt e che scattano associazioni automatiche come quella che è avvenuta in questo caso: “cane spelato=cane torturato”.
Ma anche no!
A volte, guarda un po’,  “cane spelato” significa “cane operato, a cui è stata restituita la possibilità di vivere dignitosamente”: e a me avrebbe fatto piacere che le 15.208 persone che (secondo FB) hanno visto il post saltassero tutte di gioia per la storia a lieto fine di Fischietta, anziché pensare – in gran parte – che si trattava dell’ennesimo cane seviziato.
Mi avrebbe fatto piacere che il dottor Pantano venisse ringraziato, non preso per un mostro.
Mi avrebbe fatto piacere, insomma, che le persone leggessero la storia, anziché limitarsi a commentare una foto, magari fraintendendola pure di brutto: e sono quasi sicura che la non-lettura in parte sia dovuta, sì, al fatto che Internet ha disabituato la gente a usare più di un neurone alla volta, ma in parte anche alla pessima abitudine di sbattere mostri in prima pagina… pardon, in bacheca (e sulle bacheche altrui).

nonlegg1Per questo ho scritto questo articolo: per invitare le persone di buon cuore, che sicuramente pensano di fare il bene dei cani utilizzando questo tipo di immagini, a pensarci un po’ su, prima di pubblicarle.
Perché sono sicurissima che ottengano fin troppo spesso questo “effetto paradosso” per il quale la gente non legge più, ma si limita a commentare con qualche frase indignata (io credo che parecchi animalisti abbiano cose come “Oddioooo!!! Non ho paroleeeee!” già programmate in automatico: le spiaccicano in calce a qualsiasi notizia tragica e via, si sentono a posto con la coscienza e col cuore)… e poi passa alla notizia successiva, avendo probabilmente già dimenticato la precedente.
Tutto questo non è svilente solo per chi scrive e magari avrebbe pure piacere di essere letto: è svilente anche per i cani stessi che si vorrebbero aiutare.
E’, insomma, uno spreco di energie e di parole, nonchè una fonte di stupidi equivoci che sarebbe facilissimo evitare: ma ovviamente nessuna foto splatter sarà evitata grazie a questo articolo, perché queste mie parole non le leggerà nessuno.
Però, se non altro, stavolta ho scelto una foto di apertura che farà scattare cuoricini e “checcarini”, risparmiandomi gli insulti.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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