domenica , 19 novembre 2017
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Qua la zampa, è Natale: racconto N. 11 – Dickens e Selvaggia

concorsonatale_racconto11Sono stanchissima. Finalmente ho finito di lavorare, entro in casa, mi tolgo le scarpe e mi butto in poltrona. E’ la vigilia di Natale, fuori sta iniziando a nevicare. Ho deciso che mi riposerò 10 minuti prima di iniziare i preparativi per il pranzo di domani.
Ci metto un secondo ad addormentarmi e all’improvviso sento un rumore, mi sveglio di soprassalto: un’oscura figura è davanti a me e all’improvviso mi ritrovo al canile in quel sabato di dicembre.
Come tutti i sabati mi appresto ad iniziare il turno, passo davanti ai box: sono tutti felici di vedermi, tra poco li libererò. Eccoli tutti scodinzolanti, Achille, Camilla, Briciola, Sissi e… tu? Chi sei?
L’oscura figura mi parla: “E’ Selvaggia, non ti ricordi?”
Ma certo, sì mi ricordo, in quel Natale del passato eri stata finalmente strappata al tuo pazzo padrone e portata in salvo al canile. Il tuo sorriso portava i segni dei maltrattamenti: due canini spezzati lasciavano immaginare il dolore che dovevi aver provato.
I tuoi occhi mi attraevano ma allo stesso tempo mi intimorivano. Intanto gli amici volontari avevano capito che tra noi era scattato qualcosa e così iniziò il bombardamento con telefonate e mail quotidiane: “Allora, stiamo venendo a casa tua a consegnarti Selvaggia!”
E io : “Nooo non sono ancora pronta, non posso, quel cane pesa più di me, accidenti come farò a gestire un feroce “cane da blacklist!”
La misteriosa figura mi fa cenno che è ora di andare.
No, aspetta per favore fammi rimediare, non portarmi via adesso. Quel Natale Selvaggia è rimasta sola al canile, non ho avuto il coraggio di prenderla con me
Mi sveglio tutta sudata, sento delle voci in sala, mi affaccio: davanti al camino Selvaggia riposa tranquilla e vicino a lei ci sono io. E’ il Natale del presente. Stiamo sfogliando l’album di foto del nostro primo anno  insieme.
Guarda, qui siamo nel giorno in cui sei arrivata a casa: sei uscita di fretta dal box e senza pensarci due volte ti sei fiondata in macchina, non al tuo posto dietro, ma sul sedile del passeggero. Respiravi soddisfatta l’aria fresca dal finestrino e la gente ci osservava divertita.
Qui siamo nel pomeriggio del secondo giorno: io sono pensierosa, non sorrido, sono assalita da mille dubbi: “Oh mamma mia, che ho fatto! Io sono una tipa da labrador, al massimo da boxer, una persona timida e insicura come me non può gestire un cane simile!”
E così telefono alla mia responsabile: Patrizia, non posso tenere Selvaggia, non ce la faccio.”
In quei 5 minuti di telefonata sono stata rivoltata come un calzino, io, proprio io, volontaria storica del canile, non potevo abbandonare un cane!
E infatti nella foto successiva siamo tu ed io nella nostra prima passeggiata. Forse però è meglio farla sparire questa foto, perché rovina la tua immagine di cane killer: eppure quel pinscher che ci ha attaccato era così agguerrito, così incarognito! Ce la siamo svignata, promettendoci che non l’avremo raccontato a nessuno.
Oh guarda, qui siamo alla nostra prima visita dal veterinario. Chissà perché, quando entriamo noi, la sala d’aspetto si svuota: c’è chi fa finta di ricevere una telefonata ed esce, chi sembra aver dimenticato qualcosa in auto, chi sembra aver visto zia Caterina e corre a salutarla. E così restiamo sole e tu, per stemperare la tensione, inizi a leccare nell’ordine: pavimento, muro, sedia e porta ombrelli.
Guarda, qui sei con Aurora, la nostra piccola vicina di casa: la prima volta che ti ha visto in giardino ha mollato la bicicletta, è corsa verso il cancello, allungando le braccia il più possibile verso di te. La madre, una maschera di terrore, è sbiancata: ha visto la sua pargoletta sparire tra le tue fauci. Tu la ricoprivi di baci e lei in cambio ti offriva le sue patatine.
E qui, ricordi? E’ quel podista codardo che ogni volta che ci vedeva mi chiedeva, accelerando il passo: “ ha già mangiato la piccola, vero?”. Lui non ha mai saputo che tu non eri interessata ai suoi polpacci, ti bastava una sua carezza.
E guardati qui, con quell’espressione da “Anghela.” Conosco quello sguardo da panzer. Nelle nostre passeggiate ti trasformi in un carro armato, tu, simile in tutto alla cancelliera, con il tuo fisico piantato, tiri come un trattore, perché tu sei Selvaggia di nome, nell’animo e nel corpo. Tu non sei addestrata, te ne infischi della poveretta che cerca di farsi rispettare, non senti ragioni, rispondi solo a Herr Wurstel.
Non ti sopporto quando diventi Anghela!
Uh, questa è magnifica, sei con Apollo, il tuo amico San Bernardo, l’unico che riesca a resistere ai tuoi assalti. Quando siamo in giro tutti insieme le strade si liberano magicamente.
Qui sei con Indiavolata, la micina nera dei vicini che hai adottato. La prima volta che ti ha visto ti è venuta incontro facendoti le fusa (gatto-kamikaze). Tu l’hai lisciata tutto il pomeriggio e alla fine è arrivata a casa sua avvolta nella tua bava puzzolente.
Mi sveglio e guardo dalla finestra, è quasi l’alba ormai e in fondo al giardino vedo un’ombra che sembra indicarmi qualcosa: ho capito, è il Natale del futuro. Siamo in casa, io sto facendo l’albero e tu stai russando come una locomotiva in salita sul tuo cuscino. Mi piace osservarti mentre dormi tranquilla. Finalmente dopo tante peripezie e tanto dolore hai trovato la pace.
E’ bello appoggiare la testa sul tuo petto e ascoltare il tuo cuore, il tuo dolcissimo cuore di rott, che batte felice.
Buon Natale Sel, grazie per non aver mai mollato la presa su di me.

Gloria Tubino

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