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Linguaggio tecnico… o cinoegizio?

paolocontedi VALERIA ROSSI – Il tema di questo articolo sono i  paroloni astrusi (a volte tratti dal linguaggio scientifico, in particolare quello che riguarda la psicologia umana, altre volte inventati di sana pianta) che vengono utilizzati sempre più spesso per complicare la vita dei cinofili.
La definizione di “cinoegizio” mi piace molto e per questo l’ho usata nel titolo: tengo però a sottolineare che non è mia, l’ho rubata… solo che non mi ricordo a chi, quindi non lo posso citare.
Cito invece Francesco Polidori, che nel suo gruppo di FB “Solo amici cinofili” ha proposto di costruire tutti insieme un dizionarietto di termini tecnici.
Mi è sembrata subito un’ottima idea, perché ce ne sarebbe bisogno… ma la domanda che mi sono fatta immediatamente dopo (e che in realtà mi faccio da parecchi anni) è stata: “Perché ce n’è bisogno?”
Ovvero: com’è che ci siamo ridotti a dover fare uso di dizionari tecnici per parlare di cani?
Il cane è un essere semplice, che ha bisogni semplici e ragiona in modo semplice: è la sua fortuna, la sua bellezza, uno dei motivi per cui lo amiamo tanto.
Perché rendere questi suoi semplici bisogni così astrusi da renderli accessibili solo ad un numero limitato di proprietari, con l’ovvio risultato che un numero limitato di cani li vedrà soddisfatti?
La risposta io l’ho trovata in Paolo Conte (che ritengo un grandissimo poeta contemporaneo, non certo “solo un cantante”).
Non so se conoscete un suo pezzo che si intitola “Pesce veloce del Baltico”; se non lo conosceste, vi riporto qui sotto la strofa che per me risponde alla domanda di cui sopra:

“Pesce Veloce Del Baltico”, dice il menu.
Che contorno ha?
“Torta Di Mais”
e poi servono polenta e baccalà….
Cucina povera e umile, fatta d’ingenuità
caduta nel gorgo perfido della celebrità

perplesso1Eccola qui, la risposta: “il gorgo perfido della celebrità”.
Perché i paroloni sono nati con i “guru” cinofili del gentilismo e del post-gentilismo.
Quelli che hanno cercato di elevarsi al di sopra degli addestratori tradizionali mostrandosi non soltanto più gentili ma anche più intelligenti, più colti, più preparati.
Insomma, l’addestratore medio (che  loro consideravano – e in molti casi considerano ancora, facendomi saltare un intero sciame di mosche al naso – un macellaio per definizione) doveva essere visto non solo come uno che maltrattava i cani, ma come un tamarrone ignorante ed incapace di esprimersi se non a grugniti.
Così hanno cominciato a criptare i termini.
La normale “attenzione sul conduttore” è diventata “centripetazione” (parola, peraltro, inesistente nella lingua italiana); l’utilizzo del cibo o del gioco per richiamare l’attenzione di cui sopra si è trasformato in “luring” (se non c’è un termine italiano abbastanza difficile per esprimere un concetto facile, e non riusciamo a inventarne uno, ci fiondiamo sull’inglese); il plebeo “ammucchiare oggetti per portarseli nella cuccia” è oggi una “motivazione sillegica”… eccetera, eccetera, ecceterissima (lasciate massacrare un po’ di italiano pure a me, suvvia).
Il tutto rivolto a gente che poi su Facebook scrive cose come: “Zitto tu ke non ai ancora capito ke non devi farti tirare dal cane quando lo scendi per pisciarlo, anke se te lo spiegato come faccio io”.
Ma proprio per questo, forse, il giochetto funziona da dio: soprattutto in Italia, dove un livello decente di alfabetizzazione si è raggiunto solo negli anni ’60. Prima di allora il 50% degli italiani non sapeva leggere e scrivere… e non è che oggi stiamo messi molto meglio (come FB dimostra ampiamente): secondo uno studio internazionale soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea. Se volete la fonte, la trovate qui.

ignorantiIl motivo, credo sia chiaro a tutti, è sempre stato soprattutto politico: una popolazione acculturata è più difficile da manipolare ed è quasi impossibile “intortarla” in massa con vane ed irrealizzabili promesse elettorali.
Per questo politici di ogni forma e colore hanno cercato di mantenere il popolo nell’ignoranza il più a lungo possibile (ci provano costantemente anche oggi… e ci riescono pure: i risultati li abbiamo tutti sotto gli occhi): ma non solo per questo.
Infatti c’è un effetto collaterale che i furbetti di ogni tipo conoscono perfettamente: c’è il fatto che chi “parla difficile”, almeno in Italia, viene automaticamente considerato superiore alla media.
Viene considerato un “grande”, o almeno “uno che conta”: viene rispettato e seguito con un interesse che sfiora la deferenza… anche quando, tra voli pindarici, anglicismi e neologismi, spara sostanzialmente cazzate.
Nel mio lessico familiare tutto questo è noto come  “effetto Luigina”: ora vi spiego il perché.
Quand’ero bambina, in casa mia avevamo una colf (all’epoca si chiamava “governante”): la mitica Luigina, appunto. Che sapeva scrivere solo il suo nome, leggeva solo lo stampatello (a fatica) e parlava quasi esclusivamente in dialetto savonese.
Bene: spesso la Luigina si fermava incantata ad ascoltare mio padre quando parlava con mia madre… e lui, gentilmente, a volte le chiedeva se tutto quello che aveva detto le era chiaro.
La risposta, immancabilmente, era: “Na, mègu, nu gò capiu un belin… ma lé a parla cuscì ben!”.
Ovvero: “No, dottore, non ho capito un… (vabbe’, “belin” ormai è internazionale, non credo serva la traduzione)… ma lei parla così bene!”
Insomma, non le importava niente di quello che veniva detto: ma le piaceva lo stesso sentir parlare “bene”, con proprietà e ricchezza di termini che per lei suonavano esotici e affascinanti anche se non ne capiva mezzo.

perplessoL'”effetto Luigina” si può applicare tranquillamente anche alla cinofilia moderna: ma con una differenza sostanziale.
La Luigina, infatti, poteva pure bearsi di ascoltare suoni a lei  incomprensibili: la cosa non comportava alcun problema pratico, visto che di solito si parlava di argomenti che non avrebbero mai sfiorato la sua vita quotidiana.
Invece, quando si parla in cinoegizio a persone che poi dovrebbero mettere in pratica con il loro cane ciò che gli è stato spiegato… embe’, come minimo si ottiene che non riescano a farlo.
E indovinate un po’, alla fine, chi ci rimette?
Bravi: proprio il cane.
Il solito, povero cane che non può dirci “Ma abbaia come mangi!”, ma deve limitarsi a subire le conseguenze del “gorgo perfido della celebrità”.
Celebrità, certamente: perché, proprio a causa dell’effetto Luigina, molti cinoegizi sono diventati famosi.
Che poi si tratti davvero di persone che meritano cotanta fama, è tutto da stabilire.
Che capiscano davvero qualcosa di cani, è ancor più da stabilire.
Sta di fatto che oggi sono considerati – non tutti, ma molti – dei veri e propri “guru”: non solo per la loro abilità linguistica, certo (hanno altre doti, soprattutto un innato carisma), ma anche grazie ad essa.

tristeA questo punto, però, a me sorge la domanda numero due. E cioé: “Assodato che questo meccanismo funziona, siamo sicuri che sia anche onesto e corretto?”
E stavolta non intendo solo nei confronti dei cani, ma anche dei clienti umani che spesso pagano fior di quattrini per ascoltare i guru, per seguire i loro corsi e/o potersi fregiare delle loro sigle.
La risposta a questa seconda domanda è complessa: perché è indubbio che, in alcuni casi, un termine “facile” per esprimere il concetto cinofilo X o Y non c’è.
Se traduciamo letteralmente “luring” in italiano, otteniamo un “adescamento” che può far pensare al cliente di doversi mettere minigonna, tacchi a spillo e trucco pesante prima di scendere in campo ad addestrare il cane.
E insomma, non è carino.
Altre volte il concetto che la scienza ha concentrato in un solo termine o in una breve frase (tipo, che so: “impulso epimeletico”), a voler usare termini accessibili a tutti diventa un poema (tipo: “Quell’impulso che soprattutto i mammiferi sociali provano trovandosi di fronte ad un essere vivente, anche di specie diversa, che in qualche modo riproduce le fattezze del neonato e che li induce a non attaccarlo, anzi a prendersene cura”… e blablabla).
Però, se vogliamo spiegare alla Sciuramaria il motivo recondito per cui bambinizza il suo cane, non è che possiamo dirle tout court “lei dovrebbe controllare di più il suo impulso epimeletico”.
Perché se le diciamo così, la Sciuramaria fa gli occhi da Carfagna… dopodiché, i casi sono due:
a) dice “EHHHH?!?” … e allora le devi comunque spiegare cosa significa “impulso epimeletico” in termini comprensibili, e hai perso del tempo inutile che potevi dedicare al cane;
b) pensa “EHHHH?!?” ma ti dice “Ah, ecco!”, perché non vuole mostrarsi ignorante… e allora tu penserai che abbia capito, ma in realtà lei non avrà capito un belin… e non smetterà mai di bambinizzare il cane.
Dunque, il cinoegizio è sostanzialmente inutile e serve solo a far pensare all’interlocutore: “Però,  come parla bene questo! Non ho capito una parola di quello che ha detto, ma è evidente che sa proprio tutto sui cani!”.
Effetto Luigina fatto e finito.

geroglifici1Ci sono casi in cui il cinoegizio è accettabile?
Ma sì. Tra “addetti ai lavori”, per esempio, va benissimo.
Ma anche col neofita… se chi vuole ottenere l’effetto Luigina sfodera il parolone difficile, ma poi lo spiega (e magari sa anche di cosa sta parlando), non c’è nulla di male. Resta una perdita di tempo, ma se serve a catturare un cliente lo si può anche giustificare.
Quand’è che, invece, l’uso del cinoegizio diventa proprio scorretto?
Quando, di fronte alla Sciuramaria con gli occhi carfagnati, si fa un sorrisetto di superiorità e le si dice: “Ehhh… vede, questo non è un concetto che si può spiegare in quattro parole. Se vuole davvero capire dove sbaglia con il suo cane, deve (a scelta): comprare il pacchetto di millemila lezioni – fare il nostro corso per educatore cinofilo – fare il livello successivo del corso – fare il livello successivo al livello successivo del corso…” e proseguite pure ad libitum, perché in cinofilia gli “esami che che non finiscono mai” sono una realtà diffusissima.
Una volta che ti hanno intruppato sotto la sigla X o Y, ci resti a vita (certi guru devono aver preso esempio dai testimoni di Geova, o da Scientology) e fai millemila corsi, di millemila livelli, nella speranza di scoprire che caspita significano i paroloni sempre più misteriosi che ti vengono presentati come nozioni assolutamente in-di-spen-sa-bi-li (che però verranno spiegate nel corso successivo).
Se non sai cosa sono la prossemica o il coping, non devi neppure sognarti di prendere un guinzaglio in mano.
Se per caso fai notare al guru di turno che il mondo è pieno di gente che, senza aver mai sentito parlare di coping, ha vinto i mondiali (di qualsiasi disciplina), il guru ti risponderà scandalizzato che le discipline sportive sono bieco sfruttamento, robotizzazione del cane eccetera eccetera.
Se osi obiettare che “magari anche no“, sei cacciato con somma ignominia (manca solo la fustigazione sulla pubblica piazza).
Devi star lì, da bravo discepolo: anche se ovviamente non verrai chiamato così, ma “membro di una grande famiglia” composta dai soli, veri amanti dei cani (e tu ti senti un eletto: non ti passa neppure per l’anticamera del cervello di essere entrato a far parte di una vera e propria setta).
Devi tacere, annuire e soprattutto pagare, salendo immaginari livelli che non portano da nessuna parte. Funziona un po’ come i sistemi di vendita piramidali di buona memoria, dove tu ottenevi cariche fittizie dai nomi sempre più altisonanti ma restavi sempre lo stesso poveraccio, intanto che arricchivi chi stava in cima alla piramide.
Esagero?
Direi proprio di no, visto che conosco decine di persone che, dopo aver pagato una cifra di tutto rispetto per il corso X, hanno osato fare una domanda al proprio docente e si sono sentiti dire: “Ehhhh, no! Se vuoi la risposta devi fare il corso di secondo (o terzo, quarto, quinto, ennesimo) livello”.
E qui non c’è più soltanto il desiderio di sfruttare l'”effetto Luigina”: no, qui c’è proprio il dolo.
C’è “la magniloquenza criptica, ampollosa, superflua, che camuffa intenzionalmente la sostanza” (questa frase, guarda un po’, l’ho trovata in un articolo che criticava proprio i menu di certi ristoranti).
Io posso anche accettare che si parli di “classi di socializzazione” o di “puppy class” anziché di “incontri tra cuccioli”: chissenefrega, dopotutto. Siccome è di gran moda, le chiamiamo così anche noi.
Quello che non si può accettare è che il guru di turno, sul suo sito, sostenga di averle inventate, quando si fanno da tempi in cui lui non era nemmeno nato; né si può accettare che si faccia pagare una cifra spropositata per due ore di supercazzole sulla socializzazione, quando la si potrebbe spiegare in cinque minuti e in un umanese comprensibile.

Insomma:

SI ai termini tecnici/scientifici quando il contesto è quello degli addetti ai lavori (e quando proprio non esiste un modo più semplice per definire lo stesso concetto: perché non sta neanche scritto da nessuna parte che gli addetti ai lavori cinofili debbano essere per forza membri dell’Accademia della Crusca);
NI ai termini astrusi se servono ad ottenere un “effetto Luigina”, ma poi sono seguiti da spiegazioni chiare, fornite da persone che almeno sanno che cos’è un cane;
NO ai termini astrusi quando servono solo a camuffarsi da grandi esperti cinofili, quando in realtà si è soltanto degli ottimi affabulatori.

No, non “comunicatori”: perché i bravi comunicatori si fanno capire.
Invece in cinofilia circola ormai uno sproposito di affabulatori, ovvero di persone capaci di esprimere in modo affascinante e coinvolgente concetti quantomeno discutibili, se non direttamente falsi come una moneta da dieci euro.
Perché… finché si tratta solo di concetti triti e ritriti,  rivisitati in cinoegizio ma sostanzialmente corretti, il danno è minimo. Il problema è che spesso si propinano ai neofiti vere e proprie assurdità cinofile ed etologiche. E questo i danni li fa. Pure grossi.
A pagarne lo scotto, ancora una volta, sono i cani: che nel gorgo perfido della celebrità restano intrappolati e finiscono per affogare.
E i proprietari (pardon, i care giver)?
Quelli neppure se ne accorgono: consci, sì, di venire lentamente ma inesorabilmente dissanguati… ma convinti anche che ne valga la pena, pur di entrare a far parte dell’eletta schiera.

 

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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