martedì , 21 novembre 2017
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Qua la zampa, è Natale: racconto N. 20 – La gatta natalizia

concorsonatale_racconto20Natale è sempre stato la mia festa preferita: io sono americana (ma vivo nel Bel Paese da 34 anni) e ho sempre amato i canti natalizi, lo shopping, la neve, l’albero addobbato e i biscotti decorati. In Italia, la mia famiglia acquisita si concentra più sul mangiare, non c’è scambio di regali, ma è sempre piacevole passare la giornata insieme.
Per il pranzo della vigilia quattro anni fa eravamo ospiti dalla nostra vicina Silvana. La giornata piovosa era ben diversa dai Natali innevati della mia infanzia in Pennsylvania.
Mio marito e Silvana erano indaffarati con la preparazione della tavola. Ad un tratto, dando un’occhiata dalla finestra,  ho visto in cortile un gatto grigio, seduto sotto la pioggerellina. “Di chi è?” ho chiesto. “Un randagio. Metto sempre fuori gli avanzi per i gatti” rispose Silvana.
Il gatto zoppicava: la zampetta sinistra posteriore era tutta scura.
Silvana ha messo un piatto fumante di pasta con i frutti di mare sul tavolo, mio marito ha versato il vino e abbiamo cominciato il delizioso pranzo, ma nella mia testa c’era sempre l’immagine del gatto grigio. “Ti spiace se porto fuori la pasta che non posso finire?” chiesi a Silvana. Mio marito mi guardò come per dire “Adesso cosa combini?”
Prima di avere la risposta, sono uscita e ho messo la pasta sul selciato. D’accordo, la pasta con i frutti di mare non è il cibo ideale per un gatto, ma dovevo dare qualcosa a quella creatura affamata.
Finito il pranzo con tanto di pandoro e spumante, ho indossato il cappotto e sono uscita. Vedendomi il gatto ha iniziato a camminare, con fatica, verso la stalla.
Si girò e mi guardò con i suoi occhi giallo- verdi,  poi entrò dentro il tugurio. Mi preoccupava tanto quel piede; ho fatto una veloce telefonata al mio veterinario. Potevamo fare qualcosa? Si. Marco sarebbe venuto il giorno di Santo Stefano, per controllare.
Da casa, ho recuperato una scatola di cartone, la lettiera di Kikko (il nostro gatto morto), una coperta, e sono tornata alla stalla. Nella flebile luce il gatto era accucciato su un vecchio comò: mi soffiava, ma non scappava.
Ho appoggiato la lettiera lentamente a terra, ho steso un tappeto sulle scatole davanti al comò, e ho tirato fuori pollo bollito, crocchette e una ciotola di acqua pulita.
La gatta (ho scoperto che era femmina) cominciò a mangiare avidamente. Mi guardava con sospetto, soffiava un po’, ma tornava a mangiare. Le parlavo piano, per farla abituare alla mia presenza. Quella sera, sono tornata nella stalla con la pila: la gatta non se ne era andata.
Marco è arrivato la mattina del 26: siamo riusciti a prendere la gatta e l’abbiamo portata all’ambulatorio. Aveva subito un’amputazione parziale della zampa  posteriore sinistra. La zampa era infetta e la pelle sopra strappata quasi fino alla caviglia. Era messa molto male, e temevo si dovesse amputare l’arto.
Nonostante il pelo folto, era molto denutrita: pesava meno di 2,8 kg. E’ stata curata dai veterinari e nel frattempo andavo a trovarla ogni giorno. Era bravissima durante le medicazioni, non ha mai graffiato o morso. Nel frattempo, ho chiesto notizie agli altri vicini, ma tutti hanno detto che era una randagia arrivata non si sa come.
Il 29 dicembre, l’ho portata a casa.
Un altro gatto non cambia la vita, no?  Non sapendo come sarebbe stata la “convivenza” con il cane ed il gatto, e volendo fare le “presentazioni” gradualmente, intanto la micia poteva stare nella stanza della caldaia con una lettiera, una cuccia con cuscino, e le ciotole. La controllavo varie volte al giorno. La micia restava sulle sue: mangiava di gusto o si accucciava sul cuscino e mi scrutava con gli occhi mezzi-chiusi. Ogni due giorni andavamo dal veterinario per cambiare la fasciatura e non ha mai fatto storie.
L’ultimo dell’anno, sono andata da lei. Mi sono seduta a terra, avvolta nel mio giubbotto vecchio ma caldo, e le parlavo mentre mangiava.
Ad un tratto lei si girò, mi guardò dritta negli occhi, si avvicinò piano, poi improvvisamente, saltò sulle mie ginocchia, mettendosi a “fare il pane”, ronfando di contentezza.
Mi sono commossa per quel piccolo ma grande gesto di fiducia. Gli occhi pieni i lacrime, l’accarezzavo. “Che brava che sei!”
Il giorno dopo, il 1 gennaio, Minoo ha prontamente preso possesso del mio studio, diventando di fatto la mia gatta segretaria. Quattro anni dopo, è una splendida gatta: il pelo è lucente e folto, un’andatura elegante e un po’ altezzosa. E’ il mio anti-stress quando i miei clienti mi snervano. Ogni tanto, ci mette del suo mentre lavoro (trovo a volte “+++++++” scritto su un file, se cammina sulla tastiera). Viene quando fischio e mi segue come un’ombra.
Con gli altri animali di casa ci sono stati alti e bassi, ma tutto sommato, è una convivenza accettabile. Minoo sa il fatto suo, e ha fatto capire agli altri chi è il “boss” (lei).
Ho ricevuto tanti regali di Natale nella mia vita, ma questo credo sia il più bello.

Daria Kissel

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