domenica , 19 novembre 2017
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Divieto di commercializzazione cani in Florida? Sì, ma per i cagnari!

coconutdi VALERIA ROSSI – La notizia, apparsa su Vanity Pets, viene titolata in modo da far saltare sulla sedia chi legge: “Florida: stop alla vendita di cuccioli d’allevamento”.
All’interno si parla di una cittadina, Coconut Creek,  che ha vietato “la compravendita di animali d’affezione allevati a scopo commerciale” (che già è un po’ diverso dal titolo): il tutto condito da un’entusiastica dichiarazione del direttore scientifico dell’ENPA, che ci propina l’ormai trita e ritrita storia dell’ “amico che non si compra”, sostenendo che “finalmente si cominciano a trattare gli animali non più come oggetti ma come esseri senzienti portatori di diritti e, come tali, non mercificabili”.
Peccato che l’ENPA (che pubblica la notizia anche sul proprio sito) ometta di specificare che il divieto emanato a Coconut Creek – peraltro solo ultima città di una lunga serie, in Florida e anche in altri Stati – non vieti affatto la generica “vendita” di animali, ma la vendita nei negozi e nei famigerati “puppy mills”, che equivalgono un po’ ai nostri “allevamenti multirazza” (con la sola differenza che i “puppy mills” americani solitamente fanno “produzione in proprio”, mentre in Italia sono quasi tutti importatori di cani dei Paesi poveri dell’Est europeo).
Lo specificano chiaramente tutti i giornali americani che hanno dato spazio alla notizia.

puppymills2Insomma, non è vietato l’allevamento serio e neppure quello amatoriale: sono vietati i “canifici”. E’ vietato il cagnaresimo.
E’ vietato allevare e vendere cani in strutture come quella nella foto a destra, che sono poi le principali fornitrici dei negozi (in Florida come in Italia).
Ad un’iniziativa così non possiamo che plaudire vivamente: ma non perché crediamo che così si precipiteranno tutti a svuotare i canili, bensì perché speriamo che così chi vuole un cane di razza pura andrà a comprarselo in un allevamento serio, riconosciuto e possibilmente specializzato.
Il quale, ovviamente, se lo farà pagare: perché allevare bene ha costi elevatissimi e perché quello che si paga (sono quasi stufa di ripeterlo, ma tant’è…) non è certo “una vita”, né “l’affetto di un amico”, ma il sacrosanto lavoro di qualcuno che si è smazzato per mettere al mondo cuccioli sani, tipici e di buon carattere. Cuccioli che non cascano dal cielo, ma che si ottengono spendendo per i test che permettono di controllare le malattie genetiche; e spendendo per alimentare con cibo di alta qualità fattrici e cuccioli; e ancora spendendo per sverminazioni, vaccinazioni e tutto ciò che permette di consegnare un cucciolo in buona salute… e tutto il resto di cui abbiamo già abbondantemente parlato in altri articoli, a cominciare da questo.

enpa_noncomprareDunque, personalmente trovo non soltanto risibile, ma anche fortemente sbagliata la posizione dell'”amico che non si compra”, cavallo di battaglia dell’ENPA ormai da anni.
E’ sbagliata perché far venire al mondo cuccioli selezionati (ovvero, lo ribadisco, il più possibile SANI, oltre che equilibrati… e se poi saranno anche belli, tanto meglio: ma non dovrebbe essere certo questa la priorità) ha dei costi che non si possono evitare.
L’unica possibile alternativa è quella di accoppiare a casaccio “Bubi e Fufi” senza alcun controllo, e quindi di far nascere cani che avranno maggiori possibilità di non essere né sani, né caratterialmente equilibrati, e quindi di finire in canile… perchè in canile non ci finiscono solo le vittime innocenti di sadici abbandonatori, ma soprattutto i cani che procurano problemi insormontabili ai loro proprietari.
In canile ci finiscono i cani che mordono: cani che se non si fossero rigirati contro gli umani sarebbero vissuti felicemente in famiglia fino alla morte.
Ci finiscono i cani malati, che magari i loro umani non possono permettersi di curare (o che non intendono curare perché non danno abbastanza importanza al lato affettivo: ma se non si fossero ammalati, anche quei cani sarebbero rimasti nelle loro famiglie).
Ci finiscono i cani presi sull’onda dell’impulso momentaneo e poi rivelatisi un impegno superiore a quello che si era immaginato: ma anche qui, se si smettesse di predicare l'”ammmmore che fa superare tutti gli ostacoli” e si facesse maggiore informazione sugli effettivi sacrifici che comporta prendere un cane, di abbandoni se ne vedrebbero molti di meno.

casperini_giuliaPer questo è preciso DOVERE di chi mette al mondo una cucciolata fare tutto il possibile affinché quei cuccioli siano sani, docili, equilibrati, non mordaci eccetera eccetera.
E sarebbe altrettanto doveroso, per chi sostiene di voler “proteggere” i cani, indirizzare la gente verso le uniche persone che mettono al mondo cani così: ovvero, gli allevatori seri.
Invece no: una città americana proibisce la vendita in negozi e puppy mills, e siamo subito pronti a dire che l’unica alternativa a queste due fonti è il canile, anziché l’Allevamento con la A maiuscola.
Anzi, tra le righe (e senza dover fare neppure un grande sforzo per leggerci, tra queste righe) si capisce benissimo che allevatori seri e cagnari sono considerati più o meno alla stessa stregua.
Da chi? Dall’ENPA: Ente Nazionale PROTEZIONE Animali!
E perché? Perché gli allevatori fanno pagare i  cuccioli, dopo aver speso un patrimonio per allevarli in modo da garantirne soprattutto la salute e il benessere.
Un po’ come se l’UNICEF si mettesse a sostenere l’assoluta inutilità di controlli, test, visite prenatali. Perché, cazzarola, un’ecografia costa. Un’amniocentesi costa!
E’ vero che gli umani hanno la mutua (e i cani no, gradirei ricordarlo…), ma il costo sociale c’è sempre, perché mica te li fanno per la tua bella faccia, questi controlli.
I medici vanno pagati, le attrezzature vanno pagate.
Guarda un po’, paghiamo anche per mettere al mondo bambini il più possibile sani!
Dovremmo forse smettere di provarci?

cucciolata_puppySe i  controlli prenatali umani li paga tutta la società, mentre quando si parla di cani paga soltanto l’allevatore, NON è colpa dell’allevatore… che ovviamente, però, non può far altro che chiedere ai suoi clienti una cifra che, almeno per l’80%, costituirà un rimborso delle spese sostenute.
Forse, un giorno, si riuscirà ad avere una mutua anche per gli animali e i costi di un cucciolo scenderanno: ma fino a quel giorno chi alleva seriamente andrà sempre incontro a spese molto ingenti che, in qualche modo, dovrà recuperare. Altrimenti finirebbe sotto i ponti.
Che questo per l’ENPA equivalga a “vendere una vita”… be’, significa che l’ENPA, come la maggior parte delle associazioni animaliste, non ha la minima idea di cosa significhi allevare con passione, coscienza e serietà.
Certo, poi c’è anche chi non fa alcun controllo, accoppia cani a caso, non si preoccupa minimamente di salute e carattere: e personalmente sarei felicissima che a queste persone si impedisse di allevare. Però qui dovrebbe essere l’ENCI a mettere dei paletti, più che le associazioni protezionistiche.
Se l’ENCI cominciasse a concedere il proprio riconoscimento solo a chi alleva con serietà e offrendo le giuste garanzie, allora avrebbe moltissimo senso che solo gli allevamenti riconosciuti potessero continuare a far riprodurre i cani.

canile21Resta comunque il fatto che né in Florida, né in Italia, né in nessun’altra parte del mondo ci sarà mai un “cambio di direzione” verso il canile, dovuto al fatto che non si trovino più cani nei negozi o nei canifici. Nessuno si illuda di questo.
Il blocco dei cagnari è sacrosanto, ma chi vuole un cane di razza continuerà a cercare il cane di razza. Una vera “svolta” culturale (quella che davvero incrementerebbe le adozioni) si potrà ottenere solo con un’informazione corretta e capillare su cosa sia un cane e cosa significhi vivere con lui.
La gente deve imparare, prima di tutto, a NON prendere cani se non ci sono i presupposti per farlo vivere bene e per far vivere bene anche gli umani che se ne occupano: certo, sono importanti le sterilizzazioni, ma è decisamente più importante fare ben presente che i cani sono un impegno gravoso.
Inutile fare battaglie contro le “mode”, se poi non si spiega bene alla gente che non è faticoso e impegnativo soltanto il cane del film o della pubblicità, ma anche il meticcetto di pochi chili.
Invece no: si spinge per le adozioni a prescindere, cercando di convincere la gente a non prendere cani di razza anziché spiegare che, senza certi presupposti, è meglio non prendere nessunissimo cane.
Quello del randagismo è un circolo vizioso che, in moltissimi casi, vede andare e tornare dal canile gli stessi cani: quanti appelli leggiamo in cui si parla di “adottato e poi rifiutato, poverino…”  o del cane che “gli umani hanno tradito due volte…” , o di quello che si trova “… di nuovo in canile, dopo che si era illuso di aver trovato una famiglia”?
In tutti questi casi (e se ci fate caso, sono veramente moltissimi!) si parla sempre di “umani bastardi e senza cuore”: ma nessuno si chiede come mai, a questi umani bastardi e senza cuore, il cane fosse stato affidato.
Neanche una parola, mai, sui volontari – o chi per essi – che hanno cannato clamorosamente l’adozione.
Nessuno che si chieda come mai, a forza di dire alla gente che “basta l’ammmmore“, poi la gente ci creda… e quando si rende conto che ci voleva molto più dell’ammmmore, torni precipitosamente sui suoi passi.

canile_facciaDi chi è la colpa, in questi casi? Di chi ha creduto – in buona fede – alle frottole disneyane, o di chi gliele ha raccontate?
Sarebbe meglio che ENPA & affini la smettessero di puntare il dito contro gli allevatori seri e che si preoccupassero: a) di denunciare e cercare di fermare i cagnari, questo sì, ma senza far pensare che le uniche due alternative siano “cagnaro o canile”: perché è una falsità che non fa il bene di nessuno, tantomeno quello dei cani;
b) di spiegare molto bene a qualsiasi potenziale adottante che i cani pisciano, cagano, rosicchiano, scavano; che hanno bisogno di essere seguiti ed educati; che possono mordere, possono ammalarsi, possono diventare un grosso peso… e così via. Perché gli allevatori seri, guarda un po’, queste cose le spiegano eccome.
E’ inutile svuotare i canili facendo uscire i cani dalla porta per poi vederli rientrare dalla finestra.
Si faccia informazione SERIA sull’impegno che comporta un cane, si dica chiaro e tondo che un cane ti rivoluziona la vita.
Se ne adotteranno di meno, certo: ma almeno quelli che usciranno non rientreranno più.
Ed è solo così che si può mettere davvero fine agli abbandoni: perché troppi di essi sono in realtà secondi, terzi o quarti abbandoni. Se si cominciasse ad eliminare questo abominio di “riciclaggio”, credo che i canili sarebbero GIA’ svuotati per almeno un terzo.
Ma un altro bel colpo al randagismo si darebbe sponsorizzando vivamente (e non certo ostacolando o boicottando) chi alleva con passione, amore e serietà: chi, per primo, non vende cuccioli a cani e porci ma fa una bella selezione iniziale, e poi segue il cliente con suggerimenti, consigli, aiuti anche pratici.
E guarda caso, questi cani in canile non ci finiscono MAI. I presunti “cani di razza” in canile, ari-guarda caso, ci sono, ma provengono quasi immancabilmente da fonti cagnare.
Concludendo:

a) chi vuole un cane di razza pura non deve essere criminalizzato, ma deve essere indirizzato verso l’Allevamento con la A maiuscola, che le associazioni protezionistiche dovrebbero essere le prime a pubblicizzare;
b) chi vuole un cane “e basta”, senza esigere particolari garanzie su salute, bellezza e carattere, dovrebbe essere indirizzato verso canili e rifugi… ma entrambi, prima di ogni altra cosa, dovrebbero essere informati a fondo su tutto quello che di negativo può capitargli, adottando un cane.
Se si vogliono davvero i canili vuoti (ma a volte io temo che NON si vogliano affatto, visti i troppi interessi che ruotano intorno al randagismo), la cosa più importante da fare è dissuadere le persone inadatte dal prendere qualsiasi cane.

Altro che fare i salti di gioia perché, dopo aver permesso che proliferassero i cagnari, qualcuno in Florida adesso cerca di bloccarli.
La cultura corretta si dovrebbe dare a monte, anziché cercare di metter pezze quando i danni sono già stati fatti: e le vere e proprie sciocchezze animaliste sull'”amore che non si compra” non fanno affatto cultura. Fanno pericolosa disinformazione.
Anche perché, se è vero che l’amore non si compra, è anche vero che non lo si tira dietro con la fionda: dev’essere una scelta consapevole, meditata, fatta dopo aver soppesato bene tutti i pro e i contro. Ma perché li si possa soppesare, qualcuno dovrebbe prima spiegarceli.

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