giovedì , 23 novembre 2017
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Coursing per amore

PREMESSA di Valeria Rossi: ai campionati europei di Coursing, a giugno, è morto un piccolo levriero italiano.
L’ho saputo con un certo ritardo, quindi ho preferito non scrivere nulla per non alimentare nuove polemiche nel momento in cui si erano già spente.
L’unica cosa che avrei potuto dire, d’altronde, è quella che ho già detto in altre occasioni: gli incidenti succedono. Triste, ma ineluttabile. Si può morire in qualsiasi sport, se hai proprio sfiga o – per i fatalisti – se era il tuo momento: non per questo si è mai pensato di bandire lo sport.
L’unica cosa che personalmente pretendo è che gli sport (tutti, ma soprattutto quelli cinofili, dove noi siamo responsabili per i nostri cani) siano svolti in condizioni di massima sicurezza possibile: dicono che a Lavarone queste condizioni non sussistessero, ma non c’ero e quindi non posso giudicare.
Così come, non avendo mai avuto levrieri e non avendo mai fatto coursing (anche se ho assistito a diverse gare), non mi sentivo di scriverne un elogio proprio nel momento della tragedia: dirmi “ma tu che ne sai, stai zitta” sarebbe stato il minimo. Così non ho commentato, non ho scritto nulla: ma ieri mi è arrivato questo scritto di Elena Trevisan, che invece i levrieri li ha e il coursing lo pratica. E mi sembra giusto pubblicarlo, perché lei sì, “ne sa” e può parlarne.

cours6di ELENA TREVISAN – “Le qualità di un soggetto eccellente, che nasce con i presupposti per diventare il numero 1, vanno coltivate, mantenute, rispettate, mai sprecate. Solo così uomo e cane possono condividere gli allori”
Vorrei ripartire da queste ultime parole scritte da Daniela Sorlini sul numero di luglio della rivista dell’Enci e provare a raccontare cosa sia il coursing per me e, credo, per tutti quei singoli padroni che non hanno gli stessi fini degli allevatori e che in questo sport non ricercano la perfezione della razza bensì di costruire un rapporto con il proprio cane ed è in questo che conseguono la loro vittoria, poiché per orgoglio e amore, in loro vediamo sempre le qualità di cui sopra.
Per me il coursing è stato questo, prima ancora della scoperta di uno sport entusiasmante e bellissimo: un tentativo di costruire un rapporto di reciproca fiducia e rispetto con il mio levriero.

cours4Un po’ meno di due anni fa ho portato a casa un magnifico quanto sensibile e insicuro esemplare di barzoi che aveva da poco superato l’anno di età.
Lo portai a casa sottovalutando quale grosso impegno sarebbe stato, convinta che aver avuto a che fare con altre razze di grande mole e temperamento e che conoscendo il mondo dei levrieri unicamente dalla mia rescue spagnola, sarebbe stato sufficiente per affrontare la nostra vita insieme.
Niente era più lontano dalla verità e, sebbene da subito abbia ottenuto il suo affetto e riconoscenza per avergli dato una casa e un letto su cui dormire (oltre al 98% delle mie attenzioni: il 2% l’ho lasciato alla galga), la strada si è dimostrata lunga e tortuosa e solo oggi riesco a vedere dietro l’angolo la luce.
Bistrattato nell’infanzia, il mio cagnone non è mai stato correttamente socializzato e ha sempre visto nel gioco paura e violenza, così come in tutti quei cani che gli si avvicinano al guinzaglio. Legato a sua volta, temeva dapprima per la sua incolumità, impossibilitato alla fuga, e dopo per l’incolumità di tutto il suo branco, quando ha pensato di doversene fare carico.
Sappiamo tutti quanto può essere pericoloso un cane di queste dimensioni in balia di se stesso.
Educatori d’ogni genere e più o meno professionisti cinofili sono stati in grado solo di insegnargli i comandi base: seduto, terra, resta. E più velocemente lui imparava, più la mia frustrazione aumentava poiché al nodo del problema non si arrivava.
Poi, un giorno, più per esasperazione che altro, ho seguito un’ amica su un campo di allenamento.
Me la ricordo ancora quella domenica di fine novembre, tra pioggia e fango, in piedi alle 5.30 del mattino (io che non mi alzo prima di mezzogiorno e solo per trasferirmi in un locale caldo per un abbondante brunch con lettura colta e cane ai miei piedi) a ritrovarmi i tre quarti del tempo col sedere per terra e l’altro quarto a cercare di non farmi spezzare un braccio.
La sfiducia cresceva.
Poi, in una maniera alquanto fantozziana, riesco a portarlo alla partenza, sempre più incontenibile, probabilmente consapevole che avrebbe finalmente potuto volare libero.
Non sapevo ancora che quei veloci minuti sarebbero stati l’inizio di una meravigliosa risalita.

cours3E così, un mese dopo, la sveglia suona di nuovo alle 5.30, ci trasciniamo nuovamente giù dal letto tirando qualche bestemmia di troppo e percorriamo i nostri 200 chilometri. Sempre pioggia, sempre fango, sempre sedere a terra e braccio dolorante.  I blocchi di partenza sono più ostici del solito nel mio fragile tentativo di contenerlo prima del via, della sua corsa indomita e fulminea verso quella parte ancestrale della loro anima, di cui solo il levriero serba il ricordo.
Alla prima curva il terreno scivoloso non gli perdona l’irruenza e scivola con un rotolone nel fango. Il mio cuore si ferma, ma non lui, che sembra non essersene nemmeno accorto e riprende quella corsa fino al brassock finale. Vittorioso su una preda immaginaria. Vittorioso su se stesso.
Sono corsa da lui ad abbracciarlo, sollevata che fisicamente non si fosse fatto nulla, affascinata da cosa fosse in grado di fare, dalla sua potenza, dalla sua eleganza.
Quando finalmente sono riuscita a distrarlo dalla pezza e a rimettergli il collare per trascinarlo via, lui mi ha guardato e, pensate ciò che preferite di me,  giuro che il suo sguardo mi diceva grazie. In qualche modo aveva capito che era lì grazie a me e che io gli concedevo di essere se stesso. Che per questo lo amavo.
La settimana dopo è passata in uno strano limbo in cui lui dava segnali di calma e rilassatezza: lo stress in passeggiata sembrava essersi allontanato e le paure minimizzate. Qualche dolorino muscolare di certo aiutava a renderlo più pacato. Purtroppo più si allontanava quella domenica più tornavano insicurezze e paure.
Ma la terza domenica mi sono alzata carica e lui appena ha visto la museruola si è messo sull’attenti e mi ha seguito felice e speranzoso.
Sul campo fu come sempre fulmineo e impetuoso, ma più attento e fiducioso nei miei confronti. Ecco, la strada era stata intrapresa e il rapporto aveva finalmente iniziato a ingranare. Non eravamo più due esseri che cercavano di non pestarsi i piedi a vicenda costretti in un ambiente angusto (non solo metaforicamente parlando): cominciavamo ad essere una squadra.

cours5Il coursing è questo per me: un mezzo per formare una squadra tra cane e proprietario. Proprio come lo è l’agility, l’UD, lo sheepdog.
Il coursing è un doppio a tennis.
E se è vero che tutta la fatica la fa il cane sul campo (ma se pesate 50 kg e tutto quello che siete abituati a sollevare è una Balenciaga, vi assicuro che lo sforzo lo fate anche voi), è anche vero che su quel campo il cane ci arriva con e grazie a noi. Le camminate o le corse insieme per tenerlo in forma, scegliere il cibo più giusto, la museruola che gli dia meno fastidio, la mantellina più confortevole.
Le settimane passavano, i mesi anche e ad ogni domenica il rituale si rafforzava (portare dalla dog sitter l’altro cane, preparare la borsa con la museruola, l’ultima passeggiata della sera da soli, la sveglia con ancora il buio, la colazione al bar, il viaggio in macchina) e alla fine, insieme alla primavera, è arrivato anche un cane capace di stare tra i suoi simili senza troppe paure, tranquillo a bordo campo finché la pazienza non inizia a vacillare e il suo lungo muso spinge il fianco e infila da solo la museruola.
Il suo sguardo ti dice “Allora, tocca a noi si o no?!”. E tu diventi tutt’uno con il tuo cane. Felice perché lui è felice.
E ti ritrovi alla vigilia della prima gara ufficiale a ricamare mantelline con le sue iniziali e abbigliare i supporter. E un po’ te lo dici che ti sei completamente rincoglionita per questo cane (e lo sguardo di compatimento della vecchia spagnola lo conferma): ma poi ci sono gli amici che conosci sul campo, le domenica tra torte e battute… e una banale domenica diventa l’irrinunciabile domenica alle corse.

cours1Ho sempre pensato che l’unico vero modo per avere un cane ben inserito e felice sia quello di trovare insieme la giusta attività, condividere un momento che ci fa conoscere ed amare. Proprio come succede con la persona con cui vorremmo dividere il resto della vita.
E i levrieri sanno fare questo: correre.
Oh, non sono cani stupidi o privi di carattere, ma come un pastore sa condurre il gregge loro sanno correre. Per caccia, per sport o per gioco non fa differenza, sanno e vogliono correre. Si esprimono tramite questa attività.
Ed io che non ho un giardino, non sono cacciatrice, e fino a ieri tutto il mio concetto di vita all’aria aperta era andare a Parigi a fare shopping, ho scoperto questo mezzo meraviglioso per regalare al mio cane la propria individualità, la propria specificità. Tutti noi abbiamo bisogno di essere speciali e appagati, loro lo sono così. Perché negarglielo?
La ripetitività e l’agonismo lo rende un condizionamento?
No. Non stiamo parlando dei rescue dei cinodromi, drogati di corsa e veleno che a fine carriera o dopo un infortunio vengono abbandonati o peggio ancora: loro hanno solo diritto ad una vita di divani e coccole.
Loro vanno riabilitati, come un drogato che ha un lungo cammino davanti a sé per ritrovare equilibrio e normalità, un alcolizzato che va tenuto lontano dalla bottiglia.
Per questi levreri ogni gara o allenamento è una scelta. Tu li porti al ring di partenza e loro ti sembrano carichi e pronti, poi la pezza parte e loro si fermano, si girano ed accennano a voler giocare con te, desiderosi delle tue feste, oppure partono e a metà gli viene in mente che forse in macchina è più comodo o che l’impellenza fisiologica è più urgente.
E tu che fai? Ridi, alzi gli occhi al cielo, fai due salti con il pigro peloso e ti mangi una buona fetta di torta paradiso. Cos’altro vuoi fare? Lo hai reso indipendente e forte, accetti che quel giorno ti dica “Ciccio, se hai tanta voglia di correre c’è quel tapis roulant a casa che hai preso per dimagrire, usalo, fa bene anche a te!”
E sempre su quei campi vedi dei tenerissimi binomi cane-padrone: chi entra col cane da 40 kg in braccio, chi trascinato, chi salutando gli spalti come un divo di hollywood, chi parla al suo cane prima della partenza spiegando le difficoltà del percorso, e all’arrivo li vedi giocare insieme prima di lasciare il campo; oppure cani che fingono di fare il morto per prenderti in giro, clown dentro a quell’involucro di bellezza antica e perfetta.

cours_aperTutto questo è il coursing e sì, c’è anche l’aspetto della gara, della competizione, la parte umana di tutto questo che portiamo noi ed è la nostra intelligenza e sensibilità che gli lascia più o meno spazio.
Più dei nostri cani il nostro ego prende il sopravvento e rendiamo saturi di elettricità negativa o positiva gli eventi.
Siamo quelli che siamo nella vita anche la domenica alle corse, se ci piace vincere ci piace che anche il nostro cane vinca, se siamo degli arroganti o degli egoisti non lo mettiamo da parte nemmeno quel giorno… ma di certo nessuno di noi metterebbe MAI  e poi MAI a repentaglio la vita della propria creatura solo per una coppa.
A volte siamo avventati, forse con troppa poca esperienza da riconoscere un potenziale pericolo o troppo fiduciosi verso la forza di un levriero, ma mai così tanto pieni di noi da sfidare le divinità. I miti greci li lasciamo nei libri.
I nostri musi lunghi li lasciamo volare più veloci del vento solo per farli ricongiungere alla loro anima, quando e come vogliono.  Se vogliono.
Per tutto questo il devastante, sconvolgente, tragico accadimento di Lavarone ai passati Europei si  può guardare da tanti punti di vista: ma io ci riesco solo guardando verso il cielo, sperando di vedere tra le nuvole e i fulmini quel piccolo angelo, insieme a tutti gli altri cani che ci hanno lasciati, volare e correre felice su quella meravigliosa pista che è l’arcobaleno…
Quel piccolo angelo che qui in Italia, terra di contraddizioni, ignoranza e bellezza, ha corso la sua ultima felice e inebriante corsa lo vorrei salutare con questi pochi versi:

chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.

 

 

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