giovedì , 23 novembre 2017
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Umani che amano troppo

amanotropp4di CHIARA M. –  PREMESSA – Da bambina avevo un gatto. Era un trovatello, tutto nero, e gli ho voluto un gran bene. Il primo (e l’ultimo, per i secoli dei secoli) gatto a cui abbia mai fatto un bagno. Il primo che fosse davvero della mia famiglia e non di qualche parente. Il primo che mi abbia insegnato qualcosa, e il primo dei tanti che mi è davvero rimasto nel cuore.
Questo gatto era buonissimo, al punto che mio fratello, che all’epoca aveva due o tre anni, lo accarezzava, lo disturbava, gli tamburellava le manine sulla schiena…e lui sopportava un po’, poi quando si stufava prendeva e se ne andava da qualche altra parte, imperturbato. Un giorno in cui forse gli aveva dato un colpetto un po’ più forte, o era stufo che mio fratello lo tormentasse, si ribellò: in uno scatto gli posò i denti sul mento, per un paio di secondi senza stringere. Bastò il gesto: mio fratello scoppiò in lacrime, io a ridere, e da allora lui fu molto più rispettoso del gatto.
Negli anni successivi altri gatti, a periodi alterni, sono entrati nella nostra famiglia. E, un po’, anche cani: della mia amica del cuore, dei miei parenti o dei miei amici. I racconti su di loro, ma anche su quelli di perfetti sconosciuti, sono aumentati nel corso degli anni… forse anche perché la mia amica del cuore nel frattempo ha iniziato a studiare veterinaria, e forse anche perché Internet ha permesso a certe notizie di uscire dai ristretti confini di un paese, e negli anni si sono fatti via via più… teneri, belli, preziosi? Anche. Ma più che altro si sono fatti più folli.
Lavorare in una clinica veterinaria della Asl, prestare volontariato in un canile oppure leggere le notizie su fonti affidabili ti porta a una conclusione: un sacco di gente non sa relazionarsi con gli animali. E questa incapacità a volte raggiunge vette a dir poco incredibili.
Qui una selezione di alcune storie assurde riportate, trovate, vissute… e qualche mia riflessione che si può riassumere così: se per voi un animale è (come, o meglio di) un essere umano, per il suo bene stategli lontano.

amanotropp3Il cane smarrito
Il primo caso che mi viene in mente è quello della donna che ha trovato un cane smarrito e ha chiamato l’Asl veterinaria perché lo prendesse in consegna. Fin qui tutto bene. Quando però la veterinaria è arrivata per controllare la situazione, la donna si è rifiutata di cederglielo “perché sarebbe andato in canile” (solo nel caso in cui non si fosse trovato subito il proprietario).
Ricordare a questa persona che stava, agli occhi della legge, commettendo un furto, trattenendo il cane?
Inutile.
La signora vedeva il canile come l’Inferno Terrestre, anche se questo cane, di fatto,  aveva l’aria di essersi smarrito più che di essere stato abbandonato, tant’è che aveva ancora il collare con la medaglietta.
Fortunatamente il proprietario si trova quasi subito e la veterinaria è dispensata dal dilemma del se lasciare il cane con la donna, chiamare la polizia o, suppongo, indicare un punto gridando “una scimmia a tre teste abbandonata!” e fuggire con l’animale per portarlo all’Asl.

Il cane con tre padroni
A volte mi dico che in effetti la donna del primo caso potrebbe non avere avuto tutti i torti a temere il canile: ma non perché il cane venga tenuto male. No… perché di recente ho sentito di un cane con tre microchip.
Una volta ho aiutato l’accalappiacani a catturare un cane smarrito. Oltre al fatto che non era nuovo alla fuga, non era nemmeno ben disposto a farsi mettere in gabbia. Nonostante fosse una salsiccia a quattro zampe ringhiava, si agitava, mordeva a più non posso e per poco il volontario non ci ha rimesso un dito nel tentativo di individuare il microchip.
Ma tre? Tre?!? Posso capire, specie se il microchip emigra e il cane è come quello di cui sopra se gliene si mette un secondo. Ma il terzo?
Tantopiù che non sono stati i due microchip più recenti a permettere di trovare il proprietario… ma il primo. E l’ex padrone, sorpresissimo (e felicissimo) di ritrovare il cane che aveva perso sei anni prima è venuto a riprenderselo da casa sua… a oltre 40 km di distanza.

amanotropp5Il cane tira e molla
C’è poi il caso di chi al canile il cane ce lo porta quando nasce il primo figlio. Magari perché glielo suggerisce il medico (medico che evidentemente è rimasto fermo a qualche secolo fa), o perché il coniuge lo pretende (e qui, personalmente, al canile ci porterei il coniuge).
E’ la storia della cagna adottata da un amico, un incrocio simil labrador, nera. Una cagna, tra l’altro, molto tranquilla e abbastanza obbediente (scusabile per la giovane età), di quelle che pur molto grandi non fanno paura perché si capisce subito che il danno più grosso che possono fare è metterti in grembo una palla piena di bava per giocare.
La cosa più dolorosa per lei, probabilmente, prima che i volontari del canile mettessero fine alla cosa, è stata che l’ex proprietario se l’andava a riprendere di tanto in tanto perché non era convinto di aver fatto la cosa giusta. E quindi la cagna aveva sviluppato una certa ansia da separazione.

Troppi euro per una colonia
Al lato opposto c’è chi degli animali si occupa fin troppo.
Avete presente la gattara dei Simpson? Esiste anche nella realtà. Magari non parla in quel modo, ma se ha uno stipendio di qualche tipo di certo lo spende tutto per i suoi gatti. E’ il caso di una signora il cui marito, disperato, si è rivolto a dei veterinari chiedendo se potevano fare qualcosa perché la moglie spendeva una cifra enorme (credo sui 1000 euro) per sfamare una colonia felina. Cifra che non potevano permettersi (a meno, suppongo, di non mangiarseli, i gatti, o aprire un ristorante per vicentini).

I polli al buio
L’amore acceca. Acceca al punto che al buio qualcuno vuol farci rimanere anche gli animali, la notte.
Bene: se vedete che un allevatore lascia il bestiame o il pollame a dormire con qualche luce accesa, non spegnetela. E non pensate neppure di andare a protestare, vi assicuro che sa quello che fa.
Andate fuori, di notte, in una serata senza luna. Riuscite a capire più o meno quel che c’è intorno, non è vero? Fuori non è mai buio totale.
Perciò, se li lasciate al buio completo, come hanno imposto certi animalari ad un allevatore, la notte può succedere che si lascino prendere dal panico e muoiano accalcandosi gli uni sugli altri (a maggior ragione se l’allevamento è a terra).
Un po’ di luce permette loro di vedersi intorno e quindi di stare tranquilli.

amanotropp1I gatti da sterilizzare
Torniamo ai gatti. Se si ha una colonia la si può registrare e far sterilizzare gratuitamente.
Ci mettono anni, direte voi. Vero. Ma perché?
Chissà, uno dei motivi potrebbe essere che il veterinario vi dà appuntamento e voi i gatti da sterilizzare non glieli portate (facendo così slittare tutte le altre colonie per nulla), cosa che accade regolarmente presso la struttura in cui ho fatto sterilizzare la mia, di colonia.
Ma c’è qualcosa di ancora più oscuro dietro la faccenda delle sterilizzazioni dei gatti: e si tratta dei rappresentanti delle associazioni animaliste che pretendono di entrare, controllare, verificare tutti i dati delle sterilizzazioni.
In teoria non è una cattiva idea che ci sia un organo di controllo: in pratica diventa una seccatura per i veterinari che non riescono a fare il loro lavoro perché  si vedono continuamente rallentati da persone che vogliono:
– controllare la sala operatoria (e addio sterilizzazione della sala!);
– controllare, più di quanto previsto dalla legge o dagli accordi, lo stato delle sterilizzazioni (facendo perdere un sacco di tempo, come la suocera che controlla una volta la settimana casa tua e devi starle dietro a spiegarle tutto);
– pretendere le giustificazioni dei veterinari se hanno sterilizzato una colonia prima di un’altra (magari perché, come scritto sopra, i proprietari della seconda colonia i gatti agli appuntamenti ce li hanno portati!).
– già che ci sono, se un gatto muore sotto anestesia (ahimé, capita anche agli esseri umani) denunciano i veterinari che hanno eseguito l’operazione… e non ritirano la denuncia nemmeno se viene dimostrato che il gatto è morto per cause esterne.
Così i veterinari, per tutelarsi, o rifiutano di mettere le mani su certi animali o fanno fare mille cose inutili (analisi del sangue, delle feci eccetera), facendo aumentare il costo delle visite.
A questo punto avrete capito che ho una colonia felina dietro casa, che è stata regolarmente registrata e sterilizzata. Bene, qualcuno mi spieghi perché mai mi è arrivata una chiamata a casa da parte di una rappresentante di una ditta di alimenti per animali che mi ha detto: «So che lei ha una colonia felina a casa…».
Sì, lo so, avrei dovuto indagare e chiedere… ma quando ti prendono alla sprovvista spesso si fa fatica a fare domande. Però mi sono chiesta come diavolo facesse a saperlo, dato che non sto a sbandierarlo in giro né a dare il mio numero di casa alle aziende.
Avere una colonia felina, che io sappia, è faccenda personale e tutelata da privacy (perché quando le si registra, naturalmente, deve esserci un indirizzo e un numero di telefono di riferimento: ma che io sappia se un dipendente pubblico, come i veterinari dell’asl, dà in giro numeri di telefono privati rischia di passare grossi grossi guai).
Quindi, come diavolo ha fatto il mio numero di telefono a finire tra le mani di un’azienda?
Forse una mezza risposta l’ho avuta quando, indagando un po’, è saltato fuori che l’azienda è dello stesso paese di uno degli animalisti che visitano (forse dovrei dire “tormentano”) l’asl in cui sono stati sterilizzati i miei mici.
Dite che c’è un qualche sordido giro di soldini, a questo punto, nel controllare le colonie feline del territorio?

Il veterinario perseguitato
Quello che ho descritto qui sopra è ancora niente, in termine di seccatura, rispetto a quel che è capitato a uno dei veterinari che hanno seguito i miei gatti.
Molto spesso, infatti, alla clinica chiamano persone che si interessano degli ospiti della stessa.
Di solito sono i proprietari: ma, se si lavora nel pubblico, anche emeriti sconosciuti a quanto pare chiamano per sapere del cane X o Y. Un veterinario, per scherzare, un giorno ha affermato: «Signora, ma lei dovrebbe seguirmi per aver saputo così in fretta che il cane Tizio ha morso il signor Caio!». Perché insomma, non so al vostro paese ma a meno che non sia il cane del mio vicino io mica lo so se qualcuno si è beccato un morso. Non in giornata, almeno.
La risposta lo ha agghiacciato: «Ma lei, signor veterinario, dovrebbe saperlo che è seguito!»
Ora, scusate, ma immaginatevi mentre fate il vostro lavoro. Il vostro comunissimo, tranquillissimo, onestissimo lavoro. Magari qualche cavolata la fate, su. Capita. Magari siete anche bravi a fare quello che fate.
Bene, adesso immaginatevi qualcuno che non ha alcun rapporto con voi (di lavoro, amicizia, parentela) e che controlla tutto quello che fate, giusto perché gli interessa l’ambiente del vostro lavoro.
Io inizierei a preoccuparmi.

amanotropp2I gatti non li vuole nessuno
Narra la leggenda che dell’immenso amore che le associazioni animaliste portano agli animali, nessun amore sia grande come quello per i cani. Più che altro perché, narra sempre la leggenda, i gatti non se li fila nessuno.
Mentre i cani vengono adottati e magari viene fatta qualche donazione (50, 100 euro), è più difficile far adottare i gatti.
Vuoi perché non c’è la concezione di “gattile”, vuoi perché le donazioni sono inferiori, vuoi perché il cane ha il microchip e quindi è più facile risalire al proprietario… pare che laddove ci sia più di una associazione animalista in un paese, il ritrovamento di un cane smarrito faccia scatenare una vera e propria guerra.
Più cani, più soldini.
Come ha scritto in risposta ad un mio commento, tempo fa, quel signore che mi ha detto: «Magari sterilizzassero tutti i cani del canile! Siccome i cuccioli vengono adottati più facilmente, e i comuni danno un tot al giorno per cane, so di canili in cui non vengono sterilizzati apposta… ed è questo il motivo per cui traboccano.»
Poi, ovviamente, dipende da canile a canile: ma a questo punto, se qualcuno ti dice “gli allevatori speculano sulla pelle dei cani”,  inizi perlomeno a farti delle domande.

Una pelliccia… non di pelle, ma “sulla” pelle dei cani?
Se poi vai ad una delle cene sponsorizzate da uno dei più noti enti a difesa degli animali, le domande raddoppiano. Perché tu vai, con la tua macchinetta usata, perché ti hanno regalato i biglietti, e parcheggi vicino a una Porsche, che solo a guardarla ti potrebbero fare una multa perché consumi la vernice. Poi entri… e guardandoti intorno ti chiedi, osservando gli invitati, se le signore eleganti presenti vadano anche loro ogni tanto a spalare la cacca dei cani o se si limitino a tirare fuori un pacco di bigliettoni dalla borsetta di Chanel. Benissimo anche così: solo che… se queste sono le persone che si presentano alle cene pro cani&gatti, come sono vestite quelle per le cene pro ricerca per le malattie?

Gli animalisti del web
Questa è una cosa di cui tutti possono fare esperienza.
Qualunque sia la notizia, se c’è di mezzo un animale la maggior parte dei commenti sono a dir poco estremisti.
In genere si invocano pena di morte, linciaggio, fustigazione eccetera per i maltrattatori da un lato, e puccipucci, cuoricini, tenerosità e lacrimucce per gli animali dall’altro.
Il fatto è che la maggior parte dei commenti rivela una mancanza di equilibrio spaventosa.
Se una persona invoca la pena di morte per chi abbandona il cane per strada (e scusate, ma allora che dovremmo fare a chi abbandona un bambino?), mi domando come li tratti poi i suoi, di cani. Mette i cagnetti piccolini nella carrozzina (visto. E non erano cani anziani con problemi di deambulazione, cosa che capirei)? Fa dormire il pastore tedesco maschio a letto, e poi si meraviglia se quando la donna è in camera il cane ringhia all’uomo (successo, e più volte)?  Dice “capisce tutto quello che dico” e lo pensa veramente?
Chissà.

La mela non cade lontano dall’albero, a meno che non la lanci
Guardare la cagnetta di una mia amica e due sue parenti strette credo sia illuminante.
La prima è una specie di cane perfetto. Arriva quando la chiami, si siede quando glielo si ordina, non si allontana troppo durate le passeggiate, smette di abbaiare poco dopo aver segnalato l’intruso (o continua finché non le si ordina di smetterla), non ha problemi coi gatti di casa (cioè, qualcuno lo ha, dato che le fregano costantemente i posticini migliori…) e nemmeno con gli altri cani.
Questo perché la mia amica, fin da quando l’ha presa, ha lavorato con lei per imporsi e guidarla, e adesso che è un’adulta e quasi una vecchietta è una cagna serena, felice, che non ha mai dato problemi. La mia amica la porta ovunque: in montagna, al parco giochi, al mare… certo, ci sono le classiche attenzioni, ma niente di ingestibile.
Per converso, la sorella della stessa cucciolata (e la figlia della sorella) sono due rompi.
Abbaiano, specie la più giovane, ad ogni cosa. Non ascoltano quasi mai. Escono dal cancello sapendo che non devono farlo. E’ impossibile portarle in giro senza rischiare qualche incidente con altri cani. E questo perché non sono mai state educate, ma sono state umanizzate dai proprietari. Hanno dormito fin da cucciole con le figlie, non sono mai state sgridate, e sono cresciute di conseguenza – specie la piccola – come cagnette insicure, poco gestibili, che abbaiano di continuo.

Conclusioni
ghepardo_gazzellaIn tutti i casi citati sopra il problema non erano gli animali, ma gli umani: persone che li umanizzano al punto da non fare quel che è bene per loro, ma per se stesse.
Amare un animale non vuol dire trattarlo come un essere umano, ma trattarlo per quello che è, riconoscerlo per quello che è. Mi è capitato di vedere un video allucinante, in cui al rallentatore veniva mostrato un ghepardo che attacca e uccide una gazzella.
I commenti parlavano di come il ghepardo rispetta la gazzella, le tocca delicatamente il posteriore con la zampa e lei cade (solo che, a velocità normale, il tocco è tutt’altro che delicato); la gazzella cade, il ghepardo rallenta, aspetta, porta rispetto (certo, la cena si rispetta sempre!), nonché “negli occhi della gazzella non c’è odio”, per concludere con “gli animali sono migliori dell’uomo, non hanno odio” (il video si conclude con il ghepardo che spezza, presumo delicatamente, il collo alla gazzella e se la magna). Anche i miei gatti non hanno odio nei confronti di topi, uccelli e lucertole: anzi, gli piacciono parecchio, dato che trovo spesso code e piume senza proprietari fuori di casa. Ma se dovessi imparare da loro, mi dovrei ficcare in bocca un topolino vivo che ancora squittisce (visto l’altro giorno) o inghiottire un pulcino appena caduto dal nido (visto qualche tempo fa). E magari dare una zampata a chi osa servirsi della cena prima di me: non sia mai che mi faccia mettere i piedi in testa dagli altri membri della colonia.
Tutte le persone che dicono gli animali sono migliori degli umani mi spaventano. Perché è ben vero che agli animali manca la crudeltà umana… ma mancano anche un bel po’ di altre cose, per poterli considerare come se fossero umani.
Sono creature diverse, e “diverso” non vuol dire “migliore”. Vuol dire solo… diverso.
Perché è così difficile accettarlo?
Quando tratti il diverso come uguale, crei solo problemi. Il diverso non va trattato in modo uguale, il diverso va trattato in modo equo. Se un bambino non ci vede bene e lo tratti in modo uguale, vuol dire che sta in classe come gli altri e alla stessa distanza della lavagna degli altri. Se lo tratti in modo equo, vuol dire che gli dai un paio di occhiali perché possa vederci bene. E lo stesso vale per il cane o il gatto.
Inutile che ci illudiamo che provi sentimenti che non può sentire o faccia ragionamenti che non può fare: è un animale, è diverso, non ci capirà mai come può capirci un’altra persona, che è dotata della nostra stessa, complessa, psiche.
E non venitemi a tirare fuori casi come assassini, pedofili, amorali o anaffettivi, perché non è la stessa cosa: tanto che queste sono riconosciute e trattate come devianze e anormalità.
La maggior parte delle persone non è quella che si vede sui giornali, ma quella silenziosa della vita di tutti i giorni. Il mondo animale non è unicorni e arcobaleni: c’è affetto, c’è intelligenza, c’è il genitore che accudisce il piccolo… e c’è il genitore che lo lascia morire se è inadatto. C’è crudeltà, c’è indifferenza. C’è una competizione spietata per la sopravvivenza e la riproduzione. Tutto questo io lo vedo nel mio giardino di casa.
I miei gatti mi hanno aperto gli occhi su tante cose, ma perché ho cercato di non velarli dei miei desideri e aspettative.
Ho potuto vederli per quello che sono: gatti, niente di più e niente di meno.
Non li giudico buoni o cattivi: posso dire che una è affettuosa, uno meno, una intelligente e l’altra un po’ sciocchina, uno un furbacchione e l’altro timido. Si avventano sui topolini, danno la caccia ai pulcini e alle lucertole, si acciambellano contro il mio corpo e fanno le fusa, o non si fanno toccare… e mi fanno le fusa.
So riconoscere i loro diversi miagolii, piango quando qualcuno di loro muore e gioisco quando i più diffidenti prendono il cibo dalle mie mani, so dove accarezzarli e quali posso prendere in braccio.
Mi vengono le lacrime quando penso a quelli che mi hanno lasciato e che ho amato. Ma non penso di amarli di meno perché non compro loro casette prefabbricate, non do loro bocconcini da 20 euro al kg e li faccio sterilizzare “privandoli della genitorialità”; né penso di amarli di più perché penso che siano migliori di me o delle altre persone.
Li amo per quello che sono, non per quello che credo o voglio che siano. E me lo hanno insegnato loro, con il loro essere diversi da me. E credo che, per uomini o animali che sia, sia il massimo grado di amore. Senza vanto, senza merito: solo, semplicemente, amore.

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