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Qua la zampa, è Natale: racconto N. 22 – Un Miao con il tono giusto

concorsonatale_racconto22«Cipiiì è Nataleee! Metti questooo!».
Cipì si chiede perché gli umani si complichino la vita con tante parole, non dev’essere facile ricordarle tutte, infatti non si capiscono neanche tra loro.
A lui basta un Miao con il tono giusto, per dire qualunque cosa.
Però Mamma ha usato il tono bello, il tono di quando gli gratta dietro le orecchie o gli compra le pappe buone, quindi Natale dev’essere cosa bella.
La donna gli schiaffa in testa una stoffa con un pon pon.
«Facciamo una foto, sembri Babbo Natale».
Prende la macchinetta clickclick, che lo pretende fermo anche quando lui vuole muoversi.
Poiché Mamma ha il tono bello e lui sta presidiando una coperta calda, non si muove.
Clik-click! dice la macchinetta, e per fortuna non fa quella cosa di sparargli la luce negli occhi.
«…peeer-fetta!» dice Mamma, allegra.
Gli accarezza il muso, con dolcezza, lui socchiude gli occhi.
Quando Cipì è nato, la gatta non l’ha voluto.
Lui piangeva, aveva fame e freddo e bisogno di qualcuno che lo riempisse di Miao.
Mamma l’ha adottato, non aveva Miao ma tante parole col tono bello, tutte per lui.
È cresciuto tra le sue braccia, il suo calore, il latte che gli ha dato. Ora sono una famiglia.
Lui non sa cosa sia Natale, ma la rende felice.
Mamma è divertente, gli muove sempre dei fili davanti al muso, lui li cattura perché è un cacciatore provetto, lei ride.
Driiin!…Driiin!
Squilla la macchina delle parole.
«Non fa niente… sarà per un’altra volta…».
Probabilmente Natale è finito, perché ha il tono brutto di quando lui sta male.
Mamma lo prende in braccio e lo stringe, ha bisogno di aggrapparsi a qualcosa.
Ha il viso umido, Cipì lo lecca: i sali minerali non vanno sprecati e lei è troppo dispiaciuta per leccarli da sola.
Però continua a leccarla anche quando è asciutta perché, anche se non ha graffi, sembra ferita.
«Aldo doveva venire a cena. Ci tenevo, ma lui è così impegnato…».
Aldo è una cosa di cui Mamma parla spesso, ma lui non l’ha mai visto.
A volte la rende felice ma, il più delle volte, la rende triste.
Cipì corre per la casa, si tuffa in una busta di carta ma quella fa rumore e lui balza fuori, come un razzo. Si nasconde dietro una cesta, butta un’occhiata a Mamma in cerca della sua risata, come ogni volta.
Ma lei si è sdraiata nel letto, triste.
Lui si raggomitola tra le sue gambe, in attesa che passi.
A un certo punto Mamma si alza, determinata «Passeremo una bella vigilia, tu e io».
Inizia a cucinare, allegra. Così allegra che non si accorge, quando esce a prendere la menta, di aver dimenticato la porta aperta.
Ma Cipì non è così distratto, in un attimo è fuori.
Troverà un filo nuovo con cui giocare, per lei.

Ha finalmente capito perché Mamma non lo fa uscire.
Dei mostri strillanti che odorano di tutto, fuorché di natura, hanno cercato di schiacciarlo. Un gatto l’ha graffiato e un cane l’ha inseguito, costringendolo su un albero.
È appena sceso da lassù, quando lo sente: un odore che a volte Mamma ha indosso.
L’odore di un abbraccio che la rende felice.
Lo segue.
C’è un uomo, stretto a una donna che dice «Aldo, ti amo».
È Aldo! Lo porterà a Mamma, che fortuna!
Urla un “Miao” accattivante, ma lui non si gira.
Vorrebbe parlare, per la prima volta, avere parole per convincerlo.
Prova tanti Miao, ma niente.
Si avvicina.
Un Miao con il tono giusto e l’uomo capirà.
«Caccia quella bestiaccia!» urla la donna.
Aldo lo lancia lontano, con un calcio.

Rimane sdraiato, dolorante e afflitto.
Vuole tornare da Mamma…
Annusa l’aria ma l’odore di casa è sparito.
Si è allontanato troppo? La botta gli ha rotto l’olfatto?
«Ehi, micio! Tutto ok?» parole senza senso, tono bello.
Lui, però, è stanco e spaventato.
Inarca la schiena, soffia: un trucco che impedisce al veterinario di toccarlo, ogni volta.
«Non ti faccio male».
Il nuovo Aldo sembra gentile, ma si allontana.
Cipì prova a chiamarlo, un “Miao” che vuol dire “Aiutami, anche se ho paura”.
L’uomo va via, poi torna. Gli lancia del cibo.
Cipì si accorge di aver fame, mangia.
L’Aldo gentile lo solleva.
Lui odia essere preso in braccio, ma è talmente stremato che una cosa che conosce, come l’abbraccio, per quanto sgradita gli sembra sicura.
L’Aldo gentile armeggia con il coso che Mamma gli ha messo al collo.
«Sembra tu abbia una famiglia» dice, leggendo la medaglietta.
S’incammina, lui non oppone resistenza.
Dopo un po’ comincia a sentire odore di…casa?
Prova a saltare giù, ma l’uomo lo trattiene.
Ancora un po’ e l’odore di casa copre ogni cosa, coccolandogli le narici.
Mamma apre la porta.
Gli si lancia addosso e, per la prima volta, quell’abbraccio non gli sembra brutto «Sono ore che ti cerco, cretino di un gatto! Ho chiamato la polizia, i vigili del fuoco, le associazioni animaliste, chiunque!».
Tante parole inutili, ma con il tono giusto. Gli scappano pure due fusa, anche se Mamma dice che con le fusa è un tirchio, forse era meglio prendere un cane, che almeno scodinzola.
Mamma guarda Aldo, non riesce a spiccicare parola, lo abbraccia.
Lo stritolamento a sandwich è troppo, ma Cipì pazienta.
Sa che una strusciatina è più chiara di mille parole.
Mamma si stacca da Aldo.
Rimangono in silenzio.
Per questo Cipì detesta le parole: quando servono, gli umani non ne hanno più.
Per fortuna, Mamma si riprende «Hai trovato Cipì» dice «Se non hai impegni… vuoi restare per cena?».
«Mattia – dice lui, porgendo la mano – Mi sono trasferito per lavoro da un mese. Pochi amici e pochi impegni. Sicura che non disturbo?».
Mamma lo fa entrare.
Dal suo sorriso, sembra che un Mattia sia meglio di un filo, come regalo.
Forse persino meglio di un Aldo, chissà.

Noemi Turino

 

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