giovedì , 23 novembre 2017
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Come scegliere l’adottante/il cliente giusto

adottante3di VALERIA ROSSI – Parto da una brutta storia (almeno, dal mio punto di vista è molto brutta): quella di una cagnetta affidata a quella che sembrava la persona ideale. Ha molto tempo libero, lavora in casa propria, ha una splendida villa con immenso parco e aveva già preso un altro cane in canile.
Perfetta, no?
No.
Perché la cagnina che le è stata affidata è una ferale, fobica, con millemila problemi, mentre l’altro cane che lei aveva preso in canile era un soggetto aperto, solare, festaiolo. Morale della favola: feeling sotto zero.
L’umana è venuta al campo a fare qualche lezione, si è anche applicata e la cagnina ha fatto progressi mastodontici… ma a lei non bastava, perché lei voleva un cane come quello che aveva prima.
La storia è finita con una mega-incazzatura da parte della sottoscritta, che ha rifiutato di seguirla ancora dopo che lei ha scritto all’associazione che le aveva dato la cagnina in affido, facendosi scappare una frase  che probabilmente non pensava, ma che ha ugualmente azzerato ogni mio possibile feeling con lei. Una che scrive che “spera che a settembre riaprano la caccia in Piemonte, così magari qualcuno sparerà alla cagna”, con me non può continuare a lavorare.
Non ce la faccio proprio, mi dispiace.
Eppure… eppure, per quanto male si possa pensare di questa umana, la storia è così brutta solo perché è stato sbagliato clamorosamente l’abbinamento.
Questa signora non aveva bisogno di un cane fobico, ma di un cane “normale”, che non richiedesse troppo impegno e che non la facesse sentire frustrata.
Altra storia, altro “end” tutt’altro che “happy”: viene affidata una femmina con gravissima ansia da separazione a persone che nulla sanno dell’ansia da separazione, che non sono in grado di risolverla, che vanno nel panico più completo.

adottante2In entrambi i casi le famiglie sembravano perfette… e probabilmente lo sarebbero state, per cani senza problemi: ma per cani che hanno bisogno di particolari attenzioni (e particolari competenze) non andavano bene.
Ed è inutile badare a cose come la bella villa, il bel giardino, la disponibilità economica: tutto questo NON basta certo a risolvere i problemi caratteriali. Così come purtroppo non basta il famigerato “ammmore” che invece, dal punto di vista dei volontari, sembra essere l’unica cosa che conta.
Peccato che di fronte a fobie, aggressività, ansie e quant’altro, l’ammmore si trasformi ben presto in rifiuto. E di fronte a questi rifiuti, solitamente, i volontari tacciano di crudeltà, insensibilità o direttamente stronzaggine gli adottanti… senza rendersi conto che gran parte della colpa – o almeno della responsabilità –  è soltanto loro.
La stragrande maggioranza delle persone, quando chiede un cane in adozione, NON è in cerca di uno sfigato a cui dedicarsi giorno e notte per il resto della propria vita.
Cerca un cane, punto. Un amico scodinzolante e allegro, un compagno di vita che però, quando è il caso, si può anche lasciare un’ora da solo senza che ti distrugga la casa o scappi a quaranta chilometri di distanza.
Molti volontari, che invece amano proprio i casi pietosi (e più pietosi sono, meglio è), commettono l’errore di pensare che tutti abbiano lo stesso loro trasporto verso i casi “del cuore” e che quindi, qualsiasi problema si ritrovino ad affrontare, siano disposti a buttarcisi anima e corpo.
Ma non è sempre così… anzi, non è quasi mai così.

adottante5Per chi non l’animo della crocerossina (animo rispettabilissimo, per carità: ma non obbligatorio!), il cane “difficile” diventa molto presto un peso, poi una preoccupazione costante, poi un incubo.
E siccome di solito queste persone NON sono degli emeriti stronzi (come credono i volontari), ci stanno pure male e cercano disperatamente di risolvere il problema: solo che non hanno quasi mai le competenze per farlo.
Così finisce che i cani tornano in canile (soffrendoci) e che gli umani si macerano nei sensi di colpa (soffrendo pure loro), soltanto a causa di un “abbinamento” sbagliato.
La cosa, ovviamente, non riguarda soltanto i cani di canile, e neppure i soli cani problematici.
Oggi un lettore che ha appena avuto una cucciolata mi chiedeva: “Come faccio a capire se chi si presenterà chiedendo di acquistare uno dei miei cuccioli è una persona affidabile?”
Una domanda a cui vorrei tanto poter risponderee con ferree certezze… ma purtroppo queste certezze non le ho. Anch’io, quando allevavo, ho toppato clamorosamente un paio di volte nell’affidare i miei cuccioli a persone che mi erano sembrate fantastiche, e che invece si sono rivelate ben diverse dalle apparenze.
La prima volta ho commesso lo stesso errore dei volontari di cui sopra: mi sono lasciata abbagliare dalla ricchezza.
Il cliente,  titolare di un famoso mobilificio, si presentò a ritirare il cane – una femminuccia –  portandomi a vedere le foto della “cuccia” che aveva preparato: praticamente uno chalet in miniatura (e neppure tanto in miniatura) con  annesso parco giochi, ciotole con inciso il nome della cagnina, brandina sulla quale mi sarei sdraiata volentieri io… eccetera eccetera.
Dopo una settimana il tizio mi telefonò dicendomi che si era perso la cagna: “Ma non si è proprio persa, eh! – cercò di tranquillizzarmi  – Si è rintanata nel bosco e non si lascia più avvicinare… ma non può andare da nessuna parte, qui è tutto recintato!”.
Il “tutto recintato” erano due ettari di terreno, per metà boschivo, nel quale ‘sti deficienti avevano visto bene di lasciare che la cucciola girovagasse a suo piacimento, senza mai starle accanto, senza provare a darle un minimo di educazione, senza farla mai entrare in casa con loro.
E un husky, in quelle condizioni, ci mette un nanosecondo a ridiventare lupo al 100%.
Recuperata la cagna, me la sono ovviamente ripresa; così come mi sono ripresa quella venduta (a Bari… un viaggetto da niente, per riportarla a casa!) alla famigliola apparentemente tanto caruccia e simpatica, pure con due ragazzini che promettevano di dedicarsi al dog trekking. Peccato che in realtà il buon padre di famiglia fosse un cagnaro che al primo calore le ha fatto fare una cucciolata (prima e ultima, perché la cagna non l’ha più rivista).

adottante1Dopo aver toppato così clamorosamente per due volte, dunque, e non essendo mai stata volontaria in canile (se non per un brevissimo periodo), come posso permettermi di dare consigli?
Diciamo che, avendo fatto tesoro dell’esperienza mia ed avendo sentito/vissuto (anche se di seconda mano) svariate esperienze altrui, qualche conclusione l’ho tratta.
Non dico certo di avere la ricetta magica per non sbagliare mai una vendita o un affido (magari!), ma alcuni suggerimenti mi sento di darli. Sono pochi, ma credo siano anche buoni.

QUANDO SI VENDE UN CUCCIOLO:

a) non pensare MAI che “cliente danaroso” equivalga a “buon proprietario”. Per quanto ripeta sempre – e ne sono molto convinta – che non si dovrebbero vendere cuccioli a persone che già fanno fatica a pagarli (perchè se domani succede un incidente, o se il cane si ammala, questi che fanno?), è anche vero che la disponibilità economica fa un brutto effetto “fumo negli occhi”. Viene spontaneo pensare che un cane a cui hanno preparato uno chalet debba essere per forza un cane amato: la mia storia dimostra che non è sempre vero;

b) dopo aver fatto il terzo, quarto e quinto grado al cliente (che comunque racconterà quello che gli pare… e sul momento non avremo mai la possibilità di controllare se è tutto vero), è sempre bene dipingere la propria razza come la più problematica, difficile, incasinata della terra. L’allevatore di solito tende a fare il contrario NON perché “voglia vendere a tutti i costi”, come sostengono i maligni, ma perché per lui la sua razza è la migliore del mondo e quindi la vede lui stesso con gli occhi dell’innamorato. Su questo tema, l’esperienza mi insegna che fare un ritratto al limite dell’horror è un ottimo sistema per liberarsi degli acquirenti superficiali e per riuscire ad affidare i cuccioli solo a veri appassionati;

c) quando si vende un cane, il cane diventa proprietà del cliente. Punto. L’allevatore non ha la possibilità di fare “controlli post-affido” come i canili, perché la legge italiana gli rema contro: il cane viene considerato un oggetto sul quale, una volta che l’hai venduto, non puoi più accampare alcun diritto. A questo, però, si può rimediare con scritture private che prevedono – eccome! – che tu segua passo passo la crescita del “tuo” cucciolo (perché dal punto di vista sentimentale lui resterà sempre un “tuo figlio peloso”, alla faccia di quel che dice la legge): puoi chiedere di avere notizie, video, foto con cadenza mensile (magari non proprio quotidiana… anche se la voglia ci sarebbe. Però bisogna essere anche un po’ realisti: non si possono scassare le palle a sangue a chiunque compri un cucciolo da noi). Se il cliente rifiuta di mantenere i contatti, meglio che se ne vada per la sua strada. Questi controlli sono l’unico mezzo che abbiamo per accertarci di non aver sbagliato nell’affidare un nostro cucciolo;

d) Inutile dire – perché spero che lo facciano già tutti gli allevatori seri, ma anche i privati seri – che NON si vendono cuccioli, per nessun motivo al mondo, a chi annuncia di voler “fare un regalo”, o di voler prendere il cane “per i bambini”. Vade retro. Sciò. Pussa via.

QUANDO SI AFFIDA UN OSPITE DEL RIFUGIO/CANILE/RESCUE:

a) al di là di tutte le domande che normalmente i volontari fanno (in alcuni casi facendo veramente le pulci al potenziale adottante), prima di ogni altra cosa io chiederei che tipo di cane si aspettano, cosa intendono fare con lui, quali esperienze abbiano avuto in precedenza e quali competenze cinofile abbiano. NON – SI – DEVE dare un cane problematico a una persona inesperta e incompetente, garantendogli che “basterà amarlo”: perché non basta affatto. I cani difficili si affidano solo a chi dimostra di sapere come affrontare quel particolare problema (che deve essere chiaramente esposto dai volontari, e non minimizzato);

b) non si dovrebbe andare “a categorie”, ma “a persone”. Trovo molto limitativo dire cose come “no guardia, no caccia”, come se fosse un delitto far fare al cane ciò per cui è nato. Pur detestando cordialmente la caccia, io conosco decine di cacciatori che per i loro cani darebbero la vita. So benissimo che ci sono anche cacciatori che trattano i cani come oggetti… ma se è per questo ci sono migliaia di Sciuremarie che, senza neppure rendersene conto, trattano i cani come oggetti (giocattoli, soprammobili, nani da giardino e via cantando). Se io dovessi piazzare un breton o un setter, cercherei disperatamente di trovare per lui un adottante cacciatore e amante dei cani, perché mi vengono le bolle al pensiero del setter da salotto in mano alla Sciuramaria che “lo tratta come un figlio” (ovvero, ne fa un infelice disadattato). So benissimo che questo consiglio non verrà minimamente preso in considerazione da nessun volontario: ma siccome è quello che penso – e lo penso, ovviamente, avendo in mente l’unico obiettivo del vero benessere del cane – lo dovevo scrivere lo stesso;

c) concludo con un suggerimento che può sembrare veramente cinico, per non dire bastardo: io diffiderei moltissimo delle persone che arrivano in canile cercando il cane più disastrato di tutti. Purtroppo anche in questo caso è l’esperienza a dirmi che forse in dieci casi su cento queste persone sono mosse da sentimenti davvero nobili (cercare di dare un po’ di serenità al vecchietto per i giorni che gli restano da vivere, o portarsi a casa un cane che nessun altro, probabilmente, vorrebbe mai, dandogli così una chance insperata): negli altri 90 casi, alla base di questo desiderio di “salvare il più sfigato”, o c’è la motivazione egoistica di chi vuole sentirsi “eroe” e far sapere al mondo “quanto è stato buono e bravo”, o ci sono seri problemi psicologici (carenze affettive, desideri repressi di maternità, vere e proprie sociopatie e così via). In questi casi il cane – magari incosciamente – viene preso con l’intenzione di utilizzarlo per la propria pet therapy, quando in realtà sarebbe lui ad aver bisogno di una “man therapy”. Ne vengono fuori rapporti malati, nei quali l’animale si ritrova costretto tra le maglie asfissianti di un affetto morboso che, nella stragrande maggioranza dei casi, gli impedisce di vivere una vita “da cane” come dio comanda. Il cane sbandierato come simbolo di eroismo, così come il cane bambinizzato/iperprotetto/soffocato dal troppo amore, non è MAI un cane felice: è un dato di fatto con cui mi scontro quasi quotidianamente, e mi piacerebbe tanto che i volontari ci riflettessero un pochino sopra. Purtroppo – e lo devo dire, a costo di scatenare il finimondo – anche diversi volontari sono affetti dagli identici problemi relazionali/sociali/psicologici. Quindi provano un’istintiva empatia verso i propri simili (tendendo invece a diffidare delle persone spinte dal sano e normale desiderio di avere un cane sano e normale): ed è proprio ai loro simili che affidano con slancio cani che – ci metterebbero la mano sul fuoco- “non torneranno mai indietro”. E’ assolutamente vero: questi cani non tornano mai indietro. Ma in molti casi, ahimé, sarebbe stato meglio per loro se ci fossero tornati.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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