lunedì , 20 novembre 2017
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Piccolo: il cucciolo che voleva vivere

cucciolandiadi FABIANA BUONCUORE – Che disastro.
Placente sparse, corpicini bagnati disseminati per il garage, sangue, trucioli. È un incubo. Quando avvolgo negli stracci i quattro cuccioli senza vita, col cuore infranto, noto quanto sono belli. Già degli stop ben marcati e una corporatura massiccia.
Tra i sopravvissuti, un cosino rachitico, parecchio più piccolo degli altri, striscia facendosi strada nel suo nuovo mondo. Per fortuna ha gli occhi chiusi, non sa di essere minuscolo, non si accorge di risultare ridicolo. “Ma cosa vuoi fare tu?”, gli dico, ironicamente. “Sei solo una mezza calzetta.”
Gli do un buffetto sul cranio. “GNIÙ”, mi risponde, indispettito.
Lo sistemo con gli altri nella cesta, in attesa che la mamma si riprenda. Comincia a spintonare i fratelli. Impertinente, il tappetto.

Piccolo patatoPer i primi giorni, a causa del mancato arrivo della lattazione, prende il biberon come gli altri, e a parte il fatto che è grande come un soldo di cacio non sembra che ci siano problemi. Poi, dopo parecchie tribolazioni, il colostro arriva, e il divario con i fratelli si fa evidente: il problema non è tanto la vitalità, anzi: il piccolo si sforza con tutto il suo impegno per raggiungere i capezzoloni della mamma, per lui persin troppo grandi, ma… non ci arriva. E così comincia a restare sempre più indietro, bevendo poco latte per volta. Lo porto dal veterinario, imbacuccandolo bene e facendolo viaggiare in una cestina, su una borsa di acqua calda.
“Ma questo cucciolo quanto ha?”
“Una settimana.”
“Ed è ancora così? Guarda, mi spiace, ma questo è proprio il classico cucciolo debole, destinato a non sopravvivere. È la selezione naturale, tu non puoi farci nulla.”
“Ma se proprio volessi tentare tutto?”
“Boh, prova a fargli queste iniezioni, hanno un po’ di cortisone, dovrebbero rinvigorirlo, magari si tira su. Ma non ti illudere, da come la vedo io questo cucciolo non arriva a domani.”
Una volta a casa, sollevo con due dita la pelle del nanerottolo e gli inietto la sostanza sottocute, nella dose consigliata. “GNIÙ!”, mi fa lui, contrariato. Gli massaggio il piccolo collo, perché il veterinario mi ha avvisata che il liquido brucia un po’.
Lo sollevo davanti a me. “Allora? Stai meglio, piccolo?”
Fu fu fu fu… il suo nasino si muove rapidamente, esplorando il mio viso con l’unico senso ben sviluppato che ha in dotazione al momento.

Poppata assistitaComincio a dedicargli parecchie attenzioni: ad ogni poppata devo essere presente, perché lo tengo su io, in modo che possa raggiungere la mammella e massaggiarla come fanno i fratellini, che però ci arrivano da soli. Il piccolo continua a rimanere indietro rispetto agli altri, ma sembra resistere. Le iniezioni non gli piacciono per niente, eppure aiutano, a quanto pare. Dopo qualche giorno, torno dal lavoro e me lo ritrovo con una zampetta posteriore ferita: ha un taglietto tra il terzo ed il quarto dito.
“Ma cosa hai fatto a questo piedino tu?”
“GNIÙ.”
“Come ‘gniù’?”
“GNIÙ.”

melatiroSembra un graffietto da poco, e così lo disinfetto, gli spalmo una cremina cicatrizzante e gli metto una microscopica fasciatura per tenere il ditino esterno ben aderente al resto. Passano i giorni, e ogni volta che cambio la fasciatura noto che il dito esterno rimane piccolo, mentre le altre sono cresciute (seppur a ritmo rallentato rispetto a quello dei fratellini). Finché un giorno tolgo la fasciatura e viene via anche il dito.
“Oh, no! Lo hai perso, piccolo!”
“GNIÙ.” Che mi importa, ne ho tante altre, di dita.
“Dovrò venderti con lo sconto. Chissà se i tuoi padroni potranno portarti in esposizione, con una zampetta senza un dito? Chissà se qualcuno ti vorrà, adesso?”
Fu fu fu fu fu. Si sporge verso di me dalle mie mani, allora me lo avvicino. Mi esplora con veemenza.
“O che dici? Ti piacerebbe restare con me?”
“SCORDATELO!!”, fa papà, dall’altra stanza.
Lo ignoro, e continuo a sentire il cucciolo.
“Ma io che me ne faccio di un maschio, e per di più storpio? Mi servono le femmine se voglio fare l’allevatrice. E poi a me piacciono i rottweiler grossi, tu sei uno scricciolo.”
Si sporge con tutte le sue forze verso di me, lo assecondo e lui mi mette le zampine sul viso.
Fu fu fu fu fu.
È piccolo, ma molto insistente. “E va bene.”
Lo guardo dritto nelle palpebre ancora chiuse.
“Sarai la mia guardia del corpo?”, gli chiedo.
“GNIUUUUU!!”
È un patto.
Da quel momento decido di chiamarlo esattamente come l’ho chiamato fino ad allora: “Piccolo”. Però come nome ufficiale non basta, è riduttivo. Lui è un cucciolo fiero, seppur di dimensioni ridotte. Un cucciolo che è sopravvissuto grazie al mio trattamento speciale ed alle mie attenzioni, degne di un principino. Ed ecco che “Piccolo Principe” vien fuori quasi da sé. Un Piccolo Principe che, coi suoi fu fu fu ad occhi chiusi, mi ha insegnato che “non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”

“Fabiana, hai sentito cosa ti ho detto?! Guai a te se fai entrare altre bestie in questa casa!! Fuori tutti! Anzi, già che ci sei vendi pure la madre!”
Il giorno dopo sono dalla veterinaria a far vedere la zampina di Piccolo. Scopro che non solo ha perso un dito, ma si è anche fratturato la zampina all’altezza del suo mini-garretto.
“Sarà stato schiacciato, qui è tutto rotto. Ma non si può certo operare piccolo così, e poi le ossa sono ancora flessibili. Se lo bendi, rischi che poi non la muova più perché calcifica. Lascialo così, evita solo che gli vada la mamma addosso.”
‘Solo’. Ha anche il senso dell’umorismo.
Comunque, un patto è un patto, e io non posso certo permettere che la mia guardia del corpo subisca ulteriori danni, quindi con tanta pazienza rimango appiccicata a Piccolo e, mentre i fratelli già aprono gli occhi e cominciano a tirarsi su sulle zampe tremolanti, io sono sempre accanto a lui a dargli una mano. Giorno dopo giorno anche lui ce la fa, piano piano tra le sue palpebre cominciano a luccicare gli occhi, e il suo culetto peloso si solleva da terra. Certo, i fratellini già cominciano a vedere le prime forme e ad accennare le prime lotte, ma Piccolo non si fa problemi. Gradualmente raggiunge quelle tappe anche lui, sempre in ritardo, ma le raggiunge.

piccolo naturalistaPoi arrivano i primi giochi all’aria aperta, verso i trenta giorni. A Piccolo non piace tanto giocare coi fratelli, preferisce i giocattoli. Forse perché gli altri son troppo grossi per lui, ipotizzo. Finché un giorno non vedo avvicinarglisi quello che ho soprannominato Mr. Muscolo, il cucciolo più massiccio, che attacca briga. I due, vicini, sono proprio agli antipodi come dimensioni, sembrano avere un mese di differenza di età. Mr. Muscolo, ancora tutto scoordinato, lo spintona a terra e inizia a mordicchiarlo. Piccolo dà un calcio al fratello, lo capotta, gli salta addosso e gli ruggisce sul muso mostrando tutti i dentini da latte, affilatissimi. Il fratellino corre via terrorizzato, e Piccolo trotterella soddisfatto verso di me, per poi sedersi al mio fianco, e guardarmi con un “sono bravo?”.
Da quel momento, il piazzarsi seduto appiccicato a me diventa un suo rito. Ogni volta che non sa cosa fare, prende e si sistema attaccato a me: diventa il suo posto. “Stai tranquilla pupa, ti proteggo io.” Che, detto da un rottweiler, è piuttosto d’effetto. Detto da un rottweiler che a un mese è alto ‘UNA mela e poco più’, suona un tantino meno credibile. Eppure, questo Piccolo non lo sa. Lui è convinto di essere il più forte di tutti, fin dal primo giorno che si è affacciato sul mondo.

Piccolo occhiolinoIl tempo passa, e cominciano a delinearsi sempre più i tratti caratteriali dei cuccioli, e così quelli di Piccolo: continua a non amare particolarmente i giochi coi fratelli, e anche quando si lascia coinvolgere li conclude rapidamente schierando tutti e ruggendo loro sul muso (a volte sputacchiando bava). I giocattoli gli piacciono certamente di più, ma più di ogni altra cosa ama piazzarsi al suo posto a sorvegliare i fratellini. Di tanto in tanto si volta verso di me in attesa di una carezza, una parola di apprezzamento o anche solo uno sguardo. Quando siede accanto a me, io noto giorno dopo giorno la sua zampetta evolversi: si forma un callo osseo abbastanza evidente sul garretto, il terzo dito della zampa si divarica leggermente verso l’esterno per compensare la mancanza del quarto, il cuscinetto plantare sviluppa un’estensione dove dovrebbe esserci quello digitale.
“Ma sei proprio uno storpietto tu.”
Mi guarda scodinzolando. Certo, ora ‘gniù’ non lo fa più, è cresciuto.
Passano i giorni, i fratellini partono per le nuove case lasciando me distrutta e Piccolo soddisfatto di non avere più tutta quella folla intorno.

NascondinoCominciamo a provare i primi comandi, ma già afferro che Piccolo è fatto a modo suo. Finché capisce l’esercizio e lo esegue, arriva il premio e tutto fila liscio. Se però non capisce cosa deve fare, è un pasticcio. Comincia a mugolare, dare la zampa, buttarsi a terra a pancia all’aria, e fare tutto tranne quello che sto cercando di fargli fare. Mi rendo conto che il cucciolo si demoralizza se non riesce a risolvere un problema.
Allora cominciamo il gioco del biscottino sotto il bicchiere, che lo stimoli a ragionarci su, ad agire e a trarne gratificazione.
Le cose vanno pressappoco così:
“Ecco, vieni qui. Vedi il biscottino? Ora metto il bicchierino sopra il biscottino. Prendi il biscottino!
…Non si sposta da solo il bicchierino, amore. Devi spostarlo tu. Con la zampetta. Col musetto. Con quello che vuoi! Dai Piccolo, prendilo! Non mi guardare così! Non è difficile. No, non lo faccio per farti dispetto. E’ un gioco. Non fare l’offeso, dai! Puoi averlo, quel biscottino! Forza, prendilo! … Ehm, lasciamo perdere.”

Piccolo_adolescentePiccolo diventa gradualmente un cucciolone che sa quello che vuole. E’ impeccabile. Mi basta una parola, o un gesto, o uno schiocco di dita, e lui agisce: lui vuole essere sempre al massimo per me. Vuole dimostrare di essere il bodyguard perfetto. Per questo, forse, i primi problemini li abbiamo quando gli faccio notare di non essere esattamente il ritratto della perfezione.
“Piccolo! Questo non è un giocattolo! Cattivo!”
Piccolo si siede ed inizia a fissarmi con espressione severa e delusa. Come posso, io, la sua protetta, avere qualcosa da ridire? A lui, che da quando è nato non ha fatto altro che proteggermi?
“Dai, Piccolo. Non fare il musone.”
Persevera nel suo atteggiamento.
“Lo vuoi dare un bacino a nonna?”
Volta la testa dalla parte opposta.
Non che Piccolo sia uno sbaciucchione. Ad oggi, non mi ha mai dato neanche mezza leccatina. Il suo “dare bacino a nonna” consiste nell’avvicinare il nasone al mio viso. Fine. Lui bacia esclusivamente i bambini fino ai cinque anni ed i cuccioli fino ai cinque mesi.
“Ma proprio non mi vuoi più bene allora?”
Mantiene la testa voltata, non mi guarda più. È grave.
Ed ecco che mi tocca prendere la scatola dei biscottini (Piccolo solleva UN orecchio, mentre il resto del corpo rimane in modalità offeso-a-vita), tirarne fuori uno a forma di cuore (Piccolo muove UNA narice, quasi impercettibilmente), ed usare la frase magica “Guardacosatidoooo” (“Chi vuole il bombooo?” è nata successivamente, con la seconda cucciolata, per chi avesse letto i precedenti articoli e notasse l’incoerenza).
A quel punto Piccolo comincia a girare la testa, annusa il biscottino per una decina di secondi, lo prende con le labbra, giusto per dimostrare quanto si stia sforzando di lavare via l’onta col biscotto, e se lo porta un metro più in là (non di più, perché non lo ammetterà mai, ma non intende perdermi di vista neanche quando è offeso). Lo sgranocchia un pezzettino minuscolo alla volta, e quando ha finito si rialza,si lecca le labbra e viene a sedersi al suo posto accanto a me. Rimane con la testa voltata altrove. “D’accordo, ti proteggo ancora, ma non devi più trattarmi male così.”

Piccolo_Medusa_rissaPassano i mesi, Piccolo diventa un adolescente, ed arriva il giorno in cui conquista il posto di maschio alpha, bucando il muso alla mamma che credeva di sottrargli il kong come aveva sempre fatto fino a quel momento. Comincia a non tollerare più nessun atteggiamento di dominanza da nessun altro.
Finché una sera, giocando, mio padre gli tocca il collo e lui gli mostra i denti. Mio padre si ferma, allora mi ci metto io e inizio a manipolargli la pelle del collo, finché non sento un ruggito, e in un lampo bianco 42 denti si avventano verso il mio volto.
Ma Piccolo è il mio cane. Pesa già 40 kg adesso, ma è un cucciolone e non mi fa paura. Lo afferro per le guance prima che possa raggiungermi, lo scaravento a terra, gli sposto le mani sulla gola e ruggisco più forte di lui: “NON TI AZZARDARE A FARE COSÌ ALLA NONNA!!”
Piccolo si immobilizza, sorpreso di aver trovato per la prima volta qualcuno che non subisce il suo dominio: poi si rilassa, volta lo sguardo, abbassa le orecchie e si lecca il naso. “Scusa, pupa. Non so cosa mi sia preso. Lo sai com’è, a volte la vita del bodyguard è stressante.”
Da quel momento io e Piccolo iniziamo un nuovo gioco: ‘il gioco della tortura’. Lo prendo, gli manipolo il collo finché non gli scappa un ringhio, e gli dico “no!”. Poi riprendo ancora qualche secondo, e se non ringhia e sopporta mi fermo e gli do tanti biscottini. Ben presto il ringhio non gli scappa più, ed impariamo che a lasciarsi pacioccare con pazienza si ottiene qualcosa di bellissimissimo, ma soprattutto che la nonna non è un qualsiasi altro cane del branco da sottomettere.

Piccolo in cameraPiccolo impara anche che la nonna, a differenza di qualsiasi altro cane, è più manipolabile di una marionetta, se si usa il metodo giusto.
“Piccolo, non mi guardare così. Devo rinchiuderti in box. Dammi un bacino, dai. Eddai, sto andando via, non fare l’offeso. Lo sai che ti voglio bene. Sei il mio bodyguard, no? … Ok, non ti chiudo. Però non rompere nulla in giardino. E fai la guardia. E stai solo nel prato. No! No, Piccolo! Ho detto nel prato! Che fai davanti alla porta? No, non puoi entrare. Entro solo io. Tu stai qui fuori. Al limite puoi stare sullo zerbino. Dai, levati, fammi entrare. Ma che… Ora non penserai di comprarmi con la faccia da cane abbandonato? Non me ne importa che sei tenerino e morbidino! E non credere che mettersi a pancia all’aria cambi le cose! Piccolo, non guardarmi così!! Uff… Dai, entra. Ma solo in camera mia.”

“Piccolo, mi faresti un po’ di posto? Ti prego, dopotutto il divano è grande… Ok, dammi almeno il telecomando, sono stufa del commissario Rex…”

Piccolo_SenseiE così i mesi sono passati, il cucciolo che non sarebbe dovuto arrivare al suo ottavo giorno di vita sta per compiere due anni. Continua a proteggermi giorno dopo giorno.
Qualche settimana fa, a passeggio sotto il diluvio, è finito di muso dentro un fossato con una forte corrente, e siccome le zampe posteriori erano a riva ed il treno anteriore era sommerso, ha cominciato a fare snorkeling senza boccaglio.
A quel punto l’ho ripescato dalla coda un istante prima che scivolasse tutto in acqua (visto perché non va tagliata?), e mi ha poi riferito che si stava accertando che non ci fossero coccodrilli che potessero attaccarmi.
Non fa che salvarmi la vita di continuo, il mio Piccolo.

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Informazioni su Fabiana Buoncuore

Fabiana Buoncuore è la sciurallevatrice per eccellenza. Nasce a Carmagnola da suo padre e sua madre (ma più da sua madre) il 17/09/1987, da allora il 17 settembre è anche noto come "San Morbidino". Appassionata di tutte le razze canine e indicativamente di tutti gli animali esistenti sul pianeta, ha una particolare predilezione per il rottweiler, che ha le sue stesse esigenze primarie: mangiare, dormire, muovere poco le chiappe. Collabora ormai da alcuni anni con "Ti presento il cane" con le sue storie di vita vissuta tra allevamento e morbidinosità.




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