venerdì , 17 novembre 2017
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L’inCANpetente

incanpetente2di MARCO CARUCCI –  Io non mi intendo di cani…
“… e allora come mai ne hai tre?” mi sento chiedere in continuazione: ora, posta in questi termini, la domanda è metodologicamente scorretta perché sottintende, errando, il sussistere di una correlazione diretta tra il copioso possesso e la piena cognizione. Il che equivarrebbe ad affermare, tout court, che un poligamo è uno che capisce le donne.
Dunque io, per strada, ad un’occhiata superficiale, posso anche sembrare un musher metropolitano che porta a sgambare la muta; però intendersene, di cani, è tutta un’altra cosa.
Ad un qualsiasi, minimamente attento, osservatore esterno, infatti, non può sfuggire che, lungi dal governare il mio minibranco, io ne sono posseduto non meno di come Linda Blair ne “L’esorcista” è preda del demone Pazuzu.
Invero ho qualche attenuante a mio favore, specie in riferimento al palese squilibrio morfo-ponderal-sessuocaratteriale del terzetto: due bassotti di sesso femminile (una a pelo duro, una a pelo liscio) ed un meticcio di cane corso maschio non costituiscono un drappello particolarmente omogeneo e coeso, sia negli intenti sia nelle modalità di perseguire gli stessi. Mi organizzo preventivamente impugnando, con una mano, le maniglie dei guinzagli delle due piccolette, con l’altra, quello del bestione. Il risultato è che, a seconda delle movenze – del tutto imprevedibili in quanto irragionevolmente emotive – di ciascuno dei tre amici, passo dal trovarmi completamente avviluppato nei guinzagli come in un inestricabile groviglio di liane della foresta tropicale, all’assumere, poco dopo, piantato in mezzo al marciapiedi a braccia spalancate, strattonato come sono in direzioni diametralmente opposte, una spiccata rassomiglianza con la statua del Cristo del Corcovado.

incanpetente_logoDoverosa ed indispensabile decisione, allora, è quella di frequentare un corso di addestramento: livello base, giusto per cominciare ad apprendere i più elementari rudimenti di gestione del cane, primo gradino di una scala culturale volta, questo è l’auspicio, a farmi raggiungere l’empireo della piena conoscenza tecnocinofila.
Scopro ben presto che gli addestratori professionisti, con il conseguimento del diploma Enci, adempiono ad una precisa mission: quella di smascherare impietosamente la completa inettitudine di noi “normali” padroni di cane.
Mi si presenta infatti questo signore, dall’apparenza innocente, al quale, del tutto inspiegabilmente, i cani rivolgono subitanea attenzione e simpatia; eppure li tratta con sbrigativa fermezza, pasturandoli con pezzettini di wurstel di qualità dozzinale quando a me, che di regola li vizio come sibariti fornendo bistecche di polpa sceltissima, non prestano alcun riguardo; e li guardo, i maledetti, mentre, senza esitazione alcuna, si accucciano, si rialzano, trotterellano, si fermano, riportano, lasciano, saltano, strisciano: in totale supina obbedienza ai comandi sussurrati da questo perfetto sconosciuto che, non vedo alternative, o è molto bravo o ha addizionato ai wurstel qualche sostanza molto proibita.
Peraltro, bisogna ammetterlo, si muove sul prato con leggera eleganza esibendo la disinvolta sicurezza di un consumato ballerino di flamenco, il che contribuisce ancor più a fare sentire il sottoscritto un reietto dell’educazione canina.
Dopo averli “lavorati” per diversi minuti, rimpinzandoli generosamente di wurstel, mi sollecita: “prova tu, adesso”, allungandomi il sacchetto dei bocconcini magici; il gesto didattico viene peraltro involontariamente a trasformarsi in una perfida mossa finale, dal momento che io non sono sicuramente in grado di gestire dei cani ormai stufi e palesemente satolli di insaccati: cani che, a questo punto, gradirebbero piuttosto starsene in pace, distesi all’ombra a farsi quattro chiacchiere sorseggiando una birra fresca, cosicché, allorquando io mi avvicino loro esitante e cerco di farmi obbedire offrendo altro wurstel, mi voltano la schiena sdegnosamente schifati.
E la mia mortificazione è compiuta.

incanpetente_addOgni volta, lo stesso: a lui riesce tutto, a me nulla; alla fine del corso di lezioni, dinanzi al mio scoramento, un barlume di umana e maschile solidarietà lo anima e mi spiega con garbo che, impegnandomi a casa con tanta pazienza e buona volontà, potrò riuscire anche io – adesso che ho imparato la teoria ed ho visto come è facile applicarla (da parte sua!) – a gestire decentemente i cani. Così, un poco risollevato nel morale, lo saluto mestamente … prima di scattare a rincorrere i tre che nel frattempo si sono dispersi per ogni dove, cocciutamente sordi ad ogni richiamo da parte mia.
Ma poi, ammettiamolo, per riuscire ad ottenere dei risultati veramente brillanti credo che necessiti una predisposizione naturale, una sorta di sensibilità congenita nell’instaurazione di un rapporto empatico con l’animale: io trascorro le ore libere ad applicare le tecniche imparate al campo, mi muovo per casa pronunciando, con tono sicuro ed amichevole, ordini secchi, è tutto un agire in famiglia mediante rinforzi, usando al contempo raffinate metodiche di ‘do as I do’: risultato, dopo un mese mia moglie esegue benissimo il ‘seduto’ mentre i cani, imperterriti, continuano a fottersene come prima.
In compenso, tanto fervore addestrativo mi cagiona curiosi effetti collaterali nella vita professionale quotidiana: così, avendo un paziente prontamente eseguito la mia richiesta di respirare profondo per consentirmi di auscultargli i polmoni, esclamo entusiasticamente “bravo” con voce squillante e quasi mi rammarico di non avere nella tasca del camice un biscottino da allungargli in premio.
In aggiunta è da dire che, da parte mia, colpevolmente ancorché inconsciamente, non vi è stata una incondizionata adesione alle metodologie di addestramento che mi sono state proposte, forse anche a causa del fatto che io ho ricevuto un’educazione piuttosto rigida, il che mi comporta necessariamente delle inibizioni specie nella applicazione delle cosiddette tecniche di “linguaggio del corpo”. Considerato, in aggiunta, che fra un anno a settembre sono sessanta, pensare di mettermi accosciato in corridoio, a braccia larghe, con un placido sorriso stampato sul volto, gridando allegramente “pappa, vieni” ad un cagnino di quattro chili … no, scusate, lo so che sbaglio ma a me crea francamente qualche insuperabile imbarazzo.
Accidenti, io non mi intendo di cani: ed ecco perché, al di là dell’indirizzo del più economico pet-shop del rione, non sono in grado di dare alcun consiglio a chi mi interpella per pormi astrusi quesiti cinotecnici – in genere premettendo “Lei, che ha tanti cani, lo sa senz’altro” – e che, dinanzi alla mia dichiarata incompetenza, mi guarda con delusa riprovazione.

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