vetmenef1di VALERIA ROSSI – Mah… “di Valeria Rossi” qui ci sarà ben poco, visto che non ho proprio neppure la forza di commentare.
Mi limito a pubblicare la lettera-sfogo di una studentessa iscritta al primo anno di Medicina Veterinaria, che risponde ad altre lettere pubblicate in precedenza sull’effettiva opportunità di “fidarsi ciecamente” di un medico (che sia veterinario o umano, credo cambi ben poco) solo perché in possesso della relativa laurea.
Ecco cosa scrive la nostra amica:

Sono una studentessa di 20 anni e frequento il primo anno di Medicina veterinaria. Ho letto, sul suo sito, molte storie di veterinari incompetenti, ignoranti o assolutamente menefreghisti e ho notato lo stupore di molta gente nel constatare quanto sia difficile trovare un veterinario “bravo”, che faccia il suo mestiere con passione e con impegno.
Ho pensato quindi di scrivere per descrivere alcuni miei compagni di corso e credo che, una volta letto ciò che vorrei dire, nessuno si stupirà più. Come è noto, da molti anni per entrare a Veterinaria bisogna sostenere un test che, ovviamente, non premia la persona più in gamba, quella che ama di più gli animali o quella che sogna di essere un vet: premia semplicemente chi ha studiato di più.
Per una qualche misteriosa ragione (forse l’idea di fare un sacco di soldi? Oppure il prestigio di essere medico, anche se “solo” di animali?) ci sono veramente tantissimi ragazzi e ragazze che quindi provano il test (secondo me anche solo per sfizio, o per avere una “facoltà di scorta” nel caso in cui quello di medicina dovesse andar male) e inevitabilmente entrano anche quelli che nemmeno amano gli animali!
Quindi propongo alcune perle sentite da alcuni miei colleghi:
“I cani puzzano, quindi non vanno tenuti in casa” (alla mia osservazione “ma il cane è un animale sociale!” la ragazza mi ha voltato le spalle e se ne è andata).
“Non mi importa degli animali, a me affascina la medicina in generale!” (questo non dovrebbe fare né il vet né il medico, se davvero è così arido)
“Per me gli animali dovrebbero stare tutti in gabbia”
Poi c’è il soggetto che va a caccia (premetto che io sono contraria alla caccia ma che conosco cacciatori, come mio padre, che amano tantissimo i loro cani e che sono disposti, sempre come mio padre, a rischiare di annegare per salvare la cagna che è caduta nell’acqua), che si fa le collane con i teschi delle prede e lascia accoppiare i cani completamente “alla c.d.c.”.
Oltre a questi esemplari (per cui non si può fare granchè: più che di ignoranza, a parte forse quella del cane che puzza, si tratta veramente di disinteresse o di aperto astio nei confronti degli animali: che razza di bravi veterinari possono mai essere soggetti del genere?) abbiamo anche gli animalisti!
Piccola premessa: io mi sono sempre definita “animalista”, ma davanti alla crassa ignoranza, alla cecità e persino alla cattiveria mostrata da molti esponenti di questa corrente di pensiero preferisco definirmi “sostenitrice dei diritti degli animali”.
Perchè dico questo? Perchè per ora non ho incontrato che animalisti talebani assolutamente restii al dialogo e incapaci di accettare un consiglio o un’idea diversa dalla loro.
Un esempio lampante di ciò è la mia coinquilina: anche lei futura “sciuraveterinaria”, però al terzo anno, iscritta all’ENPA, volontaria in gattile, vegetariana e assolutamente contraria al cane di razza (e lo dice a me che di cagne di razza ne ho tre, una pointer e due setter inglesi!).
Le ho sentito dire cose che mi hanno fatto cadere le braccia nel giro di due secondi. Aggiungo un’altra premessa: io sono solo al primo anno, ma sono appassionatissima di tutti gli animali (il mio sogno è quello di poter avere, un giorno, un bel dobermann!) ed essendo curiosa come una scimmia, leggo qualsiasi articolo/studio/libro che ne parli. Questo non fa di me un’esperta, ma mi piace tenermi aggiornata su argomenti come etologia, razze (di cane, di cavallo o di gatto non importa, mi piacciono tutti!) e via dicendo.
Questa ragazza invece è al terzo anno ed è convinta di sapere tutto e di aver ragione sempre e comunque, pur limitandosi a riferire ciò che sente all’ENPA e senza in realtà sapere NULLA di cani, gatti o cavalli.
Quindi un giorno si lamentò con me che sua madre aveva sentito di un carico di cuccioli provenienti dall’Est, sequestrato, e che aveva intenzione di adottarne uno. Le dissi che, visto che aveva già avuto cani, forse avrebbe fatto bene a prenderne uno lei, piuttosto che lasciare un cucciolo con probabili problemi comportamentali in mano ad una persona totalmente inesperta.
La sua risposta fu: “Io sono contro il cane di razza! E poi i cuccioli dall’Est non hanno mai problemi comportamentali: quelli lì hanno solo due mesi, non sanno neanche di essere al mondo!”
Quando si tratta di corbellerie sugli animali io non sono mai tanto paziente, ma lì non ce l’ho fatta a replicare: mi sono davvero cadute le braccia.
Perchè una cosa del genere può dirmela uno che di cani non se ne intende (anche se forse, se non se ne intende, dovrebbe star zitto: è stupido e può essere dannoso “spargere” in giro la propria ignoranza), ma di certo non una futura veterinaria!
Così come: “Il chihuahua è un esempio di violenza genetica” o “i cani degli allevamenti si ammalano più facilmente dei meticci” (io ho sempre avuto cani di razza da che ricordi e nessuno ha mai avuto gravi malattie, se non in vecchiaia).
Insomma, si tratta dei più biechi luoghi comuni e non mi stupirei nel sentirle ripetere la solita manfrina del dobermann che impazzisce a sette anni.
Ovviamente questo comportamento non si limita ai cani ma si estende ai gatti: posso capire un profano che si confonda, ma una futura vet che lavora in gattile da anni come può mostrarmi la fotografia di un micio a pelo corto e dirmi che è un persiano?
Va bene, era un esotico e quindi il muso schiacciato è simile… però si suppone che un minimo, se si vuole fare i vet, ci si debba aggiornare e si debbano almeno saper distinguere le razze!
Oppure, come può dirmi che “il siamese è un tipo di mantello, non una razza di fatto” (ARGH, il tipo di mantello si chiama colourpoint!)?
In conclusione, tra animalisti estremisti e totali menefreghisti, sono rimasta delusa dall’ambiente ma sono finalmente riuscita a spiegarmi perchè è così difficile trovare un buon veterinario: le basi sono già sbagliate!
Io credo che per fare bene il proprio mestiere sia necessario amare ciò che si fa: ma se uno studente comincia già a dire che gli animali non gli piacciono, che razza di veterinario sarà mai da adulto?
Purtroppo, vedendo come vanno le cose nel mio corso di studi, la maggior parte delle persone è di questa risma: sono qui un po’ per caso, non sapevano bene cosa fare e via discorrendo. E quasi non so cosa sia peggio: se gli animalisti ignoranti (che possono sicuramente fare un bel po’ di danni) o quelli a cui non frega un tubo del benessere e della psicologia animale.
Quindi, quando sento storie di veterinari che vogliono mettere placche su fratture inesistenti o che dicono di riportare indietro un cucciolo perchè “vista la razza può diventare aggressivo”, io penso, nel primo caso, ai menefreghisti e nel secondo agli animalisti che di etologia non sanno un tubo (perchè guardiamoci in faccia: la facoltà in cui studio è considerata la migliore d’Italia, ma di etologia si fanno proprio quattro stupidaggini). Anche se forse, in realtà, la distinzione non è poi così netta.
Io purtroppo ancora non sono una veterinaria, quindi non saprei che consiglio dare per capire come distinguere a colpo d’occhio il medico bravo o quello incompetente.
Tutto ciò che posso dire è che, secondo me, se uno fa il suo lavoro per passione darà molto di più di chi lo fa per denaro!”.

vetmenef2Come dicevo all’inizio, mi verrebbe spontaneo il “no comment”.
Ma una cosetta da dire ce l’ho: ed è che, quando ero io a studiare veterinaria, questo genere di persone proprio non esisteva.
Quelli che venivano considerati, dai più, “fuori posto”, iscritti alla facoltà sbagliata, erano al massimo i (pochi, a dire il vero) che studiavano veterinaria sostenendo che il loro compito sarebbe stato comunque quello di tutelare la salute umana (quindi futuri ispettori degli alimenti o simili). Alla maggioranza di noi studenti dell’epoca, tutti presi dal sacro fuoco dell’amore per gli animali, sembravano strani “quelli”.
Ora, d’accordo che io sono decrepita: però non sto neppure parlando di secoli fa. A vet mi ci sono iscritta nel 1972, non nel Cinquecento.
Come sono potute cambiare così drasticamente le cose, credo sia facile intuirlo: è il sistema ad essere cambiato, è la società. E la crisi economica ci ha messo il carico da undici.
Oggi l’unico valore che conta ancora qualcosa è il denaro. Unica religione, unico dio, unico scopo nella vita di chiunque: dalle ragazzine di undici anni che da grandi “vogliono fare le veline” (brividi e pelle d’oca) a questi studenti di vet che pensano che il cane puzzi e quindi debba stare fuori di casa, fino agli altri studenti di cui mi parlava un’amica che invece è già veterinaria da anni, ma che trovava lo stesso atteggiamento nei colleghi che pensavano di iscriversi a un master per comportamentalisti. “Non gliene è mai fregato un accidenti del comportamento dei cani – si lamentava – non sono mai stati educatori, non hanno mai avuto il minimo interesse per l’etologia, e adesso fanno il master?”.

vetmenef3Ma certo che lo fanno: perché il comportamentalista è “di moda”.
Perché è lì che girano i soldi, in questo momento, indipendentemente dal fatto che si sia bravi o meno: anche perché lì è tutto più facile. Il chirurgo che sbaglia un intervento può essere preso a parolacce (purtroppo, “a denunce”, ancora no): ma il comportamentalista che ti distrugge completamente la psiche del cane non lo puoi accusare di nulla. Non puoi avere le prove.
E’ una strada comoda e quasi priva di rischi: perché stupirsi se la scelgono in molti?
Ora, di certo non spetta a me stabilire chi, cosa, quando abbia indotto questo “cambio di rotta” rispetto ai miei tempi: un’idea ovviamente ce l’ho, ma è un’ idea politica che può anche non essere condivisa e che non esprimo neppure perché non voglio dare il via ai consueti “scanni” su temi esterni alla cinofilia.
Il fatto certo è che siamo – in moltissimi campi – in mano a gente che non sceglie più un lavoro per passione, ma per soldi. E in certi casi proprio per avidità, per freddo calcolo.
Non c’è una vera difesa, perché non c’è modo di cambiare il mondo (se non, forse, con una vera rivoluzione culturale che al momento mi sembra assai lontana).
C’è, però, modo di tenere gli occhi aperti, di selezionare, di non fidarsi “ciecamente” del primo che abbia una croce blu fuori dall’ambulatorio.
Il passaparola, in questi casi, può essere già una discreta arma di difesa: ma gli occhi e le orecchie aperte lo sono ancora di più.
Certo, c’è anche da dire non è indispensabile amare gli animali per essere un bravo medico: non serve neppure amare i bambini per essere un buon pediatra, se è per questo.
Però mio papà, che era chirurgo (umano) una volta mi disse: “Se non ci metti l’amore e l’empatia, non c’è nessuna differenza tra un bravo chirurgo e un bravo sarto”.
Ecco, questa frase  che mi è rimasta impressa per sempre: per questo, sia quando scelgo un medico che quando scelgo un veterinario, preferisco accertarmi che non sia semplicemente capace di tagliare e cucire efficacemente, ma che ci metta qualcosina in più. Preferisco non finire in mano a un “veterinario per caso” (che potrebbe sbagliare per puro menefreghismo) e neppure a un “veterinario per soldi”, che magari è bravissimo ma tira a fregarmi.
Purtroppo, molto spesso, in mano a queste persone ci si finisce solo per ingenuità o troppa fiducia: ma visto che siamo negli anni Duemila e rotti, e non più negli anni ’70, forse l’ingenuità è meglio metterla un attimino via, diventando anche noi un po’ più cinici e cominciando a pretendere, almeno, la serietà da parte di chi si definisce professionista. Per fortuna, di veterinari bravi, seri e innamorati degli animali ce ne sono ancora moltissimi: cerchiamoli, anche a costo di fare qualche chilometro in più. E i tipi che ci ha presentato la nostra amica, ammesso e non concesso che arrivino davvero a laurearsi (purtroppo non c’è da illudersi: in molti ci arriveranno), restino pure senza clienti e vadano a cavar patate: che è sempre un mestiere degno del massimo rispetto e troppo spesso trascurato da chi invece dovrebbe proprio dedicarsi solo a quello.

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.

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