venerdì , 24 novembre 2017
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Zooantropologia (anzi, cinoantropologia) e pet therapy… secondo me

OLYMPUS DIGITAL CAMERAdi VALERIA ROSSI – E’ da un pezzo che volevo scrivere un mio pensiero sulla zooantropologia (anzi, sulla cinoantropologia, visto che a me interessano soprattutto i cani), premettendo che quella diffusa da Roberto Marchesini e dalla SIUA la conosco solo attraverso la lettura dell’omonimo libro.
Non ho mai frequentato corsi né seminari tenuti dal dottor Marchesini e probabilmente alcune sfumature mi saranno anche fuggite… però una cosa mi ha sempre colpito, ed è di questa che vorrei parlare.
Ci dicono che la relazione con l’animale “non deve essere vista sotto il profilo delle prestazioni, ma per i contributi al cambiamento della persona”.
Che l’animale deve essere rispettato come soggetto, come “altro da sé”, come partner di una relazione, evitando sia la strumentalizzazione che l’antropomorfizzazione.
Che i cambiamenti (miglioramenti, si spera!) alla persona non devono derivare da alcune qualità specifiche del cane, ma dalle attività di relazione che instauriamo con lui.
Tutto molto bello, tutto molto filosofico (in senso buono: nessuna sfottitura) e anche molto poetico, se vogliamo.
Però… aspettarsi che il rapporto col cane induca dei miglioramenti nella persona, non è già una visione antropocentrica del rapporto stesso?
Non è forse già una strumentalizzazione, per quanto “indorata” dallo scopo sociale?

pet6La riprova me la dà il fatto che la SIUA, come unico (o quasi) sbocco pratico di tutto quello che sono studi e filosofie zooantropologiche, veda la pet therapy: che però è, a mio avviso, una delle attività più “coercitive” (aspettate a spararmi: tra poco mi spiego meglio) e più stressanti a cui si possano sottoporre certi cani (anche se non tutti).
Con il termine “coercitivo”, ovviamente, non intendo nulla di violento o doloroso: intendo invece il senso strettamente  letterale, ovvero l’obbligo forzato di fare qualcosa che non si è scelto di fare spontaneamente.
Per questo mi viene sempre da ridere quando leggo le varie panzane sul presunto “addestramento coercitivo” che alcuni begli spiriti vorrebbero attribuire a chi pratica certe discipline cinofile (come l’UD): perché ovviamente lo è, coercitivo. Così come lo è l’educazione di base. Così come lo è il semplice fatto che il cane porti un collare, una pettorina o un guinzaglio (o conoscete per caso cani che se li infilano da soli?)

pet11Far indossare al cane strumenti che ci permettano di controllarne i movimenti è chiaramente una “coercizione”, visto che impone una direzione al  cane e che presume l’uso della forza (fisica o psicologica che sia): anche se”forza”, come ho già detto altre volte, non è sinonimo di “violenza”.
Reggere un guinzaglio significa usare la propria forza per impedire al cane di andare dove gli parrebbe e piacerebbe e costringerlo a venire dove vogliamo noi. Poche storie.
Se fossimo così sicuri che il cane scegliesse sempre e solo di camminare al nostro fianco, non ci sarebbe mai stato alcun bisogno di usare strumenti.
Viviamo tutti, d’altronde, in un mondo fatto di coercizioni: le stesse regole della vita sociale sono coercitive (o qualcuno si diverte forse a pagare le tasse, o a fermarsi davanti a un semaforo rosso quando ha fretta? O a passare otto ore seduto a un banco di scuola? E lo farebbe, se non vi fosse in qualche modo “forzato”?).
Viviamo in un mondo di obblighi e di catene: però, diciamolo, ci sono obblighi più piacevoli di altri.
Stare a scuola quando è l’ora del prof di lettere simpatico e scherzoso, per dire, è più piacevole che rimanerci all’ora dell’arpia di matematica.
Lo stesso vale per i cani.
Io so per certo che i miei cani si sono sempre divertiti come pazzi a praticare la “coercitivissima” UD: lo so perché so leggere nei loro occhi (e nella loro coda); perché so capire quando un cane fa qualcosa “giusto per farmi un favore” e quando invece gli piace davvero farla; perché nessuno mi convincerà mai che un cane che smania di entusiasmo e salta di gioia fino a rischiare di sfondarmi il tetto della macchina quando arriviamo nei pressi del campo non sia felice di entrarci.

pet7Posso dire lo stesso per i cani da pet therapy?
Molte volte, sicuramente sì.  Ma altre volte, decisamente NO.
Ne ho visti alcuni (non dico “tantissimi”, dico solo “alcuni”: ma sono già fin troppi, per i miei gusti) fare le facce più schifate del mondo quando sono costretti (eh, sì) a subire le coccole del bambino che esagera nelle effusioni, o le pacche in testa della vecchietta che, poverina, magari trova nel cane l’unico aggancio con la vita… ma il cane è costretto a restare fermo vicino alla sua sedia a rotelle, quando preferirebbe andare a correre nei prati inseguendo minilepri. E poi i cani sono empatici, lo sappiamo tutti benissimo: quindi possiamo ritenere che, quando hanno a che fare con persone inferme, ne “sentano” il dolore, la tristezza. E nessuno può sapere l’effetto che davvero gli fa.
Nelle AATT c’è uno scopo sociale elevatissimo, per carità: lo stesso che c’è nell’addestramento (spesso molto duro) dei cani guida per non vedenti. Scopi che ti fanno ritenere che il gioco valga sicuramente la candela.
Però i cani sono strumentalizzati, eccome.
E sono pure stressati, tant’è che in tutti i corsi per operatori di pet therapy si raccomanda vivamente di non utilizzare il cane per tempi troppo lunghi, di stare attentissimi ai primi segni di stress, di alternare diversi soggetti e così via.
Ma allora, di cosa stiamo parlando?
A mio avviso non c’è nessunissima differenza tra fare attività assistite con gli animali e fare UD, obedience o disc dog: stiamo sempre “usando” i cani per qualcosa che fa comodo a noi.
E stiamo “usando” il cane anche quando siamo alla ricerca della pace interiore, o di una maggiore consapevolezza del diverso da noi, o di un aumento della nostra capacità di rispettare queste diversità.
Ma se al cane non ne potesse fregar di meno, di quanto noi stiamo diventando migliori, rispettosi e consapevoli?

NYT2008110415304530CHo tenuto proprio ieri una lezione sulla domesticazione del cane, spiegando che il nostro rapporto è nato perché siamo entrambi animali sociali e opportunisti: termine che NON va inteso in senso morale ma in senso etologico, ovvero quello di animali che cercano “la strada più comoda” per trovare risorse (soprattutto alimentari, ma non solo).
L’ex lupo, o pre-cane, cominciò ad avvicinarsi agli accampamenti umani perché trovava i loro rifiuti più “comodi” delle prede da cacciare (queste avevano la fastidiosa abitudine di scappare e/o combattere: i rifiuti umani no). L’uomo accettò la presenza del pre-cane, inizialmente, perché gli faceva molto comodo utilizzarlo come spazzino, e poi perché si rese conto che le sue qualità naturali gli avrebbero reso più facili e meno faticosi impegni come la caccia, la difesa del territorio e in seguito la custodia del bestiame.
Ci siamo, insomma, sempre sfruttati a vicenda (d’altronde, anche in natura, nessuno fa niente per niente. Leviamoci Walt Disney dalla testa): ma col tempo abbiamo imparato anche ad amarci reciprocamente.
Con tutte le bastarde eccezioni del caso, per carità: sappiamo bene che ci sono fin troppi umani che maltrattano i cani… ma se è per questo ci sono anche cani che mordono gli umani (e non è sempre così scontato che sia colpa di questi ultimi).

pet5Però queste sono, appunto, eccezioni: la regola è quella di un rapporto fatto sicuramente di strumentalizzazione (reciproca), ma anche di sentimenti.
Un rapporto che è sempre esistito: addirittura in misura maggiore di quella che conosciamo oggi: in alcune civiltà, per esempio, i cani sono stati considerati addirittura sacri.
Ma amore e rispetto si scovano anche nei momenti e nelle persone più impensate. Qualche giorno fa un extracomunitario, che vendeva i suoi oggetti per le strade di Carignano, ha insistito per regalarmi a tutti i costi un elefantino portafortuna: pensando che fosse solo un espediente per convincermi a comprare qualcos’altro stavo declinando cortesemente l’offerta, quando lui mi ha spiegato (in un italiano migliore di quello di molti commentatori televisi, devo dire…) che il regalo non era per me, ma per la Bisturi, che tenevo al guinzaglio.
Infatti, al suo Paese (africano, di cui non ho capito bene il nome), quello era il “giorno del cane” e c’era l’usanza di fare regali ai  quattrozampe.
A questo punto ho accettato con piacere l’elefantino, che adesso sta sulla mia scrivania (la Bisturi, una volta assodato che non si mangiava, non l’ha apprezzato più di tanto).

pet2_apertInsomma, amore, affetto e rispetto tra cane e uomo non li ha inventati nessuno: ci sono e ci sono sempre stati, forse fin dal paleolitico.
Poi bisogna vedere in che modo l’uomo è capace di esprimerli, questi sentimenti.
E’ amore convincere il cane che l’unica vita che valga la pena di essere vissuta è quella che lo vede sdraiato su un tappetino, o sul divano, o nella famigerata borsetta portachihuahua?
E’ amore convincere il cane a lasciarsi pastrugnare, manipolare e smanacciare da orde di bambini sconosciuti e vocianti?
Dipende.
Se il cane è un nonnetto di 15 anni, il tappetino può essergli gradito. Se il cane ha il carattere della Bisturi, lo smanacciamento può essere per lui il top della felicità.
Però vedo molti, troppi golden, o labrador, o beagle letteralmente “forzati” a fare i cani da pet therapy: vedo facce rassegnate (se non addirittura disgustate) sottostare a carezze e pastrugni vari che, per carità, non fanno alcun male… ma non sono neppure richiesti/scelti/voluti/graditi.

Di fronte a questi musi lunghi (nel vero senso della parola) e a certi sguardi spenti, riesco a risollevarmi il morale solo quando vedo un golden fremente di entusiasmo mentre si appresta a riportare qualcosa dal bosco, o dall’acqua.
Mi auguro sempre che sia un dummy e non un povero uccello ammazzato… ma devo confessare che preferisco veder tornare il cane con un fagiano in bocca e gli occhi lampeggianti di gioia, piuttosto che trovarmi davanti quelle facce da lampadina bruciata che hanno non tutti – lo ripeto – ma diversi cani da pet therapy. E anche quelli che io chiamo “i cani zombie”, ridotti a fare il peluche animato (neanche troppo animato) dalla sciura cognitivissima e zooantropologicissima che mi guarda schifata se invece, al mio cane, io chiedo di fare un salto con riporto (e non parliamo degli attacchi!).

pet9Che cos’è, dunque, per me la cinoantropologia?
E’ rispetto per la natura, per le origini, per la storia di entrambi: cani e umani.
E’ la consapevolezza che entrambi abbiamo scelto di convivere perché era di reciproco vantaggio, e che è giusto continuare a dare e ad avere in eguale misura.
Quindi, per me, è giustissimo – non solo giusto! – cercare in ogni modo (allevamento, educazione, addestramento) di ottenere cani che siano in grado di darmi il massimo nell’ambito in cui ho scelto di impegnarli: ma dal canto mio mi devo sforzare anche di far sì che si tratti di ambiti che rappresentino il meglio per lui.
Non mi prenderei mai un cane da caccia (visto che non amo la caccia) per fargli fare disc dog: se mi piace questa disciplina (che mi piace davvero, tra l’altro!) posso spaziare tra altre 400 e puzza razze. Non mi prenderei un border collie per fargli fare UD, non mi prenderei un terrier per fargli fare il cane da divano… e non mi prenderei un golden o un beagle per fargli fare per therapy, perché il fatto che siano “cani buoni” e scevri da aggressività è già una strumentalizzazione bella e buona. Sono buonissimi, è vero, ma sono anche nati selezionati da millenni per la caccia: cos’hanno a che fare con la pet therapy?

pet4Qualcuno, lo so già, risponderà che da un lato nessun cane è nato “per” la pet therapy, e dall’altro tutti i cani sono nati per la  pet therapy, per il solo fatto di essere cani: quindi animali sociali, animali che amano l’uomo e che godono del rapporto con lui. Sì, ma con l’uomo che fa parte del loro branco: non con perfetti sconosciuti che magari non hanno neppure idea di come si approccia un cane (e non mi dite che ci pensa l’operatore a spiegarglielo, perché questo non è sempre possibile: non tutti i pazienti sono in grado di capire).
Sia ben chiaro: io NON sono contraria alle attività assistite con gli animali.
Mi piacerebbe solo che – proprio come qualsiasi altra disciplina – esse venissero svolte rispettando sempre le esigenze del cane ed evitando di utilizzare (sì, uso proprio questo termine) i soggetti che non ci sono portati, anziché “plasmarli” ad ogni costo per ottenerne dei cani “forzatamente” buoni e sicuri al cento per cento.
Mi piacerebbe, anche, che si accettasse una buona volta un concetto che forse a qualcuno ancora sfugge: e cioè che la pet therapy è una disciplina cinofila come tutte le altre, che si può fare bene o male, rispettando il cane oppure no.
E vorrei che si ricordasse che la mancanza di rispetto non consiste soltanto nel picchiare o nell’usare metodi/strumenti violenti, che fin lì ci arriviamo tutti: invece ci sono forme di vero e proprio maltrattamento molto più subdole e infide, tanto più infide quanto più appaiono – agli occhi del profano – “dolci” e “gentili”.
Affossare o addirittura inibire le qualità naturali di un cane è una di queste forme di maltrattamento: anche se il cane può apparire allegro e scodinzolante.
Tengo a sottolineare (l’ho messo perfino nel titolo!) che questa è una mia opinione personale e che non è né un articolo “contro la pet therapy”, né tantomeno  contro la zooantropologia. A me piacerebbe solo che si guardasse anche un po’ oltre le apparenze, ed è questo l’unico vero invito che rivolgo a chi ha avuto la pazienza di leggermi fin qui.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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